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Il tuo nome è un bacio sugli occhi

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Consegna prevista Agosto 2023

La piccola protagonista, Anna, sperimenta la sofferenza dell’abbandono e della mancanza affettiva fin dalla più tenera età, ma affronta le difficoltà con coraggio, grazie soprattutto alla presenza solida e all’esempio di una figura forte e ruvida, ma allo stesso tempo autentica e amorevole, la nonna Alba.
Una volta adulta, Anna si troverà, suo malgrado, coinvolta in situazioni e legami sentimentali che metteranno a dura prova la sua tempra, ormai sfibrata, e rischieranno di portarla verso un punto di non ritorno. Saranno sufficienti le sue sole forze, ormai esauste, a ricondurla dal buio in cui è precipitata verso la luce della vita?

Perché ho scritto questo libro?

Gratitudine nei confronti della vita e delle persone meravigliose che mi sono state sempre accanto. Quando il dolore ci sommerge, ci convinciamo che nulla potrà mai restituirci la pace, la fiducia negli esseri umani e nella vita. Ma arriva sempre il momento in cui scopriamo che proprio attraverso il dolore abbiamo la possibilità di conoscere la parte più profonda e autentica del mondo dentro e fuori di noi.
“Il dolore è una qualità dell’essere fragili” (prof. Vittorino Andreoli).

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. La civetta e altre storie.

Alle dieci in punto di una sera di febbraio mi alzai veloce dal letto, mi gettai giù per le scale così com’ero, in pigiama e ciabatte e uscii sul vialetto di ghiaia di fronte a casa. Immobile nel buio e attenta, scrutavo il cielo limpido con i piedi scalzi ficcati nella ghiaia gelida. Volevo, anzi “dovevo” vedere la Luna. Ce lo aveva detto la maestra Flora, che sapeva tutto, o quasi: la Luna, quella sera, sarebbe stata enorme e più luminosa delle stelle! All’improvviso dita forti come una morsa mi arpionarono un braccio e mi trascinarono in casa. La morsa mi riportò in camera sollevandomi quasi di peso e mi intimò di rimettermi subito a letto. E di dormire! Io non fiatai. Provai, sì, a spiegare che la Luna, le stelle, proprio quella notte, la luce, ecc. ecc. Non servì. Ovvio.

Era mia nonna. – Smettila con queste storie! Quante volte ti ho detto che non devi uscire da sola? E tu esci, di notte, scalza, con questo freddo? Non le voglio sentire le tue scuse! Cosa ti sei messa in testa, eh? Non ci devi provare mai più!

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  • Scusa, nonna… Lacrima. Singulto.
  • E poi, lo sai cosa succede se non dormi?
  • No… Paura. – Non lo so cosa succede.
  • Se non dormi, arriva la civetta! Ecco, sta già gridando! La senti? Viene e ti porta via! Tu non la vedi, ma lei sì e ti sente!
  • Ma… dov’è?
  • Quante domande! E’ là fuori nel buio. Lo sai dov’è il bosco, no? Vicino alla nostra casa.  Ecco, proprio lì dentro. Si nasconde nel suo nido nero e… aspetta!
  • La civetta aspetta? Perché? Chi aspetta? Che cosa? Mi sentivo sempre più smarrita, con uno strano senso di inquietudine. All’improvviso un alito di vento gelido mi lambiva il collo e la schiena.
  • Aspetta il momento giusto per venire a prendersi i bambini e le bambine che non vogliono dormire! Li infilza con gli artigli e se li porta via!

Civetta o no, di solito era questa era la conclusione delle sue storie. E no, non erano favole per bambini! Il lieto fine non arrivava mai. I bambini disobbedienti scomparivano, le civette, le streghe, i lupi, gli orchi… festeggiavano. E mangiavano. E bevevano.

