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Lo Psicomante

Lo Psicomante
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Consegna prevista Settembre 2024

Quella degli Psicomanti è una stirpe spesso incompresa, eppure è proprio a un membro della famiglia Loran che la Congrega affida il compito di indagare sulle misteriose apparizioni che da settimane terrorizzano Monterno. Ma nemmeno chi è da sempre considerato il messaggero della morte rimarrà impassibile davanti al primo cadavere. Protetto da un clima di omertà e vergogna un antico mistero verrà lentamente a galla, ma ben pochi sembrano essere coloro che hanno abbastanza coraggio da scavare nel fango, perché una cosa è certa: a Monterno tutti nascondono dei segreti.
Chi è quell’Ombra che compare nella notte? Perché, d’un tratto, le ragazze di Monterno scompaiono? Sono queste le domande a cui Orion Loran deve trovare una risposta.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è cresciuto con me, da semplice racconto si è evoluto in storia, in esso ho provato a raccontare il meraviglioso e complicato intreccio delle emozioni umane. Tutto è nato dalla fervida fantasia di un’adolescente e ha acquisito maturità e spessore che solo il tempo e l’esperienza hanno potuto fornire. Come ogni favola che si rispetti anche la mia storia ha un suo obiettivo ed è quella di raccontare la realtà anche attraverso la fantasia, ma, soprattutto, di raccontare l’Uomo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Su uno sperone di roccia sorgeva il piccolo borgo di Monterno; strette tra le pendici dei monti e l’abisso turchino le grigie mura di pietra parevano ardere come candele tremolanti sotto i riflessi del sole morente. Il paese era arroccato sulla sommità del promontorio: un dedalo di casupole color sabbia che si districava morbidamente lungo il tracciato della scogliera, allungandosi verso il mare. Nella cala a nord si sviluppava una piccola baia contenente il porticciolo, situato all’ombra del picco roccioso. A sud, invece, l’abitato proseguiva per qualche chilometro senza mai abbassarsi al livello del mare; in quel punto la scogliera si faceva più ripida creando veri e propri muri di roccia dove i cavalloni si infrangevano nel pieno della loro furia durante le tempeste.

Il vecchio borgo era racchiuso da alte mura quasi perfettamente conservate, densi agglomerati di case si propagavano come dita curiose nei campi circostanti diradandosi man mano che si allontanavano dal centro, finché, le villette a schiera della periferia non lasciavano il posto alle fattorie sparse per il contado. Oltre le case, oltre ancora i campi imbruniti dal passare delle stagioni, si stagliavano i boschi nel pieno del loro splendore autunnale.

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Le chiome stormivano, agiate dal vento che risaliva dal mare portando con sé l’odore del sale. Tra le ombre danzanti della sera si muovevano due figure appena scese da una Jeep infangata, parcheggiata in uno spiazzo al limitare del bosco. Nel parcheggio vi era solo un’altra auto: un Pick-up bianco con una grossa ammaccatura sulla fiancata. Due uomini se ne stavano, mollemente, appoggiati contro le portiere; indossavano dei giubbotti mimetici e i loro volti erano cotti dal sole.

Il loro sguardo si fissò pigramente sui nuovi venuti: «Ehi! – esclamò il più grasso dei due con voce alterata – è da mezz’ora che aspettiamo qui. Sta già facendo buio»

Lo sconosciuto non reagì minimamente alla provocazione, limitandosi a guardare l’uomo grasso con aria quasi annoiata. Era davvero imponente, alto più di due metri e con un fisico taurino; i lineamenti fieri del viso lasciavano intuire una bellezza da statua greca che iniziava appena a sfiorire con l’incedere degli anni. Piccole ma numerose rughe ne cerchiavano gli occhi tondi di un azzurro intenso che brillavano come zaffiri contro la pelle bianchissima ricoperta di lentiggini, aveva la fronte alta e il naso all’insù, le guance tonde e il mento deciso erano nascosti da una corta barba rossiccia di poco più scura dei capelli rasati quasi a zero di un rosso scuro appena spruzzato di grigio sulle tempie.

