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Mamoru Oshii: tra uova, conchiglie e fantasmi

Mamoru Oshii - tra uova, conchiglie e fantasmi
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Consegna prevista Aprile 2023
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Figura fondamentale dell’animazione giapponese, Mamoru Oshii è un regista unico ed inimitabile. Avventure scolastiche, storie di guerra, drammi fantascientifici: i suoi film spaziano tra molti generi, ma è il cyberpunk il suo prediletto. Transumanesimo, tecnologia, androidi, coscienze addormentate, ogni sua opera sfoggia temi profondi e accattivanti, che portano lo spettatore ad una riflessione sull’io e sull’evoluzione dell’uomo in una realtà fredda e dominata dalle macchine.
Nelle le sue mani, l’animazione riesce a dar vita a mondi straordinari dotati di un fascino vivido e travolgente, mondi che vi cattureranno e vi faranno sentire lì, dentro lo schermo insieme a tutti i personaggi.
Analizzando alcune delle sue pellicole più celebri, in questo saggio proveremo a interpretare il suo stile e il suo linguaggio artistico per capire come e in quale misura essi abbiano influenzato l’animazione nipponica, che oggi è divenuta un’autentica costola della cultura pop mondiale.

Perché ho scritto questo libro?

Fondamentalmente per due motivi. Il primo è condividere quella che è la mia più grande passione, ossia l’animazione giapponese, la quale (purtroppo) non gode dello stesso rispetto, della stessa cura e della stessa attenzione di cui gode invece il cinema in live-action.
Il secondo riguarda i film di Mamoru Oshii: a mio avviso, si tratta di capolavori immortali e sorprendenti che ogni sedicente amante e cultore del cinema dovrebbe vedere, senza “se” e senza “ma”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I PERSONAGGI, I SIMBOLI E LE INTERPRETAZIONI

Se la trama di Tenshi No Tamago è latitante e i personaggi sono solo due, i simboli e le corrispettive interpretazioni invece abbondano in gran quantità. La prima cosa che lo spettatore avverte è il profondo legame tra la ragazzina e il suo uovo, un legame sacro e indissolubile: lei lo considera come un oggetto prezioso, il suo più grande tesoro, e nel momento in cui l’uomo lo rompe, cedendo all’impulso della curiosità, la mente della ragazzina scivola nell’oblio della disperazione. Ma assai più arduo è cercare di capire cosa rappresenti quell’uovo: nel corso della pellicola appuriamo che la ragazzina lo ha trovato nei pressi di una stele di pietra contenente i resti fossili di una creatura umanoide alata, una sorta di angelo (da cui anche il nome, “l’uovo dell’angelo”). Di conseguenza, lei è fermamente convinta che dentro quell’uovo ci sia un angelo, l’ultimo della sua specie, l’essere che salverà quel mondo buio e dimenticato.
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Tuttavia, nessun dettaglio avvalora questa supposizione, così come nessun dettaglio la smentisce. L’unica soluzione per fugare ogni dubbio è vedere di persona cosa contenga l’uovo, motivo per cui l’uomo, alla fine, lo rompe. E proprio quando finalmente noi pubblico pregustiamo di scoprire l’agognata verità su quell’uovo misterioso, Mamoru Oshii ce la strappa da sotto il naso. Infatti, il contenuto dell’uovo resterà un mistero: tutto ciò che il regista decide di mostrarci sono le reazioni dei due personaggi. Frustrazione, sofferenza, rabbia e tristezza per la ragazzina, e disappunto, disillusione e insofferenza per l’uomo, forse deluso dal risultato del suo gesto. L’uovo poteva davvero contenere una creatura angelica – così come poteva anche essere vuoto – ma il non saperlo ci lascia in un limbo di incertezza che secondo molti sarebbe lo specchio dell’esistenza umana, labile, imprevedibile e appunto incerta per definizione.

