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Muschio sulla cute

Muschio sulla cute
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Consegna prevista Agosto 2024
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Nelle foreste umide, fitte, nelle praterie sconfinate, sui monti rocciosi, sulla costa sferzata dal mare in cui nessuno si avventura, ovunque sembra esserci silenzio. Nessuno è più interessato a viaggiare nel mondo fisico. In questo mondo a tratti lontano e a tratti vicino al nostro, in cui alle tre dimensioni spaziali se ne sommano altre quattro, di natura potente e misteriosa, un mondo in cui le piante posseggono una forza ignota e sono temute più di ogni altra cosa, in cui la società è democratica, ma lenta e assediata da nemici, Zeibij fa un passo oltre i limiti del noto e rompe così tutti questi già precari equilibri. Si scatena improvvisamente una catena di eventi che sfuggono al controllo delle autorità dello stato di Winckel. È una sfida tra democrazia e autoritarismo, tra materiale ed immateriale, tra conoscenza e superstizione, tra fiducia verso le creature viventi e dubbio verso qualsiasi cosa. Un dubbio cosmico che, paradossalmente, cresce più sembra vicina la risposta.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro in un periodo di noia profonda. Ho iniziato sperimentando, e ho lasciato vagare a lungo la mente prima di definire la strada. Avevo in testa molta fisica: l’ho sfruttata per creare un mondo interessante e alla fine il motivo per cui ho continuato a scrivere è che mi sono divertito, una volta inventati i parametri di base di questo nuovo mondo, a rendere verosimile la società che poteva abitarlo, i suoi usi, i suoi problemi, e la sua reazione agli eventi della storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

BUIO

Appaiono a intermittenza mondi, posti e persone: schegge di storie.

Appaiono… ma si possono scrivere e sperare che rimangano?

Ha senso desiderare che delle apparizioni sopravvivano?

Non ci servono…

Creando, è vero, si rischia di perdere il filo, come quegli attori che non ritrovano più la via per tornare in sé, ma certo è che creando almeno da qualche parte si va.

Non importa se si perderà il sentiero… sempre meglio che stare immobili.

Continua a leggere

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Non importa se si perderà tempo, vagando in luoghi tetri e lontani… sempre meglio che perderlo stando fermi sulla soglia.

Infatti il tempo è veramente perso, gettato per sempre, nel vano sforzo di imboccare coloro che seguono i personaggi nelle vie che non conducono in nessun posto.

Piuttosto che questo, qui si pretenderà di muoverci, e allora sarà soppresso chiunque si pari davanti e dica: “tu resta qui, leggi quello che scrivo, ma non andare via!”

Quindi dobbiamo anche concludere che non c’è modo di prevedere dove condurrà la nostra strada. Ciò che accadrà nello spazio e nel tempo di questa storia, fino alla parola fine, sono cose che al momento non si possono sapere.

Eppure ecco che parte, ecco che tutto inizia.

Da principio c’è solo un dettaglio, una singolarità, un punto.

Sembra un piccolo granello di polvere.

Se è la prima cosa ad apparire dev’essere davvero una particella di polvere che detiene un grande primato in questo mondo.

Ed è proprio vero: il granello di polvere è esattamente dove serve, è esattamente dove tutto sta per accadere.

Si deposita sulla pupilla di un essere immobile.

L’essere ha gli occhi sbarrati, nonostante intorno sia tutto completamente buio.

Sentiamo un suono lento e regolare, come un respiro affaticato attraverso una membrana metallica.

L’essere sul cui occhio il granello è andato a posarsi non respira liberamente ma, per qualche misterioso motivo, è costretto a filtrare l’aria della caverna.

Infatti si tratta di una caverna, nella quale vige il buio più abissale.

Il granello è ora impastato nel muco che proteggeva l’occhio nero.

È nero, nerissimo, come se fosse stato privato di tutti i suoi colori.

È un occhio spento, che non funziona più.

Lo possiamo vedere solo perché la folgore dell’apparizione per qualche istante lo illumina, ma poi i suoi contorni si liquefanno di nuovo nell’oscurità circostante e nulla più è visibile.

