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Mezz'arco

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Consegna prevista Luglio 2023

“Mezz’arco” non può definirsi un romanzo, neppure un racconto. È la storia di un sogno e di una velatura dolorosa che fissa l’esistenza di Joseph, un orfano di sedici anni. Si ritrova con Mads, e in cerca di sé, sospeso sul bordo d’una strada accidentata, dove le loro vite confluiscono, col destino segnato da un tragico presagio. Mads è un po’ patito, pur tuttavia sopporta virilmente le avversità. Ha colto interamente la meraviglia di quel luogo, l’incanto dell’amore, sperimentato la vicendevolezza, il raffronto di idee e d’impressioni. Joseph è taciturno e ne pare tanto accorato. Ripercorre a lunghi passi le impressioni della sua fanciullezza e di altri giorni mai vissuti, in un difficile viaggio nel tempo. Sente d’aver perso un’occasione di contentezza, ma tale apparenza subitamente cambia nel ricordo di Helena, una giovane cieca che può intuire il mondo attraverso una conchiglia.

Perché ho scritto questo libro?

La ragione che ho avuta nel mettere in luce la vita di Joseph, indagando il tema dell’esistenza che non ha quiete, è stata esibita dall’immaginazione d’inafferrabili verità, d’una vacua fantasia e sogni tali da ricreare una storia d’altro tempo. Solo in quello si adatta a realizzarsi. L’ho sentita, o forse addirittura vissuta, questa storia, e mi ha scosso con delicatezza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

La gravità aveva corrotto il tempo, che come in un sogno, preteriva d’essere inesistente. Per la prima volta, emerso da quel tenebrore, riaffiorò un ricordo reale di fanciullezza.

A quel tempo, l’aria era pervasa dal profumo melato di zagare e l’arsura dei giorni d’estate. Joseph s’era allontanato dall’orfanotrofio Bertelsen. Non era partito da solo. Con lui c’era un bambino, con una folta chioma castagnina e una tenue caligine che gli adombrava le pupille. Il suo nome era Mads e, inconsapevolmente, di Joseph sapeva tutto, più d’ogni altra cosa. Andavano in giro per i campi, con le piccole dita dietro un orecchio, amabilmente incolpevoli. Porgevano ascolto alle foglie, che scrosciavano a ogni soffio di vento e al garrito cadenzato dei gabbiani. Era una delle loro più care e radicate inezie. Si cercavano di continuo con lo sguardo, procedendo a piccoli balzi lungo il sentiero verso il mare, immerso tra gli strobili e le sporgenze dei pini, che parevano stagliarsi nelle nuvole, diradate a poco a poco.

Volgendosi per riprender la via del mare lungo il viale, s’avvide di quelle impressioni che non gli sarebbero mai rifuggite nella vita ed ebbe il vago terrore di un uomo. Quegli, balzò fuori dalla corteccia umida d’un fusto nerigno, come un orrido mostro legnoso. Mads avvolse una coperta sul suo viso, per privarlo di quell’immaginazione e lo coprì con il suo corpo, sperando che s’acquietasse.

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«Sempre dritto, di là…» Lo accompagnava, tenendolo per mano. Affrettava il passo, non doveva distrarsi. «E’ l’ombra dell’albero,» soggiunse. Tacque un momento, guardandolo negli occhi, per poi carezzarlo con dolcezza sulla spalla: «Non avere paura.»

«Mi piacerebbe vivere così.» Lui sospirò, ne pareva tanto convinto.

2.

Il piccolo Joseph era dal volto puro di lineamenti, liliale e melanconico, con una velatura dolorosa che fissava la sua esistenza, quasi insensibile. Nulla vi si muoveva. Portava un boffice golfino d’angora, i calzoni con l’orlo sulle ginocchia e le calze line. I capelli gli ricadevano sulla fronte e il portamento era adunco e vacuo, con gli occhi di color cilestrino sotto le lunghe ciglia, immersi nella memoria, impassibili. Avrebbe voluto lasciar libera di fuggire l’angoscia di quell’ombra radicata nel profondo, che nella vita avrebbe sentito così reale nella sua apparenza. Lui non sarebbe mai stato in nessun modo, tremendamente percettibile.