Così, a fianco del concetto di identità perduta, avvalorato dalla mancanza di nomi, ecco che si delinea anche il concetto di caducità, di una forza inesorabile che trascina tutto verso il deterioramento, in primis le persone. In effetti, questo spiegherebbe perchè non vi sia anima viva in quel mondo: una alla volta, le persone sono scomparse lasciando il posto alle ampolle prima menzionate, contenitori tutti uguali e trasparenti senza più nulla al loro interno, vestigia di ciò che ora è trapassato. Persino i pescatori che si vedono in una breve sequenza del film non sono altro che echi deboli e flebili di qualcosa che non c’è più. Queste figure grigie e ammantate corrono all’impazzata tra le vie di una vecchia città fantasma, inseguendo delle ombre a forma di pesci. La sequenza dei pescatori è una delle poche davvero concitate della pellicola – se non l’unica – ma rimane anch’essa un’enorme incognita: chi sono queste comparse? Perchè lanciano i loro arpioni contro dei miraggi marini? Naturalmente Oshii si guarda bene dal rispondere a tali interrogativi: tutto ciò che possiamo supporre è che abbiano perso la ragione e stiano progressivamente sbiadendo, dimenticandosi di come si vive, al punto da inseguire chimere fatte di ombre e di vuoto prima di svanire definitivamente nello sconfinato nulla.

In parallelo a tutte queste metafore – dalle molteplici letture – c’è però una dimensione un po’ più concreta, un po’ più tangibile, ed è la dimensione religiosa cristiana attorno cui l’OVA va a dipanarsi. Kazuya Tsurumaki, autore e regista di FLCL (2000), in un’intervista del 2001 afferma che i riferimenti alla religione cristiana all’interno degli anime sono spesso e volentieri abbastanza superficiali, inseriti giusto per dare un sapore esoterico e mistico al prodotto finale, e questo perchè i giapponesi hanno sempre adorato la simbologia cristiana, ai loro occhi squisitamente esotica e suggestiva. Ma Oshii, invece, qui ricorre ai motivi cristiani in modo molto stratificato, soprattutto in riferimento a tre aspetti preponderanti.

Indubbiamente la fede è il primo: la ragazzina, dopo aver visto il fossile della creatura alata, si autoconvince che quella – in un’altra era – doveva essere per forza un angelo, e pertanto, con un atto di fede assoluta crede ciecamente che nell’uovo ci debba essere a sua volta un angelo, malgrado l’assenza di prove certe. Al contrario, l’uomo non riesce ad abbracciare questa fede così viva e così ardente, infatti cade vittima della curiosità – uno dei vizi umani per eccellenza. Tuttavia, il finale amaro ribalta completamente le posizioni: la ragazzina, che brilla dell’innocenza e della purezza della fede positiva, muore, mentre l’uomo, cinico e forse nichilista, sopravvive, e osserva silenzioso la statua di lei con in grembo l’uovo posizionata sulla cima dell’astronave a forma di occhio. E questo, tra le righe, potrebbe significare che nemmeno la fede più salda e più risoluta può salvarci, perchè il destino dell’uomo sarà sempre quello di sgretolarsi, di scomparire tra le pieghe del tempo.

Il secondo aspetto lo si può riscontrare nella figura dell’uomo: le sue mani, che sono più volte soggetto di lunghe e ricercate inquadrature, sono coperte di bendaggi sui palmi, come se lui volesse nascondere le stigmate, le ferite inferte dai chiodi della crocifissione. In aggiunta a ciò, la sua spada – oltre ad essere un affascinante agglomerato di pezzi meccanici tra cui lo sterzo di una motocicletta – è a forma di croce, e questo forse lo avvicina ulteriormente alla figura del Cristo. Ma in quel mondo, dove tutto è antico e senza luce, potrebbe trattarsi di un Cristo che ha perduto la memoria, un Cristo che – a contatto con le sofferenze e gli orrori umani – si è scordato di essere il figlio di Dio, mandato sulla Terra a salvare l’umanità.

