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Madreselva
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Consegna prevista Settembre 2022
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Madreselva, mirtillo e bistorta
tu le trovi al finire del bosco.
Capelvenere, loertis, crescione
tra le rocce stillanti d’argento.
Lungo i prati bordati di cielo
Cogli lamio, cicoria e bardana.
Sulle vette tra il vento e la neve
artemisia, lichene e genziana.

Così canta Nòna, quando raccoglie le erbe. Ma dietro il suo sguardo acuto nasconde un grande dolore: il suo amato, tanti anni fa, è stato vittima delle prevaricazioni di un giovane guelfo. La sua nipote adottiva sembra correre lo stesso rischio: l’amico di un tempo minaccia lei e quanto le è vicino, il suo amore, la valle nascosta, la sua stessa libertà. Le due donne dovranno lottare contro i pregiudizi medievali e le ambizioni di potere per poter vivere una vita libera.

Perché ho scritto questo libro?

Le valli e le montagne custodiscono storie, frammenti del passato, reliquie di donne e uomini che hanno vissuto, amato, sofferto. Ho raccolto questi frammenti, comporli in un quadro che non celebrasse i grandi del tempo, ma la gente umile, boscaioli, contadini, mercanti che vivevano la fatica di tempi difficili, sul finire dell’età medievale. Tutti al cospetto delle forze della natura, che sulla montagna mostra il suo volto più estremo. Di tutto questo vorrei che se ne celebrasse il mito.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Come ogni notte, gli alberi oltre il confine del bosco erano neri e immobili. Lontano, le chiome si confondevano con le rocce ugualmente scure.

Quelli accanto al villaggio invece ardevano del riflesso delle fiamme che stavano consumando stalle e abitazioni. Le vacche, le capre, gli uomini, tutti sopraffatti dal terrore, invadevano le strette vie, si intralciavano, calpestavano, in una confusione che era più che mai alimento prediletto della paura.

Alcuni avevano osato porre un freno all’ondata ghibellina, ma poco poterono qualche falcione e un paio di scuri contro una masnada di guerrieri armati finanche di balestre.
Ora i difensori giacevano a terra, senza più respiro. Delinda aveva evitato zoccoli e corna degli animali in fuga per giungere al luogo dove lo scontro si era fatto più crudo, la piazza al centro del villaggio. Temeva per Viviano, accorso a difendere le poche cose del villaggio.
Quello che vide la paralizzò.

Nello spiazzo c’erano corpi afflosciati come otri vuoti, la terra era nera dal sangue rappreso.

Il suo fidanzato era appoggiato a un tronco, il suo corpo squarciato da ferite mortali. Tentava una debole difesa agli attacchi di un nemico in fronte a lui, stringendo un corto baselardo. Ma l’assalitore, in piedi, parò facilmente i colpi e, quasi noncurante, affondò la spada nel ventre del giovane.

Delinda urlò, sentendo in tutto il suo essere la devastazione del corpo del suo amato.

L’omicida alzò lo sguardo. Forse non si aspettava di vedere una donna ritta, immobile, gli occhi penetranti i suoi. Forse il dolore letto nel volto della ragazza era troppo forte da sopportare. Fu dunque l’uomo il primo a rivolgere gli occhi da un’altra parte.

Un momento dopo Delinda si riscosse e si avventò sul nemico con la stessa forza del temporale. Ma l’assassino era svelto di spada, e fece compiere al suo ferro un largo arco, a circoscrivere uno spazio entro il quale non era prudente accostarsi.

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Quel fendente raggiunse Delinda sulla guancia, scavando un solco profondo e pulsante. Ella si sentì mancare per il dolore. Lo slancio verso l’uomo si disarticolò in un ruzzolare scomposto che la portò con la faccia per terra.

Prima di perdere i sensi vide uno di quegli assassini avvicinarsi al corpo di Viviano e cercare di strappargli il baselardo dalle mani, ma il suo capo lo fermò.

«Lascia! Abbiamo fatto abbastanza qui. Andiamo!»

Si risvegliò mentre il chiarore dell’aurora incendiava i bordi delle montagne. I pagliai e le abitazioni colpite erano diventati brace palpitante, così come lo era la sua guancia.

