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L'uomo stropicciato

L'uomo stropicciato
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Consegna prevista Maggio 2023
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Pensa di vivere in un mondo in piena pandemia. Facile no? Non devi tanto immaginarlo. Immagina dei No-vax e dei negazionisti su una nave che lottano contro il sistema. Anche per questo non devi sforzarti troppo, vero? Pensa che, infischiandosene delle regole stabilite dai governi, qualcuno lasci entrare un nuovo virus su quella nave. Riesci a focalizzarlo?
Mettiti comodo: comincia il viaggio, un’allucinazione, un sogno o la triste realtà? Angelo, il protagonista della storia, è un quarantenne che ha sofferto nella vita per la morte della madre, alla quale era molto legato. Si è trasformato in un uomo stropicciato. Esserlo significa affrontare la vita, dopo la sofferenza, con l’ineluttabilità della morte accanto, ovvero vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, godendo dei piccoli momenti, dicendo sempre la verità alla gente, cogliere il momento, senza paure. In viaggio dovrà capire se continuare ad esserlo o no. Riferimenti POP anni 80 e 90 sparsi per tutto il romanzo, alla maniera Nerd.

Perché ho scritto questo libro?

Per scrivere bisogna vivere. Fare esperienze, vedere gente, viaggiare. E proprio dopo un viaggio in nave che si è protratto per molto tempo, mi è venuta l’idea, la scintilla che mi ha portato a scrivere questo romanzo. Scrivendo mi sono accorto che è diventato molto autobiografico, ho riversato tutte le mie idee sul mondo e sulle mie relazioni interpersonali qui dentro. Le situazioni che si affrontano nell’avventura raccontata nel romanzo, potreste averle vissute anche voi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Aprii gli occhi e mi accorsi di essere sdraiato in una cuccetta, sopra di me il fondo di un’altra cuccetta.

Letti a castello.

Li odio!

Una voce mi riportò alla realtà: “Come va? Come ti senti?” domandò.

Mi riportò alla luce gli eventi di qualche attimo prima o qualche ora prima, non sapevo dire per quanto tempo ero rimasto svenuto.

Mia moglie era morta e in quella nave stava succedendo di tutto, era il caos assoluto.

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Morti ammazzati, quattro sequestratori no-vax, io che non avevo fatto nulla per evitarlo e mi ero trovato al centro di tutta quella strana storia di green pass falsi e teorie assurde sulla mancanza di libertà e sul volere incatenare un popolo e amenità varie, in un caldissimo epilogo di giornata nella settimana di ferragosto.

“Mia moglie è morta!” esclamai singhiozzando e girandomi verso chi, poco prima, mi aveva chiesto come stavo.

Mi sembrava di guardarmi allo specchio, solo che mi ero fatto la barba.

Io da uomo stropicciato quale sono, tengo sempre la barba incolta e il pizzo non si distingue molto dal resto dei peli.

Dinanzi a me c’era… io.

Ero io, persino la voce era uguale.

O era una persona che mi assomigliava in maniera scandalosa, però era identico a me, persino tutti i nei erano al loro posto, solo che questo tizio aveva il pizzo più sistemato, come se fosse appena stato dal barbiere.

Naturalmente non potei evitare la domanda: “Ma tu chi sei?”

“Sembri me!” esclamai, molto sorpreso.

Altrettanto naturalmente il tizio uguale a me rispose che “sembravo” non era il termine esatto.

“Sono te!” esclamò, fissandomi negli occhi.

(Estratto dal capitolo La porta verde de L’uomo stropicciato)

L’Angelo della morte, vestito con tunica nera e classica falce, aveva il mio volto e non so perché fosse lì, forse una parte di me aveva paura della morte e preferiva interpretarla per scacciare dalla mente il momento che prima o poi sarebbe arrivato, era al centro della cabina e non si muoveva per niente.

Un due tre stella!

O un due tre, stai là!

Nulla, immobile, fisso al centro, avrebbe sicuramente vinto a quel gioco.

Poi le vecchie conoscenze di Angelo: pizzo perfetto, il mio alter ego elegante e precisino e Cappello da baseball, il mio doppio più casual e popolare.

Mancava Angelo ipovedente o religioso ma intuii che lo avevo ucciso io, cioè era morto nella vita che avevo interpretato istanti prima, in realtà non ero morto io ma lui.