In quel pomeriggio d’estate, si ritrovò nella penombra ardente. Era in peduli, disteso e inerte, sull’arenile, con le mani adagiate sul ventre, a mirare il sole ombrato delle nubi nivee, in attesa della notte. Gli apparvero d’improvviso come tormentate anime di spettri, vestite d’un abito di voile latteo, che il cielo consumava. Erano immerse nelle case che sporgevano in lontananza, imbiancate a calce, con le cupole e porte a battente, dipinte di turchese.

La movenza instante delle onde che s’allungavano l’una all’altra, tra le rocce torreggianti, rasentò la riva, e intrise il suo giaciglio di coperte. Improvvido, con un’aria di profondo compiacimento, egli non si mosse. Lottare invano contro i frangenti era la sua più ingenua e pura inobbedienza. Solo così assomigliava a se stesso. Non c’era nessun altro luogo dove avrebbe potuto vivere. Dapprima il suo corpo sembrava affiorare, d’un tratto, era negato. Quando al calar della sera, il cielo cominciava a rabbuiare, la voce gli tremava, velata e pura, in una disarmonia di tumulti. Sentiva vicino il tepore del bianco polverio marino che, lenemente, si posava, in un fermo sfolgorio di minutissime e fitte gocce sotto il sole purpureo.

Joseph rimase avvinto ai marosi violacei del vespro, aprichi, fulgidi e qua e là offuscati, che promettevano i presagi dell’avvenire, insistenti. Irrimediabili.

3.

Quelle voci avvizzirono nell’aria, mentre il sole velato dall’ombra delle nubi, con fievole lucentezza, lambiva l’orfanotrofio Bertelsen. Si esibiva come una dimora dimessa dal tempo, con una filiera di finestre ad arco, inferriate, e in rilievo sulla facciata, mentre l’edera, con tenacità, si insinuava tra le scissure d’ognuna. Vi era la marina in prossimità e l’afrore delle brume sugli scafi, e del bitume, si spargeva. L’esistenza in quell’orfanotrofio era stata abituale, orba di tanta rigidezza, sovente intesa un tempo, in quei luoghi di pena. Non era mai emersa l’irremovibile obbedienza pretesa da maestri, il sopruso che vulnerava l’ingenuità e il candore della puerizia, la reciproca irruenza nella giovinezza. Nei racconti si esibiva come un luogo terrifico e di insoffribile miseria, che assommava in sé ogni viltà, la compiacenza e l’accontentamento dei maggiorenti, per il patimento di quei disgraziati abbandonati. Al contrario, il Dottor Aldeger detestava l’ostilità. Era un vecchio canuto, sulla sessantina, di ordinaria statura e corpulento, con una folta e pallida capellatura, sempre vestito con una giacca di color cilestro, in tinta con i suoi occhi, illuminati dal riverbero di un’insueta luce cerea. In compagnia dei fanciulli ricercava l’amorevolezza, le confidenze e il conforto, per mezzo di vocazione e umanità, rendendo loro la lietezza portata via, dal castigo della sorte.

4.

Il piccolo Joseph veniva dal clangore delle faville e dai detriti della desolazione. Non aveva idea di cosa gli stesse accadendo. Il divampare furioso delle fiamme al vecchio reclusorio Nygaard non lo aveva turbato, non aveva sollevato neppure le ciglia, oramai rade. Egli avanzava come uno spirito, di continuo, con un senso di agio tra la morte. Quei corpi non erano più corpi e, scarnificati, cinerei, farraginosamente precipitavano sulle muricce di pietra, assiepati tra le foglie sericee delle alture. Non era che un luogo per coricarsi, seguito dallo strido aspro d’un uomo; una voragine nereggiante di carcame dall’odore strinato, che ingombrava la masseria, tra ginepri combusti e un mazzetto di spigo violaceo. Non c’era più un solo bambino con le labbra tumide, di corallo, non lo scalpiccio o il guazzabuglio, il zirlio errante dei grilli, la fioritura rosso morato dei campi feraci e il profumo selvatico dei mandorli. Aveva gli occhi che gli bruciavano, scuriti dal fumo perlaceo e da un parato di polverume, greve e soffocante, che diffondeva dalle travi in frantumi e dalle assi legnacee di una scalinata, scese o salite, a ogni gradino, sperando fosse l’ultimo. Rammentava che lì si andava di continuo perché era la scala, lievemente incurva, che portava all’andito, dov’era il dormitorio. Gli parve di sentire il rumore di quei passi infantili, che nascostamente si muovevano, per non destare il signor Schmidt che sonnecchiava. Calpestava limbelli di tessuto sbambagiati, pianelle di feltro, i bordi dorati dei piatti e i fondi di bottiglia tra la terraglia incinerata. Tutto bruciava. Le vampe calcinavano ovunque e Joseph, con i capelli nerigni come pece, e la gola inaridita, arrancava nell’ombra, strascicando di continuo i piedi.