Si trascinò accanto a Viviano. Un rantolo intermittente era il solo segno di vita in quel corpo martoriato.

«Viviano! Viviano!».

Il dolore diede forza a Delinda, che si sedette accanto a lui e raccolse in un abbraccio il corpo senza forze.

Il calore della fanciulla sospese per un momento la discesa nell’oblio del giovane. Aprì gli occhi e riconoscendola tentò di allargare il volto in un sorriso.

Lei ricambiò, mentre le sue lacrime lavavano il sangue dal volto tumefatto dell’amato. Mentre teneva fissi gli occhi su di lei, il respiro cessò.

Un sottile lamento nacque dal cuore di Delinda, si espanse nel suo petto, uscì dalla bocca come un roco singhiozzo, un urlo interrotto.

Avevano ucciso il suo amato. I sogni che insieme avevano sognato, le speranze coltivate, il lavoro per costruire un futuro insieme, cancellati nell’attimo di un agguato. Il dolore la prese tremendo, pressante. Le invase la mente lasciando che solo un acuto pensiero salisse alla coscienza.

Vendetta.

Prese il baselardo di Viviano e lo strinse tra le mani fino a sanguinare.

Avrebbe vendicato il suo Viviano.

I

La luce del mattino già maturo entrò prepotente dall’uscio di casa, inondò la cucina, si posò sul tavolo e sulle credenze, esplose in un crepitio dorato sulla pentola in rame appesa e, infrangendosi sui pochi bicchieri di vetro si scompose nelle gradazioni dello spettro.

Il profilo di una bimba si stagliò davanti alla porta.

«Mamma! Mamma!»

Teresa accorse, le mani gocciolanti asciugate frettolosamente sul grembiule. Scrutò la bimba in controluce e si chinò, allargando le braccia.

«Vieni, principessa! Che ti è successo?»

La piccola Ilda trotterellò verso sua madre, che notò le tracce che le lacrime avevano lasciato sul visino.

«Perché piangi? Cos’è stato?»

Tra i singhiozzi, stringendosi a lei con tutta la sua forza, la bambina pigolò.

«È stato Ignazio! Mi ha graffiato!»

E mostrò alla mamma il dorso della mano, orrendamente sfigurato da un graffio appena poco più grande di una formica.

La mamma sorrise, le prese la mano e gliela baciò.

«Sono certa che non lo ha fatto apposta. Vieni, che ho il rimedio per tutte quelle lacrime.»

Dalla credenza uscì una scatola, che la mamma aprì. Ne cavò una manciata di biscotti al miele. Gli occhi della bimba si spalancarono e le lacrime furono ricacciate indietro.

Mentre assaporava la fragranza del biscotto la piccola, dimenticato l’episodio del graffio, chiese:

«Perché mi chiami sempre principessa, mamma?»

«Perché tanti e tanti anni fa viveva da queste parti una principessa, e dai figli dei figli dei suoi figli arriva la nostra famiglia.»

«Davvero? Allora tu sei la regina?»

Teresa rise.

«In un certo senso. Però non è il titolo che rende nobile una persona, ma il cuore. E tu, soprattutto per i tuoi genitori, sei molto più di una principessa.»

«E come si chiamava?»

«Florinda.» fece la mamma, accarezzando la bimba e aggiustandole il vestito.

«Dunque, anch’io sarò come la principessa Florinda. Sarò saggia e benvenuta.»

«Benvoluta!» la corresse ridendo sua madre.

«Sarò saggia e benvoluta. E incontrerò un vero principe e lo sposerò.»

Concluse, con un piglio che fece piegare in due la mamma dalle risate.

Superata la crisi, la bambina tornò dai piccoli amici che giocavano nella piazzetta erbosa che si formava dove le case si diradavano, alla confluenza delle due vie principali del villaggio.

Come immemore dell’episodio di poco prima, si presentò di fronte ai ragazzini seduti al bordo della piazza, i lunghi capelli sciolti, gli occhi sfavillanti come il ghiaccio delle lontane terre del nord.

Si piantò di fronte a Ignazio, con le braccia conserte e un’aria di sfida. «Ah! È tornata la piagnucolosa! Che c’è? Ti ha curato la mammina?»

