Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

L’esistenza del tempo e dello spazio

L'esistenza del tempo e dello spazio
2%
197 copie
all´obiettivo
4
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Settembre 2024

Il suo era Amore. Ma mai più avrebbe pensato che quell’Amore infinito sarebbe potuto divenire Male eterno.
Dalle gelide foreste di BlackPerry Town intanto, emerge un corpo. Un mistero intricato e dai contorni spiazzanti che porterà gli abitanti del paese a mettere a nudo i propri segreti più intimi e profondi. Ma il tempo stringe e questa volta anche lo spazio non sembra da meno. Spetterà allo sceriffo Holly e al suo nuovo vice risolvere l’oscuro caso, in una corsa irrefrenabile contro il tempo, che potrebbe portarci verso il terrificante scenario della fine del mondo e della civiltà umana così come la conosciamo.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo innanzitutto raccontare una storia che facesse paura. Ma non doveva per forza ricorrere all’elemento soprannaturale. Ci sono cose nel mondo di oggi che fanno molta più paura dell’apparizione di uno spirito. La scienza continua a porsi domande e a cercare risposte. Ecco, credo che molte di queste risposte potrebbero davvero fare paura, e il libro, in un certo senso, si pone le relative domande.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

L'ESISTENZA DEL TEMPO E DELLO SPAZIO

Amore infinito. Male eterno.

Erano giornate fredde. Gelide.

Rigidi refoli di vento spiravano da un cielo plumbeo e rigonfio di neve. L'aria rarefatta e tagliente come il ghiaccio si dipanava tra le vie di BlackPerry Town e si impadroniva di strade e mura come fosse l'assalto di un impavido esercito di invasori senza remore. Le folate glaciali attecchivano sui muri delle abitazioni, aggrappandosi con la stessa ferocia ed avidità con cui gli artigli lucenti ed affilati delle fiere si agganciano alle carni delle loro prede impazzite. Le strade erano lastricate da coltri spesse di ghiaccio. I larici si erano cristallizzati con ancora le loro gemme disposte intorno ai rami con andamento spiralato che avrebbe dovuto consentire alla chioma di innalzarsi con crescita apicale. Tutto il paesaggio sembrava una gigantesca fotografia bloccata in un'enorme boccia di vetro: istantanea di un mondo esanime, lugubre e soffocato in una potente morsa di ghiaccio.

Il sole non splendeva mai nel cielo. Il freddo e l'oscurità erano i padroni dei giorni.

Continua a leggere

Continua a leggere

Una fitta foresta di sempreverdi circondava BlackPerry Town come un'enorme corona di abeti innevati. Scendendo giù per la collina si incontrava il fiume Rush, che oltrepassava il primo dei quattro enormi piloni di cemento che puntellavano il paese da un punto cardinale all'altro, fino ad attraversare tutta la valle ed oltre, in direzione di Taylor Town, il primo paese più vicino.

“Quattro”, puntualizzò la vecchia Jessy scostando la tenda della finestra in cucina.

“Per quattro generazioni la mia famiglia ha vissuto qui, ma diavolo se qualcuno ha mai saputo spiegare a cosa accidenti servono quei cosi di cemento!”

“Beh, se non altro rendono il paese unico e lo caratterizzano. Ci sono persino sulle cartoline!”

“Come se la gente venisse qui in villeggiatura!” sbottò la vecchia Jessy. “Neanche il demonio in persona verrebbe a vivere in questo posto!”

Nonostante le caldaie accese, il gelo riusciva a filtrare con facilità attraverso le mura di pietra delle abitazioni. Nessuno usciva di casa con quelle gelate. Nessuno, tranne Benjamin Sword e sua figlia Vera.

Scena: 4 Gennaio 1986, statale A144. Periferia di BlackPerry Town.

Ore 4:47 p.m.

L'automobile sfrecciò sull'asfalto nero di pioggia. Al suo passaggio l'acqua delle pozzanghere si nebulizzava sotto la pressione delle ruote e presto si dissolveva confondendosi con la nebbia circostante.

“Non ci credo che lo stiamo facendo anche quest'anno!”, esultò Vera battendo un pugno sul cruscotto.

“Avevi dei dubbi?”, sorrise Ben mantenendo l'attenzione sulla strada. “Non abbiamo mai saltato un appuntamento da quando…”

“Da quando è mancata la mamma”, completò lei sistemandosi meglio sul sedile.

