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Il migliore dei mondi possibili

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Consegna prevista Agosto 2023
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Che cosa significa realmente perdere? Quando Sara e Miriam si incontrano fra i banchi dell’università, del tutto casualmente, non sanno ancora rispondere a questa domanda. Il futuro di entrambe sgorgherà proprio dal loro conoscersi per poi smarrirsi, procedendo su binari paralleli. Esattamente ciò che è accaduto, qualche anno prima, a Giorgio e Paolo, compagni di scuola ed estranei per scelta, che durante la vita adulta hanno perso la loro amicizia per ritrovarla soltanto nel lutto. La ricerca di una verità sconosciuta, la necessità di fare i conti con un passato scomodo, la voglia di riscatto e il desiderio di dare e ricevere amore spingono i quattro protagonisti – e tutti gli altri personaggi – di questo romanzo a incrociare le loro strade, cambiarne le direzioni e compiere passi in avanti, passi indietro e passi falsi. A dirigersi, infine, verso il senso della loro inquietudine, quando finalmente la realtà in cui vivranno riuscirà a corrispondere alla versione migliore di se stessa.

Perché ho scritto questo libro?

Viviamo in un mondo in cui la fragilità è considerata al più come una debolezza e alla peggio come un alibi. Il termine “fragile” oramai non corrisponde più a quelle scritte che troviamo stampate a caratteri cubitali sui pacchi preziosi: ha smesso di essere un valore, così come la cura, suo diretto corollario, ha smesso di essere una virtù. “Il migliore dei mondi possibili” è un romanzo che risponde all’esigenza – mia anzitutto – di ripristinare la fragilità della dimensione umana e la forza vera della sua cura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

D’un tratto, in uno degli infiniti mondi paralleli, la platea di svuotò, fatta eccezione per due sole sedie affiancate: una ragazza che sembrava sonnecchiare e un uomo che rifletteva nel buio.

Sara ne aveva sentito il profumo non appena si era seduto accanto a lei: di bosco, come quasi tutti i dopobarba maschili. La cosa strana era che lui la barba la portava piuttosto lunga, e Sara non riusciva proprio ad immaginarselo mentre, al mattino, se la spalmava di lozione. Rise fra sé. Forse era lo shampoo o forse l’odore della sua pelle. Non aprì gli occhi, però: non voleva fermare la musica.

Anche Giorgio aveva chiuso gli occhi e cercato di indovinare il nome della bella addormentata che sedeva al suo fianco. Non l’aveva osservata abbastanza a lungo per poterla giudicare bella con cognizione. Però si conosceva abbastanza bene da sapere che la bellezza di una donna lo prendeva subito, com’era stato con Manuela. Dunque no, probabilmente quella ragazza non era così bella. Ma affascinante sì, quanto bastava per occupare la sua mente nella ricerca di un nome adeguato, che si confacesse a quella musica ipnotica e rilassante.

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In uno degli infiniti mondi paralleli, con la platea vuota fatta eccezione per due sole sedie affiancate, la musica suonava infinita perché il tempo si era fermato.

Stupito da quelle due presenze con gli occhi chiusi e un paio di sorrisi ebeti spalmati in faccia, sempre di corsa e perennemente distratto, proprio il tempo si era fermato ad osservarli.

Quei due erano una combinazione perfetta, un’immagine sublime: la massima estraneità che, in un istante, si congiungeva alla massima appartenenza.

“Cosa molto rara”, pensò il tempo. Poi si accorse di essersi fermato, e riprese velocemente a scandire i propri attimi.

Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

L’impulso partì da quelle parole cantate, raggiunse le loro orecchie, scivolò sulle loro dita.

Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

“Devo stringere quella mano. Devo e non so il perché. Ho ancora gli occhi chiusi, magari lui se n’è già andato. No, sento il suo odore: è ancora qui”

Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

“Devo stringere quella mano. Devo e non so il perché. Cosa importa se non è bella, cosa importa se non le indovino il nome? Sento che respira lentamente: è ancora qui”

Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

D’un tratto, Sara aprì gli occhi: il mondo reale aveva vinto su uno degli infiniti mondi paralleli. Incrociò lo sguardo di Nicola e gli sorrise, quasi fosse lui a profumare di bosco.

Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano.

D’un tratto, Giorgio aprì gli occhi: il mondo reale aveva vinto su uno degli infiniti mondi paralleli. Incrociò lo sguardo di Manuela e le sorrise, quasi dovesse indovinarne il nome.

Quella canzone, Hotel Supramonte, aveva decretato l’inizio di una nuova fase nella vita di Giorgio.

