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L’ultima impronta sulla terra

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La tecnologia ha consentito all’essere umano di progredire – spesso sottomettendo al proprio volere le altre specie animali e devastando l’ambiente –, ma viene deliberatamente utilizzata anche come un’arma nei confronti dei propri simili. Come tanti burattinai che manovrano fili invisibili, i cosiddetti influencer si servono di sofisticate trappole psicologiche subliminali per accrescere il proprio successo, nella maggior parte dei casi calpestando principi etici e morali degni di una specie che si considera intelligente. Tra Baby boomer e Nativi digitali senza basilari nozioni informatiche – e in una società sempre più dipendente dai social network – un ristretto gruppo di persone amanti dei gatti si ritroverà a fronteggiare una doppia sfida per la sopravvivenza: la comparsa di alcuni mostri e il condizionamento mentale causato dagli influencer.

Perché ho scritto questo libro?

L’antropocentrismo è una piaga che affligge il pianeta e ritengo che vada debellata con ogni mezzo possibile. L’essere umano è quasi sempre visto come meritevole di redenzione e perdono. Per me non lo è. Scrivendo questo libro ho voluto evidenziare alcuni degli aspetti peggiori di una delle sue numerose incarnazioni malefiche: gli influencer e i numerosi follower che dovrebbe destarsi dal torpore intellettivo e morale, prima che sia troppo tardi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Parte prima

Blu

Mercoledì 24/12/2031 – 23:54

Mi chiamo Roberto Repetto, per gli amici Roby. Sono nato nel 2000, un paio d’anni dopo il matrimonio dei miei genitori.

Mia madre, Caterina Olivieri, era una docente universitaria specializzata in storia antica. In alcune occasioni fu consulente ministeriale e accreditata nella realizzazione di documentari a tema. Amava il proprio lavoro e fu grazie a lei che scoprii il piacere della lettura.

Mio padre, Alberto Repetto, era un capitano di vascello della Marina Militare. Prima di mettere su famiglia veleggiava a bordo dell’Amerigo Vespucci, ma per stare più vicino a me e a mia madre chiese e ottenne il trasferimento all’Istituto Idrografico della Marina Militare di Genova.
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A sentire loro sono sempre stato un bambino schivo, solitario e silenzioso. Non piangevo, mangiavo le verdure senza protestare e non mi prodigavo in capricci perché mi comprassero l’ultimo giocattolo alla moda. Non pretesi nemmeno lo smartphone, che in ogni caso non mi avrebbero comprato almeno prima del sedicesimo compleanno.

Adoravo i libri ancora prima di iniziare le elementari, soprattutto racconti e romanzi fantastici e dell’orrore, in prevalenza classici. Mi immergevo in apnea nelle tetre atmosfere delle storie di Poe e Lovecraft e diventavo spettatore privilegiato delle mirabolanti avventure dei protagonisti dei romanzi di Stephen King. Riconoscevo la ripetitività di alcuni schemi di King, anche se non mi annoiavano e trovavo più originali e poliedrici i racconti di Poe e Lovecraft.

Adoravo chiudermi nella mia stanza, meglio ancora se durante un temporale, e isolarmi nel silenzio di quel cubicolo in cemento armato che io consideravo la mia fortezza della solitarietà. Utilizzo il termine solitarietà perché, diversamente dalla solitudine, il mio isolamento era caparbiamente cercato, voluto e conservato.

Andai avanti così per buona parte dell’infanzia, fino a quando m’imbattei casualmente nella figlia dei nostri vicini di casa, Elena.

Pur essendo una mia compagna di classe fin dalla prima elementare, mi accorsi realmente di lei solo in terza. Prima ero troppo distratto dalle mie evasioni in mondi fantastici e orrorifici. In una società che per me andava troppo veloce, era fondamentale che trovassi asilo tra pagine cartacee da sfogliare secondo i miei ritmi.

Un giorno, quando la maestra ci divise in gruppi per svolgere un compito più impegnativo del solito, mi accorsi della soave bellezza della mia compagna di classe, nonché vicina di casa.

Con tutti i limiti del caso, ci tengo a chiarirlo: parliamo di un bambino di 8 anni che si era innamorato di una bambina coetanea. Da quel momento in poi la mia vita intraprese una svolta inaspettata.

