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L'Erede
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Consegna prevista Ottobre 2023

“L’Erede”, introduce il lettore nel mondo del wrestling professionistico, un ambiente colorato che però nell’ombra cela politiche crudeli che sono cruciali per arrivare al successo. In particolare la storia si concentra su Benn, un giovane americano che ha abbandonato in adolescenza la sua terra natia per trasferirsi in Irlanda, dove instaura nuovi rapporti e crea un nucleo familiare acquisito composto da Molly, proprietaria di un celebre locale di Dublino, e il miglior amico Conor, con il quale condivide il grande sogno di diventare un lottatore. Quando il sogno di Benn pare esaudirsi però il suo passato torna a tormentarlo, coinvolgendolo in una fitta rete di giochi di potere che lo costringeranno a fare i conti con le sue azioni.

Perché ho scritto questo libro?

Per molto tempo la scrittura è stata un’esigenza per alienarmi dalla realtà. I mondi che costruisco trattano e lasciano sfogare temi di cui ho esperienza diretta ma anche in terza persona. Con questo romanzo ho deciso di aprire le porte della mia mente agli altri, spero che nelle pagine che ho scritto il lettore possa rivedere sé stesso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I
Una nuova carriera

Erano passati poco più di venti minuti da quando le lancette segnarono le sei di sera, un orario consueto per gli irlandesi quello, per lasciarsi alle spalle le fatiche lavorative quotidiane e dirigersi in sana compagnia nel pub più vicino. L’obiettivo, come al solito, era godersi una birra tra amici, scaricando la tensione accumulata sin dal mattino. Un’abitudine in particolare cattura queste pagine, al Molly Malone’s. Era uno dei pub storici tra i vari presenti nel quartiere di Temple Bar, luogo di ritrovo per le magiche serate irlandesi. Soprattutto di sera, quella che divenne dagli anni novanta una meta turistica, fu anche luogo di ritrovo per artisti di strada che contribuirono a renderne l’atmosfera magica con la loro musica popolare. Molly presentava un’ambientazione rustica tipica di quei luoghi: quando s’apriva la porta d’entrata il campanellino annunciava l’arrivo di un nuovo cliente che, nelle giornate più impegnative, doveva esser abile nel destreggiarsi tra danzatori improvvisati sulle note folkloristiche irlandesi o prestare attenzione a non scivolare sulla birra sgorgata dai boccali. Tutto ciò per arrivare sul fondo del locale, al bancone, ove Molly prendeva gli ordini con un immancabile e rassicurante sorriso. Così tutti la chiamavano la proprietaria, seppur il vero nome fosse noto a pochi.
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Quel soprannome non era di certo casuale, ma un richiamo a Molly Malone, la celebre statua che si trovava a Grafton Street, nel cuore della capitale irlandese. La leggenda narrava di questa giovane donna, pescivendola di giorno e prostituta al calar del sole, che nel tempo divenne il simbolo dell’Irlanda popolare del periodo moderno. Molly era entrata nel folklore irlandese, divenendo la protagonista persino dell’inno di Dublino. A mantenerla in vita fu anche la proprietaria di quel locale che rimase sempre Molly, da madre in figlia, da zia a nipote, per generazioni a venire…Sino ad arrivare a lei, l’attuale proprietaria. La sua Molly, di cui lui forse conosceva il vero nome, un cliente speciale da quando la legge lo consentiva. Qualsiasi stagione fosse arrivava con un paio di pantaloncini che gli arrivavano alle ginocchia, senza temere l’umidità della capitale irlandese. Molly lo riprendeva sempre, le sue parole però servirono a ben poco. Con la pioggia battente e pochi gradi fuori, al suono del campanello Molly alzava lo sguardo tra la folla e lo vedeva arrivare, già pronto per gli allenamenti.

– Arriverà il giorno… – senza nemmeno guardarlo in volto – che mi chiamerai febbricitante e io sarò troppo impegnata qui dietro per soccorrerti.

– Ha ragione dottoressa – con un tono accondiscendente, quasi come se parlasse a sua madre – ma gradirei il solito boccale.

