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Luci di Natale

Luci di Natale
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Consegna prevista Novembre 2023
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La vita di Benjamin viene stravolta in una manciata di minuti da un evento tremendo ed inaspettato. Si ritrova solo al mondo, senza più voglia di vivere. L’incontro con il piccolo Tommy, gentile e fragile, gli darà una nuova forza per andare avanti. Tommy ama molto le storie, soprattutto quelle su Babbo Natale, storie vere, raccontate in prima persona da Benji. Ma i giorni lieti sembrano di nuovo destinati a finire. Tommy muore, lasciando nel cuore di suo fratello Benji, con il quale è legato da un legame che va ben oltre ad un legame di sangue, un dolore indicibile, troppo grande per riuscire a mantenere la promessa che aveva fatta. Ma Tommy, prima di lasciarlo, aveva chiesto aiuto a Babbo Natale. Per la prima volta, nella dimensione magica, verrà fatta un’eccezione. Un bambino umano viene accolto nel villaggio di Babbo Natale. Benji diventerà un elfo e contribuirà a salvare la missione del regno magico sulla terra: accendere di nuovo la luce negli uomini, la luce del Natale.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre desiderato scrivere un racconto sul Natale, perché ho sempre amato il Natale. Un Natale che si rinnova ogni giorno, unendo il visibile con l’invisibile, un Natale che vuole nascere e brillare attraverso la speranza, che vuole essere Luce per illuminare le notti più buie, che vuole credere a Babbo Natale che, con la sua magia, riesce a fare le cose più incredibili!

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

“Aiuto! Aiutoooo! Mamma, papà dove siete ? Non vi vedo, non riesco a vedervi, dove siete? Qualcuno può aiutarmi a trovare i miei genitori? Mi sono perso…aiuto mam…”  Benjamin si risvegliò anche  quella notte , come tutte le notti da più di un anno ormai, madido di sudore ,con il respiro affannato, terrorizzato dalle sensazioni che le immagini di quel ripetitivo film notturno lasciavano nella sua mente. E rimaneva così, seduto sul letto, stringendo il lenzuolo tra le mani, a rivivere, anche da sveglio, come in trance, i terribili momenti che lo avevano separato per sempre dai suo genitori, dal suo fedele bassotto Jacob , dalla sua casa , dai suoi amici , dalla sua città,  da tutto. Lacrime di dolore scendevano ininterrotte dalle sue guance, notte dopo notte, senza voler prosciugarsi, mentre ripercorreva con il pensiero il momento in cui, mentre stava allegramente cenando con i suoi genitori e Jacob, dopo aver addobbato l’albero di Natale e allestito il presepe sulla piccola scrivania posta al fianco di questo, pregustando il pensiero delle prossime vacanze natalizie, tutto nella stanza dove si trovavano iniziò a dondolare. All’inizio era un dondolio molto lento, una leggera oscillazione, poi via via più veloce e sempre più forte, come su quelle giostre ai parchi giochi che facevano salire l’adrenalina a mille.
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Non riusciva a tenersi in piedi , il tavolo scivolava contro la porta,facendo cadere piatti, bicchieri, il pollo al forno con le patatine che aveva preparato la mamma e che a lui piacevano tanto. Tutto cadde a terra e anche l’albero di Natale cadde e le lucine colorate caddero e si spensero, cadde il presepe e poi cominciò a cadere anche qualche pezzo di muro, sgretolandosi, e il lampadario si staccò dal soffitto andando in frantumi sul pavimento e scaraventando schegge di vetro come proiettili e i vetri delle finestre si ruppero scoppiando con un sordo rumore. Tutto andò in frantumi in pochi secondi sotto gli occhi increduli e impotenti degli sfortunati spettatori. Fu spaventoso…Fu come una pioggia, una fortissima, inaspettata, incessante pioggia ma, anziché cadere gocce d’acqua, cadevano pietre, mattoni, calcinacci, rami, vetro, piatti, bicchieri, libri, quaderni, penne, quadri e cornici, e la casa veniva giù come un castello di sabbia travolto dalle onde del mare.