Eppure, trattandosi appunto di un occhio, da qualche parte, a pochi centimetri di distanza forse, l’altro globo suo fratello deve esistere.

Sempre che qui i corpi abbiano due occhi: noi contiamo sempre due occhi, ma potrebbe essere diverso qui, dove la creazione ci ha condotto.

C’è da dire che questo non è un mondo dove la materia riveste un ruolo così importante, come accade fortuitamente da noi.

La materia è tale in quanto non è altro, e in questo mondo è altro ciò che conta.

Contano cose che non si vedono con gli occhi… quindi gli occhi non contano.

Però l’essere ha comunque fame perché non mangia da anni.

L’ultima cosa che ha ingoiato, con pentimento, è la rugiada dalle foglie di una pianta molto interessante: la Bertula.

La Bertula è una pianta in grado di riprodursi con la rugiada che la permea al mattino.

La Bertula esala il proprio corredo genetico nella rugiada e attira gli altri esseri a berla.

Il corredo genetico della pianta matura nell’apparato digerente dell’ospite e lo fa fiorire.

L’ospite si copre di muschio, perde l’uso della vista, se ne era dotato, e comincia a sintetizzare glucosio con la fotosintesi.

Non essendo in grado di uccidere direttamente l’ospite, la Bertula lo sottopone ad una continua overdose di glucosio producendo disfunzioni mnemoniche, indebolimento dello scheletro, infiammazioni, attacchi di nervi e difficoltà respiratorie.

Solo quando l’ospite è talmente ricolmo di zucchero da non potersi più reggere in piedi, la Bertula può terminare l’opera e germinare.

Si dice che la Bertula sia un’antica pianta usata da popoli ormai scomparsi che la facevano attecchire su animali da sacrificare e su soggetti condannati a morte e usavano l’enorme quantità di glucosio che la pianta produceva succhiando il sangue zuccherino degli ospiti in dosi adeguate.

Ecco perché l’essere nella caverna ha un occhio così buio e sporco: la Bertula lo ha già reso cieco.

Si nasconde nelle tenebre per non permettere alla pianta di avviare la fotosintesi e non mangia da due anni per non dare neanche alla pianta qualcosa di cui vivere.

É immobile da due anni nell’attesa che si concluda la sua pena.

È una dilaniante gara tra ospite e simbionte a chi saprà resistere più a lungo.

L’essere filtra l’aria tramite una grossa maschera che gli copre la parte inferiore della faccia.

Infatti, nel buio, un denso fumo acre e caldo lambisce la pelle scoperta dell’essere e ne divorerebbe i polmoni se questi non indossasse la maschera.

Così il fumo non arriva a danneggiare i suoi polmoni, ma può soffocare la Bertula: il soffice muschio che riveste tutta la cute dell’essere.

É nudo, l’essere.

E la pelle è scura, incancrenita, arroventata dal fumo, consumata dalla Bertula.

La maschera che indossa fa un rumore continuo di risucchio, poi di sollevata esalazione.

É un oggetto complesso, metallico a prima vista, composto di più pezzi e dotato di uno scomparto in cui si può inserire il filtro.

Non è collegata all’aria pulita, semplicemente filtra i gas della caverna. In questo modo però, l’essere deve periodicamente sostituire il filtro alla maschera.

Risucchio, esalazione, risucchio, esalazione.

Solo l’alta ingegneria di Winckel può aver prodotto un tale prodigio meccanico; e il simbolo di Winckel, infatti, è impresso sul lato della maschera, dove l’essere, se le ha, avrebbe una delle due guance.

Buio, buio, buio…

Solo così un giorno, forse, la Bertula morirà.

Questo è un mondo dove le cose materiali non contano, si è detto, ma solo di materia stiamo parlando. In effetti all’essere mascherato non interessa niente di tutto quello che abbiamo notato noi, che siamo esseri materiali e nel parlare prediligiamo ciò che riguarda la materia.

All’essere non importa del fumo, dell’aria, del muschio, della maschera, del glucosio.