  1. Ecceomo.

Quella nonna era stata giovane, un tempo. Della giovinezza aveva conservato il vigore che con gli anni era diventato legnoso. Aveva passato la Guerra, il freddo che si insinuava tra le lenzuola umide, in quelle stanze dove i vetri delle finestre ghiacciavano dall’interno e non c’era il braciere per scaldarsi, ché quello ce l’avevano solo i signori. E poi la fame, che qualche patata lessa e una fetta di formaggio e pane nero erano una benedizione; benedizioni scagliate sulla terra da mani adirate, elemosina stizzosa che non saziava mai. Ma più di questo, la fatica! L’onda alta dei suoi ricordi la sommergeva nei pomeriggi scuri dell’inverno; ed era allora che cominciava a raccontare.

Quaranta chilometri, venti all’andata e altri venti al ritorno, a piedi, su sentieri e strade dissestate o mulattiere, da quel piccolo paesino abbarbicato sulla montagna giù per la vallata fino in città per vendere qualche cestino di mirtilli. O le castagne o i funghi. E soldi non ce n’erano.

C’erano i carichi di legna da ardere che andavano sistemati prima dell’inizio delle piogge. Si riempivano le gerle e si caricavano in spalla con quelle cinghie intrecciate di paglia coriacea che dilaniavano la pelle sotto la camicia ruvida. Si portavano al riparo dalla pioggia e dalla neve e si impilavano. Poi, d’estate, c’erano i carichi di fieno bagnato e di foglie secche. E i prati erano stretti tra i boschi e i pendii ripidi e l’oscurità arrivava a distendersi come un sudario sulle membra di quei corpi stanchi. Fortunato chi possedeva un maiale, o addirittura una mucca!

“E tuo nonno, povero Cristo, era ritornato dal Montenegro in condizioni che non so neanche come spiegartelo com’era ridotto! E non peggio di tutti gli altri che tornavano dalla guerra, eh. Pensa solo che io, sua moglie, all’inizio avevo fatto perfino fatica a riconoscerlo, “un ecceomo” … magro che si contavano le costole, sporco e pieno di pidocchi! Una cosa tremenda i pidocchi! Da fare impressione! Quanta miseria! Mica come oggi, che avete tutto!”.

  1. Lei era Alba.

La prima volta che aveva preso un treno aveva tredici anni. Ad anni tredici Alba era stata gettata nel mondo. Dalla sua stessa famiglia. E, quindi, da sola. Era stata mandata a servizio come si diceva allora – in una casa ricca di Firenze. All’improvviso si era ritrovata a dover gestire la routine domestica di un’intera famiglia che non aveva mai conosciuto, mai visto prima, in una città che non conosceva e di cui probabilmente fino a quel momento aveva soltanto sentito parlare, e forse neppure quello. Suo compito erano le pulizie di quella casa enorme, la spesa quotidiana, la cucina e poi, come non bastasse, anche accudire i due bambini piccoli, figli dei padroni di casa.

Un giorno che si sentiva più stanca del solito e lo stomaco, vuoto come sempre, non la aiutava a sfangare la giornata, Alba era stata travolta da una vertigine improvvisa. Era precipitata dall’alto della scala di legno che portava in soffitta. Da lì era andata a schiantarsi sul pavimento di marmo e sul marmo aveva battuto la fronte, vicino alla tempia. Era domenica. La casa era vuota. Per alcuni secondi era sceso il buio tutto intorno. Poi le tempie avevano iniziato a pulsare di dolore, mentre un urlo rimbombava in testa, sordo. Si era trascinata a letto. Era ancora viva. Si calmò e sprofondò in un sonno cupo. Dovette comunque guarire in fretta: la casa non poteva aspettare. Le faccende, la cucina, i bambini piccoli, poi! Non rimaneva scelta. E… meglio non fiatare! Il giorno seguente, quindi, eccola di nuovo in piedi, la mattina presto, piena di lividi e con gli occhi gonfi, ma con gli abiti a posto e il colletto della camicia bianca stirato e inamidato. A tredici anni il fisico, benché provato, reagiva bene e la determinazione – o la disperazione, o entrambe, non lo so – non mancavano.