“Benedetto Iddio, mi spiace per quella parte, mi stava simpatica…” pensai facendomi il segno della croce “… riposa in pace in fondo alla mia anima di uomo stropicciato”.

Tutti chiusi e appiccicati, in quella cabina cominciava a scarseggiare l’aria, allora decidemmo di uscire tutti quanti fuori in corridoio e andare a cercare il tipo con il quale uno dei me, la volta precedente, aveva parlato.

Eravamo arrivati alla conclusione che non si sarebbe mai giunti ad una conclusione tanto presto.

Questo, quantomeno, era accettabile.

Dovevamo fare qualcosa di diverso.

Perché ci dovevano essere quelle regole?

Magari quel tipo alla Gandalf il grigio, con il quale Angelo col capello da baseball aveva scambiato due parole prima, poteva modificare le regole in corsa e forse, io che ero sempre stato abbastanza bravo in questo, avrei potuto convincerlo a darci subito la soluzione del gioco e parecchie spiegazioni.

Pareva un gioco, in effetti, ma si moriva anche.

Pareva di essere a Panem e di stare partecipando ai seicentosessantaseiesimi “Hunger Games”, dove alla fine ne rimaneva soltanto uno.

(Estratto dal capitolo Ma insieme non è meglio? de L’uomo stropicciato)

Mi era venuto in mente “Star Trek II: L’ira di Khan”, così, dal nulla, perché la situazione che stavo vivendo o sognando (ancora dubitavo) era molto simile al test effettuato nel film con James T. Kirk e Spock.

Nel test, i cadetti hanno i ruoli di ufficiali di plancia e stanno osservando la zona neutrale Klingon; ad un certo punto viene ricevuta una chiamata di soccorso dall’astronave Kobayashi Maru, una nave da carico civile che sembra aver colpito una mina gravitazionale.

Vicino alla nave in pericolo ci sono diversi incrociatori Klingon.

Il comandante, nella simulazione, deve decidere se soccorrere la nave piena di civili, violando così il trattato di pace con i Klingon, entrando nella zona neutrale e ingaggiando una battaglia, oppure abbandonare la nave al suo destino.

In entrambi i casi non c’è possibilità di vittoria.

Non c’era possibilità di vittoria anche per me, per tutti i me.

Qualsiasi scelta io facessi, finiva con la morte dei civili, non sarei mai arrivato alla fine del viaggio.

Lo scopo del test della Kobayashi Maru è di capire il potere decisionale di un leader, di un capitano, per verificare la sua capacità di comando e il carattere del cadetto in situazioni senza soluzione.

Lo scopo di questo viaggio in nave era lo stesso, forse, e io non potevo vincere, concludere al meglio la storia.

Mi sentivo male, mi venne la nausea e dovevo vomitare.

Eravamo nascosti dietro un furgoncino della DHL, cercavamo di riprendere fiato dopo che eravamo scappati dal quinto piano e dai cattivi.

Cattivi che avevano portato dei malati a bordo, quindi era sicuro al 100% che il virus circolava nel traghetto.

(Estratto dal capitolo Sparire è un po’ come morire de L’uomo stropicciato)

Attraversavo la statale 76, direzione Ancona, andavo a 88 miglia all’ora circa.

Avevo lasciato le Mp/h sul computer di bordo dell’auto perché mi ricordava troppo l’America e anche perché amavo pensare in miglia e non in Km/h.

Mia moglie era accanto a me che scrollava sul telefonino le fake news su Facebook e ogni tanto rideva facendomi salire la curiosità di sapere cosa la divertisse tanto, ma lei non me lo diceva mai.

Era notte ma i lampioni non erano accesi e la strada, buia e senza strisce bianche, mi obbligava a spalancare per bene gli occhi.

Dovevo stare attento a non finire fuori strada ché non si vedeva quasi nulla.

Non litigavo praticamente mai con la mia compagna perché non aveva molto senso, non portava da nessuna parte, perché la ragione non ce l’ha mai nessuno e se qualcuno ce l’ha non importa, si vive lo stesso anche avendo torto, alla fine.

Come dicevano a Troisi in un mitico film su un viaggio del tempo: “Ricordati che devi morire”.

“Mo’ me lo segno proprio!” era la risposta conseguente e inevitabile che riaffermava con potenza il concetto della morte bastarda e che quindi litigare è sempre una perdita di tempo.

