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Mosche...
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Consegna prevista Settembre 2024
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Un aspirante scrittore vive in una sinistra solitudine, con la sola compagnia di una macchina da scrivere vivente che gli fornisce stupendi racconti. Fra lui e la macchina esiste un rapporto di odio e amore, di morbosità e sofferenza.
Sara, una giovane ragazza, è ossessionata dalla bellezza. La madre, ex attrice prigioniera di un’eccentrica rassegnazione, la perseguita per invidia e spaventosa vanità. La sua influenza porta Sara a commettere un atto indicibile.
Una giovane donna, un motel e un cadavere: le ricette per una barzelletta macabra. La donna è bloccata col cadavere, il tempo scorre e deve trovare un modo pulito per disfarsene. Intanto la sua mente affronta lo spettro delle proprie paure e di una madre possessiva e fanatica.
MOSCHE parla del quotidiano; dell’essere umano. Surreale, visionario, mentale, proietta le nostre paure, così comuni e generiche, così mostruose. Autocompiacimento, ossessione, scarsa autostima: demoni peggiori di qualsiasi mostro concreto.

Perché ho scritto questo libro?

Il desiderio di scrivere una storia dell’orrore, uno dei miei generi preferiti, e un mezzo, secondo me, di esplorazione umana, di verità, di scoperta dell’io attraverso ciò che ci contraddistingue: la parte oscura di noi.
Delusioni recenti, esperienze di vita e un unico denominatore: le ossessioni. Per l’aspetto fisico, per i risultati. Verso noi stessi, gli altri; l’ambizione, l’egocentrismo, l’eterna lotta con il prossimo. I mostri nascono dall’interno, io gli ho dato uno spessore cartaceo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

MOSCHE…

…sulla spazzola
   (Gli specchi non mentono)

I.