Alba non si era mai lamentata della propria vita. Ricordo che una volta, in vena di storie del passato, mi aveva raccontato la storia di suo padre, Giovanni, il mio bisnonno, che era nato nel 1890 o giù di lì. Si era imbarcato un giorno per l’America, mi aveva detto. Era partito da solo, lasciando la moglie e quattro figli, un maschio e tre femmine. Lo facevano in tanti, allora, la nostra terra non offriva lavoro, altre possibilità non ce n’erano. L’America era il sogno dei poveri, dei disperati, di quelli che viaggiavano nella stiva, quando tutto andava bene, proprio come in De Gregori, ma con meno speranza e senza musica… per noi ragazzi di terza classe che per non morire, si va in America.

  • E poi? avevo chiesto.
  • E poi niente. Niente. Suo padre non era mai più tornado in Italia, non da vivo, per lo meno, e non aveva voluto o, forse, non aveva potuto inviare alla famiglia notizie di sé. Niente, mai, né una lettera, né una cartolina, né una telefonata –fantascienza, in quegli anni!

Sipario, dunque, e fine della storia.

“Peccato, però, Giovanni! Chissà cos’avevi trovato in America… Chissà se l’avevi trovata veramente, l’America!”.4. Gattici fuori stagione.

Fin da bambina avevo guardato con pena e curiosità e senso di colpa le vecchie fotografie e i rari filmati degli emigranti del primo Novecento che sfidavano l’oceano trascinandosi dietro, ognuno come poteva, la propria sgangherata, logora valigia di cartone.

Ecco, pensavo, allora è questa la vita. Quella figura sgranata in bianco e nero che si affanna per salire su una nave enorme, un mastodontico ammasso di ferro e lamiera diretto verso l’ignoto, quella figura siamo noi. E la vita, la nostra vita, è la valigia pesante che ci portiamo sulle spalle e ci schiaccia con forza cieca verso terra. Una valigia senza maniglie, senza appigli, che piaga la pelle con i suoi spigoli appuntiti; per tenere insieme tutti i pezzi, dobbiamo trafiggerla con le unghie, spezzarle e insanguinarle o prenderla a morsi. E qualche pezzo, a volte, ce lo perdiamo per la strada.

Mia nonna se n’era andata presto. Senza troppi disturbi. Aveva lottato contro la malattia com’era abituata a fare da sempre. L’ennesima prova, ma anche l’ultima. Era l’anno del mio Esame di Maturità. Un giorno al ritorno da scuola l’avevo trovata distesa a letto, più pallida del solito. Era sfinita, in tutta la mattina non era riuscita a trovare le forze per mettersi in piedi e questo – credo – per la prima volta nella sua vita. Quando si era accorta di me, che rimanevo indecisa sulla soglia – Vieni… – mi aveva sussurrato e aveva sollevato appena una mano per incoraggiarmi a entrare. Io mi ero avvicinata al suo letto in punta di piedi. La camera era in penombra, il letto vicino alla finestra, l’aria immobile. Lei mi guardava tranquilla. Le sorrisi, la abbracciai, lei ricambiò forte il mio abbraccio. Sentii che non aveva paura. Presentiva l’inevitabile, aveva compreso e, infine, accettato. Purché sia presto, l’avevo sentita mormorare tra sè e sè. Lo sai cosa mi dispiace davvero? mi aveva chiesto. E sì, io lo sapevo. – Ci dobbiamo lasciare, nonna? le avevo risposto, nel tentativo impacciato di alleviarle quella fatica. – Ci dobbiamo salutare – mi aveva corretta lei – ma continuerò a camminare vicino a te. Lo sai? E poi, la notte, se ti vedrò piangere, verrò a tirarti per i piedi! aggiunse e intravidi una lacrima sottile sfuggire dal bordo dell’occhio e solcarle la guancia smagrita fino al lato della bocca. Era rimasta lucida fino alla fine, aveva affrontato la morte con consapevolezza e dignità. Non aveva compiuto ancora settant’anni.