Versò della birra con un mezzo sorriso, con l’intervallo tra un getto e l’altro, come da tradizione, per evitare di accumulare la schiuma in superficie.

– Vuoi che ti prepari un panino? – aggiunse, dopo avergli poggiato la birra ed essersi aggiustata la retina che copriva i lunghi capelli grigi. Lui scosse il capo dopo un primo sorso, si prese il suo tempo prima di parlare, per gustarsela.

– Tra poco dovrò allenarmi, mi tengo leggero – e poi lanciò uno sguardo alla bevanda, con fare beffardo.

– Ah…Giusto giusto… – si insospettì per il tono, volontariamente dubbioso, come ad attirare la sua attenzione.

– Cosa? –

– Nulla… –

– Andiamo, Molly… –

– Dico solo che potresti sfruttare il tuo tempo in un altro modo. Mi parli sempre del tuo lavoro – nemmeno poté finire il suo discorso, che gli occhi puntarono al cielo – di come le cose vadano bene, potresti puntare ad una promozione… –

– Non ho bisogno di una promozione, quanto guadagno mi è sufficiente per il mio obiettivo –

– Certo… – Molly tornò a usare quel tono mentre passava lo straccio sul bancone – i tuoi obiettivi… –

Poi qualche secondo di silenzio, lei passò oltre a servire dei clienti mentre lui sorseggiò ancora una volta. Voleva bene a Molly, come se fosse una zia, ma proprio su questo argomento non riuscivano a trovare un punto d’incontro. Quando lei fece ritorno aveva già preparato il discorso.

– Capisco che ti preoccupi, ma per ora non c’è motivo. Sta andando tutto come pianificato e la mia promessa resta la stessa. Se non dovessi farcela comincerò a pensare al mio futuro proprio come lo vedi tu. Ma fino a quel momento… –

– Sì, fino a quel momento non ne parleremo più. E’ solo che mi preoccupo Benn, non vorrei che ti illudessi. Non vorrei che mi illudessi… – accompagnò quelle parole prendendo da sotto al bancone un volantino. L’Unione Irlandese, federazione di wrestling professionistico, pubblicizzava a una settimana da quel momento uno spettacolo. In piccolo, tra i tanti nomi in basso, figurava ‘Benn Blaze’. Lui lo prese e lo ammirò con un mezzo sorriso.

– Un giorno sarò al centro di questa locandina – aggiunse, mantenendo quel sorriso. Molly sospirò quasi rassegnata per il suo estremo ottimismo.

– Scusatemi… – una terza voce, alla destra di Benn, si aggiunse alla discussione. Un uomo di mezz’età sorseggiava al bancone lì vicino la sua birra.

– Non ho potuto fare a meno di ascoltarvi. E’ che sono un grande fan dell’Unione, sarò a quello spettacolo e… – continuò a guardare Benn – davvero lotterai? –

– Sì, sarà il mio debutto. –

– I miei complimenti allora, spero che un giorno potrò raccontarlo a qualcuno… –

– Cosa vorresti raccontare? – aggiunse Molly.