Infine il terzo aspetto si cristallizza nel profetico diluvio universale. Nel finale, la pioggia incessante e il discorso dell’uomo sul diluvio biblico acquistano un po’ più di senso. Costui racconta alla ragazzina una vecchia storia popolare secondo cui gli uomini – sempre in un passato remoto – subirono l’ira di Dio sotto forma di un nubifragio devastante. I pochi sopravvissuti, a bordo di una gigantesca arca, mandarono un uccello in esplorazione per scoprire se c’era rimasta della terra asciutta, da qualche parte, aspettando speranzosi buone nuove. Ma l’uccello non tornò mai più. I giorni divennero mesi, i mesi divennero anni e gli anni divennero decenni, finchè quelle persone si dimenticarono di averlo mandato, si dimenticarono persino della speranza. Di per sé, questo racconto non ha alcuna logica, è una parafrasi assai romanzata della Bibbia, ma nella scena conclusiva tutto diventa più chiaro: con un lento gioco di allargamento del campo visivo, Mamoru Oshii ci mostra che quel mondo – fino ad allora visto solamente da vicino – altro non è che lo scafo dell’immensa arca rovesciata, circondata da un mare infinito, naufragata secoli se non millenni addietro nell’oceano della memoria.

Un’altra interpretazione interessante – anche se alquanto divergente – è quella del già nominato Brian Ruh, di cui ho avuto l’onore e il piacere di seguire una conferenza telematica in streaming. Secondo Ruh, l’opera è un’enorme lente d’ingrandimento puntata sulla curiosa relazione tra il giovane e la ragazzina, in particolare sul brutale passaggio di lei nell’età adulta. La ragazzina, pura e illibata, vive attraverso l’uovo, bianco, lucente e incontaminato, che per lei ha un valore incalcolabile. Il giovane, invece, è un militare, un soldato che fa il suo ingresso in scena a bordo di un carro armato con una spada al fianco, e che decide di seguire la ragazzina anche senza il suo consenso. Da tutti questi dettagli è facilmente desumibile che si tratti di un personaggio forte e autoritario, che s’impone sulla narrazione con un certo impeto. Ma nonostante lei lo supplichi in ginocchio di non danneggiare il suo tesoro sacro, l’uomo cade in tentazione e distrugge con violenza l’uovo – simbolo della purezza – utilizzando la sua spada dalla forma fallica, e facendo così a brandelli anche l’innocenza inviolata della ragazzina. Infatti costei – quando cade nel buio precipizio pieno d’acqua – si trasforma immediatamente in una donna adulta per poi annegare come una moderna Ofelia scespiriana, circondata da decine di altre uova identiche al suo e componendo un’immagine straziante e dolorosa che forse vuole porsi come allegoria della fertilità.

Ancora una volta, però, non possiamo fare altro se non ipotizzare, perchè di risvolti concreti e chiarificatori in merito a tali letture, purtroppo, non ve ne sono.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alfonso Ceradini
Appassionato di cartoni animati fin da piccino, ne guarda di tutti i tipi: dai classici Disney pieni di
fatine e animaletti fino agli anime giapponesi traboccanti di robot, pirati spaziali, samurai,
guerrieri dalle acconciature improponibili e persino mostroni giganti brutti e cattivi.
Negli anni, la sua passione si fa più accademica, critica e storica, così decide di convogliarla (per
noia) in un canale YouTube, Fear of Unknown™ (in arte, Sig). Contro ogni lucida e razionale aspettativa, quel
canale di divulgazione a tema cartoni animati diventa sempre più grande e sempre più seguito, raggiungendo le
porte dei 100.000 iscritti. Numeri a parte, il suo obbiettivo però rimane lo stesso: far conoscere a più persone
possibili i capolavori animati di ieri e di oggi, che – contrariamente a quanto si possa pensare –
non sono solo “roba per bambini”.
Alfonso Ceradini on InstagramAlfonso Ceradini on Wordpress
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