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Noci, albicocchi e due quinti di luna

Noci, albicocchi e due quinti di luna
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Consegna prevista Novembre 2022
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Amadou è un ragazzino senza nulla di speciale, o almeno così crederà, fino a un martedì mattina che sconvolgerà la sua esistenza. Dopo aver visto alcuni elefanti volare, nulla sarà più come prima: verrà catapultato in un’altra dimensione dove le piante e gli animali posso parlare, gli oggetti sono animati e i fenomeni atmosferici sono davvero imprevedibili. Attraverso l’incontro con mille creature scoprirà che il mondo è affetto da un morbo che sta spegnendo ogni polmone verde del pianeta, perciò non resta altra scelta che impegnarsi nella missione di ripulire la Terra dal male. Amadou è il messaggero e dovrà girare per il regno per un resoconto finale. Il viaggio ha così inizio, tra uomini corrotti, avidi e malvagi, costretti a pene eterne per riscattarsi dal male compiuto, e la malattia della natura che si fa sempre più evidente e tremenda. E se l’unica soluzione per salvarla fosse proprio cancellare gli uomini e tutto il loro male dal mondo?

Perché ho scritto questo libro?

Che cos’è il male? Si può fermare? Queste idee hanno cominciato a girare con insistenza nella mia testa. La natura soffre, l’uomo ha perso la capacità di vedere ciò che conta, il cielo si spegne. Spingendo la fantasia fino alla catastrofe – il male che trionfa, l’uomo che scompare dalla Terra – ho provato a pensare come invertire la rotta. A questo punto alla mia porta ha bussato il personaggio di Amadou, un ragazzino apparentemente svagato che deve ritrovare il pigmento per ricolorare il cielo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I – Un cielo pieno di elefanti

Amadou stava per chiudere la porta quando una mela rotolò sul pavimento. Non aveva fretta di andare a scuola visto che quella mattina avrebbe dovuto sorbirsi tre ore di Pistilli che, di sicuro, non gli avrebbe risparmiato il supplizio della scrittura. Raccolse il frutto riportandolo in cucina, ma prima di entrare un odore dolciastro salì nelle narici. Il tavolo era coperto di sacchetti ancora pieni e la dispensa era aperta. La zia Patty odiava il disordine.

Anche se non aveva fatto colazione, Amadou sentì un sasso nello stomaco. Tese l’orecchio, ma ormai anche il fruscio della mela era stato inghiottito dal silenzio. Salì in punta di piedi la rampa di scale che portava alla camera della zia e guardò all’interno.

“Arriverai tardi” disse lei con la solita premura, ma all’orecchio di Amadou la sua voce sembrava come crepata, con qualche respiro di troppo.

“Rimango qui con te oggi.”

“Apri le persiane, con la luce starò meglio.”

Amadou tirò le tende piene di margherite e viole con il sasso sempre fermo nello stomaco.

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“Vai adesso” gli disse la zia, ma lui non la sentì.

  La stanza era ancora nella penombra così il corpo sottile della zia Patty si poteva solo intuire sotto l’increspatura delle coperte.

“Vai” ripeté “arriverai tardi”.

  La seconda volta Amadou la sentì, ma non riusciva a staccare gli occhi dal cielo. Era sbiadito, di un colore che non si poteva neppure definire grigio. Anche passando in rassegna tutta la gamma delle sfumature viste nei suoi dodici anni di vita, Amadou non trovò niente di simile. Se ne stava lì incantato con mille domande nella testa quando la zia fermò i suoi pensieri con un colpo di tosse. Amadou si avvicinò al letto per rimboccarle le coperte, ma lei scosse la testa. Prima di lasciare la stanza posò un bacio sulla fronte della zia, poi tornò in cucina per completare quello che lei aveva dovuto interrompere. Uscendo si guardò intorno e sentì che lo stomaco si stava alleggerendo. Non che l’ordine fosse in cima ai pensieri di Amadou, ma la casa linda avrebbe fatto piacere alla zia.

Nelle loro vene non scorreva lo stesso sangue, ma Patty si prendeva cura di Amadou da quando lui aveva pochi mesi. I genitori lo avevano fatto salire su una barca con un fratello di tre anni, e dopo due giorni e due notti erano arrivati in Italia. Del resto della famiglia Amadou non aveva saputo più nulla mentre il fratello era stato accolto in un’altra casa al di là di sette colline. Le aveva contate la zia Patty e lui le aveva creduto. Col passare del tempo le radici erano rimaste in Senegal, ma la pianta, cioè Amadou, cresceva bene altrove, senza troppa nostalgia di chi si era dimenticato di lui. Questo almeno era lo stato d’animo che galleggiava in superficie.

