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Nonic - Storie di Pinte Anonime e Altri Bicchieri

Nonic - Storie di Pinte Anonime e Altri Bicchieri
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Consegna prevista Febbraio 2023
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No-Nick significa “nessuna scalfittura”, “nessun graffio”. È il nome di quella che in gergo viene comunemente chiamata pinta anonima; un bicchiere privo di loghi o decorazioni, senza alcun segno che indichi fin dove versare da bere. La misura è il bordo.
Le storie che compongono questo libro nascono dalla clausura della pandemia e sono in realtà poco più che esercizi, vaghe esplorazioni al di là di quel bordo, che galleggiano tra l’invenzione e il ricordo. Sono storie anonime come il bicchiere dal quale prendono il loro nome, come i loro protagonisti – un cameriere, un barista, uno studente, un tizio seduto in un bar – e che diventano degne di nota soltanto nel momento in cui si decide di raccontarle, così come un bicchiere lo diventa solo una volta riempito. Solo le città e i locali e chi li abita hanno un nome, e tutto quel che accade, accade al loro interno, assieme ai vizi e alle contraddizioni che li caratterizzano e che, infine, sono gli unici a poter dare loro un significato.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro principalmente perché la pandemia me ne ha dato il tempo. Poi perché ne avevo bisogno. Non un bisogno di raccontare delle storie in particolare, quanto piuttosto dell’atto pratico dello scrivere. In un mondo dominato da immagini, slogan e video di pochi secondi, ho sentito il bisogno di dare al mio pensiero l’occasione di rapportarsi con una dimensione più completa della realtà, come solo quella del confronto tra idea e linguaggio, espresso nella letteratura, può dare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il Café Lion fu inaugurato nell’Ottobre del 1931 da doña Maria Gallegos, a metà strada tra la Fuente de Cibeles e la Puerta de Alcalà, precisamente al numero 59 della via che da questo monumento ricevette il nome. Dopo la morte del marito, fu lei a prendere le redini della famiglia Gallardo e dei suoi affari. Me l’immagino scura e prosperosa, alta quel tanto che bastava a non dover abbassare lo sguardo o alzare la voce di fronte a nessuno, i capelli neri, appena screziati ai lati della testa da rade ciocche d’argento, raccolti con cura sopra la nuca, ed una sottile peluria a coprirne il volto afflosciato dagli anni e da una lunga abitudine all’indifferenza alla corte degli uomini. Erano i primi mesi della Segunda República e Alfonso XIII era ormai distante, a Roma, si diceva: esule e pur sovrano.

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Le strade cittadine bisbigliavano una libertà mansueta e già fiaccata nella schiena e nei fianchi dal malcontento delle classi agiate e dai sermoni dei sacerdoti, mentre nelle campagne la stessa fame di secoli ancora avvezzi al tocco del sudore e della frusta cuciva bocche e stringeva viscere e legava con nuovi nodi, sebbene più blandi, la volontà degli uomini a quella dei dueños. Per quelle terre nude e incolte si aggirava di quando in quando un giovane Federico Lorca alla guida della sua barraca malmessa e carica di fogli ingialliti e quadri fasulli, vestito d’azzurro come un minuto principe delle fiabe. La divisa l’avrebbero tinta di rosso la guerra civile e una colpa decisa da un manipolo di quei suoi stessi commensali che la sera occupavano il seminterrato del Café Lion. Lorca era solito frequentare il café in compagnia di quelli che vennero poi chiamati “Generazione del ‘27”: un gruppo di intellettuali, artisti e non solo, i quali non di rado avevano piacere a riunirsi in quel moderno salone dalle luci soffuse e il sofisticato stile alemanno. Nel 1933 José Bergamín vi fondò la sua “Cruz y Raya, revista de afimación y negación”, definita da molti contemporanei “il più coerente intento di configurare una corrente cattolico-progressista nella cultura spagnola”. Con los comunistas hasta la muerte… pero ni un paso más, disse una volta. Vi collaborarono tra gli altri lo stesso Lorca, Miguel Hernandez, Pablo Neruda e una folta schiera di personaggi che avrebbero forse un giorno potuto dire la propria nel fervente clima culturale d’Europa dell’inizio di quel decennio, se solo gliene fosse stato concesso il tempo. Caro Pepe: sono passato a trovarti e credo che tornerò domani. Abbracci da Federico. Lasciò in un plico la bozza di Poeta en Nueva York, poggiato sulla scrivania del suo amico José e lì rimase per quasi settant’anni. Prepara il tuo scheletro per il vento. Il giorno seguente Federico fuggì a Granada.