C’era qualcosa nella sua postura e nella sua espressione che gli conferiva un fare altezzoso e allo stesso tempo cupo che, se si aggiungevano al fisico imponente e ai vari tatuaggi che facevano capolino su mani e collo, lo rendevano decisamente un soggetto in grado di incutere timore.

Dietro di lui veniva un ragazzo più giovane con folti capelli castano chiaro e gli occhi verdi; era più basso e un po’ più snello, tuttavia, la stazza nonché la forte somiglianza lasciavano intuire una stretta parentela tra i due.

«Ho fatto il prima possibile» disse il rosso incrociando le braccia al petto. Indossava un’uniforme verde mimetico simile a quella in dotazione all’esercito, ma sprovvista di gradi o altri segni di riconoscimento, fatta eccezione per uno stemma all’altezza del petto raffigurante un occhio stilizzato. Uniformi del genere erano ben note a Monterno.

«Perché ti sei portato dietro il ragazzino?» domandò l’altro uomo che ancora non aveva parlato. I suoi occhi azzurro ghiaccio si posarono sul ragazzo che aveva tutta l’aria di sentirsi estremamente a disagio. Sfoggiava una corta barba ben curata che ne mascherava abilmente il mento sfuggente, i capelli neri si erano diradati sulla fronte lasciando scoperte ampie porzioni di pelle lucida e cotta dal sole, nonostante ciò, in lui si scorgeva una certa aria distinta.

«Il modo in cui lavoro non ti riguarda Rondini. Mi hai chiamato per un favore se non sbaglio che non vuoi rivelare a nessuno, se non sbaglio» disse l’uomo con i capelli rossi.

I cacciatori alzarono gli occhi al cielo e sbuffarono: l’arroganza dei Loran era cosa nota a tutti.

«Credevo che saresti stato più discreto di tuo fratello ma forse mi sbagliavo» replicò il tizio con la barba fulminando i due sconosciuti con lo sguardo.

«Allora. Dov’è?» insistette il rosso dilatando le narici. In realtà non c’era bisogno di chiedere: l’odore di decomposizione era piuttosto pungente. L’uomo di nome Rondini scoprì un telo nel cassone rivelando la carcassa di un lupo; la gola dell’animale era recisa, così pure lo era il ventre; il pelo grigio era completamente imbrattato di sangue ormai secco. «Non ho mai visto nulla del genere Orion.» disse in tono preoccupato.

Orion si sporse oltre il bordo esaminando il cadavere, afferrò una zampa e lo voltò: il corpo si mosse come un unico rigido pezzo di pietra. Un enorme squarcio attraversava la pancia dell’animale nel senso della lunghezza, quasi tutti gli organi erano scamparsi fatta eccezione per la vescica e un pezzo di intestino. «La ferita è piuttosto irregolare ma non ci sono tracce di morsi; sembra sia stata fatta con un coltello» osservò, «Guarda anche tu» disse poi rivolgendosi al ragazzo.

«Quale bestia ucciderebbe un lupo? Un altro lupo forse, ma non è un animale che scappa senza prima lottare. Poi guarda qua…»

Il barbuto indicò la sostanza nerastra e appiccicaticcia che ricopriva le ferite, «Sembra bava, come quella delle lumache, ma più scura».

«Dubito che si sia stato attaccato da una lumaca gigante» commentò Orion ironico.

Il cacciatore non rise, «Non so che genere di mostri alleviate nel vostro fottuto boschetto, mi chiedo se qualcuno non sia sfuggito al vostro controllo» borbottò serrando gli occhi con fare accusatorio.

Il ragazzo alzò sbuffò ma nessuno degli adulti sembrò dargli retta. Orion si allontanò dal cassone: «Non alleviamo proprio niente – disse – Non ci sono “mostri” a Monterno e gli ultimi egamot sono stati uccisi almeno due secoli fa; credo si tratti di un’entità»

«Lo so, per questo ho chiamato te e non i Guardiani» replicò Rondini con voce aspra.

Orion gli rivolse un’occhiata beffarda, «Ma io sono un Guardiano» gli fece notare indicando con l’indice la divisa che indossava.