Non che smisi di leggere rimanendo chiuso in casa. Ma iniziai a sentire dentro di me una sorta di vocazione eroistica e cavalleresca e assegnavo a Elena il ruolo della damigella da salvare. Roba d’altri tempi, quando si riteneva le ragazze incapaci di salvarsi da sole. O quando non potevano farlo per limiti patriarcali.

Non mi sono mai considerato femminista, ma non sono mai stato nemmeno maschilista. Una persona che aspira alla parità non dovrebbe farsi guidare da dogmi imposti da gruppi sociali in balia di deliri egocentrici. Parità vuol dire che quello che posso fare o avere io, puoi fare o avere anche tu. Tutto il resto è solo megalomania mascherata da altruismo.

Anche la Elena bambina la pensava allo stesso modo, o almeno non era una fanatica femminista che ce l’aveva con i maschi a priori.

Personalmente non l’ho mai vista come uno strumento utile per procreare e badare alla casa, e in ogni caso non si sarebbe fatta etichettare da tali stereotipi.

Ma torniamo al presente.

Sono l’autore di questo diario scritto a mano e mi trovo in un rifugio situato sottoterra. Inizio la narrazione di questa avventura alla vigilia di un Natale qualsiasi, a qualche anno di distanza dal famigerato Giorno della Celebrità, l’evento dalle origini ignote che portò all’annichilimento totale della società e alla comparsa dei mostri. Tale definizione è una convenzione universalmente riconosciuta da chi, come me, non si è tramutato in un mostro.

Mi trovo qui sotto insieme alla mia fidanzata, Elena. Indovinato: è la stessa Elena che conosco fin da bambino.

Insieme a noi ci sono alcuni gatti che siamo riusciti a salvare dallo sterminio. Ve li presenterò più avanti.

Anche se vivere in un rifugio sotterraneo è sempre stato il mio sogno, non avrei voluto realizzarlo in questo contesto. Sto cercando di lasciarmi molte cose alle spalle, ma porto sempre con me il doloroso ricordo degli amici felini, e di tutti gli altri animali, che non sono riuscito a salvare.

A parte lo stretto necessario per sopravvivere e per trascorrere il tempo libero, ho preferito evitare di conservare tradizioni che, anche prima del collasso della società, consideravo superficiali convenzioni a uso e consumo di umani triviali e deintellettualizzati.

Per fortuna Elena ha accolto questa mia richiesta e ha rinunciato a portare nel rifugio le decorazioni natalizie. Detestavo il Natale, così come tutte le feste comandate, anche prima dell’arrivo dei mostri. Dal mio punto di vista servivano unicamente a radicalizzare l’antropocentrismo come fine ultimo della specie umana.

Elena concorda con me, quindi non avremo problemi a far convivere i nostri ideali.

Mentre aprivo gli scatoloni ho rovesciato il contenuto di quello contenente alcuni dispositivi informatici e ho accidentalmente calpestato una chiavetta USB, frantumandola in tanti pezzetti di plastica. Credo che ormai sia da buttare. Sopra c’era scritto Ellie.

Michael mi aveva avvisato di averla messa nello scatolone all’ultimo minuto e si era raccomandato che guardassimo il contenuto solo se gli fosse successo qualcosa di brutto. Non vorrei che fosse una sorta di confessione.

Non dirò a nessuno che l’ho rotta, né a Michael né a Elena.

Giovedì 25/12/2031 – 10:03

Abbiamo dormito profondamente stanotte, più che altro per la stanchezza accumulata durante gli ultimi preparativi per il trasloco. L’isolamento acustico mi ha permesso di prendere sonno senza eccessivi problemi, sebbene i pensieri negativi si siano materializzati sotto forma di incubi. Una volta che si insinuano nella mente, è difficile scacciarli via.

Elena e io non ci siamo scambiati gli auguri di Natale, come avevamo già concordato prima di venire qui. Non oso immaginare a quale tipo di pacchiano festeggiamento si stiano dedicando là sopra.

