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Lo Sciaramante
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Consegna prevista Dicembre 2022
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Esiste una parola in napoletano che mi ha sempre affascinato: Sciarmato.
Sciarmare significa, specificatamente, abbattere, radere al suolo, distruggere.
Lo sciarmato è un individuo distrutto, sfasciato.
Spesso il termine assume anche connotati ironici per definire qualcuno trasandato, alienato.
Lo Sciaramante, titolo per il quale ho preso in prestito la radice di sciarmato (sciar-amante), è alla deriva, perso nel flusso incessante dei giorni e dai quali cerca di scappare di continuo all’ossessiva e disperata ricerca di affetto, di un amore, di un calore che gli possa donare un po’ di pace, rimettere assieme tutti i frammenti sparsi.
Lo Sciaramante è una crescita nella decrescita.
È un romanzo di formazione e deformazione, è una storia di mare, è una storia.

Perché ho scritto questo libro?

Uno scrittore deve avere qualcosa da dire, io forse ho troppe cose da dire,
molto di queste sono stronzate però.
Magari in un pomeriggio di noia, spinti da un impercettibile senso di masochismo, come quello sprona a vedere un bel film d’autore al posto di uno dei Vanzina, potreste prendere queste pagine, infliggervi qualche pugnalata di noia oppure, magari, potreste scoprire un soggiorno piacevole nella mia scrittura, in qualcosa di nuovo, che sa anche un po’ di vecchio, ma che è universale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Incipit

Avete mai pensato a quanto sia banale la morte?
In genere ho sempre provato un certo disgusto per i telegiornali e per le notizie di cronaca nera, la semplicità con la quale si specula sulla pelle mi ha sempre suscitato un certo disagio. Il giorno prima sei integro, con la tua carne, i tuoi trentasei denti e la tua osteoporosi, poi, d’improvviso ti ritrovi nel telegiornale delle dodici, morto.
È banale anche senza che ci si metta l’evento scatenante, la morte è banale in sé. È banale perché da che ti gettano al mondo ti affanni continuamente a cercare una strada, a sfidare senza sosta limiti imposti, te stesso, a migliorare le possibilità, a cercare di essere una persona giusta, la migliore possibile, a essere un esempio, uno che quando saluta o viene salutato lascia sempre una buona impressione, uno di quelli che quando poi si volta la gente intona sempre la voce per dire «Quello lì, lo vedi…» indica col dito e poi dice sempre qualcosa di buono o interessante. Uno di quelli che, ecco, ti affanni per divenire uno di quelli e poi?
La morte è ridicola proprio perché d’improvviso colpisce, senza preavviso, come le costruzioni a mattoncini di plastica, anche loro preparano alla morte, tanto tempo passato ad elaborare chissà quale capolavoro di architettura elementare per poi essere disfatto a fine giornata. Ecco, non trovate niente di banale in questo, niente di ironicamente sadico?
Questa è la vita, la vita è una grande, lunghissima e faticosa fine.
E io, ancora oggi faccio fatica a trovare un motivo per trascinarmi, per rimanere una traccia, un filo del mio passaggio.
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Quando guardo una bella tela, per quanto elegante e ben conservata che sia non posso fare a meno di pensare alla sua continua degradazione e di come lei, come tutte le cose organiche, è soggetta al tempo. Persino un’aria ripetuta più volte, di continuo, per più secoli, la più famosa, non sarà mai come la prima suonata, né come l’ultima, né come quella dello spartito, ogni cosa è irripetibile proprio perché è costretta alla fine, forse è proprio la fine che dà senso all’irripetibilità delle nostre vite, dei nostri momenti, tutto si consuma, persino la pietra esposta al sale e al vento, al mare.
E allora è bene avere coscienza che anche noi degradiamo. Ma questo sembra importarci poco, ce ne rendiamo conto solo quando è troppo tardi. Magari sono passati troppi anni, magari in punto di morte ci ritroviamo a rimpiangere una vita fatta di quei se e quei ma e un giorno, allo sguardo puntato su quel numero scalato troppe volte, penseremo a quanto tempo abbiamo perso, ma è tardi ormai. Allora perché avere questa consapevolezza, a cosa serve?
Mi è capitato anche di pensare che ci fosse un qualche gioco favorevole dietro questa soglia, magari una volta morto anche quello di sbagliato viene messo sotto lo stesso strato di terreno, non fa differenza, mai capito, però, se sia un invito a fare peggio o meglio.
E allora ancora mi chiedo ancora e ancora e ancora, perché affannarsi a trovare un rifugio, un riparo, perché impegnarsi nella vita, nelle cose che tutti dicono normali. Perché costruire una buona esistenza, tutta bella e fatta a forma di quelle che si vedono negli sceneggiati televisivi. Perché sfoggiare la propria forma di mattoncini di plastica se poi alla fine dei giochi finisce tutto nella scatola? Che sia di carne o di pietra noi cerchiamo sempre una tana, quel rifugio caldo, quel compromesso che per alcuni secondi ci faccia dimenticare quanto fa paura la morte, l’oblio di ogni sensazione, l’idea di essere dimenticati, dispersi, lo cerchiamo affannati, ossessivi, quasi rabbiosi, come se il cielo sopra fosse troppo pesante, come se l’aria scottasse, noi cerchiamo sempre un posto dove nasconderci, costruiamo il nostro piccolo fortino di certezze, con la porta ben serrata dal minimo dubbio, senza troppo curarci di ciò che va oltre, quando non sappiamo che ciò da cui dovremmo proteggerci si trova proprio dentro di noi e non esiste rimedio.