– Di Benn Blaze, di come l’ho conosciuto prima del suo debutto! –

Quelle parole lo colpirono. Sorrise, ringraziò e finse di non rimuginare su quello che sentì dirsi. Ma quelle parole…Rimasero impresse per tutto il tragitto che lo portò alla palestra. Quel pensiero di essere sul punto di un grande cambio della sua vita, forse ad altri avrebbe portato una carica in più, un altro motivo per dare il massimo di sé. Benn però si portò un peso sullo stomaco. Non sapeva perché, ma quel macigno era lì. Si sentiva oppresso dalle aspettative, dal pensiero di dover rispettare l’idea che le persone avevano di lui. In passato avrebbe optato per altri modi per liberarsi da quel peso, in passato avrebbe forse bevuto qualche boccale in più, fatto un tiro di sigaretta. Ma quei giorni erano alle sue spalle, sin da quando mise la testa a posto. Sin da quando le suole dei suoi stivali entrarono a contatto con il quadrato. Il cerchio quadrato. Il campo di battaglia dei lottatori professionisti. Quello che poteva osservare in quello stesso istante davanti a sé. Era arrivato in anticipo agli allenamenti e quindi poteva ammirarlo da solo. La sua più grande passione, l’amore che l’aveva cambiato. Quel quadrato gli parlava, gli diceva cosa avrebbe dovuto fare per essere l’uomo che lui ha sempre desiderato essere. Non ciò che gli altri avrebbero voluto imporgli. “Un giorno potrò raccontare di come ho conosciuto Benn Blaze”. Era ancora lì quella frase che da un lato all’altro della mente continuava a riecheggiare, sovrapponendosi fino a fargli fischiare le orecchie. Aveva bisogno di distrarsi e di non dargli importanza, cominciò il riscaldamento. Servì a ben poco, perché mentre il corpo faceva il suo compito, la mente continuava ad infettarsi di quelle parole. Parole che a qualcun altro sembrerebbero innocenti, gentili, ma per uno come Benn erano un colpo assestato, ben più potente di un calcio, un gancio destro, una gomitata. Era come gettare sale sulla ferita. E allora smise di riscaldarsi, sorseggiò dell’acqua e si avvicinò alla sua musa ispiratrice. Cominciò ad accarezzarle i bordi, lasciando andare le dita tra la superficie e il velo che nasconde la parte inferiore del ring. Girò attorno per un paio di volte e poi ci rotolò dentro, sedendosi al centro. Chiuse gli occhi, cominciò a sentire delle voci in lontananza, come se un pubblico d’un tratto lo circondasse. Sentiva l’adrenalina scorrergli nelle vene e, allo stesso tempo, si sentì più leggero. Come se quel demone l’avesse abbandonato. Per ora. Anche se ad occhi chiusi avvertì le luci della palestra accendersi, quando li riaprì ne era quasi accecato. Si girò verso l’interruttore.

– Prima o poi la smetterai di allenarti senza di me? –

– Mi conosci troppo bene… – aggiunse, mentre si rimetteva in piedi – devo pur cominciare ad imparare qualcosa senza che tu lo sappia. –

– Tutta questa competizione e non hai ancora debuttato, chissà quanto ci metterai prima di montarti la testa. Forse al primo autografo? –

– Ci sono andato vicino stasera… –

– Non dire cazzate! –

– Davvero. Un tipo da Molly era così fiero di me, senza nemmeno avermi visto combattere una sola volta. – lo disse quasi disgustato mentre Conor si avvicinava al bordo del ring.

– Potresti odiarlo anche di meno, sai? –

– E’ facile per te… –

Entrò nel ring e lo guardò negli occhi, non con uno sguardo qualsiasi. Benn lo conosceva. Era lo sguardo. Presagio di un discorso serio, di quelli che avrebbe voluto evitare. Tra tutti, soprattutto con Conor.

– Benn…Ti rendi conto di che futuro hai scelto, no? –

Annuì.

– E ti rendi conto che questa vita ti metterà ogni giorno davanti ad una nuova minaccia? Che sia qui dentro, che sia fuori per strada, oppure in un locale. La tua vita potrebbe cambiare. Perché questo è il destino di un lottatore, accettare le opinioni dei sostenitori. –

– Lo so…Lo so bene. Ma non posso farne a meno…Certe volte sento troppa pressione, come se qualcuno mi schiacciasse sotto la suola. –

– Tu sei un prodigio, Benn. Ci conosciamo da anni, sai quanto io sia convinto delle mie parole. Hai talento, dedizione…Ma spesso non bastano. Perché se lascerai ogni giorno che una frase, una smorfia, un gesto insignificante possa abbatterti, farti entrare in crisi, lasciarti un segno indelebile…Questo mondo non fa per te. Devi iniziare a guardarlo con i miei occhi, con gli occhi di tutti gli altri. Devi smetterla di pensare che ogni sguardo sia di giudizio e cominciare a percepirli come faccio io, fregandotene –

Fece un profondo respiro e poi si tirò su. Conor entrò nel quadrato e con una rincorsa tra un lato all’altro delle tre corde cominciò il riscaldamento. 