Con questi pensieri a spasso nella testa Amadou chiuse piano la porta e si incamminò lungo il viottolo che attraversava il giardino. Era martedì, quindi zero matematica. Gli sembrava di sentire già la voce monocorde della Pistilli così, d’istinto, i piedi rallentarono. Gli bastò infilare la mano nella tasca dei pantaloni per sentire la prima scarica, poi passò la mano sulla testa e avvertì la seconda. L’aria era piena di elettricità in un silenzio che sembrava di cristallo fino a quando dei fruscii lo spazzavano via. Pochi secondi dopo tutto tornava tranquillo. A quel punto gli venne istintivo accelerare un po’ per raggiungere la scuola che poteva metterlo al riparo da altre scariche. 

Aveva già percorso metà del tragitto quando, guardando verso l’alto, Amadou vide che il cielo in diversi punti era diventato trasparente mentre alcuni ritagli erano pieni di nuvole stinte. Ripensò alle crepe nella voce della zia Patty e al suo cuore malandato, come se dei pezzi di cielo si stessero spegnendo. Sbatté tre volte le palpebre prima di chiudere gli occhi, ma proprio in quel momento qualcosa di ruvido sfiorò il suo orecchio destro. D’istinto si piegò sulle ginocchia stringendo la testa tra le braccia, ma non bastò perché due minuti dopo un colpo più forte gli fece quasi perdere l’equilibrio. Un cilindro rugoso aveva sbattuto contro le sue mani prima di arrotolarsi. Con le gambe ancora piegate Amadou si guardò le dita e non vide nulla: ritirandosi, l’oggetto si era portato via la sua rugosità.

Piano piano, mentre si rimetteva in piedi, ruotò gli occhi verso l’alto e fu allora che il cuore cominciò a pulsare in ogni parte del corpo. Degli elefanti scorrazzavano dentro e fuori le nuvole.

Un pachiderma in aria che si librava come un’aquila non l’aveva neppure mai immaginato. Amadou fece in tempo a vederne uno che muoveva le zampe come se stesse nuotando e un altro che le ritirava sotto la pancia allungando la proboscide davanti a sé, poi iniziò a correre.

Se avesse dato retta alla sua curiosità avrebbe continuato a osservare le acrobazie degli elefanti, ma la prudenza gli fece invece muovere le gambe. Di solito gli veniva bene, lo sapevano tutti che era la sua specialità, ma quel giorno qualcosa non andava, infatti, nonostante provasse ad alzare le gambe, queste rimanevano incollate a terra. Nel frattempo, il cuore – ironia del destino – correva come su un’autostrada, così Amadou provò con le braccia. Ne sollevò prima una e poi un’altra concludendo che almeno loro rispondevano ai comandi.

Sollevato, adocchiò un ramo che si allungava sopra un muricciolo di pietra, così provò a tirarlo verso il basso prima di serrare le mascelle e issarsi con la sola forza delle braccia. Il ramo era pieno di nodi ma aveva anche abbastanza foglie per nasconderlo alla vista delle proboscidi volanti. Per riprendere fiato e decidere il da farsi si spinse verso il cuore della chioma e guardò giù. Il centro del giardino era occupato da sei alberi di cachi disposti in cerchio. A quella vista ebbe una vertigine, anche se per la verità contemplava lo spettacolo abbracciato al ramo. Avrebbe voluto portarne un bel cestino alla zia Patty, ma in quel frangente doveva pensare ad altro, se voleva tornare a casa intero.

Mentre rimetteva un po’ di ossigeno dentro i polmoni, si godette comunque lo spettacolo. La quercia occupava un angolo del giardino, ma anche alle altre estremità le piante non erano meno grandiose. In diagonale rispetto all’albero di Amadou, un salice faceva scendere cascate di foglie fino al terreno, mentre, nei rimanenti angoli, due ciliegi centenari, gemelli, se ne stavano immobili con i loro rami quasi spogli, come se fossero dipinti.

Amadou sospirò prima di vedere decine di piantine colorate che disegnavano un rettangolo intorno ai cachi e stava ancora sospirando quando si sentì sollevare, anche perché, per vedere meglio, nel frattempo aveva spinto la testa fuori dalla chioma.

“Ehi, ehi!” urlò scalciando (le gambe avevano ripreso a muoversi). “Mettimi giù! Voglio tornare sulla quercia.”

Un grosso tubo si era attorcigliato intorno alla sua vita. Quando Amadou provò a liberarsi, nel contatto sentì la stessa rugosità di prima e fu allora che capì cosa gli fosse successo, proprio mentre la proboscide – perché di questo si trattava – lo faceva roteare nell’aria.