Gli specchi non mentono. La mamma glielo ripeteva sempre. Puoi ingannare te stesso quanto vuoi, ma quella superficie nitida, limpida come un cielo su un campo di grano, ti sputerà addosso la verità. Mostrerà i tuoi difetti senza pudore. Sussurrerà chi sei, simile a uno psicologo sincero, non interessato al solo guadagno.
Ora lo specchio non le mentiva. Le confessava la verità, ed era di un calore e di una bellezza unici; era un fuoco d’inverno, una bella canzone in riva al mare, un complimento, una certezza, una speranza. Sei bella. Così bella. Nessuna è bella come te. Quanti uomini hanno sofferto per te? Quanti cuori hanno sperticato la loro dignità per avere neppure il tuo amore ma la tua attenzione per un attimo? Così bella.
L’ovale riflettente, circondato da una cornice dorata, restituiva i tratti della faccia, misurati, corretti. Gli zigomi appena rialzati, il naso che sporgeva a virgola, il rilievo del setto candido, poco accentuato dentro la pelle diafana e rosa. Le orecchie piccole, come due “topolini che giocano all’altalena sui tuoi bei capelli”, le diceva mamma, le labbra sottili (quelle carnose sono da “puttana”, diceva sempre la mamma), il collo lieve, lungo, da cigno delle fiabe. E quei capelli straordinari. Biondi, l’oro favoleggiato dagli antichi, distesi fino al coccige, curati con maniacale costanza.
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Passava la spazzola sui riccioli ribelli, i ciuffi saltavano come insetti dispettosi, colorati e attraenti tipo farfalle e coccinelle. Le setole erano morbide, carezzavano i fili splendenti e colmi di profumo, poc’anzi lavati e resi morbidi da un olio squisito. Sembravano brillare a ogni tocco, accesi dal cerchio della lampada sul comò e dai riflessi baluginanti del bordo della spazzola, argentato e fitto di piccole perle. Un regalo della mamma. Degno di un’attrice.
Lei non poteva permettersi di essere brutta. Non le era concesso neanche di essere poco attraente, o carina. Quegli standard erano proibiti in casa, un luogo che fin da quando aveva memoria era stato immerso nella bellezza e nello sfarzo. Una bicocca sospesa, galleggiante in una vasca costellata di diamanti e piena di champagne d’annata. Lei era convinta, da bambina, allorché la mente iniziò a mettere a fuoco il mondo attorno e a pescare dalla memoria, di aver conosciuto prima la mamma del sole. Già il nome aveva un suono melodioso, avvolgente. Leonore. E brillava come la sua figura, ovunque fossero. I vestiti erano sempre perfetti, idonei, invitanti; eppure riuscivano a non risultare pomposi: discretamente nobili. La sua forza era la semplicità, ma una semplicità che racchiudeva le folgori di Giove e il fascino di Venere. Era mora. Adesso, lei a differenza di Leonore era bionda, per uno scherzo genetico avevano cute diversa. Ma lei lo ammetteva a se stessa e non se vergognava. Era la più bella bionda della sua scuola, della sua gente, della sua generazione (forse). Però preferiva le more. I maschietti ne erano involontariamente attratti. Il nero dei capelli significava qualcosa, stuzzicava, avvolgeva la persona con una nota selvaggia e ombrosa; era un angolo scuro, indefinito, in un bosco rilucente. Mamma non poteva essere altrimenti; capelli corvini, lunghi sino al coccige, folti, e curati all’estremo.
Ma la bellezza, pur nella sua statura, era una cornice, un castone intorno alla gemma. Mamma aveva fascino. Quello colpiva, e lei glielo ripeteva spesso (“Sii affascinante più che bella: la bellezza sfiorisce, il fascino è eterno.”). Glielo ripeteva quando la truccava, a dodici anni. Le passava il rossetto con grazia e precisione. Glielo ripeteva certe mattine, prima che prendesse il bus scolastico, o vedendola che si preparava per una festa. Il fascino. Ogni gesto della mamma rispettava quella regola, spargeva, come un profumo delizioso, fascino. Fascino nel torcere la forchetta e girare gli spaghetti, fascino nel parlare con l’insegnante, ai colloqui (ma com’erano gli altri genitori? Banali, comuni, pelli qualsiasi strette in abiti generali, anzi, accozzaglia di stoffe e cuciture!), fascino mentre saliva in macchina, spostava il carrello della spesa, sollevava la cornetta e rispondeva, chiunque fosse, un’amica, una promozione, uno scocciatore che ha sbagliato numero, sedendosi sul tavolino del soggiorno e accavallando le gambe (la mossa della sinistra, la sua parabola, la carne vellutata che si poggia sul ginocchio destro; esisteva un simile movimento? Una tale composizione di atti e sincronie, posture, tempi?) Il fascino. Lo stesso che aveva rifulso dalle luci della ribalta, quando Leonore recitava a teatro.