– Se non credi in te stesso… – sussurrò Benn, mentre si spostava all’angolo.

– Nessuno potrà farlo per te. – concluse Conor, richiamandolo all’allenamento.

Passarono un paio d’ore intense, entrambi erano pronti a fare il loro debutto davanti ad una grande folla. I loro stili di combattimento erano assai diversi, quasi agli opposti. Benn si era mostrato sin dal primo giorno di allenamento un enfant prodige della tecnica, lo stile più antico del wrestling professionistico. Consiste nel grappling, termine utilizzato per riferirsi al combattimento corpo a corpo, dall’inglese significa letteralmente ‘afferrare’, le sottomissioni, delle mosse atte a far arrendere l’avversario, le cosiddette power moves (mosse di potenza) che consistono nell’afferrare l’avversario e lanciarlo sul quadrato, e infine il mat-wrestling, con l’utilizzo di background di varie arti marziali in cui lo scontro si focalizza primariamente a terra sul tappeto del ring. Di tutt’altra idea è lo stile di Conor (o come si fa chiamare negli spettacoli, Konnor). Si chiama high-flying (alta quota) ed è uno stile di combattimento che consiste nell’uso di manovre aeree, sfruttando le tre corde o il paletto dell’angolo. Benn dal primo giorno che lo incontrò sapeva che quello sarebbe stato lo stile di Conor, perché non poteva essere altrimenti. Era il riflesso del suo carattere temerario, sempre pronto a prendersi dei rischi, talvolta non calcolati. Mischiati assieme, i due stili sono la rappresentazione del wrestling moderno: grande attenzione alle origini ma col desiderio di assistere ad uno spettacolo che lasci a bocca aperta. Sono figli del loro tempo, in tutto e per tutto.

Quando l’allenamento finì, restarono seduti sul tappeto del ring.

– E quindi… – Conor sospirò tra un sorso e l’altro – alla fine hai scelto la tua mossa finale? –

Benn ci pensò un attimo. Non era una domanda semplice. Per mossa finale si intende la manovra migliore nell’arsenale di un lottatore, quella allenata giorno e notte in modo tale da renderla micidiale. Finale, per l’appunto.

– Per la tua non ho dubbi – aggiunse Benn, quasi per distrarlo. Conor annuì e lanciò lo sguardo verso l’angolo alle spalle dell’amico.

– Il salto della luna! – urlò Conor, accompagnando le parole con un ipotetico boato del pubblico. Benn ridacchiò.

– O come un uomo sano di mente direbbe…Moonsault. – Già, una delle manovre aeree più note nella lotta professionistica. Con l’avversario rimasto inerme al tappeto, l’esecutore raggiunge la cima dell’angolo, lanciandosi di spalle ed eseguendo una rotazione, atterrando sull’avversario con la pancia. Una manovra per nulla scontata, altamente pericolosa perché chi è in grado di ammaestrarla riuscirebbe a colpire con precisione il punto dell’avversario che ha subito maggiori danni. Benn ne era consapevole, aveva visto Conor eseguirla puntando alle gambe e al capo, oltre che alla pancia. Ma tornando alla domanda di Conor, Benn continuò a cincischiare.

– Credo che la mia… – ci pensò ancora per un po’.

– Se vuoi ti dico io quale usare! – aggiunse Conor spazientito, perché l’aveva visto anche lui allenarsi. E sapeva qual era la manovra più letale dell’amico, perché l’aveva subita fin troppe volte per dimenticare quel dolore.

– Non ne sono sicuro – Benn anticipò i suoi pensieri.

– Deve essere la Sharpshooter! –

Così è chiamata un’altra celebre mossa, ma stavolta di sottomissione.

