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Moderne Inquietudini

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Consegna prevista Febbraio 2025
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Era una giornata innevata la prima volta che tre bambine si incontrarono al parco giochi del loro paesino. Mia, Astrid e Viola i loro nomi.
Da quel giorno passarono anni in balia di ciò che successe: un tragico evento passato le ha coinvolte e ne ha condizionato la vita e le scelte portandole a commettere sempre gli stessi errori.
Si ritrovarono dopo anni a vivere un’altra situazione grottesca tra amori sbagliati e storie di vita vissuta.
Sulle note di quelle che sono state le canzoni più significative della loro esistenza, affronteranno il viaggio che cambierà per sempre le loro vite

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre passato la mia vita con una penna in mano; non ho ricordi di me senza il pensiero dello scrivere.
Ho amato immergermi nella vita di queste protagoniste a cui ho lasciato in eredità molte delle mie sensazioni, dei miei momenti tristi e non.
Scrivo per curarmi. Scrivo per guarire. E questo libro è la dimostrazione che a volte dalle paura possa nascere qualcosa di inaspettatamente meraviglioso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Era una rigida mattina d’inverno, nel parco pubblico copiosamente innevato di un piccolo paesino dell’alta Italia, una paffuta bambina con lunghi capelli bionda incastonati in una treccia scomposta per coprire due grandi orecchie leggermente a sventola, si muoveva armoniosamente sull’altalena.

Al suo fianco un’altra bambina, longilinea, con un cappottino verde che le risaltava le guanciotte, rosse dal freddo, la osservava stupita, non capacitandosi di come la sua amica riuscisse a dondolare in quel modo così soave.

Seduta su una panchina, di fronte a loro, c’era una terza bimba, un po’ triste e accigliata: sembrava preoccupata.

Aveva dei profondi occhi blu e scrutava tutto quello che accadeva intorno a lei. Voleva parlare ma sembrava stesse aspettando il momento giusto, sembrava stesse cercando effettivamente le parole. E, non trovandole, si limitava ad analizzare tutto quello che aveva intorno.

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Oltre a loro tre non c’era nessun segno di vita in quel parco, fatta eccezione per due piccoli piccioni che si erano avvicinati per bere da una sporca pozzanghera di neve sciolta.

La piccola dagli occhi blu si soffermò su quei poveri animali intirizziti dal freddo, scacciando per un po’ i cupi pensieri che le affollavano la testa. Quella fu la prima volta che la bambina dagli occhi blu si trovava all’aria aperta con le altre due.

Ricordava ancora il giorno in cui le conobbe, il primo vero giorno della sua vita; il momento esatto in cui, per la prima volta, chiese aiuto a qualcuno. Per quel grido d’aiuto non si levò neanche un sospiro; già, perché fu un grido fatto alle mani che teneva tra le sue, strette così forti da stritolarle, per provare a trasmettere il dolore che avvertiva, incapace di esprimerlo a parole, non sapendo neanche lei cosa stesse succedendo.

Sapeva solo che non voleva più stare tra quelle quattro mura e ritardava ogni giorno un minuto in più il saluto con le sue amiche, stringendo quelle mani sempre un po’ più a lungo, sempre un po’ più forte.

Le piccole avranno avuto sì e no cinque anni e già non potevano fare a meno l’una dell’altra. Erano tutte e tre completamente diverse, tutte e tre con modi di fare opposti e anche per questo si sentivano complete solo quando stavano insieme.

Ora, si ritrovavano ad averne trenta e continuavano a ripetersi che loro erano l’unica certezza che avevano nella vita.

12 maggio

In quel bar si ritrovarono due persone che sembravano cozzare con l’atmosfera che avevano intorno e ancor più tra di loro.

Una ragazza prepotentemente anemica, dal cui volto spiccavano teneri occhi blu contornati da cortissimi capelli rossi che, com’era solita dire, erano sì tinti ma esprimevano tutta la sua personalità eccentrica molto più di quel triste color grigio-topo su cui i parrucchieri facevano a gare per mettere le mani.

Di fronte a lui era seduta una figura tutt’altro che atletica; un ragazzo di cui, in quel momento, tutti nel bar si sarebbero ricordati per lo sguardo ansioso, come se temesse che, da un momento all’altro, il suo cuore avrebbe ceduto, lasciandolo con ancora mille cose di cui occuparsi.