I bambini del villaggio non erano molti, le differenze di età rendevano i più grandi tiranni verso gli altri. Ignazio, più anziano degli altri, anche se di poco, faceva pesare la spanna di altezza in più data dalla adolescenza incipiente, generando un clima di terrore.

Solo Arturo, un po’ più giovane, gli teneva testa.

«E piantala! È solo una bimba! Prenditela con chi ha la tua età!»

Una mano chiusa volò nell’aria raggiungendo la mascella di Arturo, che volò a terra come colpito da un maglio.

«E adesso? Che hai ancora da dire?», urlò beffardo Ignazio, certo di aver messo a tacere qualsiasi atto di ribellione.

Arturo si ritrovò a osservare con occhi lucidi un ciuffo d’erba ingiallita, mentre la testa gli rintronava. Si toccò, il mento era ancora al suo posto, anche se aveva come l’impressione che la sua faccia non fosse più quella di prima.

Era stupito e confuso, ma avrebbe dovuto aspettarselo. Ignazio risolveva ogni impiccio con la forza. Ma questa volta aveva veramente esagerato. Essere colpito così, a tradimento, era un affronto che anche lui, solitamente conciliante e incline al compromesso, non poteva lasciare impunito.

Si rialzò lentamente, trattenendo le lacrime di dolore e rabbia, mentre Ignazio lo guardava di sottecchi. Attese un momento per riguadagnare forza, poi si lanciò con la velocità di una donnola contro l’altro ragazzo, mandandolo a sua volta a terra.

Si avvinghiarono in un combattimento tanto drammatico quanto futili erano stati i motivi che lo avevano causato. Intorno gli altri ragazzi esplosero in urla e incitazioni, mentre i più piccoli si allontanavano impauriti.

Gli schiamazzi attirarono l’attenzione di alcuni adulti ma, indovinata l’età dei contendenti, dedicarono loro non più di un’occhiata e una scrollata di spalle.

Arturo sembrava avere la peggio, l’altro lo atterrava con facilità. Ma non voleva dargliela vinta. Se si fosse arreso, Ignazio si sarebbe confermato come capo della ghelda dei ragazzi. E questo non poteva permetterlo.

Fece uno sforzo sovrumano per sfuggire alla presa del nemico, si levò velocissimo e sferrò un calcio che colpì Ignazio al fianco, lasciandolo boccheggiante.

Giunse un uomo dai capelli color cenere, con un baselardo dal fodero fittamente istoriato alla cinta. Stette per qualche momento ad assistere al combattimento, poi quando giudicò che si erano picchiati abbastanza, prima che si avvinghiassero di nuovo in un abbraccio feroce, li fermò prendendoli entrambi per le spalle, li scosse per bene sino a che capirono che il conflitto si era concluso e li redarguì.

«Non si risolvono i diverbi con i pugni, ma con le parole. Se non ne sapete abbastanza, andatevele a studiare. Forza, via!».

Li lasciò andare e quelli, sempre guardandosi con aria di sfida, si allontanarono in direzioni opposte.

Ilda corse incontro all’uomo.

«Papà! Sei arrivato! Che bello!».

«Ciao, piccola! C’entri anche tu con questa rissa?».

Il grande uomo dai grigi capelli scarmigliati sollevò la piccola come fosse un fuscello, la fece volare in aria e la riprese più volte.

La piazzetta si riempì delle grida e delle risate di Ilda.

Dopo poco, calmatasi, passò alle domande.

«Papà, quando sarò grande diventerò una principessa?».

Il padre sorrise.

«Lo sei già, piccola».

«Ma non abbiamo un castello! Abbiamo soltanto una casetta».

«Non ti piace la nostra casa?».

«Ma certo che mi piace, solo vorrei vedere un castello».

«Un giorno ti porterò in un posto davvero magico. Era la dimora della principessa».

«Della principessa Florinda?».

«Proprio lei! Si chiama Val de Möf, Vi fioriscono migliaia di piante di diverse varietà, così i prati si colorano di rosso, fucsia, azzurro, giallo. E molte di queste piante sono utili all’uomo. Adesso però è ora di cena. Avanti, andiamo».