“Corri Benjamin, corri in strada! Corri più in fretta che puoi e raggiungi uno spazio aperto dove non ci sono costruzioni!” gridò la mamma che aveva una gamba incastrata sotto una trave di cemento e sanguinava dalla fronte.  Benjamin cercò di spostare la trave ma il peso era troppo per lui: “Papaaaà! Papaà dove sei?” urlò con la faccia sporca di lacrime e detriti e polvere “Aiuto, papà …Aiutoo!!!” Ma il papà non rispondeva , non poteva rispondere…era già morto….schiacciato dall’armadio della camera da letto dove si era affrettato ad andare per cercare di recuperare qualche coperta prima di fuggire…perché fuori faceva davvero freddo…era quasi inverno…era quasi Natale. Benjamin non poteva saperlo in quel momento… e continuava a chiamarlo e ad invocare il suo aiuto. Cadde in ginocchio vicino a sua madre, impotente, mentre tutto continuava a venir giù. Ma per lui era già crollato tutto… “Benjamin …ti prego… corri via…ti prego…fallo per me…”  continuò la mamma con voce spezzata dal dolore. “Mamma, voglio restare con te, se tu muori voglio morire con te”. “ No Benji, no, no, no, tu devi vivere , ti prego corri via, corri più veloce che puoi, senza fermarti, ti prego fallo per me!” E, mentre Benjamin correva via ,con quanto fiato aveva in corpo, con una nuova accesa speranza  che la corsa spasmodica aveva portato con sé, di poter chiedere aiuto a qualcuno fuori, le  ultime parole pronunciate dalla mamma non arrivarono subito con chiarezza e, dopo aver attraversato distratte l’apparato uditivo del ragazzo, si andarono a depositare in un angolo buio del suo cuore e lì rimasero per molto molto tempo.

Benjamin arrivò in strada ma non trovò subito qualcuno che potesse aiutarlo perché  il suo paese era nel panico totale e tutti gridavano e fuggivano cercando di mettersi in salvo, mentre le case ,le scuole, l’ufficio postale, il comune, i negozi, perfino la chiesa si sbriciolavano davanti ai loro occhi come biscottini di pasta frolla prese d’assalto da un affamato e vorace gigante invisibile. Le strade si aprivano sotto i piedi con la facilità con cui si può strappare un foglio di carta e bisognava essere davvero fortunati a non finirci dentro.

Benjamin continuò a gridare aiuto con tutto il fiato che aveva in gola, gridava affinché qualcuno potesse dargli una mano a salvare la sua famiglia, gridava e gridava, anche se le sue corde vocali cominciavano ad essere stanche e provate; poi le forze cominciarono a venir meno, tutto prese a turbinargli intorno e cadde a terra, privo di sensi.

Quando Benjamin si risvegliò aveva un gran mal di testa e si sentiva molto debole e dolorante. Provò a guardarsi attorno e si rese conto di trovarsi in una camera molto grande, dove alloggiavano molte persone, attrezzata ad ospedale. Ma non era un ospedale, probabilmente era crollato anche quello.

C’erano un uomo e una donna poco distanti dalla sua brandina di fortuna, ipotizzò si trattasse di un medico e di un’infermiera. Sentì che parlavano tra di loro, a voce bassa e concitata per non farsi sentire, ma riuscì comunque a capire il senso di quello che dicevano… “Questo ragazzo dovrà andare all’orfanotrofio, sta bene, ma ha perso tutta la sua famiglia. Non ha più nessuno che possa occuparsi di lui, né un nonno, né uno zio, nessuno, povero ragazzo! Ci pensi tu a dirglielo?” disse il signore in camice bianco rivolto alla sua assistente. “Sì, non preoccuparti, ci penserò io” rispose la giovane donna con un sospiro. Ma, quando fu vicina al ragazzo, questo non le dette nemmeno il tempo di aprire bocca, e bofonchiò tra i denti “ Non c’è bisogno di alcuna spiegazione. Ho sentito quello che stavate dicendo con il dottore”. La ragazza provò ad allungare una mano per accarezzargli i capelli ma Benjamin si ritrasse e nascose il viso sotto le coperte. “Mi dispiace Benjamin, mi dispiace davvero” e con le lacrime agli occhi se ne andò.

E Benjamin rimase sotto le coperte a soffocare i singhiozzi per tutto il giorno e per tutta la notte seguente, incapace di credere e di adattarsi a quella nuova realtà, irreale e crudele, fino a cadere , esausto, nell’oblio del sonno, un sonno tormentato da quell’incubo che lo avrebbe accompagnato per molte, molte notti.

E tante furono le notti  che si susseguirono a quella ma l’incubo rimase come  il solo beffardo compagno di un comune destino.