In realtà l’unica cosa che voleva fare era tornare a casa per spararsi in vena quella dose di felicità che gli avrebbe permesso di finire la giornata. Aveva deciso di restare lucido durante quello strano rendez-vous; non sapeva ancora quale sorta di spinta lo avesse indotto ad agire così ma, prese il cappotto, nonostante fosse metà maggio, perché sapeva che avrebbe sentito freddo di lì a poco e, senza pensarci, lasciò le chiavi di casa appese di fianco la porta e uscì.

Mentre lui si era deciso a parlare con quella sorta di estranea che si trovava di fronte, lei ascoltando attentamente i lamenti di un pazzo, l’unica cosa cui riuscì a pensare era che si stava praticamente violentando nello stare zitta; nel non dire quello che pensava, ciò che il suo povero stupido interlocutore non avrebbe mai capito.

Mia aveva sempre cercato di non intromettersi. A lei, lui non era mai piaciuto, ma Viola s’illuminava quando stavano insieme e, per la sua felicità, aveva sempre evitato quei discorsi pieni zeppi di commenti che in pochi riuscivano a seguire.

Nell’ultimo periodo, però, quando li guardava, scorgeva solo una ragazza intrappolata in un qualcosa che non sentiva più suo, facendo passare i giorni solo con il triste tentativo di arrivare, con il cervello intatto, alla fine della settimana, pronta per iniziarne una nuova con sempre un pezzettino in meno di lei.

Viola era infelice e di questo se ne erano accorti tutti, tranne la persona che si suppone debba conoscerla come se conoscesse un’altra versione di se stesso. Era spenta e il motivo reale non era il ragazzo spiritato, o lei che non voleva più stare con lui perché, in fondo, quella per lei sarebbe stata la scelta più facile, ma il fatto che aveva deciso di lasciar andare l’altro, quello di cui si era innamorata, che riusciva a conquistarla ogni qualvolta si fermava a guardarla; lui che l’avrebbe aspettata in un angolo per tutta la vita. Quella, però, non era vita e Viola lo sapeva, si rendeva conto che ormai non poteva più avere tutte e due le cose e, lasciarne andare una, allontanando lui, per quando odioso sarebbe stato, era l’unica scelta che realmente si sentiva di prendere in quel momento.

E così, fissandolo con aria stanca e giocherellando con le bustine di zucchero posate sul tavolo, affermò.

«Lei ti tradirà, vedrai», aveva deciso di mettere il tutto in via ipotetica per non turbare ulteriormente l’equilibrio precario dell’altro, ma il suo buon proposito durò meno di tre frasi, «lo farà in tutti i momenti e tu lo sai, perché lo fa già adesso; sei certo che lei sia lì con te ma, ogni momento della sua giornata ti tradisce perché non può farne a meno. Ha lui nella testa. Ogni giorno, ogni ora, ogni attimo».

Lui ascoltava impassibile facendo pensare a Mia che quasi non gli importasse, che stava sprecando il fiato per uno che, probabilmente, non sapeva solo come impiegare il pomeriggio.

Quello che lei non sapeva era che lui stava disperatamente cercando la forza di alzarsi per tornare a casa e fare quello che avrebbe voluto iniziare prima di uscire.

Lei, che l’eroina fosse la sua compagna non lo aveva mai saputo e, forse, il discorso sarebbe andato avanti diversamente se lo avesse anche solo immaginato.

Invece, quell’inettitudine la portò solo a essere più violenta; così, sprezzante, continuò.

«Pensi che lei ti darà quello che vorrai e forse si sforzerà anche per farlo ma, nel profondo, sai che sta solo cercando di riempire un vuoto. Un vuoto che non è stata in grado di colmare riprendendosi l’unica cosa che realmente la rendeva felice».

Niente. Nessuna reazione. Lo sguardo era sempre assente. Decise, allora, di smettere di infastidire tutto ciò che aveva intorno e, quasi per svegliarlo da chissà quale trip, gli iniziò ad agitare il cucchiaino sporco di quella cremina insensatamente dolce che fa lo zucchero mischiato con la posa del caffè.

Lui ricominciò pian piano a seguire il movimento di quel cucchiaino, quasi fosse la materializzazione del suo sogno personale; guardò lei e fece per alzarsi ma Mia, pronta, non gli diede il tempo di fare niente proseguendo con il suo discorso.

«Ogni giorno pensa a lui. Parla di lui. Sogna lui. Respira lui. Lui è la sua droga; lo è sempre stata e, anche se ormai lui non c’è più nel modo in cui entrambi vorrebbero, non potrai farci niente perché sarà sempre lì e, un giorno, anche lei se ne renderà conto e forse proverà ad ignorare il suo cuore come ha sempre fatto o, per una volta, tenterà di seguirlo e proverà a farlo tornare ma, in entrambi i casi, ti chiedo solo una cosa: non affezionarti troppo a lei perché non ha te nella testa».