La nonna Alba mi manca sempre e sempre di più. Dopo la storia della civetta che si portava via i bambini nella notte, mi sorrideva, mi dava un bacio e mi accarezzava i capelli. Era il suo modo di tranquillizzarmi e accertarsi che mi sentissi davvero al sicuro; poi, in un attimo, appena prima di spegnere la luce, mi rimboccava la coperta un po’ ruvida fin sopra le spalle e io, raggomitolata in quel calore, sentivo che niente ora mi avrebbe potuta più spaventare, niente di brutto mi sarebbe potuto accadere, ora che c’erano quelle mani forti come uno scudo pronte a proteggermi, quel mantello pesante che teneva lontane le civette, i mostri, le paure e tutte le ingiustizie del mondo. Quei pochi gesti puliti e semplici erano il nostro rito della buonanotte. Solo nostro. Nella mia breve vita non avrei saputo dire un dono più amorevole, un momento più sacro di quello; sentivo il calore di una linfa vitale che scendeva fino al centro del mio petto e poi scorreva generosa in tutto il corpo, fino ai piedi e poi si spingeva fino a raggiungere le dita delle mani e i polpastrelli che fiorivano come le gemme dei gattici fuori stagione: le mani ruvide e pesanti di mia nonna che stendevano sulle mie spalle di bambina una coperta fatta di tutto quel bene, saldo e profondo, che lei sola avrebbe potuto.

5.Un petalo di tulipano.

– Lo vuoi sapere in che modo ho saputo che saresti arrivata? mi aveva chiesto Alba un giorno a bruciapelo. Non ero mai riuscita ad abituarmi a quelle sue uscite estemporanee, continuavano a cogliermi sempre del tutto impreparata! E poi non avevamo mai parlato di queste cose, cose personali, insomma; non era persona di troppe confidenze Alba, perciò un po’ questa sua domanda mi sorprese. Lei, comunque, senza aspettare la mia risposta, continuò incurante, come stesse raccontando quei ricordi a sé stessa e io mi trovassi lì per caso; anzi, avrei potuto benissimo essere da qualsiasi altra parte.

– Una domenica mattina, eravamo in giugno, me la vedo arrivare in cucina, la Lucia, tutta sorridente e mi accorgo che appoggia sul tavolo grande una camicina bianca. Piccola, piccola…- e mimava con le mani le dimensioni di quell’indumento minuscolo. La appoggia sul tavolo con delicatezza, come un petalo di tulipano. Io non capivo, mi confondevo, non riuscivo a trovare le parole, avrei voluto dire qualcosa, ma balbettavo. La guardavo, e basta.

– Mamma, sarà una bambina – mi dice la Lucia che sembrava una rondine con tutta la gioia che brillava negli occhi – e la chiameremo Anna! Era felice, Alba? Sì, era felice, certo che lo era. – Ma mi sentivo incredula e insieme c’era in gola anche come un groppo di preoccupazione e, insomma, tutte queste cose insieme mi confondevano e mi crepavano il cuore! Alla fine riesco soltanto a chiedere: ‘Sarà una bambina, dici? Ma come lo sai, come fai a sapere già da ora che sarà una bambina?’.

– Non lo so, mamma, in realtà non lo so, ma stai tranquilla… Queste non sono mica cose che si sanno… Sono cose che si sentono!

– E aveva proprio ragione lei, hai visto? Ecco, così ho saputo che saresti arrivata tu, fantolina! E poi aveva riso, di una risata storta e malinconica.

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Diana Renon
Dopo aver frequentato il Liceo classico, avrei voluto iscrivermi alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Padova, ma cedetti quando i miei genitori, affranti, mi chiesero di iscrivermi a Lettere ("Almeno iscriviti a Lettere...", fu questa, precisamente, la loro accorata proposta).
Così mi laureai in Lettere a Padova e qualche anno e molti svariati lavori - sempre a termine - dopo, approdai in ambito scolastico e iniziai la mia avventurosa carriera di insegnante.
Tuttora, dopo essermi trasferita da Belluno a Treviso, continuo a dedicarmi con passione all'attività di insegnamento.
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