Ben scosse la testa e sospirò: “Andiamo, devi per forza ricordarlo ogni volta?”

“Cosa c'è di male? Ti fa orrore ricordarla?”

Ben stette per un attimo in silenzio. Il rumore dei tergicristalli si alternava allo scroscio continuo della pioggia sul parabrezza come se stesse tenendo il ritmo dei suoi pensieri più profondi.

“Anche a me manca tanto la mamma, ma ogni volta il suo ricordo si fa sempre più doloroso. Vorrei solo che questi momenti che ci ritagliamo insieme non fossero inquinati da ricordi tristi e oramai lontani”.

Vera elargì un lungo momento di silenzio, poi si voltò verso il finestrino ed osservò la strada che scorreva veloce davanti ai suoi occhi: “Sei te che trasformi quei ricordi in dolore. I miei ricordi della mamma sono felici e senza rimpianti”.

Ben accennò un sorriso: “Sei una ragazza in gamba. La mamma ti voleva tanto bene”.

“Sì, lo so”, sorrise Vera. “E anche se lei non c'è più, io sono serena perché accanto a me c'è il padre migliore del mondo…”

Quelle parole erano la cosa più bella che Ben potesse aspettarsi. Aveva un ciondolo nella tasca interna del cappotto. Era piccolo, elegante. Una minuscola conchiglia a spirale in oro bianco ornata da minuziose rifiniture fatte a mano. Apparteneva a sua moglie Marta. Glielo aveva regalato la notte in cui nacque Vera. La nascita di Vera lo aveva emozionato così tanto che si scordò il discorso che aveva scritto per l'apertura del pacchetto. Ricordava ancora di come gli tremavano le mani mentre allacciava la conchiglia dietro il collo di Marta: “Dannazione, non riesco a chiudere il gancio…”, ammise sorridendo con la vista offuscata da un velo di lacrima. Marta si accorse del suo tremore alle mani e sorrise altrettanto. Chiusero il gancetto insieme, mani nelle mani, mente nella mente.

Oggi quel ciondolo doveva andare a Vera.

“Credi che la veduta sia bella lo stesso?”, domandò lei preoccupata fissando la pioggia dal finestrino.

Ben se ne stava ancora con lo sguardo fisso oltre il parabrezza, con la mente immersa nei ricordi. Rispose alla seconda chiamata: “Scusa, tesoro: mi ero incantato!”

“Guidando?”

“E' stato solo per un momento. La vedo benissimo la strada!”

“Come quell'anno con la neve?”

“Una volpe bianca aveva attraversato la strada”, si voltò lui puntandole il dito addosso. “Avresti preferito che la prendessi sotto?”

“Ci siamo quasi ammazzati!”, rise Vera.

“Sì, ma non è successo! Ti ricordi però che meraviglia di panorama con la neve?”

“Accidenti se lo ricordo! Quella volta fu la più bella di tutte!”

L'automobile svoltò a destra lungo una strada secondaria. Percorse ancora alcune miglia sullo sterrato ed infine si fermò al centro di una piazzola che si aprì dopo l'ultimo arco di alberi sempreverdi.

“Ci siamo!”

Ben spense la Plymouth e fece un respiro profondo: “Visto? Non piove già più!”

Vera si affrettò a recuperare la sua giacca cerata viola e scese di corsa dall'auto.

“Aspetta!”, rise Ben aggiustandosi il cappello e scendendo pure lui.

“Dai, andiamo!”, lo esortò lei. “Sei vecchio!”

“Io vecchio? Ora ti faccio vedere!”, prese coraggio cominciando a correre più veloce.

In realtà non poteva farcela. Al terzo tornante fece un fischio e si accasciò contro il tronco di una vecchia quercia: “Prendo un po' di fiato, d'accordo?”

Vera scosse la testa ridendo e fece qualche passo indietro: “Gli anni passano, eh?”

“Dannazione se passano!”, annuì Ben allacciandosi uno scarpone. Poi alzò lo sguardo verso di lei e ricambiò il sorriso: “Sei tale quale tua madre”. Era un ottimo momento per porgerle il ciondolo. Ma Vera era troppo euforica e non si sarebbe calmata finché non sarebbe arrivata su in cima.

“Lo so”, gli diede un bacio lei. “Dai, alzati che siamo praticamente arrivati!”

Ben bofonchiò qualcosa, poggiò le mani a terra, fece pressione sui palmi e si alzò in piedi stiracchiandosi la schiena.