Mentre tornavano verso casa in auto, confidò a Manuela tutto quanto: il senso di colpa nei confronti di Paolo e le catene che sembravano legarlo a quel rapporto con lei.

– Mi piaci e ti voglio bene, – le disse, – ma non mi sento libero di farlo come se esistessimo solo noi due. Il nostro bene è nato da Paolo, nella situazione in cui Paolo mancava, e da Paolo continua ad essere condizionato. La sensazione di sostituirne la presenza nella tua vita è ogni giorno più forte.

Manuela lo scrutava coi suoi occhi verdi, meno opachi del solito.

Poi, dopo qualche istante di silenzio, rispose in un modo che Giorgio non si aspettava.

– Provo la stessa cosa, – disse, – come se a lasciare te, lasciassi di nuovo lui. Come quando avevo tredici anni e non capivo cosa significasse vederlo uscire da quella porta. Non sei un surrogato di Paolo, intendiamoci. Ma mio fratello è stato la causa scatenante della nostra relazione e, se vogliamo portarla avanti, probabilmente sarà difficile dimenticarcene.

Sospirò.

– Non ti devi sentire obbligato ad amarmi, – continuò poi, – non devi, perché nessuno lo è mai e il fatto che il nostro rapporto sia nato così non cambia la libertà di fondo che deve esserci in ogni relazione. So che cosa significa sentirsi obbligati e non voglio questo per noi.

Giorgio la guardò. Aveva pensato fosse più difficile affrontare quell’argomento, invece aveva trovato una porta aperta, due braccia spalancate. Si sentì di colpo più leggero, quasi si fosse tolto un peso che gravava sul suo cuore. Quasi potesse finalmente divertirsi insieme a Manuela senza il pensiero di non doverla più lasciare.

Si sorrisero.

– Va bene, allora – disse lui.

– Va bene?

– Va bene, andiamo avanti, – continuò Giorgio, – e prometto di non sentirmi mai obbligato ad amarti.

Il fatto, di cui Giorgio allora non si accorse, era che con Manuela il verbo amare non l’aveva mai usato prima.

Quella canzone, Hotel Supramonte, aveva decretato l’inizio di una nuova fase nella vita di Sara.

Mentre tornavano verso casa a piedi, confidò a Nicola tutto quanto: la razionalità crudele dei sentimenti che provava nei suoi confronti e l’invidia crescente nei confronti, invece, di Miriam.

– Ma se è sparita! – si limitò ad obiettare lui.

– Io la sento ancora fra noi e il fatto che non abbia voluto darci alcuna spiegazione sul motivo di questo suo allontanamento mi fa sospettare che il motivo sia tu – disse Sara, tutto d’un fiato.

Nicola abbassò lo sguardo.

Stavano percorrendo i vicoletti ormai vuoti dell’una di notte. Stradine rischiarate dalle luci dei lampioni e riscaldate dall’asfalto rovente che rilasciava ancora tutto il calore accumulato durante il giorno.

– Che vogliamo fare? – chiese poi, senza aspettare una risposta, – Insomma, mi stai dicendo che non mi ami e che hai paura di un ritorno di Miriam. Mi sembra stupido continuare a stare insieme.

Sara deglutì, quasi si trattasse di ingoiare un antibiotico. Sì, un antibiotico: un medicinale anti-bios, che letteralmente era “contro la vita” e, nella fattispecie, contro la nuova vita che si era persuasa di cominciare, a partire da quella notte di maggio passata in macchina con Nicola.

Lui, dal canto suo, era piuttosto soddisfatto di come si stavano mettendo le cose. Sapeva che prima o poi doveva succedere questo, ma aveva pensato che in fondo con Sara stava bene: si divertiva, facevano bene l’amore e parlavano di cose profonde solo quando era strettamente necessario. Come quel giorno nel cortile della facoltà. Il giorno in cui avrebbe voluto dirle di andarsene.

– Non c’è altro da aggiungere allora – disse lei, più rassegnata che delusa.

“Se l’aspettava” pensò Nicola.

Erano arrivati in una viuzza ridotta a mezzo metro fra le mura di due abitazioni che, da quel lato, non avevano finestre. Era strettissima, un passaggio quasi casuale. Come un errore di progettazione. O il confine di una faida antica.

Sara appoggiò la schiena ad una delle due case e alzò la testa, a guardare il cielo senza stelle che sembrava custodire i suoi pensieri. Nicola si avvicinò, osservando lei invece. Mai, prima d’allora, gli era sembrata così bella.

Le cinse i fianchi con le sue mani grandi, quasi Sara fosse uno strumento prezioso e delicato, una chitarra da maneggiare con attenzione per poterla tradurre in musiche melodiose.