I gesti fisici che compie sono sistematici, sono schemi, non dedica loro che un’attenzione secondaria. Anche quando serra la bocca per non bruciarsi i polmoni, anche quando sfida la morte ed il più infinitesimo spiraglio tra le sua labbra serrate e l’esterno significherebbe prendere fuoco da dentro, anche in quel momento, ai nostri occhi così drammatico, l’essere è concentrato su altro.

Winckel ha bandito l’uso, la compravendita e la coltivazione di Bertula ormai da secoli, da quando i primi terribili casi d’infezione furono documentati e si risalì alla rugiada che si accumula sulla pianta come fonte del materiale genetico responsabile del morbo.

Ma Winckel gioca a governare un mondo troppo vasto.

L’enormità di ciò che Winckel amministra valica le possibilità di chiunque e la Bertula ha tantissimi posti dove crescere e riprodursi, a suo modo, indisturbata.

Si dice anche che qualcuno la usi, che qualcuno sappia come controllarla, si dice che le sue potenzialità siano molteplici.

E la Bertula è solo una delle piante sacre agli antichi popoli.

Questo è un mondo di piante.

La pianta come noi la immaginiamo, con la sua vita lenta, con il suo ciclo paziente che allude ad un’ancestrale saggezza, ad una pacata sapienza, non esiste in questo mondo.

Le piante qua sono esplosive, rapide, vogliono tanto, necessitano della materia ma sono anche altro.

Infatti è vero, la Bertula vuole nutrirsi del corpo dell’essere, nel buio, ma quello che davvero sta accadendo, sotto il velo delle tre dimensioni, è decisamente più complesso.

L’essere prova ad arginare la pianta, la sente onnipresente nel suo spazio e la sente che succhia come una sanguisuga nella sesta dimensione.

La sesta sta degradandosi, la quarta e la quinta sono già perdute, mentre nelle prime tre, quelle materiali, l’essere continua a resistere grazie al buio e alla maschera che lo proteggono.

Oltre lo spazio fisico, nelle dimensioni successive, le contromisure sono state completamente inutili e la Bertula sta vincendo.

L’essere sostituisce un altro filtro della maschera che indossa.

Risucchio, esalazione, risucchio, esalazione.

Può ancora stare nella settima, ma è l’ultima delle quali è conosciuto l’ingresso.

La sta sigillando come meglio può.

È proprio nella settima che in questo istante l’essere comincia una incomprensibile forma di comunicazione con un altro viandante delle dimensioni, provando a superare il frastuono che fa la Bertula.

Sono sfocati perché l’essere è troppo debole per connettersi del tutto.

Non parlano, ma qualunque cosa facciano, quell’azione si ripercuote anche in tutte le altre dimensioni riducendosi nelle prime quattro a ciò che noi effettivamente descriviamo con il verbo “parlare”

Nelle tre dimensioni quindi ecco che l’essere parla, da solo, nel buio, dentro la sua maschera.

Non lo si può sentire da fuori perché il filtro blocca ogni suono, e allora solo attraversando il filtro catramoso della maschera e osservando dall’impercettibile intercapedine davanti alle labbra si potrà avere una mera traccia di ciò che effettivamente sta succedendo nella settima dimensione.

Le enormi labbra scure scivolano, solcano lo spazio tra gli schizzi, gli schiocchi dei denti, i battiti dei canini sui canini e i colpi della lingua annerita sul palato, e noi in questo modo elemosiniamo le informazioni che vengono da una dimensione troppo complessa per essere compresa al momento.

“Sì, lo so… no, no. No, non penso. Aspetta, rimani ancora. Devo dirti una cosa. Non è vero che già sai. Per favore. Sì, sì. Mi sta divorando, mi è rimasta solo la settima. Beh sì, ma le prime tre sono insopportabili in queste condizioni; le odio.

Sta consumando la sesta. Non riesco quasi a sentirti per il rumore che fa. No. Lo so, lo so.

Ma non devi preoccuparti per me.

Come stanno i figli?

No, non andare, ti prego, non voglio stare solo con lei. Non devi lasciarmi solo”

Sospira. Calda ara viziata, anidridi, vapori, e il filtro è di nuovo da cambiare. Muove il braccio, serra le dita, sfila il filtro, muove il braccio, rovista nel mucchio, infila il filtro.

Risucchio, esalazione, risucchio, esaltazione.

Il potere delle piante non ha limiti. Le piante hanno accesso a molte più dimensioni di chiunque altro. Possono essere limitate e lente nelle prime tre, come noi siamo abituati a vederle, ma sono sfuggenti pur se enormi, fuori dalla materia.

Necessitano di tanto, tanto di qualsiasi cosa.

Per questo chi dice di saper controllare la Bertula non viene creduto.

Perché usare qualcosa che non si capisce ci pone in una ambigua relatività di intenti: chi è che usa e chi è che viene usato?

Quali sono gli scopi? Quali i bisogni?

Quello che è certo è che molte sono le conseguenze, in ogni dimensione.

L’essere ha bevuto quella rugiada, due anni or sono, l’ha leccata via tutta dalle foglie fino all’ultima  nutriente goccia.

Nel mondo materiale sappiamo immaginare cosa ciò possa essere per la lingua, ma nelle altre dimensioni quella rugiada è spettacolare, è varietà, tutti i colori e i colori invisibili.

La beveva l’essere, perché era abituato solo al buio. Per lui tutto era buio, e ora tutto è sempre più buio. Desidera di nuovo quella rugiada, ma si è sigillato, si è esiliato nel vero buio, nella caverna.

È steso tra le rocce, sul ruvido, nella polvere e nel fumo.

Il fumo esala da dei bracieri privi di luce dove la corteccia di un’altra pianta, la Xubula, è in lenta combustione.

La Xubula è una pianta coriacea, quasi inamovibile: serra le radici così strette al suolo e attorno ai macigni sotterranei che non può essere spostata con mezzi tradizionali. Quando attecchisce, se non viene fermata presto, cresce, dura e legnosa, si propaga affondando le proprie protuberanze di nuovo sottoterra e invade vaste zone rendendole aride e inutilizzabili. Solo i grandi maestri della quinta o della sesta dimensione possono sperare di arginare la Xubula. Quando per una qualsiasi ragione una foresta di Xubula non può più espandersi, ogni esemplare secca, tutti i nutrienti vengono ricondotti alla pianta iniziale, la più anziana e la più grande, che lo usa per sintetizzare un unico piccolo frutto pieno di semi, prima di morire anch’essa.

Delle Xubula rimane una polvere sottile, invadente e dalle numerose proprietà e, se nessuno ostacolerà il processo, questa polvere impedirà ad ogni altra pianta di nascere fino a che i semi non potranno germogliare dando il via ad un ulteriore ciclo.

Un granello di Xubula secca era quel primordiale piccolo granello da cui tutto è scaturito e che è andato a depositarsi sull’iride dell’essere.

Questi granelli salvano l’essere dalla morte perché soffocano la materia vivente; le impediscono di generare energia e in questo modo si sopisce la produzione di glucosio della Bertula che anche al buio, senza acqua, senza cibo, sarebbe in grado di continuare il suo lento lavoro assassino.

La pelle dell’essere è usurata e screpolata, la polvere fine penetra in ogni poro, mentre nei bracieri la corteccia continua a bruciare senza emettere alcuna fiamma.

Lontano, lontano da tutto questo.

C’è una creatura che mescola il contenuto di una ciotola di pietra rossastra; è sera.

Mescola e guarda nel vuoto, le linee limpide del volto che scompaiono tra i tremolii e i riflessi di un focolare, le parole disperate del compagno ancora nella mente.

“Come sta?”

La creatura scuote la testa e dei pendenti tintinnano.

“Dice che va meglio oggi, ha chiesto di voi”

“Gli hai raccontato di cosa abbiamo fatto oggi al tempio?”

“Sì, era felice… venite ora, mangiamo”

Nella stanza c’è un sovraffollamento di oggetti accumulati su ogni superficie: pentole, barattoli in vetro pieni di polveri, mortai, piante, foglie, radici e spezie.

La creatura porge ai due figli il contenuto della ciotola in cui stava mescolando mentre il vapore che ne esce sale e scivola tra le travi.

Nella zuppa arancione galleggiano i dadi bianchi della dose quotidiana di nutrienti.

“Di nuovo i dadi mamma?”

“Sapete che vanno mangiati, però nella zuppa ho messo tante altre cose così non li sentite. E dire che è anche vietato modificarli…”

“Perché Winckel non permette a tutti di fare queste cose? Sono più buoni i dadi così, no?”

“Ne abbiamo già parlato, lo sai”

È la figlia a lamentarsi. È la la più piccola.

“Sì mamma, ma non è giusto. Si possono fare tante cose con le piante”

“E ce ne sono anche tante che è bene non fare”

É il figlio a dire così; è più grande, vuole fare lo sbruffone.

“Sbruffone, le so anche io queste cose”

“Però non capisci”

“Però sono più avanti di te con gli esercizi che ci hanno dato da fare al tempio”

“Sei più avanti solo perché mi annoio a fare cose semplici, altrimenti avrei già finito”

La creatura più grande intanto mangia la sua zuppa con un grosso cucchiaio ricurvo.

“Se non la mangiate la prendo io” dice ai due figli.

“Se invece la mangiate dopo vi insegno un’altra cosa che al tempio non vi farebbero mai fare”

“D’accordo” dice il figlio.

“Che poi Winckel è enorme. Non lo saprebbe mai nessuno” conclude la figlia, prima di assaggiare la zuppa bollente.

Il complesso meccanismo politico di Winckel ha a che vedere con la complessità dell’intersezione delle dimensioni. Effettivamente, da un punto di vista tridimensionale, Winckel non sarebbe così vasto, ma è considerandolo nella sua interezza che si comincia a comprendere.

Gestire le piante innanzitutto… non è facile capire cosa le piante facciano, cosa vogliano e come agiranno. Come e dove… o meglio, da dove arriveranno le loro azioni, se arriveranno? Tutte questioni che Winckel ha molto a cuore.

Inoltre bisogna tenere a bada le dimensioni più pericolose, la quinta e la sesta, regolamentare la settima per una vita sociale e politica ordinata, e poi occuparsi della ricerca nelle tre dimensioni, spesso troppo trascurate, incrementare i tentativi per sconfinare nell’ottava e infine mantenere stabili i rapporti con gli esterni a Winckel.

Winckel non ha un governo o un parlamento: le decisioni vengono prese in comune assemblea nella settima dimensione. Non esiste alcun centro dirigente o ruolo di potere: le assemblee sono aperte e solo nella settima dimensione è possibile organizzare queste sedute analizzando relativamente in fretta la mole di opinioni che vengono avanzate dai partecipanti.

Gli organizzatori vengono cambiati ogni giorno e le decisioni vengono prese a maggioranza di due terzi.

Ma nella solitaria capanna della creatura e dei suoi figli le lunghe ombre della legge non arrivano mai.

La creatura prende delle foglie a sei punte molto grandi, marroni con venature ocra, le sminuzza senza rompere mai le venature, riduce in polvere con un mortaio solo i pezzi che ha staccato e poi vi unisce una pasta verde.

Con un paletta spande il risultato sulle venature ancora intatte usandole come scheletro, poi lascia tutto a seccare davanti al fuoco.

“Domani saranno pronte”

“Ma cosa sono?”

“Domattina lo sapremo”

Il sonno è importante in questo mondo: serve molto più riposo perché è come vivere più vite contemporaneamente.

Alla mattina i figli si alzano e si preparano per andare al tempio. Piove, ma le foglie della sera prima servono proprio a non bagnarsi perché rese impermeabili dal trattamento.

Cose molto piccole nelle tre dimensioni possono essere enormi nelle altre, o avere un grande potere.

I figli partono, parlottando tra loro come sempre, con le foglie protettive in testa, e la creatura rimane sola, come accade ormai da due anni.

Da quando il suo compagno se ne è andato.

Prova a parlargli di nuovo nella settima dimensione ma percepisce solo dei contorni bianchi e fumosi, come se la mente del suo compagno fosse schermata.

Succede sempre più spesso.

La creatura è bellissima: non sapremmo dire che creatura sia, ma ha delle gambe, una testa, delle braccia e la sua pelle è bianca, anche se non è sempre stata così. Tempo addietro, quando ancora viveva con il compagno, la sua pelle aveva molti più colori. Tenui, delicati, mai sgargianti.

Ha due occhi neri, due mani esili, un viso.

Insomma, potrebbe non sembrare troppo diversa da noi, ma ci sono tante altre sostanziali differenze che adesso è presto per spiegare.

La creatura è segnata da quei due lunghi anni solitari perché si porta da troppo tempo sulle spalle il peso della casa… quanto pesa la sua bella capanna isolata in mezzo ai prati e alle colline!

Ha marchi inequivocabili: nei che prima non c’erano, per essere stata sotto il sole a cercare la Fitrina, oscurità attorno agli occhi, per aver letto e scritto fino a tarda notte appunti e annotazioni sulle piante, calli sulle dita, per l’estenuante preparazione degli impacchi.

Consegna gli impacchi a Geranas, perché li porti dal suo compagno e allevino il dolore per il fumo di Xubula. Prepara i filtri per farlo respirare, con la Fitrina, si occupa di far sparire quelli usati, partecipa a tutte le assemblee di Winckel, e poi si prende cura dei figli.

I figli vanno al tempio, dove imparano solo ciò che Winckel vuole, ma lei è un’esperta e le soffre il

cuore a vedere tutta la conoscenza sulle piante andare perduta.

Nega il dolore, dimentica, esisti. Muori per uccidere l’ospite nel buio. Nel buio dimentica, nega l’esistenza. Soffri. Metti il filtro, risucchia, esala, togli il filtro. Ospite, mi uccidi lentamente. Simbionte, mi neghi la luce, a me, pianta, smisuratamente potente. Posso portarti in nuove dimensioni, lo sai? Non vorrai davvero rimanere ancorato, non vorrai davvero vivere trascinandoti in queste sette ridicole gabbiette per passeri tristi?

L’essere nel buio è punto, morso, alito, un panno troppo candido lo copre, il fumo arido, il muco sapido. Pulviscolo nell’aria.

Si sgretola anche la settima dimensione, con un tonfo l’essere precipita tra le cose ed è di nuovo solo fisico e tridimensionale, ma la può ancora sentire che parla, parla, parla.

Il simbionte è innato navigatore dello spazio esterno, lo padroneggia, va oltre ciò che l’essere nel buio può comprendere. E lo stuzzica, lo delizia con rapide visioni, con sensazioni, poi lo fa ricadere nel corpo. Come quando in origine, alla radice di questa agonia, bere la rugiada della Bertula era bellissimo e gli produceva quel formicolante sentore, un pizzichio che brulicava nel tempo e saliva e scendeva, ad un tratto quasi toccava qualcosa, per poi ripiombare.

Ti voglio mostrare, tu vuoi assistere? Così domanda all’ospite. Ospite e simbionte, ma chi è ospite tra i due, l’essere nel buio non riesce più a comprenderlo. E chi sarà mai il simbionte?

C’è solo una lenta morte, insieme ad una pianta di Bertula.

Ma sceglie di vedere, dimenticando l’esistenza, e nel buio della caverna, tra il fumo, inizia un viaggio lontano, per mano ad una pianta di Bertula.

Risucchio, esalazione, risucchi, esala, risucchia, esali, e sali.

Una creatura, nella sua capanna, che aspetta i figli di ritorno dal tempio, sente qualcuno che la chiama con un urlo e le sue carni scosse da un tremito istantaneo poi si acquietano nuovamente nell’attesa quando il silenzio ritorna.

Piove ancora sui bei prati attorno alla capanna.

Ma anche la luce densa del sole gocciola dalle nuvole dosata ad arte con la pioggia e accarezza insieme al vento le erbe della collina, si schianta sull’estranea capanna, la avvolge e la serra.

Da dentro tutto sembra riflesso e sconnesso dai graffi sul vetro della finestra.

Winckel categoricamente nega l’esistenza di un confine che lo divida da un popolo esterno, così che la partecipazione allo stato non sia legata ad un limite territoriale quanto alla posizione nella settima.

Quindi nello stesso territorio fisico vivono insieme partecipanti di Winckel ed esterni a Winckel ognuno con la propria organizzazione.

In Winckel si accede partecipando alle assemblee e collocandosi nella grande struttura in sette dimensioni che compone lo stato.

Avremo modo di approfondire.

Comunque possiamo già dire che Winckel è più una coscienza che un governo.

É come essere parte di un formicaio per certi aspetti.

Chi partecipa è parte di Winckel, indipendentemente da dove si trova nello spazio fisico.

Non è sempre stato così.

In tempi lontani, quando ancora si viveva solo nelle prime tre dimensioni, c’erano regni e confini; mentre i rari visitatori occasionali della quarta erano venerati come sciamani.

Secondo gli antichi, gli sciamani avevano visioni del futuro e potevano guidarli, e anche se è vero che gli sciamani avevano previsto molte cose, spesso, si è compreso studiando il passato, si limitavano a piccoli suggerimenti e trucchetti di poco conto per impressionare i più, guadagnando rispetto e potere. In realtà gli sciamani lasciarono alle loro stirpi molte indicazioni sullo studio effettivo del tempo e si crede che già avessero intuito la realtà dei fatti, quando si parla di futuro.

Anche su questo approfondiremo in seguito.

Secondo le leggende, le antiche stirpi che si divisero il mondo alla sua creazione ebbero come eredi gli sciamani, e per secoli, anche con l’avvento della quinta e della sesta, tutto rimase molto legato al mondo materiale e alle discendenze delle grandi casate.

C’erano guerre, c’era fame e disgrazia. Gli antichi erano divisi, si litigavano le cose e si uccidevano e purtroppo la quinta e la sesta, usate a questi fini, sono estremamente efficaci.

Solo con la scoperta della settima, finalmente, si è costruito Winckel e chi vi aderisce lo fa rinunciando al proprio nome antico.

Il nuovo nome di Winckel sostituisce quello antico ed è un nome molto importante.

Non lo si può rivelare al primo che passa.

Per questo ho dovuto aspettare prima di apprendere io stesso il nome di Winckel della creatura nella capanna: il suo nome è Mija.

Mija è la creatura che aspetta nella sua capanna, Mija aspetta il ritorno dei figli, ma anche il ritorno di Geranas. 

Oggi è il giorno in cui Geranas porta i filtri al suo compagno, ma lei ha sentito quell’urlo e ora aspetta che Geranas torni con la brutta notizia.

Geranas è un buon amico, e Mija sa che potrà contare su di lui adesso che è rimasta sola.

È uno un po’ originale, questo è vero: partecipa a Winckel ma usa ancora il suo nome antico: Geranas.

É contrario alla votazione per maggioranza ed è contrario alle discussioni in assemblea aperte a tutti; crede che il peso politico dei partecipanti sia da misurare sulla base della nobiltà di sangue e sull’impegno dimostrato per il bene comune. Mija non è d’accordo con lui, e sospetta che in parte queste idee siano dovute al retaggio nobile che Geranas vanta per sé.

Oppure, come spesso accade, Geranas è uno di quelli che odiano la maggioranza.

Prima, quando nelle ere antiche le decisioni erano imposte da sciamani e grandi casate, l’istinto politico primordiale di persone come Geranas era quello di andare contro, opporsi.

Ma ora che con la comparazione esatta delle opinioni nella settima nessuno viene mai completamente scontentato, non c’è nulla contro cui lottare.

Se si vuole cambiare qualcosa, bisogna parlarne, bisogna andare in assemblea ogni giorno e riproporsi con argomenti solidi.

Forse per Geranas questo è troppo difficile.

Anzi, per Geranas comportarsi così equivale ad arrendersi.

Però non riesce neanche ad abbandonare Winckel, perché chi è esterno allo stato davvero non ha alcuna opportunità di cambiare le cose.

Insomma, chiuso in questo ciclo, il pensiero di Geranas è compresso sull’unica scappatoia logica che gli rimane: proclamare la nobiltà di sangue e la meritocrazia.

Sul discorso del sangue nobile non c’è argomentazione che tenga, Mija si oppone sempre al suo amico, pur scherzosamente, mentre sui privilegi per merito deve ammettere che non di rado si è sentita frustrata vedendosi scavalcare in assemblea da voci comparse dal nulla e gente che non aveva mai partecipato prima. Quando si tengono le sedute a tema sulle piante, lei e pochi altri cercano di spingere verso un’apertura allo studio botanico, ma la paura è grande, Winckel non cambia le sue posizioni.

Winckel ha tanti problemi in effetti, e spesso viene quasi il sospetto che l’unica cosa che manca per risolverli sia la volontà di uscire di casa e agire.

Nessuno vuole più stare nelle tre dimensioni.

Con la quinta in realtà i viaggi sarebbero anche molto rapidi, ma poi la sesta ha eliminato il bisogno di assorbire energia chimica dal cibo perché si può ottenere l’energia necessaria dal sole e già buona parte dei motivi che spingono le persone ad uscire di casa scomparvero.

Poi, con l’avvento della settima, la società è diventata puro spazio in cui ci si può muovere senza muoversi. Non ha più alcun senso viaggiare.

A dirla tutta, ed ecco un altro dei problemi di Winckel, anche se per l’energia non c’è di che preoccuparsi, invece i vari nutrienti necessari per vivere in salute non si possono assorbire che per via orale.

Sono le vitamine, i sali minerali, gli amminoacidi… nessun trucco della sesta che sia facilmente accessibile alla maggioranza può permettere di produrli dal nulla.

Servono abilità fuori dal normale per plasmare chimicamente la materia.

Infatti sono proprio i grandi maestri della sesta che producono i dadi con tecniche complesse che coinvolgono conoscenze troppo pericolose per essere di pubblico dominio.

Per il momento quindi sono dei corrieri che trasportano fisicamente i dadi bianchi dei nutrienti nelle case di Winckel, ma è sempre più difficile trovare qualcuno disposto a farlo.

È un lavoro sfiancante: bisogna muoversi molto e non se ne ricavano particolari benefici.

E non ci sono neanche particolari progressi nella progettazione di un sistema di collegamenti meccanici tra le case, perché anche se in questo modo si potrebbe risolvere il problema, tramite l’uso di corrieri meccanici mossi con l’energia raccolta dai maestri della sesta, comunque tutti sanno che nessuno si proporrebbe per andare fisicamente a costruire queste cose.

Per il momento i corrieri volontari continuano il loro lavoro, ma una scelta andrà presa, e andrà presa presto.

Geranas ride di questa lentezza, e afferma che dando meriti politici ai volontari si costruirebbe tutto il necessario in una settimana. Certo, Mija non può che essere d’accordo, è sicuramente vero. Ma poi? Forse effettivamente il problema è il medesimo: non ci si avvicina allo studio delle piante perché non se ne vedono i benefici, non ci si impegna nella costruzione di ciò che serve perché manca un incentivo. Ma poi, elargendo questi meriti? O anche fondando un ordine di botanici con più potere degli altri sul tema delle piante?

Mija, come ogni persona in Winckel, ricorda con orrore i tempi delle grandi casate e sa che cosa significa l’assenza di politica, sa cosa significa la disuguaglianza.

Chissà perché Mija pensa a queste cose, mentre attende di sapere che è rimasta per sempre sola.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Tobia Pandolfini
Sono uno studente di filosofia, fuori sede a Bologna, appassionato di fumetto, film d’animazione, politica, lettura e scrittura. Nonostante queste premesse sembrino quelle del perfetto umanista, mi sono sempre sentito uno scienziato: ho frequentato un liceo scientifico a Firenze, città di nascita, dove ho amato la fisica e la matematica. La branca della filosofia che vorrei approfondire è, infatti, l’epistemologia, che studia il pensiero scientifico.
Per quanto riguarda la scrittura: scrivo da sempre come sfogo, perché leggo da sempre per assorbire, ed è difficile non tirare mai nulla fuori quando si lascia entrare così tanto dentro. Nel tempo ho accumulato molte storie brevi e qualche romanzo. Spesso torno sui miei passi per arricchire e modificare, perché con il tempo cambiano la mia sensibilità e la mia comprensione del mondo. Solo ogni tanto decido che una storia è davvero finita.
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