Ma dopo che lei era venuta al mondo, non aveva più recitato. Neppure partecipando ai corsi della chiesa, o a quelle scuole serali di recitazione che addolciscono le crisi di mezze età. Mamma-attrice, ora, era solo mamma. Ma dell’attrice preservava il fascino. Recitava ogni giorno, perché non c’era bisogno di un palco e di un faro puntato in viso.
E’ per colpa di quella puttana che non recito più!
Mentre spazzolava le curve dorate dei capelli, una vocina le intasò il cervello. Stava pensando alla mamma. Ai suoi consigli perlacei. Alla sua bellezza, alle belle parole dello specchio.
E’ per colpa di quella… !
I colpi decisi della spazzola rallentarono, i capelli diventarono duri.
E per colpa…
Le setole resistenti, decise, si ingarbugliarono sui peli pasticciati della capigliatura, adesso una trama di nodi.
… di quella puttana!
La spazzola non andava, si era incagliata. Tirò e la liberò da un rigoglio di riccioli e intrichi. Tentò di pettinarsi ancora, ma si bloccava e doveva tirare, bloccava e doveva tirare, bloccava e…
non recito più!
Le sfuggì la presa e si fece male. Gemette. Le dita persero l’impugnatura argentata e fitta di perle e la spazzola rimase appesa al bandolo di capelli, ciondolante da un viluppo di catrame. Il distacco, secco, spellò via schegge di pelle e sangue. Iniziò a sanguinare. I rivoli scivolarono sul palmo soffice della mano, rosa, diafano e privo di rughe da lavoro.
… quella puttana!
Il sangue gocciolò dal palmo al polso, due stille caddero sul tappeto della cameretta, la spazzola oscillava dai fili ritorti e segosi dei capelli, le sbucciature della mano bruciavano, lei gemeva, i suoi occhi si riempirono di dolore, l’immagine dello specchio era… scomparsa. Stava, scomparendo.
… non recito più. Più. Più…
Stille di sangue, spazzola pendula, dolore che diventa paura, paura che diventa terrore, lo specchio che occhieggia trasparente, vetrato, senza riflesso, una nebbia solida.
… non recito…
Tutto si fuse, come in un incubo. Specchio, spazzola, sangue, specchio, spazzola, sangue. A un certo punto fu convinta che la faccia specchiata trasudasse liquido rosso, che la cornice dorata scoppiasse di bolle rossigne, che la spazzola, appesa ai suoi bei capelli che ora erano un incubo vischioso, ridesse, schiudesse delle fauci, con l’aspetto di un pipistrello impigliatosi.
più!
Decise di strappare la spazzola dall’intrico.
più!
E’ dura, la puttana, le setole sono cocci di vetro, l’impugnatura è una coda di varano. Tirò, incurante del sangue che scorreva dalle ferite (ma è così profonda?), ormai lordo sul polso, l’avambraccio, il tappeto. Intanto lo specchio…
puttana!
tornò a funzionare, ma non le restituì bellezza; non era il suo viso. Non le sussurrava quanto fosse bella, superiore, splendente sul marcio estetico degli altri. Mentre districava la spazzola, ebbe una brutta sensazione, mischiata al moto di terrore che non l’abbandonava assieme alla voce assassina conficcata nella sua testa come un coltello.
Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana! Puttana!
Non devi guardare. Non guardare. Vattene. E’ solo un’allucinazione. La mamma era bella. Aveva fascino. Ti voleva bene. Anzi, ti amava. La amavi. Vi amavate alla follia. Qualche volta, solo qualche volta (forse una volta).
Per colpa di quella puttana io non recito!
Strappò la spazzola e sentì un dolore acuto, come avesse asportato capelli dalla radice e con loro un pezzo di midollo spinale. Le setole erano piene di batuffoli gialli. Fissò quei resti follicolari con inaudito orrore; fuggì, lontano dalla cameretta, dalla vocina, dallo specchio che sembrava chiamarla, porgendo mani bianche e aberranti dalla sua faccia vaporosa; si rifugiò nel letto, tirò le coperte come il catenaccio di un ponte levatoio, al riparo dalle cose rintanate là fuori, dal mondo, da tutto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Emanuele Argilli
Mi chiamo Emanuele Argilli, sono di Roma e amo scrivere. Per parafrasare una citazione di William Blake, "la [scrittura] non è uno stato mentale, è l'esistenza stessa". Io vivo per scrivere e leggere.
Negli anni ho raccolto tanti inediti, il cassetto che li contiene ha ormai l'aspetto di uno schedario dell'FBI. Poi ho vinto la paura della condivisione sottoponendo il materiale alle case editrici. Perché scrivere qualcosa è tenerla per sé? E' un pezzo di vita. E' un riflesso di esperienza e umanità.
Dopo aver pubblicato due opere di fantascienza (nel 2018 e nel 2020), non mi sono più fermato. Bookabook mi sta offrendo la possibilità di condividere la mia prima storia dell'orrore. Se la scrittura scava in noi, è ingenuo aspettarsi che trovi solo luce. Il buio è dietro l'angolo.
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