2022-03-09

Aggiornamento

RECENSIONE DI LIDIA LOGUERCIO A “LO SCIARAMANTE” DI IVAN VITIELLO, PUBBLICATO SU LIBERO MAIL- DRIVE Ivan Vitiello, nato a Napoli nel 1994, laureato in Lettere moderne presso la prestigiosa Università Federico II, con alle spalle varie esperienze lavorative, esordisce, come scrittore, con il romanzo “LO SCIARAMANTE”, appena pubblicato su Libero Mail-Drive con consegna dicembre 2022. Il testo, dalla copertina dai vivaci colori, presenta, in primo piano, un sommozzatore su una barca. Il libro, strutturato in sedici capitoli con complessive 79 pagine, al pubblico al prezzo di euro 14.00, suscita l’attenzione del lettore per il titolo “Lo sciaramante”,(dalla radice “sciarmato”), termine desunto dal dialetto napoletano ad indicare un uomo “distrutto”, alla deriva, perso nel flusso incessante dei giorni, dai quali cerca di fuggire, e sempre alla ricerca di affetto, di amore, un uomo, come si definisce “l’Io” narrante nelle ultime pagine , “un tassello senza incastro e che rompe tutti gli altri in cui cerca di infilarsi”. Pur considerando, il dire di Philip Roth, per il quale la letteratura appare come “la più grande causa persa dell’umanità”, è pur vero, tuttavia, che senza di essa, senza la letteratura, non ci sarebbe il respiro dell’anima, il fluido delle emozioni che aiutano a vivere, non ci sarebbe lo scrittore, che come uomo ”narrans”, racconta la luce e le ombre, l’amore e il dolore, il duro lavorìo dello scavo interiore, dei dubbi, della ricerca, elementi che portano l’essere alla comprensione di sé e alle possibili rivelazioni desunte da storie di vita. E una storia di vita affascinante, che tiene il lettore stupito, nell’incanto dello sviluppo dell’intreccio, è il libro di questo giovane scrittore, un enunciato narrativo che, per storia spirituale del protagonista e le molte pagine d’introspezione, può essere considerato come un romanzo psicologico/ autobiografico. La voce narrante rivela non il suo nome, ma l’attività: è un sommozzatore tormentato dal dubbio e oscillante tra li senso del nulla e la ricerca della verità, cioè tra la fine, l’omega, e la luce, l’alpha della vita. I suoi dubbi richiedono l’urgenza di risposte, ma ogni dubbio che sorge nell’animo, e a cui si dà risposta, appare del tutto provvisoria e insufficiente. Da qui, in modo compulsivo, la dicotomia nell’”Io” narrante che oscilla tra un “Io” che descrive e un “Super Io” che riflette sugli eventi narrati e tante sono le riflessioni nel testo. Si riportano le seguenti riflessioni: sul fondo del mare:<”sentivo l’emozione gonfiarsi nel mio petto, è sempre più bello e affascinante ciò che vedi in fondo al mare, ogni cosa sembra investita di un’anima diversa da ciò che era su”> (cit.pag.13); sui pensieri:<”quando sei solo con i tuoi pensieri non hai pace, non hai scampo”><”Quando sei stanco e abbassi le difese i pensieri ti piombano addosso come pugni violenti e fanno male”>(cit.pag.15); sul come è nato il suo amore per Margherita:<”Mi hai “sciarmato”, hai lasciato che io mi aprissi alla debolezza e ci hai piantato i tuoi sogni, ma il mio campo era secco, tu lo sapevi ma non l’hai mai detto”> (cit.pag.19); sulla nostalgia:<”La nostalgia è il siero di quelli a cui è più facile vivere nella memoria che nel presente”> (cit.pag.20); sulla bellezza:<”Era il bello assoluto quello che ti acceca, che ti confonde. Ciò che per emozione appare più bello, scompare quando scompare il mistero”>(cit.pag.23); sulla debolezza: <”[…]quando le persone si mostrano per la loro debolezza è più facile amarle, apprezzarle o forse è solo pietà”> (cit.pag.25); sulla esistenza: <”>Ognuno è nato per qualcosa, è inutile guardare gli altri, ma dobbiamo accettare noi stessi per ciò che siamo e lavorare su quello che abbiamo”>[…] <”Bisogna solo decidere che forma assumere, quella di una pianta o del suo parassita)”>(cit.pag.42 ) <”[…]non esiste il miracolo. Sono sempre stato cosciente che senza fatica non si ottiene niente, nessuno ti regala niente, in questo mondo, niente è gratis, nemmeno i sentimenti: prima lo capisci e prima vai avanti (cit.pag.37); su come nasce e finisce un amore: <” […] un amore nasce da un’assenza, […] desiderio irrefrenabile di possedere […] e ci si rende conto che si desidera sempre ciò che non si può avere. Centimetro a centimetro, conquistai il suo sguardo e la sua fiducia, presi il suo corpo, poi presi la sua mente e quando ebbi tutto l’amore finì, così. E allora l’amore una fine?”