Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Norah’s Den

740x420 - 2023-11-22T170349.251
36%
128 copie
all´obiettivo
3
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Agosto 2024
Bozze disponibili

1945, Stati Uniti. A Oak Ridge, una delle sedi del Progetto Manhattan, viene scoperta una caverna sotterranea ricca di ossigeno. Col procedere dei mesi, alcuni ricercatori iniziano a temere le conseguenze dell’arma che loro stessi hanno contribuito a realizzare e decidono di nascondersi in quella caverna insieme alle loro famiglie, avviando in segreto il Progetto Shelter.

Settantaquattro anni dopo, Shelter è una società a sé stante. La maggior parte delle persone non ha mai visto il mondo esterno e sa che mai lo potrà fare. La città sotterranea è basata su scienza e progresso, capitanata da un amato Leader e dai dieci membri di un consiglio, eletti annualmente.

Shelter é pace, sicurezza, l’unica oasi in un mondo ormai distrutto…ma é davvero così?

Sarà l’unica giornalista della città, April, occhi e orecchie della caverna, a mettere in dubbio queste certezze. Shelter é davvero l’ultima speranza per l’umanità?

Perché ho scritto questo libro?

Una prima idea è nata in sogno. C’era questa società fuori dal mondo e una scrittrice che riusciva a far sorgere una ribellione. Non ci ho più pensato per qualche mese, finché non ho raccontato l’idea a mia madre e lei l’ha adorata. Visto che in quel periodo avevo appena finito di scrivere un thriller avevo bisogno di cambiare genere e ho pensato alla fantascienza…per poi fare come faccio sempre: ricerche su ricerche per rendere l’idea -al limite della fantasia- il più realistica possibile.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Norah’s Den-Estratto

Misi giù il mio diario e presi il quaderno, imponendomi di concentrarmi sul racconto umoristico che dovevo allegare per il giorno dopo.  Una delle classiche storie su personaggi inventati all’interno di Shelter, che si comportavano come cittadini di Shelter. La gente amava quelle storie. Avevo avviato varie serie, in modo da non dovermi inventare un personaggio o più al giorno, ma anche facendo sì che ce ne fossero tanti su filoni narrativi diversi. Avevo una serie per ogni genere, tranne quello fantastico e di fantascienza, che tenevo per me, nel mio diario. Avevo delle regole che mi erano state impartite fin da quando avevo dodici anni e avevo dovuto subentrare al ruolo di mia madre, visto che ormai erano nove anni che a Shelter non c’erano più scrittori, dopo la sua morte avvenuta nel 2002 insieme a quella di mio padre. Le regole erano semplici, ma ferree: “non ambientare i racconti in superficie, non creare personaggi troppo strani, creali più simili possibile a un tipico cittadino di Shelter, niente ribellioni, non avrebbe senso verso un sistema che funziona bene e potresti alimentare qualche rivolta insensata, non distaccarti mai troppo dalla realtà, non parlare troppo di storia, ambienta nel presente, non nominare mai una persona reale a meno che non sia il Leader e ovviamente non a scopo umoristico”…e altre. Elencandole in questo modo potrebbe sembrare che fossero tante e difficili da seguire alla lettera, ma io ero talmente abituata a rispettarle che non ci facevo neanche caso.

Continua a leggere

Continua a leggere

Per questo, sul diario iniziai a tracciare la caricatura del signor LionHeart, CuordiLeone, il mio vicino di casa, e ci scrissi di fianco “Mr. BigMustache”, signor GrossiBaffi. La serie di Mr. BigMustache piaceva tanto alle persone e quasi nessuno, tranne forse mia nonna, sapeva che mi ero ispirata al signor LionHeart, il tizio più in carne di Shelter -il cibo era razionato quindi era difficile trovare qualcuno tanto in sovrappeso-, nonché nostro vicino di casa. Era un signore di quarant’anni e, oltre alla peculiarità della pancia sporgente, aveva anche due grossi baffi di cui andava molto fiero, motivo del nome del suo alter ego. Mr. BigMustache era molto simpatico e maldestro. Ogni episodio della sua storia era incentrato su lui che inciampava o combinava qualche disastro, come era solito fare il vero signor LionHeart e che per sbaglio scopriva qualcosa di nuovo o inventava qualcosa di utile. Ovviamente, non essendo una scienziata, evitavo di formulare ipotesi su qualcosa di tecnico o sulla ricerca, per questo in pratica avevo raccolto tutte le innovazioni che erano avvenute dal 1945 al 2019 e davo il merito della loro scoperta a Mr. BigMustache. Per esempio, una volta doveva concimare un pezzo di terra ma si era addormentato e aveva lasciato il letame sotto le lampade, ed ecco che, svegliandosi all’urlo del suo nuovo capo -ogni volta cambiava lavoro quindi anche capo- si era svegliato di soprassalto e aveva appiattito le feci secche con il sedere: ed ecco la carta ecologica. Ovviamente venivo spesso criticata -<<razza di ignorante, le feci non si fanno seccare, si devono far bollire!>>-, ma per fortuna gli abitanti di Shelter avevano l’abitudine di conoscere nello specifico solo il loro lavoro e non molto di più al di là di quello che dovevano fare, quindi solo gli esperti si permettevano di cercarmi per le vie e rimarcare che ero un’ignorante.