Sembra quasi impossibile che i mostri festeggino il Natale, ma sono dell’avviso che su questo aspetto non sia differenza tra umani e mostri. Del resto già i miei simili, nei giorni di festa, si abbandonavano a vizi eccessivi e dannosi, quindi non penso che ora ci sia troppa differenza.

Riecheggiano ancora nella mia mente le tante finte lamentele di chi si ingozzava fino a scoppiare, come se fosse stato a digiuno da mesi e solo nei giorni di festa avesse potuto mangiare a sazietà. Scommetto quello che volete che la situazione non è cambiata.

Dopo essermi svegliato e aver fatto tappa in bagno, ho preparato la colazione a Elena: una tazza di caffè (per lei una vera e propria dipendenza, per me solo l’ennesimo peccato di gola) e una fetta di focaccia1 (surgelata, scongelata e riscaldata al microonde).

Ho messo tutto sul vassoio e, come un perfetto gentiluomo, l’ho svegliata con un bacio sulla fronte. Ancora assonnata, mi ha ringraziato dandomene uno sulle labbra. In attesa che finisse, sono stato rapito da qualche malinconico pensiero.

Al termine della colazione mi sono disteso accanto a Elena, l’ho abbracciata da dietro e siamo rimasti avvinghiati in posizione fetale per qualche minuto.

Percepire il calore del suo corpo mi ha aiutato a scacciare via i brutti pensieri. Dominato dal desiderio, le ho accarezzato delicatamente il seno. Sapevo che sotto la vestaglia non indossava biancheria intima: il contatto con la pelle è stato immediato ed elettrizzante.

Ho premuto le mie gambe contro le sue per farle percepire la mia eccitazione. Elena ha appoggiato una mano sui miei pantaloni, limitandosi a sfiorarmi e lasciando che la mano le scivolasse volutamente lontana da dove avrei voluto che si fermasse. Le piace stuzzicarmi.

Quando ho provato a restituirle il dispetto, ha preso il comando della situazione bandendo ogni indugio. Ci siamo spogliati e abbiamo fatto l’amore. Non si vive di solo lavoro, nemmeno qua sotto.

Non è una mia abitudine scendere in dettagli scabrosi, quindi difficilmente questo diario diventerà un resoconto dei nostri approcci erotici.

Abbiamo organizzato dei turni per svolgere le varie mansioni domestiche e suddividerci equamente i compiti. Ma ci occuperemo entrambi dei gatti, sia perché per una persona sola sarebbe impegnativo sia perché è un piacere farlo.

Questo è un rifugio non solo per noi, ma anche e principalmente per loro.

Al momento ne ospitiamo una ventina. Alcuni erano già in casa insieme a noi, altri si sono aggregati poco prima della nostra discesa nel rifugio.

Ecco i loro nomi, in ordine cronologico di adozione: Artù, Parsifal, Lancillotto, Ginevra, Merlino, Morgana, Tristano, Isotta, Giulietta, Romeo, Amleto, Otello, Dante, Beatrice, Virgilio, Ulisse, Achille, Dorian, Sibilla, Donchi, Sancho, Dulcinea, Robin e Marian.

Come si può notare, sono tutti nomi derivanti da personaggi storici e letterari. Questi ultimi, in un certo senso, è come se fossero stati miei amici durante l’infanzia e l’adolescenza. Non so per quanto a lungo avrei conservato la mia sanità mentale se non avessi avuto i libri a farmi compagnia.

Proprio come i personaggi letterari all’epoca, adesso i gatti sono i miei insostituibili amici. Non potevo non scegliere dei nomi che, per me, sono stati importanti. Ovviamente ho avuto il consenso di Elena, visto che ce ne occupiamo insieme.

A Michael, invece, piace storpiare i loro nomi. Per esempio Giulietta e Romeo per lui diventano Micetta e Romiao.

I maschi sono castrati e le femmine sterilizzate. Per fortuna non sono affetti da particolari patologie feline, quindi almeno su questo siamo stati fortunati.

Speriamo di poterne ospitare altri. L’aiuto di Michael sarà fondamentale.

Venerdì 26/12/2031 – 00:21

La giornata di oggi è stata parecchio faticosa. Come si suol dire: dobbiamo farci il callo.