Benjamin era stato trasferito, una volta dimesso dall’ospedale, in un orfanotrofio. Molti furono i bambini che rimasero soli quel terribile giorno e tutti si  ritrovarono a vivere in orfanotrofi di varie città.                      

Benjamin viveva le sue giornate come un automa, trascinandosi lento dietro a quelle giornate  interminabili durante le quali non c’era nulla che attirasse il suo interesse e la sua attenzione. A scuola andava malissimo, stava sempre con lo sguardo perso nel vuoto, fisso al di là degli sporchi vetri dell’istituto ad osservare il cielo con in testa un unico paradossale desiderio, ovvero che arrivasse presto la notte con l’immancabile e terribile incubo al quale si era disperatamente affezionato, poiché gli permetteva di rivedere, seppur ripercorrendo quei  tristi momenti, i suoi amati genitori e il suo amato bassotto Jacob.                                                                                                                                                     

Molto molto lontano dall’istituto dove vivevano Benjamin e gli altri piccoli ospiti e, più precisamente, al Polo Nord, presso il villaggio di Babbo Natale, era da molti anni ormai che si stava affrontando una situazione critica che lentamente stava portando al declino quella che sembrava un’attività immortale.

Presso l’ufficio postale polare del suddetto villaggio era rimasto un unico elfo a controllare gli arrivi nelle varie caselle postali collegate ai centri di smistamento della posta di Babbo Natale dislocati in tutto il mondo. “ Accidenti” sbuffava ad alta voce l’elfo dai ricci capelli ramati mentre  infilava nel suo grosso borsone le pochissime lettere arrivate. “Ogni anno è sempre peggio. Ormai nel mondo sono rimasti pochissimi i bambini che credono a Babbo Natale e che si rivolgono a lui per chiedere i regali. Peggio ancora, sgrunt ! Molti non sospettano nemmeno della sua esistenza! E non c’è da meravigliarsi!” Fece un profondo respiro e si rivolse ad un immaginario interlocutore, come se qualcuno si trovasse lì con lui  e gli prestasse attenzione .“I bambini ormai si possono suddividere in due gruppi. Molti di loro, che sappiano o no dell’esistenza di Babbo Natale, non hanno bisogno di chiedere a lui i regali scrivendogli una letterina dove affermano di essere stati buoni. Perché i loro genitori sono pronti ad esaudire fin dalla loro nascita ed in qualsiasi periodo dell’anno, Natale, Pasqua, compleanno e quant’altro, ogni loro desiderio, o forse, è meglio dire, ogni loro capriccio, privandoli così dell’intenso sapore dell’attesa e della magia della sorpresa di trovare al mattino, sotto l’albero scintillante, pacchi e pacchettini da scartare, come ricompensa per l’essere stati buoni e come verità che sì, i desideri si possono avverare!” Con enfasi e con aria sognante abbracciò sé stesso ricordando i bei tempi…

“E poi, e poi” e il suo volto si rattristò oltre ogni dire e si spense quella luce sognante che aveva vibrato fino a un attimo prima nei suoi occhi nocciola “e poi” sussurrò con un nodo alla gola “ci sono quei bambini che… oh quanti, quanti sono, ahimè, quei bambini che bambini non sono mai stati, perché la loro ,seppur breve esistenza, è già stata segnata da così tanto dolore da non permettere alla magia del Natale di scalfire la loro tristezza” e le parole si spensero sulle sue labbra rabbrividendo al pensiero delle immagini che dalla dimensione reale arrivavano al loro magico villaggio lasciandoli impotenti di intervenire. Pedalò sconsolato con la sua bicicletta rossa lungo il sentiero che dall’ufficio postale conduceva alla baita di Babbo Natale che si trovava ai margini del villaggio, piuttosto lontana dalla grande fabbrica di giocattoli. Quando intravide quest’ultima, in lontananza, mimetizzata nella folta Foresta Splendente, con i suoi occhi da elfo che riescono a vedere oltre le apparenze, per poco non gli venne un colpo, ma lo sgomento fu talmente forte da fargli perdere l’equilibrio e cadde dalla bicicletta finendo con la faccia nella neve. Si rialzò scrollandosi il verde vestito dai fiocchi ghiacciati e…le luci della fabbrica erano spente, regnava un silenzio sconosciuto nel vivace villaggio elfico e, del solito trambusto che caratterizzava l’instancabile lavoro degli elfi in ogni periodo dell’anno, non c’era più neanche l’ombra. L’ultima volta che era salito  sulla montagna la situazione non era certo delle più  rosee ma ora era davvero triste. Che fine avevano fatto tutti? Uno strano presagio colpì il cuore dell’elfo come una freccia scoccata con millimetrica precisione.      

