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Mai al mondo

Mai al mondo
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Consegna prevista Giugno 2023
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“Mai al mondo” è una storia che parla d’amore in tutte le sue forme.
Va controcorrente… È provocatorio, a suo modo.
La narrazione in prima persona aiuta il lettore a potersi immedesimare meglio nei personaggi ed a comprendere, forse, il modo di pensare di Emi, protagonista femminile e ragazza un po’ cinica, e del suo “figlio adottivo” Aristotele, inguaribile ottimista dall’animo romantico.
Emi e Aristotele si “incontrano” quasi per caso e questo è “Mai al mondo”: un racconto singolare nella sua semplicità, che affronta moltissimi temi del mondo moderno e che si rivolge soprattutto ai giovani, ma anche agli adulti.
Leggere questo libro sarà come leggere i pensieri di una donna e di un bambino che diventa adolescente e poi uomo. Un viaggio che porta in tutte le direzioni della vita e che attraversa cambiamenti, scelte, gioie e dolori; un viaggio di crescita.

Perché ho scritto questo libro?

Erano anni che questa storia “vagava” dentro di me. Semplicemente… Era giunto il momento di farla venire fuori.
Sono convinta che ci sia un tempo per ogni storia che uno scrittore conserva nella sua mente e questo era il tempo di “Mai al mondo”.
Spinta da mie recenti esperienze personali, ho detto a me stessa: “È ora che Mai al mondo nasca!”
… E così è stato.
Avevo bisogno di dire la mia sull’argomento “maternità” e mi sono sfogata con il “mio” modo di dare la vita: scrivere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Isterectomìa: s. f. [comp. di istero-2 e ectomia]. – In chirurgia, asportazione, totale o parziale, dell’utero.

L’isterectomia è una tecnica chirurgica che comporta l’asportazione dell’utero.

La rimozione dell’utero rende la paziente incapace di generare figli.

                                     ***

Mi chiamo Emi.

Sì… proprio “Emi”: E… M… I.

Emi.

Sono figlia di genitori americani; figlia di genitori giovanissimi; figlia di genitori ricchissimi.

Quando mio padre e mia madre si sono conosciuti, avevano entrambi sedici anni.

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Si sono incontrati ad un ricevimento di persone ricchissime come loro e come i loro genitori e, dopo neanche un’ora, erano a limonare dietro un cespuglio.

Da bambina, mia madre era una modella.

All’età di sette anni, c’era già una carta oro col suo nome stampigliato sopra:

Elizabeth Pink.

“Pinky Beth”, per gli amici e i fans.

Come tutte le bambine prodigio, mia madre è cresciuta viziata e pretenziosa.

Dopotutto, i soldi li guadagnava lei e lei aveva il sacrosanto diritto di farseli fuori come preferiva.

Li spendeva tutti in alcol, orecchini e scarpe; con qualche centone, ci avrà di sicuro comprato dell’erba.

Mio padre, invece, ha sempre scroccato i soldi agli altri.

Di suo, di guadagnato, non ha mai avuto nulla.

Un parassita.

Suo padre, mio nonno, era un fantamiliardario che giocava in borsa.

Non ho mai saputo bene in cosa consistesse il suo lavoro, visto che non l’ho mai conosciuto e che mio padre me ne parlava a monosillabi… Ma me lo sono sempre immaginato come una sorta di Paperon de’ Paperoni, con diecimila telefoni sulla scrivania, a dire: “Vendete! Comprate!”

In teoria, mio padre avrebbe dovuto lavorare per mio nonno non appena avesse compiuto ventuno anni e dopo aver preso una laurea in “robe da uomini d’affari”; invece, mio nonno morì, mio padre ereditò una fortuna che non si sarebbe potuta spendere neanche in dieci vite e lui e mia madre si sposarono a diciotto anni a Las Vegas.

Quando hai così tanti soldi e sei solo un mocciosetto di neanche vent’anni, ti senti Dio in terra.

Per i primi tre anni di matrimonio, i miei genitori se la spassarono come pazzi.

Facevano la notte giorno, si ubriacavano quasi ogni sera e scopavano come ricci.

Partivano per viaggi assurdi e pericolosi in posti dimenticati dal Signore.

Si facevano e rollavano canne.

Poi, un bel giorno, decisero di “mettere la testa a posto”.

Da bravi americani prevedibili, i miei hanno sempre adorato l’Europa in generale e l’Italia in particolare.

Così, si trasferirono proprio lì.

Raggiunti i ventuno anni, ebbero la geniale idea di “creare qualcosa che fosse italiano”.