Quando capì che Mia aveva finalmente messo un punto a quell’illogico discorso, si alzò e uscì dal bar senza dire una parola, lasciando la ragazza sempre più attonita.

A lui Mia non era mai andata a genio. L’aveva sempre considerata altezzosamente snob, interessata alle amicizie per convenzione con cui riesce facilmente a raggiungere i suoi reconditi scopi che, per quel che sapeva lui, erano solo quelli con cui guadagnarsi un certo prestigio; non importa di che tipo, basti che lei sia sempre al centro di una qualche conversazione. Più di una volta, soprattutto all’inizio, si era chiesto come Viola, che incarnava la nemesi caratteriale di Mia, potesse esserle così legata.

Con il passare degli anni, però, da snob era diventata riservata e timida: arrossiva ogni qualvolta qualcuno posasse lo sguardo su di lei per più dei legittimi sei secondi, o quando era in un locale e, mentre parlava, intorno a lei piombava un silenzio tombale facendo risuonare la sua voce perpetuamente roca.

Quel passaggio da snob a buffa riservata avvenne da un giorno all’altro; sapeva che c’era stato un evento scatenante ma, quel periodo era continuamente sotto acidi che, se non ci fosse stato a contatto anche in momenti di lucidità, avrebbe sicuramente giurato di esserselo immaginato.

Dopo il famoso fatto che non riusciva proprio a ricordare, Mia era diventata ipersensibile, comprensiva e pacata, almeno nei suoi confronti. Sì, perché quello che, invece, ricordava chiaramente di quel periodo era che Mia era buona solo con lui, nonostante avvertisse che non lo stimasse particolarmente. Con Astrid e, soprattutto, Viola era solo collerica, seria, introversa e distaccata. E la cosa durò per diversi anni. Poi, secondo lui, stanca di continuare ad essere la stronza che dice sempre di no, tornò ad avere un rapporto disteso con tutti.

Ricordava che era sempre stata, tra le tre, quella che esprimeva il proprio parare senza riflettere delle emozioni altrui: se era convinta di una cosa, anche se per tutti fosse profondamente sbagliata, continuava all’infinito fino a quando non riusciva a convincere tutti che quello che stava professando fosse l’indiscussa verità.

Era per quello che aveva deciso di sfogarsi con lei: sapeva che non lo avrebbe trattato con i guanti bianchi ma che, se fosse servito, gli avrebbe buttato in faccia, senza mezzi termini, ciò che per lei era una certezza.

Già, perché per quanto potesse essere definita petulante, saccente e a tratti nevrotica, di una cosa si era accorto in tutti quegli anni, lei difficilmente aveva torto e questo perché, prima di rincoglionirti per far valere il suo punto di vista, lei sviscera il problema, lo analizza minuziosamente, fino a quando non arriva alla sua radice e, una volta trovata, la estirpa e parte da lì per risolvere il dilemma.

………

Erano le quattro del pomeriggio e la vicina era tornata a casa da non più di mezz’ora e, con uno dei doppioni che aveva preventivamente distribuito in tutto il palazzo, sarebbe potuto tornare alla sua dolce routine.

Mentre preparava il tutto continuava a pensare ad una frase di Mia: riempire il vuoto. Gli era rimasta impressa e, per quanto si sforzasse di reprimerla, lei irritantemente tornava a galla.

Riempire un vuoto. Ma, non lo facciamo tutti in un modo o nell’altro? Non stava anche lui riempiendo il suo vuoto in quel preciso istante?

La siringa si adagiò delicatamente vicino la tormentata vena, si unirono e copiosamente lei riversò quel nettare dentro di lui, mentre pian piano il ragazzo si stendeva su quel malandato letto, sorridendo per la pace ritrovata.

………

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Valeria Mazzolani
Nasco a Taranto nell'88, vivo e lavoro a Pescara, dopo aver passato anni in giro per l'Italia. Mi sono laureata in Scienze della Cooperazione internazionale, sviluppo e diritti umani. Da alcuni mesi lavoro presso una clinica dentistica a Pescara, e nel frattempo continuo a formarmi con master e a scrivere.
Questo è il mio secondo romanzo; il primo è stato pubblicato nel 2016 da "Viola Editrice", e si intitola La Seconda Scelta.
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