Dopo numerosi scroll sul telefonino, Eloisa notò che avevo dato l’amicizia ad una certa Roberta su Facebook.

Non gliene era mai importato nulla prima, quel giorno sì.

Su quel social accetto tutto e tutti io, come fossi una puttana, la do a tutti l’amicizia.

È virtuale, finisce col tasto accetta, muore così, a volte dimentico anche a chi l’ho data.

Che mondo era diventato il nostro se si doveva litigare per una cosa simile, per via di un social?

Maledetto Zuckerberg!

(Estratto dal capitolo Memento mori de L’uomo stropicciato)

“Angelo, sembri assente, che pensi?” mi disse Gloria ad un cm da me con i suoi occhi verdi luminosissimi che scrutavano i miei marroni scuro.

Sarebbe stato troppo lungo spiegarle le mie dissertazioni filosofiche, perciò le dissi solo che stavo pensando a come poter prendere una scialuppa e scappare dalla nave dei malati di mente e degli infetti.

“Ma perché, tu ce la fai a remare con la scialuppa di salvataggio?” mi domandò.

“Io… non ce la faccio, saremmo non so a quante ore dall’arrivo… ehm… non so nemmeno nuotare… magari c’è un altro mezzo… o forse no, questo è un traghetto di merda, però, però…ecco. Forse qualcuno si è portato un motoscafo e ce l’ha attaccato alla macchina, qualcuno ricco. Ci sarà un uomo ricco che ha preso questo traghetto e avrà naturalmente fatto il pieno e…” dissi senza molta convinzione sul finale.

Non sono mai stato un eroe, non è che ci si diventa dall’oggi al domani!

Oltretutto per una personalità sfaccettata come la mia, che ha mille dubbi su tutto, è davvero difficile farsi venire una buona idea per un piano di fuga.

“Ci devi pensare ancora un po’, mi sa” mi disse la ragazza dai capelli rossi baciandomi sulla guancia e sorridendomi.

Ci dovevo pensare e allora tirai in ballo molte delle mie reminiscenze filmiche: dovevo ricordare le sceneggiature hollywoodiane, quei film che parlavano di fughe, per carpirne i piani.

Lo dissi a Gloria che fu entusiasta di starmi a sentire.

“Fuga da Alcatraz, cazzo è il film principe delle fughe, con un Clint in super forma! E poi c’è di mezzo il mare, come qua… come da noi, devo solo ricordare come faceva a fuggire… mmm…”

“Costruivano una rudimentale zattera e non si sa nemmeno se Clint e gli altri due sono riusciti a salvarsi… andiamo avanti” obbiettò.

“Sì, ecco. Le ali della libertà. Con Tim Robbins, bellissima storia. Il buco dietro al poster di Rita Hayworth, il tunnel scavato, la pioggia che sgretola tutto e…”

“Fuga impossibile tratta da una bella novella di King però il mare non c’era, come lo colleghi a questo che stiamo vivendo?  Buchiamo il ferro arrugginito di questo traghetto per… andare dove? No… no”.

“Eh. Ma però mi smonti così”.

“Ma però non si dice”.

Ecco, proprio come mia moglie che mi correggeva sempre.

Stavo cercando di trovare idee, il mio linguaggio era chiaramente colloquiale, non è che avevamo un editor a portata di mano che correggesse il mio modo di parlare!

(Estratto dal capitolo Stallo alla messicana)

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessio Blasetti
Nasce a Palermo nel 1976 ma si trasferisce con la famiglia da molto piccolo, nelle Marche, in provincia di Ancona, dove vive tuttora. Si diploma all'Istituto d'Arte e poi frequenta la Scuola Internazionale di Comics a Roma, rispondendo così all'esigenza di esprimere con i fumetti la sua voglia di raccontare storie, oltre che con la scrittura che utilizza per analizzarsi e analizzare in modo ironico e pungente, il mondo che lo circonda. Ama leggere diversi generi letterari: Bukowski, Hesse, Pirandello, oltre a King, Benni, Pennac, Niven e non disdegna anche Zerocalcare e il classico Dylan Dog. Lavora come addetto alle vendite in un grande negozio di elettrodomestici ma è solo una copertura perché in realtà è uno scrittore/fumettista, anche un po' nerd che adora le serie TV e il cinema d'azione, il fantasy, l'horror e combatte i mostri della realtà tutti i giorni con la fantasia.
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