“Devi fare ancora qualche altro versaccio?”, lo derise lei correndo via.

“Confermo: sei tale quale tua madre!”, precisò lui scandendo bene le parole.

Era il viaggio segreto di ogni anno. Portavano avanti questa usanza da sempre, anche quando Marta era ancora in vita. Scoprirono quel posto per caso durante una battuta di funghi. A Ben piaceva camminare per boschi e Vera non era certo da meno: fu così che scoprirono quel favoloso segreto che ogni volta li lasciava senza respiro.

“Mio Dio…”, sussurrò Vera fermando finalmente la corsa.

“Siamo arrivati, tesoro”, sorrise Ben prendendole la mano.

Vera e Ben se ne stavano in piedi sull'orlo di un precipizio altissimo; la parete tirava giù in picchiata in maniera così brusca che il passaggio dalla semplice sensazione di vertigine allo svenimento immediato era ridotto ai minimi termini. Da lassù, la foresta si apriva e lasciava spazio ad un'enorme radura oltre la quale non c'era più nulla: solo un balzo nel vuoto, oltre al quale si stagliava il panorama più bello e maestoso che la natura potesse offrire. Una corona di montagne, appena innevate lungo i pendii, circondava e racchiudeva una gola segreta, in genere verde di prati e abeti, tagliata nel mezzo da un minuscolo serpente azzurro che era il fiume Rush. Uno dei quattro famosi piloni di cemento si ergeva fiero all'orizzonte, ma non disturbava la visuale. Anzi, la rendeva in un certo senso più intensa e rassicurante: quella era BlackPerry Town! Casa.

Vera prese suo padre per una mano: “Siamo talmente in alto che vediamo la punta degli abeti”, sussurrò.

“Questo posto ha qualcosa di magico: sia col sole che con la pioggia. Ti ricordi il giorno in cui lo abbiamo scoperto?”

“Ogni singolo attimo: passeggiavamo molto più indietro, oltre il vecchio rudere abbandonato. Abbiamo cominciato a seguire il fiume che lo costeggia e tu cercavi di mettermi paura con la storia del diavolo del MidHorn, ma non ci riuscivi. Poi ad un tratto il fiume scomparve e ci mancò un pelo che lo seguimmo pure noi a capofitto giù per la cascata”. Fece una pausa: il sorriso era radioso e al tempo stesso nostalgico.

“Siamo partiti dalla cascata e abbiamo camminato nel bosco fino ad arrivare alla radura: e qui abbiamo scoperto questo spettacolo!”

“Ed eravamo pure senza macchina!”, aggiunse lui sorridendo.

Lei gli prese la mano continuando ad ammirare il panorama. Ben ricambiò con una carezza. Si era creato un piacevole silenzio, spezzato con delicatezza solo dal suono del vento e della pioggia che aveva cominciato a scrosciare intorno a loro. La pioggia era fine e tagliava il paesaggio in obliquo bucherellando la nebbia che saliva su dal dirupo.

I volti sbalorditi di Ben e Vera contemplavano in solenne silenzio quella meraviglia. Improvvisamente Ben strinse la mano di Vera con più forza: una porzione di terreno, marcio di acqua, si sgretolò sotto la punta del suo piede destro e perse l'equilibrio.

“Attento!”, urlò Vera strattonandolo di istinto verso di lei.

Frammenti di terra e pietra si staccarono dal ciglio del dirupo rotolando giù lungo il pendio verso il nulla. Ben si scostò appena in tempo: “Maledizione!”, imprecò una volta al sicuro.

Vera cominciò a ridere.

“Non c'è nulla di divertente!”

“Oh sì, invece! Avresti dovuto vedere la tua faccia!”

Ben si ricompose e si mise a debita distanza: “Non ho fatto nessuna faccia!”

“Avevi il panico disegnato in volto!”

“Non è affatto vero: tu non mi hai mai visto con la faccia nel panico! E se fossi volato giù? Chi andava nel panico allora?”

Vera continuò a sorridere, ma in realtà stava magistralmente esorcizzando lo spavento che un attimo prima le fece saltare il cuore in gola.

“Vieni”, gli riprese la mano avvicinandosi di nuovo all'orlo del precipizio. Si aggiustò la folta chioma bionda che il vento stropicciava di continuo e guardò suo padre dritto negli occhi: “Mi hai sempre insegnato che gli Sword sono una famiglia coraggiosa e di buon cuore. Ora voglio che prendi quel coraggio che ci contraddistingue e che rimani qui, accanto a me, ad ammirare il nostro posto segreto”.