Le baciò la fronte, annusando il profumo dei suoi capelli.

– Posso? – le chiese poi.

La domanda più stupida e infantile che riuscisse a pronunciare, ma ormai l’aveva detta: le aveva chiesto il permesso di baciarla un’ultima volta, di accarezzarla un’ultima volta. Di stare insieme lì, un’ultima volta, in piedi. Magliette estive dalla vita in su, gambe nude che riflettevano strane ombre in quello spazio angusto.

Sara non sembrò preoccuparsene, ma Nicola, quell’ultima volta, venne dentro di lei.

E fu come quel vicolo: un errore di progettazione. O il confine di una faida antica.

Non riusciva ad alzarsi dal letto. Non era stanca, non fisicamente almeno. Solo assonnata, pigra e assente.

Settembre portava con sé i profumi dell’autunno: vendemmia dalle campagne periferiche, doposole ormai scaduti (ma che era un peccato non usare come creme idratanti) sulla pelle delle signore in tram e la prima aria fresca, pungente di ricordi, che si infilava tfa le narici distratte durante gli ultimi lunghi giri in bicicletta.

Non sentiva più Nicola da quella sera. Pensava l’avrebbe incontrato agli esami, ma evidentemente le date dei suoi appelli erano diverse.

Anche Miriam continuava nella sua latitanza.

Visto com’era andata con Nicola, Sara credeva che l’amica non avesse più alcun motivo per evitarla così. Ma forse si era sbagliata: forse non era Nicola la causa del suo allontanamento.

E allora si sentiva irrimediabilmente in colpa per aver anche solo temuto un ritorno di fiamma tra i due. Per aver fatto prevalere l’insicurezza del suo cuore all’entusiasmo della prima, vera amicizia universitaria.

Di amicizie se n’era costruite altre in quel periodo. Ma tutte piuttosto superficiali e annoiate.

Sapeva che, una volta laureatasi, non avrebbe più avuto contatti con nessuno dei suoi compagni.

Ma quella mattina, intanto, non riusciva ad alzarsi dal letto.

– Sara, dai! – tuonò sua madre, – Ti ho preparato il caffè da più di un’ora, sarà freddo ormai.

“È una donna buona”, si disse. E lo era davvero. Peccato che quella religione ostentata trasformasse la sua bontà in carità, relegandola alla sfera di un dovere imposto dall’alto. Senza quel Dio misericordioso in cui credere, sarebbe stata altrettanto buona e caritatevole?

– Sara! – urlò di nuovo, – È da cinque giorni che ti svegli alle dieci, che diavolo ti sta succedendo?

Cinque giorni.

Cinque.

Le era sempre piaciuto quel numero.

Lo collegava al rosso, che era il suo colore preferito.

La professoressa di neuroestetica diceva che collegare un grafema ad un colore si chiama sinestesia. E lei era stata bocciata a quell’esame, perché di tutte le lezioni cui aveva assistito ricordava soltanto questo aneddoto stupido.

Cinque.

Le mancava quel voto, alle superiori, che si poteva facilmente rimediare con un sette o un’interrogazione ben fatta.

All’università, rimediare una bocciatura non si poteva. Dovevi ristudiare tutto daccapo e sperare che il docente non si ricordasse di quanto eri stata mediocre la prima volta, facendotela pagare ancora.

Quella di neuroestetica sembrava una prof dalla memoria ferrea: bisognava sputare sangue per riuscire a passare il suo esame al secondo tentativo.

E il sangue era rosso, proprio come il numero cinque.

Sangue. Rosso. Cinque. Il ciclo. Da quanto tempo non le veniva?

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Monica Malfatti
Monica Malfatti è nata a Trento nel 1996. Dopo la maturità classica, si laurea in Filosofia e linguaggi della modernità con il massimo dei voti, discutendo una tesi su De André che diventerà poi un libro ("Destino ridicolo. Fabrizio De André ascoltato da una filosofa").
Pubblica nel 2019 il suo romanzo d'esordio ("Le margherite non hanno profumo"), iniziando nel frattempo a confrontarsi con ogni genere di lavoro: da commessa di libreria a maestra elementare, passando per lo stravagante impiego di segretaria presso un'agenzia di voli in parapendio.
Ma l'unica cosa che sembra riuscirle bene davvero è scrivere: racconti, poesie in rima, liste della spesa, liste della spesa messe in rima, giochi di parole. E poi articoli, interviste, comunicati, che l'hanno portata a collaborare con il Corriere del Trentino e l'ufficio stampa del Soccorso Alpino e Speleologico. È un'accanita beatlemaniac.
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