Bussò facendosi coraggio al battente in legno finemente intarsiato da Babbo Natale in persona. Un anziano elfo infreddolito avvolto in una pesante sciarpa di lana rossa venne ad aprire. Non aspettavano visite, tanto meno dall’elfo postino che, abitando più a valle, avevano quasi dimenticato.          

“ Ci sono lettere per Babbo Natale?” chiese speranzoso l’anziano elfo sistemandosi la sciarpa avvolta al collo mentre faceva cenno  all’altro di entrare.                                                                                

“Solo due…” rispose quasi a disagio “ ma ho voluto comunque venire a consegnarle…è tanto che non salgo su al villaggio…la solitudine mi sta divorando…stavo pensando se non sarebbe meglio che mi trasferisca qui anch’io e di tanto in tanto potrei scendere a valle a controllare la posta…non ce la faccio più a stare solo. Ma, a proposito…come sta?”

“ Purtroppo non bene…ogni giorno è peggio. Ma due lettere sono già qualcosa! Forse riusciranno a sollevargli un po’ il morale…” disse l’elfo anziano prendendo le lettere e avviandosi claudicando verso il salottino dove uno scoppiettante  fuocherello nel caminetto illuminava il volto pensoso di Babbo Natale seduto su una larga e consunta coperta di pile a scacchi rossi e verdi con la quale riusciva a coprirsi anche le stanche gambe.

“ Sta sempre così, a fissare il vuoto, seduto accanto al fuoco. Talvolta si alza, cammina su e giù per la stanza, si sofferma davanti alla finestra per guardare fuori, ma subito se ne torna silenzioso sulla sua poltrona.” “ Vedere la fabbrica di giocattoli senza più vita, gli elfi costretti a tornare nel mondo magico, lo ha sconvolto e fatto cadere in uno stato depressivo cronico” sospirò l’anziano elfo sussurrando all’orecchio dell’amico per non farsi sentire.

“ Mi stai dicendo che la fabbrica ha chiuso definitivamente, Ben ?” chiese l’elfo postino rivolgendosi all’anziano amico con gli occhi velati di lacrime “Sì, Ted, ormai è deserta….Qui alla stazione Nord siamo praticamente rimasti io ,te , Babbo Natale e le renne…” rispose l’elfo Ben all’elfo postino, il cui nome era appunto Ted. “ Vieni, entra, consegnagli tu stesso le lettere. ..Sarà la solita pubblicità… io non ho il coraggio…se solo ci fosse ancora un bambino… un solo bambino…le luci della fabbrica di Natale tornerebbero a brillare…come un tempo… si potrebbe ricominciare… e…no… sarà la solita pubblicità…anche qui è arrivata…non posso stare a guardare…mi dispiace…vado di là… le renne devono mangiare…ci vediamo presto Ted…stammi bene…”

Ted si avvicinò con premura alla poltrona di velluto marrone dove era seduto Babbo Natale.

“Babbo” iniziò timidamente Ted “ ehm ,ecco, ti ho portato due lettere indirizzate a te …Sono arrivate stamattina all’ufficio postale…sono subito venuto a consegnartele…” e così dicendo gli porse le missive.

Con lo sguardo fisso sul fuoco del caminetto Babbo Natale alzò una mano e bloccò l’elfo… “ Leggi tu…se vuoi …”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Vittoria Bertucci
Mi chiamo Vittoria Bertucci, ho 49 anni e vivo ad Anzio, una piccola cittadina sul mare. Sin da bambina ho sempre amato la letteratura ed ho sempre desiderato di poter scrivere, un giorno, qualcosa di mio. Questo giorno, finalmente, è arrivato. "Luci di Natale" è il mio terzo libro, preceduto da un romanzo "Linda e il dono" e da una raccolta di favole "Storie di principi, principesse e animali parlanti". Scrivere, così come leggere, mi fa stare bene e mi rende felice. E sono queste le cose fondamentali che vorrei trasmettere. Spero di esserci riuscita...
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