«Ma sei anche un Loran, se c’è un cazzo di demone in giro o un mostro demoniaco o che ne so io, siete voi a occuparvene» replicò Rondini irritato.

«Vero. Ora ditemi: dove l’avete trovato?» chiese Orion.

«Vicino al torrente, all’altezza del salto del Rena, sul lato sinistro tenendo la foce alle spalle. Saranno stati circa cinquanta metri dal sentiero, vicino ad una grande quercia. Doveva essere lì da ore da quanto puzzava, eppure, nemmeno una mosca vi ronzava intorno.»

«Avete notato altro? Delle orme, strane luci, odori insoliti…»

«Nemmeno un’impronta! E dire che ha piovuto due giorni fa e il terreno è ancora morbido. Non ho visto nient’altro di strano, solo… tirava una brutta aria lassù. Roba da far accapponare la pelle. Per questo ho pensato subito ad un maledetto demone. Vero Max?»

«Da brividi.» commentò l’uomo grasso grattandosi il mento con aria distratta.

«Qualunque cosa fosse era affamato; la carcassa non è altro che un sacco vuoto» osservò Orion lanciando un’occhiata penetrante al figlio che era rimasto in silenzio per tutto il tempo.

L’uomo con la barba ricoprì il lupo con la cerata, «Toglilo di mezzo. Non voglio mostri in giro per la mia cittadina», ordinò in tono perentorio. Gli occhi celesti scintillavano decisi, ma Orion vi colse comunque la paura che il distinto signore cercava di nascondere. Rondini sapeva molto bene che certi affari erano ben oltre la sua portata; le questioni di Reha non erano affar suo, ma aveva pur sempre una cittadina da difendere e, volente o nolente, doveva affidarsi ai Guardiani per proteggerla.

Orion chino il capo in segno di assenso, «Certo. Kiran vieni, dobbiamo sbrigarci non voglio stare fuori tutta la notte. Max. Sindaco», salutò poi facendo cenno al ragazzo di seguirlo alla macchina.

«Cosa credi che sia?» domandò l’uomo aprendo l’auto.

Kiran si strinse nelle spalle, «Qualcosa con degli artigli affilati come coltelli» rispose cupo senza guardarlo. Orion lo scrutò perplesso dopodiché mise in moto e s’inoltrò fra gli alberi.

«Dici che ce la faremo a tornare a casa per cena?» domandò il ragazzo dopo un po’.

«Ne dubito. Non credo nemmeno che riusciremo a trovare l’entità, sono passate ore, hai sentito anche tu» rispose Orion.

«Allora cosa ci andiamo a fare se già sai che è un lavoro inutile?» osservò Kiran aggrottando le sopracciglia.

«Bisogna sempre verificare» gli rispose il padre.

La Jeep si inoltrò nel sentiero sterrato, il sole era tramontato del tutto e l’oscurità avvolgeva gli alberi come un sudario, le fitte chiome precludevano loro la vista del cielo.

«Sei silenzioso» disse Orion lanciando un’occhiata furtiva al figlio, Kiran continuava a guardare fuori dal finestrino distrattamente. «Perché mi hai portato con te?» domandò dopo una lunga pausa.

Orion corrugò la fronte perplesso, «Che intendi dire?»

«Che non ti sono molto utile» rispose il ragazzo con un sospiro.

Orion frenò bruscamente; Kiran sussultò sul sedile così forte da strattonare la cintura, si voltò, esterrefatto, ma lo sguardo feroce del padre lo inchiodò al sedile. «Non ti sottovalutare» lo rimproverò Orion puntandogli contro l’indice tatuato. Il ragazzo fece una smorfia e distolse lo sguardo.

«Kiran non ricominciare, per favore»

«Va bene, va bene…» borbottò in risposta. Orion si trattenne dal replicare, nemmeno lui aveva molta voglia di riaffrontare lo stesso argomento, tanto ormai non sapeva più nemmeno lui cosa dire.