Ben annuì in silenzio. Le strinse la mano e la fissò negli occhi. Con l'altra mano le spostò una ciocca di capelli fradicia di acqua che le si era appiccicata sulla fronte e continuò a sorriderle con quanto più amore potesse esprimere. Vera ricambiò il sorriso ed insieme si avvicinarono all'orlo del dirupo. La pioggia si acquietò.

“Hai mai portato la mamma fin quassù?”

Ben tardò a replicare. Ma la risposta era quasi per certo un no.

“Tua madre non veniva mai per boschi”, biascicò mantenendo lo sguardo fisso sul panorama. “Lei stava ben alla larga dalla foresta. Diceva che tra queste montagne ci sono presenze oscure e che i boschi non dovevano essere disturbati”.

Vera si voltò verso suo padre e lo fissò: “Il diavolo del MidHorn?”

“Sai com'è…”, alzò le spalle lui. “La mamma era un'assidua sostenitrice di quella storia. Io al contrario ne sono senza dubbio affascinato, ma non al punto di crederci sul serio”.

“Di certo almeno fino al punto di non avermela mai raccontata per bene”.

“Beh, è molto breve: si narra che arrivò qui via mare. Il Capitano di un valoroso vascello recuperò dalle acque dei mari del Nord il corpo di un vecchio uomo che stava andando alla deriva. Secondo i suoi calcoli, il corpo arrivava dalla remota regione di MidHorn. Ma il vecchio in realtà era una creatura subdola ed assetata di sangue che non appena si riprese, si mostrò al Capitano per la vera forma che aveva: un'insaziabile divoratrice di anime. Il Capitano, accecato dall'orrore e dalla paura, scese a patti con la creatura per avere salva la vita: lasciò che essa si cibasse della sua ciurma. Il Comandante scappò via per mare con l'unica scialuppa di salvataggio. Quando la ciurma si accorse che il Capitano li aveva destinati a morte certa tra le fauci di quell'essere orribile, sul vascello crebbe il panico: <> Ma oramai era troppo tardi: la creatura aveva cibo a sufficienza per sopravvivere e un vascello per raggiungere qualunque destinazione volesse. E l'unica destinazione che esisteva nei suoi progetti era la nostra BlackPerry Town. Fine della storia”.

“E perché proprio questo paese?”, domandò Vera scuotendo la testa.

“Chissà, forse gli stavamo simpatici. E' solo una stupida leggenda”.

“La vecchia Jessy dice però di averlo visto più volte nel giardino di casa sua e che un bel giorno ha trovato il cane completamente sbudellato, come se fosse stato ripiegato dall'interno verso l'esterno. Uno spettacolo orribile, ti ricordi?”

“Jessy è solo una povera visionaria. Una volta disse anche di avere visto un fantasma. Per quel che mi riguarda, il suo cane è stato squartato da un lupo sceso in paese per caso”.

“Allora la creatura è un animale?”

“Che importanza ha?”

“Io sono curiosa: nessuno mi ha mai detto come è fatta. So solo che quando esce dalla foresta e arriva nelle strade del paese, le luci comunali si spengono al suo passaggio e le macchine impazziscono”.

“Fanno un baccano infernale. E se hai la radio accesa, le stazioni cominciano a saltare in maniera sconclusionata. Giusto?”, aggiunse Ben.

“Sì, è proprio così!”, si esaltò Vera.

Ben scoppiò a ridere e la abbracciò forte: “Amore mio!”

Poi rimasero abbracciati così e la loro attenzione tornò sullo splendore di quel vasto panorama: “Sembra una cartolina…”, bisbigliò lei.

“Sì…”, annuì Ben rimanendo incantato da tale visione.

Una lacrima solcò il viso di Vera. Ben se ne accorse, ma non disse nulla. Si limitò ad asciugarla con delicatezza con il dorso della mano.

“Mio Dio: quassù è troppo bello…”, spiegò lei scuotendo la testa. Si passò una mano sotto il naso e si voltò verso suo padre: “Anche te stai piangendo!”, continuò ridendo e lacrimando allo stesso tempo.

