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L'ho scritto sui vetri col mio respiro

L'ho scritto sui vetri col mio respiro
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Consegna prevista Gennaio 2023
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Ognuno di questi racconti è un tentativo della scrittrice di superare la finzione con metafore di vita vissuta, svincolandosi dai limiti semantici delle parole per scavare dentro la propria interiorità e fare affiorare le emozioni più intime da salvare lungo il percorso dell’esistenza. Il dolore e la rinascita si intrecciano come due percorsi che insieme, inestricabilmente, conducono nella stessa direzione della pace interiore e con la vita stessa. I racconti mettono a fuoco il particolare, il dettaglio che fa la differenza e che riportano alla memoria imboccando sentieri percorsi per dare un senso al presente. Restano le emozioni vissute del profumo di pane cotto nel forno a legna, del motto di sfida al destino di suo padre diventato per lei la colonna sonora della sua vita. Emergono come tra le maglie di un setaccio dettagli e particolari che necessitano di raccontarsi per sottrarsi al tempo, e mettersi a fuoco fino a sfiorare l’anima.

Perché ho scritto questo libro?

Urgeva in me raccontarmi la ricerca in itinere di una consapevolezza profonda che mi rivelasse ciò che necessito salvare nei miei giorni dal tempo che vivo e che non posso ripetere di vivere. Inaspettatamente, ho scoperto che nel fragile respiro di un attimo è contenuto il valore di tutta una vita, e che ogni istante va celebrato sentendomi onorata e grata. Era necessario raccontare ai miei figli che la vita è una favola in cui dobbiamo credere, o una realtà che merita di essere raccontata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lottare contro ogni forma di

violenza nei confronti delle donne

                    è un obbligo dell’umanità.

(Kofi Annan)

A PALINURO

A Palinuro c’è un confine. Soltanto noi donne lo sappiamo. Qualcuna ci arriva, altre si limitano a pensarlo, perfino a sognarlo. Ma chi lo teme è perché Palinuro non si sa mai, per certo, cosa possa riservare.

Conosco donne che mi dicono che a Palinuro proprio no, non ci andrebbero mai. Altre le hanno condotte i loro uomini (la maggior parte, comunemente si crede…). Altre ancora, ci vanno tutte le estati, ritualmente, e perfino dentro le sue grotte, dove il blu del cielo s’è imprigionato in una caverna meravigliosa, stupefacente. Ma se chiudi gli occhi, dicono, sotto la parete rocciosa sovrastante puoi immaginarti in una prigione blu. Ma, come, dico io? In una prigione? Ma allora io, a Palinuro, non ci voglio andare! Sarà che quando immagino, spesso sogno e, quando giro l’immaginario, vorrei trovarci la realtà che sognavo.
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Legittimamente. Niente a che fare coi chimeri, cioè quegli uomini che spogliano i sogni e li vestono di irraggiungibili e terrificanti chimere che del femminile hanno solo quel genere che è facile volgere al maschile, Quei chimeri da cui si scappa o ci si fa intrappolare.

Mi dispiace tanto per quelle che a Palinuro ci vanno a prescindere.

Ricordo che come ultima tappa del nostro viaggio tanto sognato avevi programmato proprio Palinuro, la scorsa estate. Ma mi volli fermare a Castellabate. Magica. Dopo la magica Polignano a Mare, la favolosa Ostuni, immortalata in un bellissimo quadro di foto digitale da Franco, un fotoreporter del National Geographic. Franco ci mostrò un mondo stupefacente, dal Kenya all’India e fino ai monaci del Tibet in preghiera… Tu eri sempre oltre. Mentre io mi scioglievo nei colori dei tramonti del mondo, tu eri già al tavolo di un ristorante. In ogni luogo avrei voluto lasciare l’impronta del mio cuore per semplice, dovuta riconoscenza.

Quelle bellezze di terra e di mare mi si donavano, gratuitamente, senza che nessun uomo dovesse pagarne il conto. Spero.

A me pareva che quei luoghi parlassero una lingua segreta. Perfino durante il volo dal nord est a Bari Polese, sentivo degli odori che dirigevano l’olfatto della mia anima verso un richiamo che non era altro che la proiezione del mio più grande sogno: vedere Ostuni. Non visitarla semplicemente, ma vederla con gli occhi dell’anima. L’avevo già incontrata, immaginata, ma mai vista.