«Aronne, hai comprato la farina di segale?».

Teresa baciò frettolosamente il marito, prese dalle sue braccia Ilda insonnolita e la condusse nell’angolo della stanza, dove l’attendeva un mastello di acqua fumante e profumata.

«Certo, e anche una decina di mele».

«Non sono ancora mature le nostre?».

«Queste sono primizie. Arrivano dalla bassa valle. I nostri meli hanno bisogno di ancora un paio di settimane. Ma quest’anno il raccolto sarà abbondante. Riusciremo anche a venderne un po’, prima dell’autunno».

Posò mele e farina sul tavolo.

«Ho dovuto separare due ragazzi che si stavano azzuffando, qui fuori. Uno è il figlio di Altiero il mercante, una testa calda come suo padre».

«L’altro si chiama Arturo», intervenne Ilda dalla tinozza in cui era immersa, attenta a ogni parola scambiata tra i genitori.

«È il mio miglior amico! Mi ha salvato la vita!».

Allo spalancare degli occhi della madre, la piccola annuì.

Poi, sospirando.

«Quando sarò grande lo sposerò!».

2022-02-18

Aggiornamento

Incursioni letterarie su Madreselva a Villa Fiorita, Cernusco s/N
2021-12-19

Aggiornamento

Sui miei profili Facebook e Instagram ( trovate i link nel mio profilo) ho postato brevi video che illustrano i temi, i protagonisti, gli ambiti e gli oggetti del romanzo. Buona visione
2021-12-07

Aggiornamento

Ieri abbiamo aperto "ufficialmente" la campagna di crowdfunding per il romanzo Madreselva, con un breve momento in Libreria del Naviglio, durante il quale ho spiegato come è nata l'idea di Madreselva. Ringrazio in primis Guido Cavalletti per la disponibilità e l'amicizia, e chi ha partecipato: Giuseppe Bianchi, Laura Bonalumi, Ira Satta, e tutti le altre e gli altri. Chi non ha partecipato rimedi andando sul sito della casa editrice bookabook e pre-ordinando una o più copie di Madreselva. Parteciperete in questo modo alla riuscita del progetto. Grazie! #madreselva #montagna #valbrembana #pianteofficinali #medioevo #storiedellamadreselva #romanzo
2021-12-02

Aggiornamento

Vi aspetto
2021-12-06

Evento

Libreria del Naviglio , via Marcelline 39, Cernusco sul Naviglio Inizio Campagna di Crowdfunding
2021-12-06

Evento

Libreria del Naviglio , via Marcelline 39, Cernusco sul Naviglio Inizio Campagna di Crowdfunding

Commenti

  1. Daniele Antoniazzi

    (proprietario verificato)

    Quando le cronache della vita di tutti i giorni diventano epopea di un popolo mai raccontato, che in silenzo è stato la storia e che oggi, grazie a Navoni, finalmente fanno sentire la loro voce.
    Affascinante l’ambientazione agreste, tra luoghi noti, che rendono le vicende ancora più suggestive.
    Mi aspetto una mappa, in futuro, sullo stile del Signore degli anelli, con luoghi ed eventi 😉

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Loris Giuseppe Navoni
Sin da bambino, ero attratto dalle storie.
Andavo nell’orto, d’inverno, e mi immaginavo tra le foreste del Canada insieme a Zanna Bianca. Mi arrampicavo sul fico, e tra i suoi rami ero Tarzan delle Scimmie. Emulavo i grandi scrittori producendo racconti fotocopia dei loro capolavori.
Amavo leggere e cercavo di esprimermi provando, come tutti gli adolescenti, qualsiasi forma artistica: poesia, racconto, canzone, fumetto.
L’età matura mette in un angolo le ambizioni, aprendo una stagione di amore, mi sposo con Gabriella e ho tre figli, lavoro in una multinazionale tecnologica, dove promuovo e comunico l’innovazione.
Ma l’interesse per le espressioni della mente umana rimane, e arrivo a dare forma alle mie storie, cercando in diversi modi di condividerle con gli altri. Sono convinto infatti che la cultura sia quella parola che inizia guardando l’uomo e si completa abbracciando il mondo.
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