Il seminterrato del Café era invece divenuto il ritrovo di José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore destituito Miguel, e della sua folta schiera di ammiratori e sostenitori politici. Sulle note della canzone “Cara al Sol” sarebbe nato di lì a poco il partito della Falange Spagnola, largamente ispirato alle già note gesta dei Fasci italiani e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Il nome con cui venne a lungo chiamato il piano interrato del caffè derivava da una serie di affreschi eseguiti da Hipólito Hidalgo de Caviedes e che raffiguravano mitiche figure risalenti alla tradizione germanica: “Zum Lustigen Walfisch”, La Balena Allegra. Le pallide sirene dalla possente siluette teutonica solcavano le pareti sul suo dorso azzurrino, ascoltando silenti i sussurri dei camerati che aleggiavano tra il fumo mellifluo delle pipe e dei cigarillos, mentre gli occhi sorridenti della ballena vagavano curiosi per la stanza, incrociando sguardi bassi e circospetti e spiando le pistole nascoste nelle tasche dei cappotti appoggiati agli schienali delle sedie. Si dice non fosse insolito incontrare Lorca e Rivera discutere animatamente, seduti in disparte a qualche tavolo, ma anche che in quel periodo le parole conservassero ancora un valore ed un peso maggiori rispetto a quello delle armi. Tutto ciò non durò comunque a lungo e nessuno dei due visse abbastanza da vedere la fine della guerra: vennero fucilati entrambi a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro e il cadavere di Lorca non fu mai più trovato.

Il Cafè Lion sopravvisse alla guerra civile e poi agli anni di Franco e pur non rinunciando all’indole che lo aveva reso famoso e benvoluto in tutta la città di Madrid, non gli riuscì di assistere all’alba del nuovo millennio, o forse più semplicemente non volle. Venne acquistato da una famiglia irlandese che ne fece un pub intitolato a James Joyce e che il 16 giugno di ogni anno provava maldestramente a ricreare quell’atmosfera da caffè letterario d’inizio secolo, con scarsa partecipazione e ancor meno successo. A causa di alcune moderne norme relative la sicurezza degli esercizi commerciali, la Ballena Alegre venne chiusa al pubblico e convertita in magazzino; le sirene e le balene sono ancora lì e poco gli cambia far da guardia a qualche fusto di Guinness piuttosto che ai sogni d’insurrezione di José Antonio Primo de Rivera e della Falange. Io vi lavorai per circa sei mesi a mille e cento euro al mese mance incluse, o poco più.

Un altro giro, per piacere.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianluca Serri
Gianluca Serri nasce a Milano nel 1992. Al liceo prima e all’università poi, affianca fin dall’età di sedici anni svariati lavori che lo porteranno anche all’estero per periodi più o meno lunghi: operaio, autista, cameriere d’alto borgo, barista e altro ancora. Dopo la laurea in Psicologia, conseguita presso l’università degli studi di Pavia, e qualche mese trascorso a lavorare e viaggiare per la Spagna, decide di fare ritorno in Italia e di accettare la proposta di gestione di uno storico locale meneghino. Oggi, assieme a questo, dirige altre attività operanti nello stesso ambito. Google e TripAdvisor raccomandano caldamente.
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