Ed ecco il risultato:

Emi May.

Sono nata a Roma.

Mia madre pensava che la Capitale fosse il posto più simbolico in cui far nascere la sua piccola “pastarella italiana”.

In origine, il mio nome era “Amy”; ma, quando mi fecero registrare all’anagrafe e mio padre disse “Emi”, il tizio che si occupava della cosa scrisse il nome per come lo aveva sentito:

“E… M… I”.

I miei genitori lo videro come un simpatico aneddoto da raccontare e, così, non lo cambiarono.

Ho passato l’infanzia e l’adolescenza spostandomi di continuo da una regione ad un’altra.

Pinky Beth, suo marito ed io siamo partiti da “su”, per poi scendere fino al tacco dello Stivale e visitare tutte le isole vicine.

L’Italia, l’ho vista tutta.

Arrivati in Sicilia, ci siamo fermati.

Anche se, in realtà, a fermarci siamo stati solo io e mio padre.

Evidentemente, tutte quelle promesse di fedeltà e amore eterno non immaginavano bene che cosa intendesse il cappellano ubriaco che ha sposato i miei genitori, quando ha detto: «In salute e il malattia»… visto che mia madre se l’è filata in Spagna, quasi subito dopo aver saputo che mio padre s’era beccato un bel cancro al polmone destro.

Mi ha chiesto se volevo seguirla, ma io ho risposto di no.

Dev’essersi offesa: sono anni che non si fa più viva e che non ho sue notizie.

Adesso, sarà sicuramente a sballarsi con qualche tossico su qualche cocuzzolo di montagna nepalese.

Al contrario, mio padre dev’essermi stato molto riconoscente per non averlo abbandonato, dato che mi ha lasciato in eredità tutto quello che possedeva, escludendo completamente mia madre.

Avrà di certo pensato che l’ho fatto per lui; avrà di certo pensato che lo preferivo a lei. Avrà di certo pensato di aver vinto.

Beh…

Almeno, ho lasciato che morisse felice.

In verità, sono rimasta perché volevo farlo.

Sono rimasta per me.

La Sicilia mi piace.

Sembra di essere perennemente in vacanza, qui.

È sempre estate.

Il sole è caldissimo.

Se non si ha il problema di dover cercare un lavoro che non si trova mai, è il posto ideale in cui vivere.

E, poi, in fondo, io sono davvero in vacanza.

Non sono di nessun posto; una vita in viaggio, la mia.

Mi sento un’eterna turista.

Quando la gente mi vede passare per strada o mi incontra al mercato, mormora eccitata: «A Miricana”; a Miricana”!» e fa commenti sui miei capelli rossi.

Io sto ad Acitrezza, un paesino di mare.

È pieno di turisti, ma quelli che ci abitano si conoscono un po’ tutti fra loro.

Conoscono anche me. Ed io conosco loro.

Mi sono stabilita nel paese da sette anni.

Abito in un appartamento piccolissimo, con solo una camera da letto, una cucina-soggiorno e un bagnetto.

È uno di quegli appartamenti ricavati dalle tipiche vecchie case del Sud-Italia, senza corridoi e con i soffitti altissimi ed a cupola.

Ci si potrebbero far fare degli affreschi.

Ma io non spendo quasi mai più del necessario.

Non mi interessano né vestiti, né accessori vari. Non mi trucco.

Non guardo molta Tv.

Non ho animali domestici.

Non mi piacciono gli animali.

Non so cucinare.

Quello che spendo, lo spendo in cibo: asporto, roba a domicilio e piatti precotti o già pronti da mangiare dal supermercato.

Per fortuna, in Sicilia si mangia da Dio.

E, vicino al mare, si mangia da re.

Qualcosa, la spendo anche per il mio unico passatempo: il disegno.

Passo tantissimo tempo appollaiata sugli scogli a ritrarre scorci e soggetti vari.

Nessuna scuola speciale.

Niente università o roba simile.

Solo una naturale propensione all’arte. E scarabocchi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Federica Carasi
Mi chiamo Federica Carasi e sono nata a Catania, il 13/05/1992.
Attualmente, abito a Valverde, in provincia di Catania, col mio compagno. Ma, prima di venire qui, abitavo e lavoravo in Veneto, luogo a cui sono estremamente affezionata e legata ed in cui c'è ancora buona parte della mia famiglia.
Sono diplomata in Lingue e sono un'appassionata di Letteratura. Amo leggere e scrivere ed ho pubblicato più di un romanzo: "L'ottavo peccato", nel 2013; e "Legittima difesa", nel 2016.
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