Proseguirono per altri tre chilometri verso est, finché non giunsero ad un altro spiazzo, da lì dovettero proseguire a piedi verso monte. Orion prese il fucile mentre Kiran si caricò lo zaino in spalla, dopodiché si misero in cammino affondando i piedi nel terreno soffice, il Guardiano in testa e il ragazzo alle sue spalle. Dopo circa mezz’ora di camminata udirono, finalmente, lo scroscio dell’acqua. «Senti qualcosa?» domandò Orion puntando la torcia davanti a sé. In lontananza si scorgeva il ponticello di pietra circondato di rovi, in quel punto il torrente formava una piccola cascata alta un paio di metri che gorgogliava allegramente sotto di loro.

«Non ne sono sicuro» rispose il ragazzo, guardandosi intorno con aria guardinga. Aveva anche lui una pila in mano, più per abitudine che per reale bisogno; la puntò contro i cespugli di felci alla sua destra. «Credo che qualcosa sia passato di qua» disse, rabbrividendo. Istintivamente, si passò una mano tra i folti capelli massaggiandosi il collo.

«Lo credo anch’io» confermò Orion, annusando l’aria con fare da segugio. I suoi sensi lo avvertivano della presenza di un’energia oscura e sconosciuta intorno a loro, gli si rizzarono i peli sulla nuca.

Kiran era più sensibile all’energia ultrale per cui Orion lo osservò attentamente mentre il ragazzo esaminava il terreno e gli alberi circostanti captando le vibrazioni anomale con la mano tesa a mo’ di antenna. «Di qua» disse d’un tratto fermandosi proprio a metà del ponticello di pietra indicando un punto davanti a sé.

Passarono dall’altra parte e s’inoltrarono nella vegetazione, il terreno era umido e fangoso, la rugiada luccicava tra gli steli d’erba e sulle foglie, come piccole perle traslucide. Kiran si arresto di colpo sbarrando gli occhi, «Qui è stato versato del sangue» sussurrò illuminando il terreno con la torcia.

Orion si chinò sul punto indicato e si lasciò sfuggire un grugnito: una pozza di sangue secco e grumoso incrostava il terreno. A differenza di quanto riferito dai due cacciatori, le tracce ematiche avevano attirato un gran numero di insetti che ronzavano voraci intorno a loro. Kiran fece una smorfia, disgustato dall’odore, anche ad Orion si contrasse lo stomaco ma si inginocchiò comunque a tastare il liquido appiccicoso, fin troppo abituato a quel genere di lavoro per lasciar trasparire qualcosa del suo disgusto.

«Vedi niente di interessante?  chiese il ragazzo cercando di sbirciare oltre la sua spalla, più restio ad avvicinarsi al sangue.

Orion ebbe la sensazione che qualcosa fosse cambiata di colpo, «Sssh» intimò a Kiran portandosi un dito alle labbra, all’erta. Il ragazzo si paralizzò.

Intorno a loro era piombato improvvisamente il silenzio: non il bubbolio di un gufo, o lo stormire delle foglie al vento, persino gli insetti sembravano essersi fermati di colpo.

Orion sollevò lo sguardo verso l’alto e scorse un pezzo di cielo, poche stelle vi luccicavano tremule. Tese le orecchie; d’un tratto, gli parve di udire un fruscio tra i cespugli; anche Kiran lo udì e sussultò. «Chi è la?» urlò Orion alzandosi in piedi imbracciando il fucile. Le foglie frusciarono più forte alle loro spalle.

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Giulia De Petra
Sono nata a Rimini nel 1997 e da sempre i libri sono la mia passione. Fin da piccola mi piaceva immergermi nelle trame dei racconti e fantasticare su mondi lontani; sono cresciuta divorando libri fantasy ma anche gialli, per passare poi alla scoperta dei grandi classici della letteratura una volta approdata all’università. Altri campi che mi appassionano sono la storia dell’arte e la storia, tanto che è in quest’ultima disciplina che mi sono laureata nel 2020 alternando agli studi la stesura di un primo manoscritto, rimaneggiato e riscritto da quando di anni ne avevo solo diciassette, perché ad un certo punto mi sono detta: perché non posso provarci anch’io? I libri mi hanno insegnato a pensare, a immaginare mondi al di là del nostro, a trovare me stessa. È nato così Lo Psicomante, il primo tassello di una storia più grande che vi vorrei raccontare.
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