Mi rimane il dubbio se in realtà non fosse quella Palinuro. Mi ero già spinta fin là? C’erano trecento chilometri e forse più, tra e al di là. Mi consolavo. Io no, fino a Palinuro no.

L’ultimo giorno, quello programmato per andarci, mi rifiutai e feci invece un bel bagno a S. Maria di Castellabate. Uno di quei bagni con un fondale trasparente a vista, come in Sardegna.

Ero felice di aver trovato quei raggi di sole che disegnavano i profili delle onde di sabbia nei fondali. Mi spinsi fino a sei, sette metri di profondità, dove ti incontrai, con l’inconfondibile maschera. Ma c’era una grande differenza tra noi due: tu calzavi due pinne enormi, io no, nuotavo senza pinne. È vero che m’è costata la sbucciata all’alluce destro, ma non ne ho fatto un dramma, anzi, quando vidi più tardi seccarsi il mio sangue sulla roccia al mio fianco, fui perfino felice di aver suggellato con esso quella giornata a Santa Maria di Castellabate.

Sarà che io ho sempre vissuto di associazioni, incroci, sincronismi probabili e poco probabili, di tante cose pensate e mai dette e di tante cose dette e mai pensate. Per le quali ho chiesto scusa infinite volte e infinite volte fatte sentire con un senso di colpa nel conto della vita, che puntualmente annotavi con l’inchiostro rosso. Rosso sangue. O viola livido, a seconda del riflesso di quella luce che debolmente si affievoliva.

Fui grata al mare per avermi lavato il sangue dall’alluce, dopo che la roccia al mio fianco me lo rivelò.

Osservavi il mio piede dalla tua roccia, quella che non si mosse, evidentemente. Infatti non ti muovesti.

Lo facesti anche quando mi lasciasti distesa nel sottoscala, priva di sensi. Non mi soccorresti, ricordi? Ricordo l’urlo disperato del condomino poliziotto che mi risvegliò. Una disperazione al maschile che poche volte ho colto nel genere non coniugato al femminile: “Cos’è successooo!”. Il contrasto, come il mio doloroso frantumo di coscienza prima del buio, tra quest’urlo e il tuo apparire con un “lascia stare, faccio da me”, fu così lacerante che mi addormentò per non so quanto, quel dilaniante male alla nuca.

Non era l’ematoma che mi dilaniava l’anima, e neppure il politrauma cranico diagnosticatomi al pronto soccorso. Per questo motivo cambiai idea e non volli andare a Palinuro.

Ritrovarmi nel sottoscala, ripensarmi divisa in milioni di pezzetti in un caotico puzzle, era l’ultima cosa che avrei voluto sulla faccia dell’intero universo.

Mi salvai giusto a Castellabate, nella pensione della Signora Bianca. Intelligente, Bianca, bruna e mediterranea. Bella e misteriosa, coi suoi colori del sud. Capelli neri, nerissimi. E due grandi occhi indimenticabili, con un’espressione incisa da una storia a me nota. Non ne parlammo mai, eppure ci eravamo capite.

Cara sorella Bianca, sorella donna e sorella madre. Spero che lui sia stato meno bestiale, e più uomo. Chissà, poi, se l’umano, in fondo, prevale sulla bestia, infine. A te, oggi, ovunque ti trovassi, chiedo: infine, t’ha vinto il bestiale o l’umano? Mi salvò il pomello tondo della ringhiera delle scale, o avrebbe potuto uccidermi? Se fossi morta, in quell’ottobre del 2008, ti saresti assolto con le bugie o ti avrebbero veramente condannato con la verità?

Non sapevo di essere già stata a Palinuro. Però, quel giorno, forse, avrei scoperto che in realtà bisognava viaggiare per arrivare a sapere che c’è il mare. Mi dicono uno splendido mare. Se ci fosse stata l’acqua, nel sottoscala, avrei potuto evitare il terribile impatto. Ma, forse, sarei morta annegata.

Il fatto è che è meraviglioso quanto terribile giungere a Palinuro. Dipende dai casi, dalle situazioni, dalle aspirazioni e spirito di sopportazione o di immolazione di noi donne.

