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Mamma, esco a fare due passi!

Mamma esco a fare due passi
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Consegna prevista Luglio 2023
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Un antico pellegrinaggio nella penisola iberica, un giovane neolaureato decisamente impreparato, un ginocchio danneggiato già al secondo giorno, uno zaino stracolmo di pensieri; cos’altro può andare storto? Camminate insieme a questo pellegrino improvvisato, tra gioie immense, lacrime, tendiniti, abbracci, frittate enormi, strade sbagliate, nuovi amici; camminate lungo uno dei più antichi pellegrinaggi conosciuti, e giungete anche voi alla famosa Santiago de Compostela! Buen camino, peregrinos!

Perché ho scritto questo libro?

Quando mancavano pochi giorni al mio arrivo a Santiago, i miei genitori si sono fatti trovare nel paese nel quale mi sarei dovuto fermare per la notte. Al termine del Cammino, siamo andati in macchina fino alla città di Finisterre; lì ho girato un video nel quale dicevo che avrei potuto produrre un film, intitolandolo “Mamma, esco a fare due passi!”. Dopo qualche anno, invece, ho iniziato a scrivere questo libro, per poterlo donare ai miei affetti. Ora, per me, vale più di un tesoro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Giorno 0

Torino–Lourdes

Ricordo molto bene questo giorno: era una calda mattina d’estate e pioveva a dirotto; ho impiegato qualche minuto a capire che erano invece le lacrime di mia madre.

Siamo partiti tutti e sei (i miei genitori, mia sorella, il papero, il pulcino e io) per recarci alla fermata dalla quale sarebbe partito il pullman diretto a Lourdes; l’entusiasmo era altalenante: si passava da momenti di ilarità ed euforia a momenti di disperazione e tentativi di annullamento dell’imminente viaggio.

Arrivati al pullman, abbiamo caricato l’unico bagaglio in mio possesso.

So che questo è un racconto ironico, ma lasciatemi descrivere uno dei pochi momenti teneri e coccolosi: l’abbraccio a mia mamma. Un abbraccio forte e carico di amore, che vuole stringere ma al contempo lasciar andare; che ti scalda il cuore come nessun’altra occasione ha mai fatto; che ti dà la grinta e la forza per andare avanti. E, con le guance rigate dalle lacrime, mamma che mi dice: “Ci vediamo a Santiago”.

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Ok, torniamo a noi: un saluto a papà, qualche parolina gentile e affettuosa da parte di mia sorella (due anni più grande; mi rinchiudeva continuamente nelle stanze della casa, spegneva la luce e tornava dai miei genitori chiedendo loro dove fossi mai finito… Immaginate la finezza del saluto).

Una volta salito sul pullman, mi accomodo al mio posto e, dopo poco, mi raggiunge una signora sulla sessantina che si siede vicino a me salutandomi.

Il motore del pullman si fa sentire. Un ultimo sguardo prima della partenza a coloro che mi hanno sempre donato tutto di loro stessi e che ora mi donavano ancora uno degli elementi più importanti della vita: la libertà. Non ero libero di andarmene, libero di fare cavolate o libero di cercarmi grane: ero libero nel senso che mi stavano lasciando partire verso qualcosa di sconosciuto, difficile, doloroso; ma sapevano che quel qualcosa mi avrebbe reso veramente molto felice.

“Ciao! Vi chiamo appena posso!” ho detto da dietro quel finestrino, e in quel momento ho sperato non capissero frasi come: “Spero di non rompermi qualche osso!” o “Addio! Mi troverete in un fosso!”.

Ci siamo! Ero in viaggio per Santiago, finalmente uno dei miei sogni nel cassetto si stava realizzando! Ero veramente molto carico, determinato e con il cuore a mille.

Nulla poteva fermarmi. Nulla.

Eccetto lo spirito stesso del viaggio in pullman.

Ciò che scrivo ora è realtà, e gradirei lo leggeste con la stessa voce con la quale il grande ragioniere Ugo Fantozzi raccontava delle proprie disavventure.

Primo semaforo: parte un canto religioso da un gruppo di arzilli ottantenni in uno stato semincosciente.

Secondo semaforo: qualcuno azzarda un rosario, ma il solito gruppetto (che guarda caso si trova in fondo al pullman) insiste con i canti a tal punto che la situazione sta per sfuggire di mano e il viaggio rischia di trasformarsi in un miscuglio tra festa del Patrono, Festival delle Sagre di Asti e Adunata Nazionale degli Alpini.

Terzo semaforo: la signora seduta accanto a me, fino a quel momento affascinata da tutta questa sprizzante vitalità, si gira verso di me esclamando: “Sarà proprio un bel viaggio!”.

Imbocco dell’autostrada: finalmente il rosario.

Provo a chiudere gli occhi per riposarmi un po’, mentre attorno a me l’ambiente si fa sempre più silenzioso. Nei miei pensieri c’è solo il Cammino, e un’infinità di domande pervade la mia mente. Avrò fatto la scelta giusta? Ce la farò? So veramente a cosa sto andando incontro? E se li deludessi? Lascio che questi e altri interrogativi scivolino via per scivolare a mia volta in un sonno tranquillo.

“Meno male, ci fermiamo a fare colazione!”: questa è stata la mia sveglia di quel giorno.

Ora che ci penso, avete presente il film d’animazione Alla ricerca di Nemo? Avete presente lui, il padre, Marlin, e poi lei, la compagna smemorata, Dory? Ecco, la situazione era pressoché la stessa. Solo che eravamo io e la mia compagna di viaggio, su un pullman pieno di euforici, verso un santuario meta di innumerevoli pellegrinaggi. Ed eravamo solo a un quarto del viaggio.