“Mettimi giù!” urlava quasi piangendo “non mi piacciono le tue acrobazie, ti prego!”

L’elefante doveva averlo sentito, finalmente, perché ritirò le zampe e allentò un po’ la presa intorno alla vita di Amadou che poté così mettersi quasi seduto, nell’aria. Da lassù il mondo di sotto divenne geometrico, tetti trasformati in rettangoli, strade come grosse linee sinuose, anse che avrebbe potuto disegnare con un meraviglioso doppio arco, scuole e case ridotte a parallelepipedi schiacciati. Stava cominciando ad apprezzare lo spettacolo quando l’elefante volante lasciò la presa.

A questo punto Amadou si rannicchiò puntando verso un torrente, quindi aprì braccia e gambe e cominciò a riempire i polmoni di aria finché si trovò a pochi piedi sopra la superficie dell’acqua. Fu allora che si chiuse il naso con le dita e si tuffò sforbiciando l’aria con le gambe. Quando riemerse qualche minuto dopo gli elefanti erano macchie lontane che salivano sempre più su nell’atmosfera mentre nuvole violette si accendevano e si spegnevano fino a diventare trasparenti. 

Amadou cominciò a muovere le braccia, anche se la riva appariva una linea sottile lontana, a occhio e croce, almeno un chilometro rispetto al punto in cui si trovava in quel momento. Fortunatamente il corpo aveva ripreso le forze così Amadou, muovendo i piedi a pinna, dopo una decina di minuti vide che la superficie d’acqua che lo circondava era diventata più piccola. Si fermò un attimo per riprendere fiato finché fu attratto da un oggetto che si muoveva verso di lui, così ricominciò a nuotare per non farselo scappare.

Era un ramo nodoso, pieno zeppo di acqua, ma abbastanza robusto da sostenere il corpo di Amadou che, per la verità, non aveva troppe riserve di grasso. La zia Patty lo rimproverava spesso per la velocità con cui si alzava da tavola senza finire i piatti che gli preparava. Pensando a tutte le volte che aveva nascosto le verdure, facendone un fagottino con il tovagliolo, Amadou sentì uno sbuffo nello stomaco. Una volta tornato a casa, si sarebbe sforzato di ingoiare quel cibo molliccio che proprio non voleva andare giù, purché il cuore della zia la smettesse di fare le bizze.

Nuotando ancora per qualche minuto, Amadou raggiunse la sponda rocciosa del fiume che lo aveva salvato dallo sfracello. Dopo essersi aggrappato a una rupe sporgente salì fino alla cima piatta, un sedile di pietra che sembrava disegnato apposta per fargli riprendere un po’ di fiato. Tra l’altro, la vista da lassù non era per niente male, così Amadou si perse nelle chiome vicine che disegnavano macchie colorate sull’orizzonte. Quando, però, tornò a guardare l’acqua da cui era appena uscito, un sospiro lungo gli svuotò quasi un polmone.

Per fortuna con l’altro riusciva ancora a produrre abbastanza ossigeno per ragionare perché non poteva certo starsene issato su quella roccia per il resto della giornata. Diede le spalle all’acqua tutta biancastra, come se gli altri colori se ne fossero andati all’asciutto, e si lasciò scivolare sul fondoschiena alla base del sasso, sul lato opposto del fiume.

Non c’era traccia di vita da quelle parti, se non fosse stato per un sentiero stretto che si inoltrava in un boschetto. Ritornare nel fiume era escluso, perciò non gli rimaneva che seguire quell’unico segno di presenza umana. A mano a mano che si inoltrava tra le piante si rese conto che le foglie avevano la punta accartocciata, tutte, indistintamente, anche se l’autunno era appena iniziato. Che dire poi delle tonalità di verde? Non avevano niente di brillante, ma apparivano opache anche loro. Amadou provò a toccarne una e se la ritrovò tra le mani, eppure lui l’aveva solo sfiorata. Mentre apriva il palmo per capire che cosa fosse successo notò che le venature erano in realtà delle crepe da cui uscivano gocce vischiose che si appiccicavano sulla pelle.

Amadou non ebbe cuore di lasciarla andare così perciò la posò con cura, alla radice del suo albero, su un letto di foglie secche così che non si sentisse del tutto abbandonata. Si era appena incamminato in un bosco che sembrava inanimato quando si sentì chiamare.

“Psss.”

  E due secondi dopo una noce scivolò lungo il braccio di Amadou fino all’incavo del gomito, poi continuò ancora a dondolare su e giù come se stesse prendendo la rincorsa. Amadou distese il braccio come per aiutarla a spiccare il volo, ma in realtà non erano quelle le sue intenzioni.