Mi è difficile credere che nessun avvocato (specie avvocatessa) e nessun giudice (specie donna giudice) sia mai giunto a Palinuro. Mai, proprio mai che vi si siano trovati, manco per caso? Nelle aule del Tribunale della mia città del nord est, sembra che sia proprio così. Non ho mai conosciuto un altro ambiente in cui la categoria femminile sembra maschile, fino ad essere connotabile come maschilista. Ho conosciuto il maschilismo indifferentemente negli uomini e in certe donne, accumunati da una categoria senza il distinguo naturale di genere.

Noi, tante di noi, sappiamo quanto sia terribile riconoscere la stessa indifferenza maschile negli occhi di una donna. Lo stesso scetticismo, perfino le stesse domande. Ma lei, cosa vuole, cosa cerca di ottenere? Tanto suo marito se lo cuccherà per tutta la vita (parole di un commissario). E che vuole? Anch’io ero aggressivo in famiglia… (parole di un maresciallo di polizia, separato). Ma non poteva turarsi il naso e le orecchie, quando suo marito si comportava così? Parole di un avvocato.

Quell’avvocatessa della città vicina, poi, alla presidenza di associazioni impegnate contro il fenomeno della violenza sulle donne, a livello nazionale, fu il colmo. E glielo dissi, quando mi inviò un telegramma con parole intimidatorie. Avrei dovuto consegnare il mio bambino a suo padre dopo i fatti di violenza per i quali ci inviò tutti e tre in ospedale. Dopo che non si fece vivo per tre mesi, neppure per chiedermi cosa mi avesse procurato e se soffrissi. E i figli? Cos’era mai successo ai nostri figli?

L’avvocatessa smise di scrivermi, quando in tutta risposta a un telegramma le scrissi: “Ma lei, in quei convegni del 25 novembre, lo va a dire da che parte sta, in realtà?”.

Eri bella, Palinuro. Sei bella, lo so. Eri bella come quel viaggio di nozze che non ho mai fatto. Sognavo di andare a Vienna, in luna di miele. Anche allora, mi fermai al confine tra la Svizzera tedesca e l’Austria.

Però non vorrei associare Palinuro a Vienna. Anche se pure il Danubio è acqua. Acqua dolce e acqua salata. Salata sì, ma quel giorno, a Santa Maria, mi fermò il sangue e mi lavò la ferita.

M’impressionò un po’ quel sangue secco sulla roccia. Però non smisi di scrivere, con la speranza che quelle onde e la spuma sugli scogli tornassero indietro solo per approvvigionarsi della stessa musica del mare di Palinuro. É il retrogusto di un amore compiuto. É diverso dal dire “finito”. Noi donne che abbiamo amato tanto di un amore pulito e senza misura, non amiamo definire l’amore passato come “finito”, ma compiuto.

D’altra parte, ci sono i figli a testimoniarlo. Andate verso la bellezza della vita, figli miei, e cantate il dolce inno alla vita che vi aspetta sempre e comunque.

Respect… Respect… Respect. Ditevi e dite, specchiandovi il viso: rispetto e rispetto. Di qualunque aggettivo si tratti non esistono i due generi se non per convenzione di coniugazione. Voi siate al di sopra delle convenzioni, e sappiate celebrare il padre e la madre come la madre e il padre, in un unico genere umano. L’uomo e la donna come la donna e l’uomo, in un interscambio che non potrà mai chiamarsi equazione. Perché la matematica è quella logica che si ferma all’ingresso del cuore e torna al cervello più ricca.

Non posso raccontarvi come sia Palinuro, in definitiva. Se io mi sono fermata a Castellabate non significa che dobbiate temere di arrivarci. Infatti, sono certa che voi vedrete Vienna e che verrete a raccontarmi del Danubio blu.

Palinuro, forse, è un’isola che non c’è, per chi non osa. Forse è la gabbia, per chi ne ha consegnato le chiavi, o forse è quel viaggio di nozze sognato e fattosi vero. Magari la vacanza fra le vacanze, e una foto indimenticabile. Io vi auguro un Palinuro di bene senza fine.

Lo stile non è acqua, d’accordo. E mi piacque ricordartelo. Ma il mare ha uno stile tutto suo. Visto dalle mura di un castello, poi, è semplicemente magico.