5.

Il Dottor Aldeger s’era da molto messo in viaggio.   Percorreva una strada accidentata, quando poco distante, scorse il piccolo Joseph, chinato dal peso della vita, con un orsetto di velluto serrato tra le braccia e le vesti sbrindellate. Camminava a poco a poco, in fuga, in mezzo ai campi, maleolenti di letame, ove pascolava un gregge lanuto che pasceva l’erba, con i campanacci tintinnanti al collo e le lappole aderite al vello. Dalla fitta boscaglia veniva uno sparacchiare interrotto dal cane da ferma, che si avventava contro le starne, latrando. Fu per lui l’essenza della libertà.

La strada che attraversava la brughiera era in salita. S’incamminarono lentamente. Joseph, piccolo e con le dita sanguinolente, ogni tanto si fermava, volgendosi a guardare la figura nera del reclusorio Nygaard, in controluce, e aveva la sensazione che sarebbe stata l’ultima volta. La inseguiva così, intimorito, come fosse uno spauracchio in mezzo ai campi.

Quando raggiunsero la città, passarono per l’antico porto di Copenaghen, Nyhavn, un luogo d’incanto adornato di case a schiera, dalle tinte viride, di color cremisi e ambrato, che fiancheggiavano le strade. Al calar della sera, la brezza aveva dissipato le nubi, e vi era un silenzio estatico, profumato di zucchero violato e corteccia di cinnamomo. Il fondale azzurro d’indaco, tenero e ghiaioso, riverberava i raggi del sole cadente, che con fioco lucore, si ombrava dietro l’orizzonte, come il passato, che aveva irrimediabilmente stinto l’animo del piccolo Joseph, in una cavernosa oscurità.

2022-10-09

Aggiornamento

Estratto dal Capitolo 10 Per lo più leggeva lì, inerte, con una farfalla notturna venuta fuori da chissà dove, che girava tutt’attorno alla luce e non dava altro segno della sua presenza: l’unico rimedio era provare a mandarla via, e Joseph non chiedeva di meglio che accorgersi d’impressioni comuni. Si sarebbe contentato del volo di quella farfalla. Attendeva, indispettito, e con animo fidente, ma non riusciva a credere neppure a se stesso. Si domandava cosa gli fosse successo. Lasciava dunque cadere il libro, e neghittoso, cominciava a pensare a quello che avrebbe potuto ispirarlo. Lungo le pareti che si perdevano in lontananza, Mads camminava piano, molto piano. Era immerso nella penombra, e mormorava, tra sé e sé, versi ripresi dalle canzoni, impegnato, di tanto in tanto, nell’atto di toglier di bocca la sigaretta e rimettervela. Si fermava di botto e gli andava incontro: sapeva che l’avrebbe trovato lì. Quindi sorrideva e sferruzzava la maglia in un angolo, tra gli altri pensieri che si sfilavano nella sua mente. Lo faceva quando erano da soli, lui e Joseph. Si rassomigliavano almeno in questo: non dispregiavano la solitudine. La vita di Joseph era oramai semplice. S’avvertiva del tutto irrilevante ai suoi occhi, ma il passato non cessava per un solo attimo d’esistere e batteva con pertinacia nella memoria, ove la pena non s’esauriva, immutata; non s’ingannava, inamovibile, e il futuro era un tempo che non vedeva l’ora di raggiungere. «E noi, dove stiamo andando?» Cantava Mads, a mezza voce.

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Carmen Izzo
Carmen Izzo è nata a Battipaglia, in provincia di Salerno. Ha frequentato il Liceo Scientifico "Enrico Medi" di Battipaglia, ed è attualmente iscritta alla facoltà di Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi "Magna Græcia" di Catanzaro. Più di tutto al mondo ama i libri, il mare e il cinema.
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