Avevamo da poco passato la frontiera con la Francia e, alla prima stazione di servizio, ci siamo fermati per mangiare qualcosa; una lunga fila di pellegrini partiva dal pullman e terminava alla porticina del bar, e io me ne sono reso conto solo dopo aver mandato un messaggio ai miei genitori. Purtroppo, avendo il cellulare nuovo e non sapendo un granché di rete internet all’estero o di roaming, ho impiegato più del necessario per provare a contattare la mia cara famiglia d’oltralpe, tempo prezioso che mi ha gettato in fondo alla fila per la colazione.

Praticamente, quando stavo ordinando un cappuccino, l’autista stava già mettendo in moto il pullman: ero ormai spacciato? No, tranquilli, con il mio sangue freddo e la capacità di trovare sempre una soluzione, sono riuscito a salire sul pullman in maniera abbastanza tranquilla, eccetto per la parte superiore dell’esofago, gravemente ustionato da quel buonissimo cappuccino, il quale non era altro che un lunghissimo caffè annacquato con una sorta di panna semi-montata sulla superficie (ora che ci ripenso, era davvero terribile, meno male che in Francia per quel giorno non avrei dovuto più mangiare! Ah, no, dimenticavo la cena; ma di questo parleremo tra poco).

Quel giorno, siamo arrivati tardi a Lourdes. Eravamo nei pressi di Tolosa, quando un bel nubifragio ci ha accompagnati in un ingorgo sull’autostrada; guardando fuori dal finestrino, mi sono accorto che andavamo parecchio lenti, e ci sono volute infatti decine di minuti per percorrere quei pochi chilometri di autostrada che circondano la città.

Poco prima di cena, siamo arrivati finalmente a destinazione ed è stato tutto molto veloce: sono sceso dal pullman, ho raccolto il mio zaino (già scaricato a terra), ho pronunciato un “Bonsoir” come meglio riuscivo, senza accorgermi che mi era già stata assegnata una camera e che le chiavi erano sul bancone, sono salito alla mia regale dimora, ho posato l’enorme sacca e mi sono sdraiato a guardare il soffitto. Il mio cervello non ha avuto tempo di pensare al lungo viaggio appena concluso, che subito bussano alla porta con particolare gioia urlando che la cena è pronta. Già, la cena.

Non ricordo molto bene che cosa ho mangiato quella sera; so solo che le portate si sono susseguite in maniera così rapida che stavo per fare la scarpetta nella tazzina del caffè. Il tutto accompagnato da un gruppo di signori sulla settantina che a turno mi domandano: “Cosa fai qui da solo?”. Ora, va bene ripetere una o due volte che percorrerò il Cammino, ma quando devi ripetere la stessa frase cinque volte di fila, e all’ultima volta si gira la prima persona (alla quale l’hai detto tre minuti prima) dicendo “Ah, sì? Quindi vai fin là?”, ecco, in questo caso forse hai parecchia voglia di andare a dormire.

E così è stato; dopo aver parlato con il proprietario ed esserci accordati sulla colazione e sul taxi per l’indomani, mi sono recato in camera per una doccia rilassante. Mi sono poi seduto sul letto e ho scattato una foto, più precisamente un autoscatto, da mandare ai miei genitori (vi ricordo la questione tecnologia…): in quel momento, riguardando quell’immagine, mi rendo conto che non sapevo minimamente ciò a cui sarei andato incontro di lì a pochi giorni, a poche ore. Gli occhi mi luccicavano dall’emozione, ma al contempo avevo una grande paura; vi starete dicendo che in fondo si tratta solo di una passeggiata in campagna, cosa ci sarà mai di male o di terrificante? Mi spiego meglio: se siete con alcuni amici a camminare in qualche posto del vostro paese, con i vari social sui quali caricare le fotografie che scattate, in mezzo a tanta gente che parla la vostra lingua, con la possibilità di farvi venire a prendere in maniera rapida da qualcuno di vostra conoscenza se vi succede qualcosa (una storta, una caduta, lo smarrimento della carta di credito, ecc.), allora vi verrebbe da pensare che è tutto semplice. Se foste invece da soli, a ottocento chilometri da casa, in un posto dove non sapete un granché la lingua locale e con l’operatore telefonico che vi abbandona costantemente nel momento del bisogno, be’, allora forse non la pensereste allo stesso modo. Era questa la paura che navigava in quegli occhi; tutto questo insieme di elementi mi faceva sorridere, ma al contempo preoccupare; sì, insomma, stavo per affrontare una delle prove più forti di tutta la mia vita, e chi l’avrebbe mai immaginato quanto lo sarebbe stata!

Mi sono coricato dopo aver indossato una maglietta fresca e, senza avere il tempo di formulare ulteriori pensieri nella mia mente, mi sono ritrovato nel mondo dei sogni.

Ci siamo, domani si inizia!

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Marco Trevisan
Sono nato a Torino nel 1991, ho frequentato un istituto tecnico e mi sono successivamente laureato in Biotecnologie mediche presso l'Università degli Studi di Torino. Ho sempre avuto una passione per la natura e la scienza in generale, che coltivo tuttora leggendo libri a tema scientifico e informandomi presso riviste scientifiche. Insegno matematica e scienze in una scuola secondaria di primo grado e adoro il mio lavoro perché mi permette di divulgare le conoscenze che acquisisco ogni giorno o che ho appreso nel percorso di studi. Mi piace viaggiare e scoprire nuovi paesi, culture e tradizioni. Il Cammino di Santiago era un mio sogno, che ho potuto realizzare nel 2015, una volta terminato il ciclo di studi universitario.
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