Le donne hanno le ali. Pochi uomini lo sanno. E molte sono come le farfalle: per esse, non sono i chilometri che percorrono a fare la differenza, non la durata del viaggio, ma l’intensità dell’attimo dedicato ai fiori e ai colori.

A Ostuni, come a Polignano a mare e a Castellabate, devo essere stata farfalla. Ne sono felice, perché tu non dovevi più essere quella mano che guidava il mio aquilone. Gli orizzonti, dall’alto delle terrazze a vista sul mare o sugli scogli messi apposta per farsi giocare dalle onde, li disegnavo io. I tramonti si lasciavano ammaliare dal mio sguardo ammirato e immortalare infinite volte dal mio obiettivo, nel graduale calando del sole del sud. Pur non essendo tanto diverse le emozioni che quei tramonti suscitavano in me, quel poco di diverso era il tanto che le differenziava. Ciononostante, non esiste gerarchia tra il sole e la luna. E l’alba è la conciliazione tra il giorno e la notte, al pari del tramonto. Ma ci sono uomini che fermano l’alba, altri il tramonto, dei giorni delle loro donne. Non so se basti scappare per non farsi fare del male.

Ci sono mali che, come semi gettati al vento, ci fanno aprire la bocca in aria ed essi vi entrano dentro per necessità di fioritura di un male che, comunque, giurano ci debba colpire. A prescindere.

Ma ci sono donne che, dopo il pianto, lasciano che il male le percorra, perché non vi rimanga dentro per sempre. Imparano a soffrirne senza paura, non per sfidare il male, ma per avere cura di sé senza farsi del male da sé. Poi ne fanno dei fiori. Come con quel letame che cantava Fabrizio De André.

Ricordo quando lo dicevi a nostra figlia. Ma lei ha deciso che la luce del suo diamante non potevi essere tu. Anzi, perché tu non la spegnessi, ti tiene lontano. “Io non ho un padre”, ha detto, nell’aula di un tribunale. Come il mare, che ha nel creatore sia il padre che la madre, senza distinzioni di genere.

Ne avevi il diritto? No, dice il mare. E se tu stai fuori Palinuro, forse ci arriviamo tutte al mare e nessuna si ferma un giorno di più a Castellabate.

Quel sasso enorme messo proprio al centro del mio campo visivo, con quella sua sagoma appuntita al centro mi sembrò un’estensione del mio coccige dolente sul masso, pur levigato, su cui sedevo a scrivere. Mi fa ancora spesso male. Mi fratturasti il terzo metamero sacrale, con quella tua furiosa spinta con cui mi scaraventasti per terra, nel corridoio dello scantinato. Mi chiedo cosa provasti quando mi vedesti stesa sul pavimento, priva di sensi. Scappasti per paura o per vigliaccheria?

Fu il rimorso a riportarti indietro, o la paura di una condanna che parecchi anni dopo è comunque arrivata? Non ha più senso chiedertelo.

I figli sono grandi, ormai. Vanno lasciandomi a scrivere poesie: la mia cura dalle ferite per l’arditezza di aver desiderato di conoscere Palinuro, o che mi permette di visitarla, restituendomi i miei diritti inalienabili di libertà, dignità, felicità.

Cristo non si è fermato a Eboli, figurarsi a Palinuro! Non devo dimenticarlo…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Pina Michela Caria
Pina Michela Carìa nasce in Sardegna, nella costa centro occidentale, penisola del Sinis. Si definisce “creatura d’acqua”, ma si innamora delle montagne dolomitiche quando si trasferisce nel Veneto 25 anni fa.
Traduttrice, interprete, insegnante privata, madre, si definisce una perenne viandante in un percorso dove la meta è il viaggio.
Scrive da quando era bambina.
Rinasce da ogni forma di dolore grazie all’esplorazione del proprio sé attraverso il mezzo meno idoneo: la scrittura, dalla poesia alla prosa, e viceversa, con la modalità a lei più congeniale: sbucciando la parola per arrivare al senso più libero dal suo convenzionale significato. È questo il viaggio che lei definisce necessariamente a ritroso, verso la zona interiore più profonda del proprio universo emozionale.
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