“Non hai capito niente!”

Amadou si girò di scatto per capire da dove provenisse la voce, ma non vide anima viva, così la noce dovette ingegnarsi per richiamare di nuovo la sua attenzione.

“Sono io” disse la noce saltellando. Nell’urto il mallo si era aperto e con una manina verdolina si grattava una testa un po’sproporzionata rispetto al resto e dalla superficie non proprio lineare a giudicare dai piccoli crateri che si aprivano nella calotta superiore.

“Volevi rompermi la testa?” e nella voce da baritono infilò un bel rimprovero.

Amadou continuava a guardarsi intorno senza capire. Provò allora a piegarsi sulle ginocchia e fu lì che vide il resto del corpicino. Due fori nel guscio facevano uscire due gambette sottili ma decisamente più lunghe delle braccia, a spanne potevano misurare il doppio. Non proprio un capolavoro di proporzioni, ragionò Amadou, rapito da quel fenomeno di noce parlante.

“Finalmente mi hai visto! Mi hai fatto prendere una bella zuccata” disse massaggiandosi la testa con entrambe le manine.

Ma bastò che Amadou aprisse il palmo a pochi centimetri dal terreno perché lei richiudesse in fretta e furia le due parti del mallo e spiccasse un salto.

“Ora ascoltami bene!” gli disse riaprendosi sul palmo.

In quel preciso momento Amadou avvertì una vibrazione fortissima, poi una scarica di luce lo investì come se un raggio di sole avesse deciso proprio in quella frazione di secondo di passare tra le foglie. Guardò su, ma il cielo tra i rami non era cambiato, anzi se possibile il grigio si era stinto ancora di più.

“Abbiamo bisogno di una persona come te. Andiamo o produrrò un’altra scarica.”

“Sei stata tu?” chiese Amadou lasciando andare lo sguardo in su e in giù.

“L’hai capito solo ora?” lo rimproverò saltellando sul palmo della sua mano, e già che c’era, rotolò un po’ di qua e un po’ di là grattando la pelle di Amadou con le dita.

Subito dopo la noce cominciò a emettere un debole fischio che si confuse con il sibilo del vento, anche se Amadou riusciva a distinguerlo chiaramente. Per la verità nella sua testa, o forse un po’ più giù, come suggeriva il brontolio della pancia, c’era anche qualcosa di simile alla paura.

“Allora vieni?” la noce ripeté l’invito, ma lui non si mosse.

Amadou si stava passando le mani sulla testa mentre pensava che neanche in sogno aveva mai visto un mallo aprirsi rivelando arti quasi umani e tanto meno aveva mai immaginato che ne potesse uscire una voce. Guardandola bene, quella noce aveva una bocca minuscola a forma di cuore con un labbro sottile che si sollevava formando due puntine. Non gli rimaneva che chiederglielo, tanto più che aveva l’aria di una che non tirasse indietro quando poteva spiegare qualcosa.

“Com’è che parli e ti muovi? Che razza di noce sei?”

“Andiamo con ordine. Intanto potresti trovare un modo più gentile di rivolgerti al prossimo, se hai delle domande nella testa e non trovi una risposta” disse richiudendosi.

A quel punto ad Amadou balenò un’altra idea e provò a pensare di avere di fronte Emily, lei sì che sapeva tirar fuori il meglio di lui e ad Amadou bastava vederla per sentirsi sciogliere come un lecca-lecca nella bocca di un goloso. Quanto a smania, lui non si stancava mai, ma proprio mai, di guardare gli occhi verdi con delle sfumature d’agata di Emily (e infatti aveva una discreta collezione di pietre verdi e nocciola) così come poteva incantarsi a guardare i meravigliosi capelli neri raccolti in una coda. Più di una volta aveva sognato, questo sì, di pettinarglieli così delicatamente che, persino districandole i nodi, lei non avrebbe sentito nessun male.

2022-02-28

Aggiornamento

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Sara Locatelli
SARA LOCATELLI è nata a Bergamo, dove attualmente risiede.
Laureata in Storia della Critica Letteraria all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è insegnante di lettere e giornalista pubblicista.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche della sua città, tra cui L'Eco di Bergamo, scrivendo articoli di carattere storico e culturale. Si è occupata di relazioni pubbliche e di ricerche in istituzioni culturali finalizzate alla gestione dei musei storici e allo studio della storia economica e sociale di Bergamo.
Ha curato il Dizionario storico del suo casato: Mille anni di storia nell'archivio della famiglia del cavaliere Carlo Locatelli di Valle Imagna edito dal Centro studi Valle Imagna (2002).
È autrice del romanzo Il giardino delle cicale (Giovane Holden, 2015)
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