In questo caso l’avversario in posizione supina viene afferrato per le gambe. L’esecutore inserisce la sua gamba tra quelle del rivale e le avvolge, girando l’avversario in posizione prona e sedendosi sulla sua schiena. In questo modo l’esecutore applica pressione alla parte bassa della schiena attraverso la presa alle gambe. L’esecuzione prevede, come suggerisce il termine tiratore scelto, una grande attenzione ai dettagli nonché una precisione fuori dalla norma.
Conor non capì mai per quale motivo Benn fosse così restio ad adottare quella mossa. Per lui ci vollero anni prima di far suo il salto della luna, mentre dal primo giorno Benn conservava nella manica un asso che a stento sfruttava durante gli allenamenti. Non fece mai troppe domande. Non abbastanza.

– Hai ragione, se è la mia miglior mossa allora devo usarla – si convinse Benn, mettendo da parte i suoi pensieri e adottando un pensiero pragmatico, di chi è pronto a giocarsi tutto per il debutto. Quella sera si salutarono così.

Nei giorni successivi gli allenamenti andarono avanti. La routine era più o meno la stessa. La fase di cardio, esercizi in palestra e poi il passaggio nel ring. Erano così abituati ad affrontarsi che ormai si conoscevano come le loro tasche, a tal punto che Benn cominciò ad essere insoddisfatto dei progressi, se così sentiva di poterli chiamare.

– Che hai oggi? – Conor lo notò.

– Non è abbastanza. – rispose stizzito mentre rimuoveva il nastro dalle mani a coprirgli le nocche. – Hai mai pensato che non sia abbastanza allenarsi contro uno col tuo stile? –

– Se hai scoperto il tuo avversario solo stamattina non puoi fartene una colpa! – sentenziò Conor, col suo solito essere diretto.

– Ma avrei potuto prevederlo. –

Sta tutto lì. Avrebbe potuto prevederlo. Per un ragazzo di vent’anni avere una tale preparazione annessa alla maturità di riconoscere ogni singolo punto debole, per quel mondo in cui si stava addentrando, è un dono enorme. Essere sempre consapevoli dei propri limiti è necessario per migliorarsi incontro dopo incontro, un dato che un altro avrebbe acquisito con l’esperienza. Ma Benn era già esperto. Conor rimase un attimo in silenzio, come poche altre volte fu colpito dalla lucidità dell’amico.

– Puoi rimediare… – sussurrò – cosa sai di Desmond? – così si chiamava il suo avversario. E il problema fu che quello era il punto d’arrivo sulle informazioni in merito. Venuto al corrente, anche Conor si chiuse in un silenzio preoccupato. Questo forse era il lato più complesso da gestire per un incontro di debutto, essere del tutto impreparati sull’avversario. Benn fece un profondo respiro e si mise in piedi, come se per stavolta non avesse alcuna intenzione di restarsene lì a pensare troppo.

– Prepariamoci sull’ultimo stile di base – e tese la mano a Conor, come per aiutarlo a rialzarsi – così sarò pronto ad affrontare un lottatore agile, tecnico e…Potente –

Continuarono ad allenarsi più del dovuto, così tanto che le strade erano deserte una volta abbandonata la palestra. Di per sé quello non era nemmeno chissà che quartiere. Con i pochi risparmi che avevano, comprarono un ring e lo piazzarono nella vecchia concessionaria del padre di Conor. Una zona di poco periferica a Dublino che non si presentava per nulla come il vicinato dei tempi in cui il padre mise in piedi l’attività, costringendolo di fatto a spostarsi nel cuore della capitale irlandese. L’orario imponeva anche a Benn di incamminarsi piuttosto che tornare in bus. Stanco per gli allenamenti intensi se la prese con calma, sarebbe arrivato a casa in un orario decente che gli avrebbe permesso una buona dormita prima del turno mattutino.

Tuttavia il tragitto non fu privo di sorprese. Camminando per la solita strada con scarsa illuminazione, poteva vedere squarci di una figura femminile nel lato opposto del marciapiede camminare con, alle spalle, dei passi sincronizzati ai suoi. Per un istante volse lo sguardo in avanti disinteressandosene, ma durò poco. Si voltò ancora, notando sul volto della ragazza una certa preoccupazione. Benn ci pensò poco e attraversò, avvicinandosi sentì quelle due losche figure biascicare.