> (cit. pag.46) <”Essere amati è più difficile che amare”>(cit.pag.69); sulla precarietà della vita e della morte: <”Era in quei momenti, (nella paura) che mi veniva in mente, che mi assaliva, quando ero più vulnerabile. […] Desideravo la sua compagnia, il suo conforto. La sognavo, la sognavo, nuda, bagnata di mare, […] sognavo la morbidezza delle sue guance, il peso delle sue carezze, la sognavo che scacciava via tutte le mie ansie, la morte”>. <Mi sentivo incompleto, a pezzi, piccoli pezzi infiniti, dispersi”> (cit.pag.52). Il testo presenta nell’intreccio due nuclei temateci: il primo sviluppa il tema del lavoro svolto inizialmente come sommozzatore presso un borgo lungo le coste del napoletano e poi come marinaio- cameriere in una imbarcazione da diporto, lavoro svolto attraverso il tema del viaggio lungo il mar tirreno, con tappe presso le isole Eolie, (Panarea, Filicudi ed altre); il secondo, attraverso la memoria, è il tema dell’amore, visto in tutto il ventaglio delle sue sfumature (bellissime le riflessioni su come l’amore nasce, come si conquista, come logora, come fa soffrire, come finisce, come tormenta, come sia importante quando manca). In modo sottile è presente anche la denuncia sulle differenze nella società attuale in base alle disponibilità economiche, tra chi possiede e, in genere, può permettersi una vita agiata in vacanza, vita vuota, dissipata, egoistica, effimera tra pranzi esotici e ubriacature, e chi, invece, è privo di mezzi, non sa spesso come sbarcare il lunario e deve dedicarsi al lavoro, anche precario, subalterno, per sopravvivere. L’occhio dell’Io narrante, coglie il senso del principio egalitario, talvolta <nella disgrazia, si è tutti uguali, tutti miseramente umani>>(cit. pag.65) come, per i personaggi del libro, avviene nel loro cadere fortuito nelle acque del mare, allorquando il corpo bagnato e in pericolo appare privo dei supporti formali di distinzione e traspare solo il bisogno di sopravvivere e dell’aiuto della solidarietà umana. I vari personaggi, sia quelli incontrati nel borgo lungo la costa del napoletano (tra cui il geometra, Marvizzo, l’oste ed altri) e quelli sullo yacht (tra cui il comandante Lorenzo, Anna, la proprietaria, gli amici, Lia, la figlia, Franca, l’aiutante, i due marinai) sono descritti in modo incisivo dall’io narrante sia nell’aspetto fisico, sia nell’abbigliamento e in quello che traspare dalle loro parole e dagli atteggiamenti. L’espressione scritta, (che privilegia alcuni termini tecnici del linguaggio marinaro, alcune sfumature colorite tipiche del dialetto napoletano e bellissimi squarci di paesaggi e di tramonti sul mare), limpido specchio dei pensieri di chi scrive, appare un fluido fiume che scorre, che procede a tappe sul cammino del sapere, da cui scaturiscono domande che rendono vive le parole. Il dire appare, come dice Heidegger <”un eundo assequi”>, un raggiungere qualche cosa camminando per la via. Ed è alla comprensione di sè e all’accettazione di quello che si è che perviene alla fine l’autore, accettazione che, anziché essere tormento, può diventare percorso di felicità, di vita da contrapporre alla morte, essere luce, alpha da contrapporre all’omega iniziale. Se “salvezza” è ricondurre qualcosa all’essenza”, dice ancora Heidegger, un possibile percorso di salvezza, che nel testo è visto come salvezza del sommozzatore nella tempesta e nel suo ritorno a casa, è indicato da Walter Benjamin, attraverso le parole di una sua citazione: solo <”attraverso l’immaginazione artistica si può e si deve redimere il mondo (alienato) dalla logica dei consumi”>. Lidia Loguercio

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Complimenti, interessante, un po’ Pulp e un po’ Mainstream. Aldo da San Giorgio

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Salvatore Ivan Vitiello
Mi chiamo per intero Salvatore Ivan Vitiello, nato a Napoli nel 1994.
Laureato in Lettere Moderne alla Federico II.
Prima di questo ho fatto tre anni di Giurisprudenza,
il bagnino, il cameriere, il barista, il manovale,
il marinaio e il sommozzatore, tutto per poco tempo, mi stanco in fretta.
Attualmente mi arrangio come aiuto-sommozzatore e studio.
Ho sempre scritto, scrivo principalmente racconti, probabilmente per pigrizia.
Sono un indomito, disilluso e megalomane procrastinatore.

La mia biografia può essere contenuta tutta qui in queste parole,
raccontare di più sarebbe noioso oltremodo.
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