Ben alzò le spalle: “Sì, cioè no…”, rimase senza parole. Si avvicinò a Vera. La abbracciò ancora e rimasero fermi sull'orlo del precipizio ad ammirare il paesaggio. Vera appoggiò la testa sul petto di Ben e sentì il cuore tamburellargli così forte che sembrava dovesse uscirgli dal torace da un momento all'altro. Vedere il papà emozionarsi per una cosa così bella al punto di piangere, le faceva venire ancor più voglia di scoppiare in lacrime. “Nemmeno te resisti alla bellezza di questo posto, vero?”

Ben stette per un attimo in silenzio, poi si asciugò le lacrime e fece un respiro profondo: “No, non è quello…”, rispose sussurrando.

“Cosa succede allora?”, domandò Vera voltandosi e guardandolo dritto negli occhi.

Lui si asciugò un'ultima volta il viso e le poggiò le mani sulle spalle. La spostò con delicatezza davanti a sé e la fissò scuotendo la testa: “A volte ci sono delle cose nella vita di un uomo che devono essere fatte, anche se sai per certo che ti spezzeranno il cuore da morire”.

“Ma di cosa stai parlando?”

Il volto di Ben si fece più cupo: “Questo momento, questo piccolo istante, è solo l'innesco di un ciclo di altri eventi molto più grossi e complicati: tutto comincia da qui”.

Vera scosse la testa e gli accarezzò il volto: “Non capisco di cosa stai parlando…”

“Vedi, piccola mia, non sto piangendo per la bellezza di questo posto. Piango perché mi si spezza il cuore a dovere pensare ad una vita senza di te”.

Vera piegò il capo da una parte e gli sorrise: “Perché dici questo? Io sarò sempre qui con te”.

Ben stette per un attimo in silenzio. La fissò per un' ultima volta negli occhi ed infine si fece forza: “Purtroppo non è come dici!”

Poi fece un respiro profondo, socchiuse le palpebre e spinse più forte che poteva contro le spalle di Vera. Fu un movimento rapido come un battito di ciglia ed oscuro come la notte più buia dell'inverno. Vera spalancò gli occhi: la sorpresa, lo shock, il cercare di capire cosa stesse succedendo! Cercò di aggrapparsi al padre nel disperato tentativo di potersi ancora salvare, ma lui, scialbo ed inespressivo, fece un dannato passo indietro e Vera mancò l'obiettivo. I loro sguardi si incrociarono per un ultimo eterno istante: l'ultimo fermo immagine prima della fine. “Papà…”

Poi l'istante riprese velocità. Tutta la vita le passò davanti agli occhi in quella folle caduta libera verso la morte. “Il Capitano ci ha traditi! Il Capitano ci ha traditi!”

Il terreno si sbriciolò sotto i piedi di Vera, finché non ne rimase più nemmeno un granello. Quello fu il momento esatto in cui realizzò che era la fine.

Urlò mentre precipitava nel vuoto, inseguita da pietre, ciottoli e terriccio. Mentre l'aria le sibilava nelle orecchie e la pioggia le ghiacciava il volto deformato dalle urla. Mentre il vuoto le circondava il corpo. Mentre suo padre la guardava da lassù divenendo un puntino sempre più lontano. Ancora pochi secondi, poi l'urlo di Vera scomparve, inghiottito dall'abisso, per sempre.

Ben rimase immobile, sull'orlo del precipizio, con lo sguardo fisso verso il basso, e con la collana a forma di conchiglia che gli ciondolava ancora tra le mani.

C'era silenzio adesso. Il vento gli stropicciò i capelli e lo pioggia scrosciava intorno a lui. Si chiuse meglio nel cappotto e si incamminò verso l'automobile. Prese le chiavi della Plymouth dalla tasca dei pantaloni e si voltò un'ultima volta verso il precipizio. Le lanciò via. Una folata di vento ghiacciato gli sferzò il volto e si dipanò attraverso tutta la piazzola come un fiume in piena in uscita dagli argini.

Guardò l'ora.

Era tardi.

Era maledettamente tardi in quel pomeriggio di inverno in cui uccise sua figlia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “L’esistenza del tempo e dello spazio”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Alessandro Lombardo
Alessandro Lombardo è nato a Torino e vive a Pino Torinese dove continua a coltivale la sua inclinazione alla scrittura, fortemente influenzata dalla cultura dei Paesi del Nord Europa come Norvegia, Irlanda e Scozia, dove ha vissuto per un certo periodo.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors