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Nero è il colore della quiete

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È il lunedì primo gennaio del 1900 il giorno in cui Jeremy Hutton ed Eileen Myers si sposano a La Iglesia de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles (due invitati e una settimana dal loro primo incontro). I giornalisti affollano le strade, impediscono la visuale sulla casa in cui Eileen, ballerina di Broadway, vive con il padre, e il rito nuziale viene celebrato in ritardo. La cerimonia si conclude alla svelta, in una segretezza non ricercata ma a essa imposta, finché la coppia non si lascia Los Angeles alle spalle. Un’unione forse pretenziosa, sicuramente incompresa e da molti non condivisa, ma non importa: è questa la base su cui un uomo, un giovane uomo, vive la propria oscura vita, camminando su strade già percorse e vissute, incapace di lasciare un segno là dove suo padre aveva già lasciato il proprio. Una corsa ad afferrare un passato sfuggente all’ombra di un’interiore e tormentosa tempesta che non lascia pace, il desiderio di vivere per davvero in un teatro mascherato da realtà.

Perché ho scritto questo libro?

Si tratta di un autentico, reale e assolutamente trasparente tentativo di comunicazione. Con questo libro so di aver scritto, per la prima volta nella mia vita, non per me stessa, ma per altri – e, badate, scrivo da quando sono una bambina, da quando ho imparato a impugnare una penna. Per la prima volta non ho scritto per esporre, capire e dire di me stessa, ma per permettere ad altri di farlo; per dare a qualcun altro il mezzo di espressione più potente ed efficace che io conosca: la scrittura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

tempesta

Era la sera dell'ultima Vigilia di Natale che il diciannovesimo secolo avrebbe visto il giorno in cui Jeremy conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie di lì ad una settimana. Faceva freddo e, per la prima volta da che i cittadini ne avevano memoria, nevicava abbondantemente; erano stati colti di sopresa da un temporale cessato da poco, una tempesta che aveva lasciato ora spazio solo ai fiocchi di neve, che imbiancavano l'intera città.

Jeremy Hutton aveva ormai vent'anni quando, con i capelli che avevano da tempo superato le spalle, e con la barba, che toccava le caviglie, non più rossiccia, ma grigia a causa dello smog e della sporcizia che stagnava sulle strade e sui marciapiedi che sempre più di frequente si azzardava a chiamare casa, svenne in uno dei quartieri signorili di Los Angeles, Bel Air. Ci era arrivato Dio solo sapeva come, tremante e infreddolito, e lì si era accasciato: sul marciapiede freddo e bianco. Avrebbe potuto sembrare una lastra di ghiaccio, il punto in cui s'era lasciato cadere inerme, tanto era scivoloso e trasparente. Non un'impronta, non un segno di un qualsiasi passaggio prima del suo: era solo. Da solo cadde e da solo rimase per un po'; non c'era nessuno, lì intorno, che potesse vederlo, che potesse aiutarlo. Era crollato all'improvviso, tutto d'un tratto.
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Le gambe gli avevano ceduto in preda a convulsioni infreddolite, le mani che sfregavano, avide di calore, l'una con l'altra, ma senza successo. Era andato avanti per stenti e, con la disperazione negli occhi giovani, s'era abbandonato al freddo opprimente, all'aria gelata che gli attraversava le vene e che gli scorreva nei vasi sanguigni quasi fosse il suo stesso sangue, gli arrivava nel cuore e lì rimaneva, fermandoglielo di tanto in tanto.

Di recente, prima di quella sera in cui si lasciò cadere ormai senza più forze, sembrava essersi ingobbito, incurvato, tanto teneva il capo chino quando camminava per strada. Non piaceva a nessuno e nessuno gli piaceva, e camminava guardando a terra nella speranza di non essere visto – quell'ingenua e infantile convinzione del «se io non ti vedo, tu non mi vedi», ma lui, anche se non era più un bambino da tempo, si nutriva insaziabilmente di questi pensieri, che, in quel tempo molto lontano chiamato infanzia, che ora stentava a ricordare e a credere che fosse stata davvero la sua, di infanzia, erano stati suoi fedeli compagni di partite di nascondino perse ogni volta. S'era ingobbito e quasi ingrigito e a volte, se trovava una superficie in cui specchiarsi, sussultava dallo spavento, che l'immagine che vedeva riflessa gli suscitava: stava diventando, ogni giorno di più, come suo padre, e si odiava e lo odiava per questo. Aveva appena vent'anni ed era giovane, pieno di potenzialità tutte da attuare, tutte da scoprire e svelare al mondo, e invece stava invecchiando prima del tempo, e tutto questo perché non faceva altro che condannarsi a rimanere lì, a Los Angeles.

Forse sarebbe dovuto cadere molto prima di quella Vigilia di Natale, o forse era qualcosa che sarebbe dovuto accadere molto più avanti nel tempo, perché era davvero impossibile che Jeremy Hutton fosse destinato a non cadere mai. Ma, qualunque avesse dovuto essere il momento giusto per cadere, la realtà era un'altra, ovvero che era caduto ora, nel presente, e risollevarsi da terra pareva impossibile. A chiunque fosse passato di lì – e in quella notte passarono di lì davvero pochissime persone – sarebbe parso che avesse toccato il fondo; Jeremy avrebbe potuto non condividere, se ne fosse stato in grado, credendo che il suo fondo era molto più profondo di un semplice marciapiede gelato. Si sarebbe abbassato a toccare qualunque fondo nella sua vita, avrebbe detto, purché significasse evitare quello da cui risalire e risollevarsi era impossibile. La sua ora non era ancora arrivata, lui lo sapeva – perché tutto gli sembrava incredibilmente chiaro, limpido, facile, dannatamente giusto – anche se a chiunque altro potesse risultare impossibile che non fosse davvero quello il suo fondo più profondo.

Era tardi, mancavano pochi minuti alla mezzanotte, e lui era da solo su quel marciapiede. Con chi passare la Vigilia di Natale? Nessuno, ma non gli importava. Le feste non gli interessavano e ancora di più non gli interessava passarle con qualcuno, men che meno con la sua famiglia, i suoi genitori. Se n'era andato da Bakersfield per un motivo ed era per quello stesso motivo che non sarebbe tornato, non più (perché, a dirla tutta, una volta era tornato a Bakersfield, da quando se n'era andato, ma ne parleremo più avanti). E ora era lì, da solo, sulla neve fresca appena caduta, sotto quella che ancora cadeva, nella notte fredda e nera della Vigilia di Natale.

“Uno spettacolo sensazionale. Tu, Eileen, sei stata sensazionale.”

All'imboccatura della via sulla quale era crollato Jeremy Hutton c'era un gruppo di giovani – un ragazzo e tre ragazze – che, vestiti elegantemente, tornavano da una serata a teatro: c'era stata la prima dell'ultimo spettacolo della stagione, a cui aveva assistito sostanzialmente l'intera città, che ora, man mano, non appena le porte d'uscita s'erano aperte, si riversava nelle strade, affollandole, per tornare a casa.

“Assolutamente,” disse un'altra ragazza del gruppo. “Non vedevo un'esibizione simile da… Be', in realtà non credo d'aver mai visto un'esibizione simile.”

“Sì, Eily, ci devi credere. Eri meravigliosa.” A parlare, questa volta, fu l'unica voce maschile del gruppo; una voce bassa e controllata, che ai più, di solito, pareva spocchiosa. In realtà, se dobbiamo dirla tutta, ogni cosa di lui era pregiudicata, dalla sua voce al suo aspetto. Non era uno che ispirava una gran simpatia, per il suo aspetto elegante e formale, che lo invecchiava quasi avesse trent'anni e più, anziché una ventina o poco meno; si pettinava tutte le mattine e tutte le mattine applicava sui propri capelli una discreta quantità di cera lisciante e illuminante che gli appiccicava le ciocche anteriori alla fronte e che gli squadrava il viso rendendoglielo corrucciato e altezzoso in continuazione. Gli occhi piccoli, le pupille sottili, il naso vagamente adunco e le labbra sottilissime erano solo alcuni dei tratti che gli allontanavano chiunque. E se il suo aspetto non risultava tanto invitante, ancora meno lo era il suo carattere, che nessuno si preoccupava di approfondire e su cui non si indagava più di tanto: Roger Murray, la geniale mente destinata ad Harvard che si accontentava, però, dell'università di Stanford, più vicina e a cui aveva più facile accesso per la posizione di suo padre. Ecco chi era, agli occhi di tutti.

Se quella sera era a Bel Air e se non era lì da solo, non era certo per merito suo. Era una compagnia femminile, quella con cui si trovava ora, che gli era stata imposta, tempo e tempo prima, da diversi uomini – suo padre primo fra tutti – da cui era circondato quotidianamente, nella speranza che si fidanzasse prima di partire per l'università. Era timido e taciturno per natura, e non si sarebbe mai fatto avanti con nessuna di sua spontanea volontà – non che ora, costretto, si stesse dando un gran daffare, ma almeno ci provava.

“Sei la migliore ballerina che la nazione abbia mai visto,” fu l'ennesima adulazione che l'oggetto di tanti complimenti, la terza ragazza del gruppo, ricevette, senza averlo chiesto, senza averlo, in realtà, nemmeno voluto.

“Voi non cambiate proprio mai, vero?” rispose loro, con una smorfia infastidita, ma paziente.

Si chiamava Eileen Myers, aveva diciotto anni compiuti da poco e ballava da quand'era una bambina. Era per lei che il gruppo era a Bel Air – la stavano accompagnando a casa di suo padre, temuto, rispettato, ammirato da chiunque, in città e non solo. A dir la verità, Eileen avrebbe tanto voluto essere accompagnata alla stazione, salire su un treno e andare dall'altra parte dell'America – New York era la sua meta. Era là che viveva, era là che voleva essere, che voleva restare ed era quello il luogo da cui non voleva più andare via. E non si creda che a muoverle un desiderio tanto ardente fosse una qualche romantica ambizione per Broadway e i suoi teatri, no; voleva andare a New York perché era lì che viveva sua madre.

I genitori di Eileen Myers avevano divorziato – tutti lo sapevano – da qualche anno, e lei era rimasta con sua madre da subito, da quando aveva visto suo padre prendere la porta di casa e andarsene. Fosse stato per lei, del padre non avrebbe più voluto saperne niente, preferendo restare con sua madre ed Edna, la balia che si portava dietro da una vita, ma si ritrovava invece a trascorrere il Natale con il padre, a Los Angeles. Quattro settimane di treno all'andata, quattro al ritorno, e lei non ne poteva più. Questo, si diceva da un po', sarebbe stato il primo e l'ultimo viaggio; non sarebbe mai più andata via da New York. Aveva accettato, fondamentalmente, per non far soffrire sua madre, a cui piangeva il cuore ogni volta che sentiva la figlia parlare del padre come del suo peggior nemico, come, a volte, di un estraneo a cui non si sentiva legata e che non voleva più vedere; «è solo per Natale», le aveva detto, «e tornerai prima di quanto credi». Il sorriso sul viso di sua madre, nel sentirla dire quelle parole, l'aveva fatta cedere ed era così che era partita.

Ora, in questa serata di cui stiamo parlando, stava tornando a casa del padre, a Bel Air, decisa a infilarsi subito sotto le coperte, senza parlargli, senza vederlo nemmeno. Ultimamente faceva freddo come fosse rimasta a New York – il che, ammetteva, un poco la confortava – e lei era stanca. Non vedeva l'ora di tornare da sua madre.

Non starò qui a spiegare chi è Eileen Myers, non adesso; tentare di riassumerla, di restringerla e di farcela stare in poche righe iniziali sarebbe un vano tentativo. Ad Eileen servono pagine e pagine, e non sono queste quelle giuste per lei. Arriverà il momento in cui la si conoscerà perfettamente, e non è questo. Intanto sarà nostra compagna e inizierà a raccontarsi e rivelarsi; a poco a poco si imparerà a conoscerla e a capirla; a poco a poco si apprenderà tutta la sua storia. Per ora è insieme ad amici conosciuti appena arrivata in città, cammina verso casa lungo un marciapiede innevato forse per la prima volta. È sera tardi, ancora la Vigilia di Natale, manca pochissimo alla mezzanotte e il corpo di Jeremy Hutton, crollato sotto il peso di questo mondo, le è sempre più vicino.

“Santo Dio!” esclamò una delle ragazze. “Che cos'è?” Come inorridita, forse schifata, inquietata e sicuramente spaventata, squadrava il corpo apparentemente morto di Jeremy Hutton, semi nascosto dalla neve bianca, gli occhi chiusi e le ciglia gelate. Se l'erano ritrovati davanti all'improvviso, troppo occupati ad adulare Eileen per come aveva ballato poco prima, a teatro, per accorgersi che il marciapiede era intralciato da un corpo esanime e pallido, cadaverico e marmoreo.

“È un uomo, Lydia. È solo un uomo,” rispose Eileen pacata e paziente, senza mostrare nessuna emozione. Non era spaventata, non era sorpresa, e non si mostrava nemmeno infastidita; non si lasciava toccare né da Jeremy Hutton né da Lydia. Faceva sempre così, Eileen: prendeva atto delle cose che le accadevano, che vedeva, che sentiva, e non si lasciava sopraffare, smuovere. Aveva imparato a farlo. Se lo stava imponendo, da quando i genitori avevano divorziato. L'aveva promesso a sé stessa, se lo riprometteva ogni mattina appena sveglia, lo giurava davanti a Dio ogni sera – perché sua madre la faceva pregare insieme a lei e ad Edna a cena. Non era freddezza, non era indifferenza. Era, semplicemente, autodifesa, protezione, rispetto per sé stessa, amor proprio.

In ogni caso, conosceva fin troppo bene Lydia per stupirsi delle sue reazioni, melodrammatiche sempre e misurate e controllate mai, anche nelle piccolezze e nelle sciocchezze più insulse.

“Un barbone, vorrai dire!” disse imperterrita. “Ma che diamine ci fa un barbone come lui in mezzo al marciapiede durante la Vigilia di Natale? In questo quartiere per di più!” E alla fine, per quanto presuntuose e violente, incontrollate, le affermazioni di Lydia potessero sembrare ad Eileen, non aveva tutti i torti a parlare così. Perché aveva ragione ad additarlo come un barbone: Jeremy Hutton era un barbone in tutto e per tutto, un mendicante che viveva per strada e che, anni prima, aveva rimediato un cappello che ora aveva smesso di porgere alla gente, che non gli dava altro se non saliva sputata ai suoi piedi o percosse. Viveva in strada da tre anni, aveva il viso nascosto dalla barba e dai capelli troppo lunghi; era sporco, pieno di lividi, spesso anche insanguinato. E per una che era cresciuta come lo era lei, Lydia, era ancora più inaccettabile vederlo svenuto lì, in quel quartiere che probabilmente i suoi genitori le avevano detto essere il migliore di tutti – nata in una bolla e cresciuta in una bolla in cui sarebbe rimasta intrappolata sempre.

Eileen Myers, però, non essendo né nata né cresciuta come Lydia, non avendo quel posto a cuore più di quanto non avesse a cuore suo padre, non fu scossa né dall'aspetto dell'uomo né dalle sue condizioni. In quel momento, a prima vista, lì, svenuto ai loro piedi, le faceva solo una pena infinita, pena che pure non mostrava.

“Forza,” disse all'improvviso prendendo l'iniziativa, “portiamolo dentro.” La voce, fermissima e autorevole, come fosse una donna fatta e finita, non ammetteva repliche, opposizioni.

“Stai bene, Eily?” chiese, nonostante il tono di lei, Roger Murray, mal celando lo stupore per il tatto che Eileen dimostrava e poggiandole poi, piano, una mano su di una spalla.

“Non ti preoccupare,” gli rispose, già china sul corpo, spostandogli la mano. “Aiutatemi, invece di star lì come congelati. Questo freddo non è niente, non ci siete abituati. Risparmiatemi le lamentele e, sì, ecco, prendilo per le caviglie.”

Alla fine, forse rincuorati dal fatto che la casa del Signor Myers fosse appena due numeri più avanti, la aiutarono. Roger Murray si chinò per tirarlo fuori dalla neve e sollevarlo da terra. Le altre, seppur restie, lo presero per le gambe, lasciando che Roger ed Eileen lo tenessero da sotto le ascelle. Pesava pochissimo, ma l'acqua della neve che gli era caduta addosso si era impregnata nei vestiti sgualciti e logorati che indossava, appesantendolo e irrigidendolo ancora di più.

2024-01-20

“Pubblicare il mio primo libro”. Il sogno di Giorgia, studentessa del liceo Cairoli passa da un crowdfunding

Frequenta il quarto anno del liceo classico e ha aperto una campagna di prevendita del suo primo romanzo "Nero è il colore della quiete"
Giorgia D’Ambrosio è una studentessa al quarto anno del liceo classico Ernesto Cairoli di Varese e ha un sogno nel cassetto: pubblicare il suo primo romanzo dal titolo “Nero è il colore della quiete”.
Per questo motivo ci ha scritto chiedendo una mano nel divulgare la raccolta fondi che ha lanciato sulla piattaforma della casa editrice milanese Bookabook. Per pubblicarlo, però, deve raggiungere una quota di 200 copie in prevendita: «Vorrei condividere con voi e la Provincia l’ultimo traguardo che ho raggiunto: la pubblicazione del mio romanzo. Oggi 18/01/2024 è iniziata la campagna di crowdfunding con la casa editrice. Io e tutti i miei lettori abbiamo 100 giorni di tempo per riuscire a far acquistare in prevendita 200 copie del romanzo. Al termine della campagna, il libro sarà pubblicato nella speranza di riuscire a raggiungere quanti più lettori possibili».

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“Pubblicare il mio primo libro”. Il sogno di Giorgia, studentessa del liceo Cairoli passa da un crowdfunding
Generico 15 Jan 2024

Frequenta il quarto anno del liceo classico e ha aperto una campagna di prevendita del suo primo romanzo "Nero è il colore della quiete"
di Redazione
20 Gennaio 2024

Giorgia D’Ambrosio è una studentessa al quarto anno del liceo classico Ernesto Cairoli di Varese e ha un sogno nel cassetto: pubblicare il suo primo romanzo dal titolo “Nero è il colore della quiete”.

Per questo motivo ci ha scritto chiedendo una mano nel divulgare la raccolta fondi che ha lanciato sulla piattaforma della casa editrice milanese Bookabook. Per pubblicarlo, però, deve raggiungere una quota di 200 copie in prevendita: «Vorrei condividere con voi e la Provincia l’ultimo traguardo che ho raggiunto: la pubblicazione del mio romanzo. Oggi 18/01/2024 è iniziata la campagna di crowdfunding con la casa editrice. Io e tutti i miei lettori abbiamo 100 giorni di tempo per riuscire a far acquistare in prevendita 200 copie del romanzo. Al termine della campagna, il libro sarà pubblicato nella speranza di riuscire a raggiungere quanti più lettori possibili».


10 LUGLIO 1888, NASCE GIORGIO DE CHIRICO
Così la giovane scrittrice motiva questa sfida: «Si tratta di un autentico, reale e assolutamente trasparente tentativo di comunicazione. Con questo libro so di aver scritto, per la prima volta nella mia vita, non per me stessa, ma per altri – e, badate, scrivo da quando sono una bambina, da quando ho imparato a impugnare una penna. Per la prima volta non ho scritto per esporre, capire e dire di me stessa, ma per permettere ad altri di farlo; per dare a qualcun altro il mezzo di espressione più potente ed efficace che io conosca: la scrittura». Qui il link per prenotare una copia: https://bookabook.it/libro/nero-e-il-colore-della-quiete/

La sinossi del libro
È il lunedì primo gennaio del 1900 il giorno in cui Jeremy Hutton ed Eileen Myers si sposano a La Iglesia de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles (due invitati e una settimana dal loro primo incontro). I giornalisti affollano le strade, impediscono la visuale sulla casa in cui Eileen, ballerina di Broadway, vive con il padre, e il rito nuziale viene celebrato in ritardo. La cerimonia si conclude alla svelta, in una segretezza non ricercata ma a essa imposta, finché la coppia non si lascia Los Angeles alle spalle. Un’unione forse pretenziosa, sicuramente incompresa e da molti non condivisa, ma non importa: è questa la base su cui un uomo, un giovane uomo, vive la propria oscura vita, camminando su strade già percorse e vissute, incapace di lasciare un segno là dove suo padre aveva già lasciato il proprio. Una corsa ad afferrare un passato sfuggente all’ombra di un’interiore e tormentosa tempesta che non lascia pace, il desiderio di vivere per davvero in un teatro mascherato da realtà.

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Giorgia D'Ambrosio
Sono Giorgia D'Ambrosio, eclettica studentessa di liceo classico smisuratamente creativa ed entusiasta. Sono incontenibile in qualunque cosa io scelga di fare – e ne faccio tante e tutte diverse. Detesto darmi etichette, limitare me e il mio carattere; amo le sfide, mettermi alla prova e cimentarmi in tutto ciò che viene definito difficile (e questa è la ragione che sta dietro alla maggior parte delle scelte che ho fatto fino ad ora). Per questo, allora, non sono solo una studentessa. Sono una scrittrice, avida (anche se incostante) lettrice, soprattutto di romanzi russi; sono volontaria in Croce Rossa e caporedattrice di un giornalino scolastico che vorrei venisse letto di più. Ma sono anche una sorella, una figlia, una nipote ambiziosa e determinata; futura studentessa di medicina, instancabile lavoratrice, leader per natura. Sono un'amante – della vita, dei viaggi, degli esseri umani.
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