Non siamo solo noi a doverci adattare, ma anche il nostro ritmo circadiano. Per mitigare lo sfasamento provocato dall’assenza dell’alternanza giorno/notte, le luci artificiali del rifugio si regolano in modo da essere più calde e intense dalle 9 alle 15 e più fredde e tenui in corrispondenza dell’alba e del tramonto. La nostra intenzione è di simulare al meglio l’ora solare tipica del mese di dicembre e adottarla stabilmente.

A me non sono mai piaciute le giornate luminose e calde, neanche da bambino. Mi scocciava vedere gente rallegrarsi per il cosiddetto bel tempo e deprimersi quando pioveva.

Non m’importava affatto di restare fuori ore e ore per giocare a pallone o passeggiare ammirando vetrine che mettevano in mostra cose spesso inutili. Uscivo volentieri solo per andare in libreria o in biblioteca.

I problemi arrivavano quando non potevo stare in casa a leggere, per esempio durante i pranzi con i parenti o le vacanze estive (o natalizie, o pasquali; in ogni momento libero sembrava fosse tassativo sfiancarsi facendo qualcosa di stressante anziché rilassarsi).

Tutti si aspettavano da me un comportamento convenzionale e prevedibile, perché a quanto pare dovevo presentarmi alla gente in un certo modo. Fortunatamente i miei genitori sono sempre stati molto tolleranti ed elastici in fase educativa.

Fuori casa ho potuto risolvere parzialmente il problema diventando amico di Elena e Michael. Hanno sempre accettato il mio carattere senza giudicarmi, quindi non ho subito alcun tipo di pressione. Uscivo sempre un po’ controvoglia, ma potevo farlo senza melodrammatiche ricadute psicologiche.

Giungemmo al compromesso di pazientare quando facevamo cose che non ci piacevano, perché poi sarebbe giunto il nostro turno di suggerire come e dove trascorrere il tempo insieme.

Ci facevamo guidare dalla nostra indole e dalle nostre attitudini nelle materie scolastiche: letterarie (con finalità evasive) per me, scientifiche (con finalità ideologiche) per Elena e tecnologiche (con finalità sociali) per Michael. Quando toccava a me proporre un’uscita di gruppo, inutile dirlo, si andava quasi sempre in libreria o in biblioteca. Elena riusciva a non annoiarsi, ma per Michael era un supplizio.

Elena ci invitava a partecipare a manifestazioni di protesta ed eventi riguardanti animali e ambiente; coinvolgente e istruttivo per me, indifferente per Michael, che però coglieva l’occasione per corteggiare le ragazze.

Per il nostro amico dallo spirito mondano e sempre alla moda era più semplice organizzare una giornata: si andava al mare, semplice e chiaro.

Dannato mare, dannato sole, dannato caldo e dannata confusione. Abitando a Genova era difficile evitare di escludere il mare dalle nostre sortite. Invidiavo ferocemente chi era nato in montagna e non aveva alcun motivo per rimanere sempre mezzo nudo.

Per non parlare, poi, del già citato fastidio di essere circondato da persone che sotto a quel sole cocente ci si arrostivano.

Se solo ripenso a quei momenti, mi vengono i brividi (di paura, non di freddo).

In età adulta ho inconsciamente iniziato a odiare il mare anche per un’altra ragione. Si tratta più che altro di un sospetto, di una sensazione.

Preferisco tenere il dubbio per me, per non turbare inutilmente Elena. Forse non è successo niente e parlandone con lei potrei finalmente metterci una pietra sopra, ma ho il timore di quello che potrebbe confessarmi.

Per oggi chiudo qui. Non ho raccontato niente di così interessante da essere immortalato nel diario, ma sono molto stanco.

Per evitare lunghi vuoti temporali nella cronologia di questo resoconto, di tanto in tanto condenserò gli avvenimenti in un’unica sessione.

Con noi abbiamo parecchia focaccia già cotta e surgelata, ma scongelarla e riscaldarla al microonde la rende flaccida. Mi devo ricordare di toglierla dal congelatore il giorno prima e poi scaldarla nel tostapane.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Vittorio Tatti
Sono spavaldamente misantropo e irriducibile animalista: finché non si comprende e accetta questo di me non serve aggiungere altro.
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