– Perché ti allontani, amore? –

– Vogliamo solo parlare, su… –

Parliamo di un ragazzo che s’allena ogni giorno, alto poco meno di un metro e novanta e con un fisico tonico, ben proporzionato alla sua altezza. Anche se in inferiorità, lo stato a dir poco alterato dei due disturbatori non costò a Benn alcun problema. Si pose tra loro e la ragazza. A fatica uscì qualche verso, con una spinta caddero uno sopra l’altro e con un certo disprezzo Benn li guardò dall’alto. I due si rialzarono, videro la figura davanti a loro e nonostante l’alcol furono abbastanza lucidi da indietreggiare e lasciar perdere. Quando ormai furono lontani, Benn si voltò verso la ragazza.

– Tutto bene? –

– Adesso…adesso sì, grazie –

– Non dovresti passare di qui a quest’ora, è pericoloso –

– E loro non dovrebbero bere…Direi che nessuno è perfetto –

– Vero…Piacere, Benn –

– Piacere, Alexandra… –

Seguì un secondo di silenzio.

– Vuoi che ti accompagni a casa? –

– Non preoccuparti, di solito prendo il taxi ed evito di passeggiare così tardi, ma ho dimenticato il portafogli a lavoro. –

Benn tirò fuori una manciata di euro e tese la mano verso Alexandra. Lei sorrise e scosse il capo.

– Insisto, per favore. Sarei più sereno. –

Ci vollero altri due ‘per favore’ prima che Alexandra si decidesse a prenderli. Lo ringraziò e prese il telefono per chiamare un taxi. In quel momento lo sguardo di Benn si posò sullo schermo che, quando si sbloccò, mostrò un’immagine che riconobbe subito.

– Grazie ancora – gli sorrise.

– Figurati…Posso farti una domanda? –

– Certo –

– Ci andrai? – e indicò il telefono, dove la ragazza stava leggendo dell’evento in cui Benn avrebbe eseguito il suo debutto. Alexandra tornò sulla schermata principale e chiamo un taxi, sorridendo verso il suo interlocutore.

– Non dirmi che sei uno dei lottatori… –

Benn rise di gusto e cominciò ad incamminarsi, senza voltarsi una seconda volta verso la ragazza.

– Vieni a scoprirlo sabato –

Si avviò verso casa.

Fu un tragitto piuttosto lungo, silenzioso. Era stranamente sereno per i suoi standard, visto e considerato che la data del suo debutto era a dir poco imminente. Forse prese consapevolezza del suo potenziale o forse era solo soddisfatto. Ci ripensò mentre rientrò nel suo monolocale, a un quarto d’ora a piedi dal Molly Malone’s. Poggiò la testa sul cuscino e comincio a pensare che per quanto potesse temere il fallimento, l’idea di entrare in quel quadrato consapevole di aver fatto ogni passo verso di esso proprio come era suo desiderio, suo e di nessun altro, era la priorità che gli portava un sorriso in volto. E’ un bene dubitare di sé stessi dopotutto, è un bene temere di fallire, ma non è un bene darsi già per sconfitti. Perché quello non è l’atteggiamento di una persona prudente, e se una persona è prudente è anche lungimirante. Chi crede di aver già perso invece è un codardo, uno di quelli che preferirebbe non vivere. Uno di quelli che preferirebbe nascondersi nel passato perché porta certezza, temendo il futuro perché è un punto interrogativo.

No…Benn non aveva alcuna intenzione di nascondersi. Tra tutti i posti, poi, soprattutto nel suo passato.

Era pronto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Simone Trombetta
Sono Simone Trombetta, ho 26 anni e attualmente sto concludendo il percorso di laurea magistrale in Scienze Storiche e Orientalistiche presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, mentre ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Culture Comparate presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. La scrittura è una passione che mi porto dietro da più di una decade oramai, ogni cosa mi ispiri finisce per diventare una storia che metto su carta.
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