Eppure uno dei motivi per cui amavo il mio lavoro era che potevo sapere tutto, partendo dalle basi. Mi autodefinivo -mentalmente, per non essere assalita da una folla inferocita-  “colei che non ha studiato niente ma che conosce di più”, una sorta di saggio del villaggio. Vedevo questa figura soprattutto in mia nonna, la persona più saggia che conoscessi. Volevo diventare come lei.

Mi dovevo concentrare, così presi un bel respiro, afferrai il quaderno del lavoro e mi rannicchiai ancora di più per averlo a due millimetri dal viso. A volte mi piaceva immaginare di poter entrare nel foglio e poter scrivere la mia storia, vivendola allo stesso tempo.

Iniziai.

Mr. BigMustache era felice quel giorno, davvero felice…

Era un giorno felice per Mr. BigMustache. In realtà, era sempre felice, ma quel giorno particolarmente. Per quale motivo? Semplice: era la seconda settimana di fila che lavorava nel reparto virologia, il che voleva dire che non era stato ancora licenziato!

<<Buongiorno!>>

Il quaderno cadde per terra.

<<Matt! Non devi comparire sempre all’improvviso!>> esclamai, anche se un sorriso mi era già affiorato alle labbra. Succedeva sempre quando il mio migliore amico arrivava. Circa due anni prima mi ero presa una cotta per lui, glielo avevo detto e lui non mi aveva parlato per giorni, imbarazzato. Così avevo semplicemente ignorato la cosa e dopo un po’ eravamo tornati amici come prima. Ora era come se niente fosse successo.

<<E tu lo sai che non ti ascolto mai>> Matthew entrò con un balzo nella minuscola grotta e si sedette di fronte a me. Indossava un paio di pantaloni bianchi, di quelli che abbinavano nei laboratori con il camice, e una delle sue magliette sintetiche rosse. Il rosso era il suo colore preferito e lo esibiva quasi sempre. Non che avesse molte possibilità di scelta: nonostante fosse il figlio del Leader, Matthew era comunque un abitante di Shelter e gli abitanti di Shelter raramente possedevano più di due o tre magliette.

Come gli hobby, anche i vestiti e i capelli dovevano rispettare la regola dell’essenzialità. I capelli erano uno dei metodi migliori per capire a che livello di obbedienza fosse una persona. I più obbedienti, che erano anche coloro che abitavano più lontani dalla cascata e che quindi erano più vicini all’Ancient Palace e che soffrivano meno dell’inquinamento acustico provocato dalle grandi quantità d’acqua che colpivano il pavimento a ogni ora del giorno e della notte, avevano spesso il taglio di capelli più corto, sia che fossero uomini sia che fossero donne. Più il lavoro diventava meno “rispettabile” più i metri di distanza dalla diga e dall’Ancient Palace aumentavano e meno caso si faceva alla lunghezza dei capelli. Lo si poteva ben notare da me e Matt. Lui con un rigoroso taglio militare, io con morbidi e lisci ciuffi scuri che scivolavano fino alla vita e che raccoglievo in due codini -in questo modo potevo dire che erano legati anche se erano praticamente sciolti- che tenevo sempre sulle spalle, in modo che incorniciassero il viso. Avevo preso questa pettinatura dalla foto della mia bisnonna, l’unica che mia nonna avesse conservato, poco prima che il progetto Shelter venisse attuato.

Feci la linguaccia.

Matt si sporse verso di me e lesse il nome sul quaderno.

<<Oh no, ancora Mr. BigMustache?>> arricciò il naso. <<Non è il mio preferito dei tuoi>>.

Scrollai le spalle. <<Neanche il mio, ma al pubblico piace>>.

<<E quale pubblico!>> con un balzo Matt si mise in ginocchio e allargò le braccia, come se fosse di fronte a una folla invece che dentro a una grotta con me. <<Se gli stampassi tutti i giorni una tavola periodica ti apprezzerebbero allo stesso modo, anche di più>> si risedette e si passò una mano tra i capelli. <<La loro creatività si esaurisce quando cambiano colore della penna per scrivere i titoli di una ricerca>>.

Ridacchiai e ripresi il diario. Solo Matt era a conoscenza della sua esistenza. Era nella grotta che lo nascondevo, per non rischiare che lo trovasse mia nonna o, peggio, qualche ospite. Essendo la migliore amica di suo figlio, capitava che il Leader ogni tanto si riducesse a cenare a casa nostra, sulla riva del piccolo lago artificiale, a ridosso delle cascate, per questo dovevo stare molto attenta.

Matt non era ferreo come suo padre con le regole e speravo che ciò non cambiasse, neanche quella sera, quando alla sua Cerimonia dei Vent’anni avrebbe scelto il suo cognome, sicuramente TheChosenOne, e sarebbe entrato in politica a fianco di suo padre. Non che ci fosse molta politica a Shelter, almeno non da quando era stata istituita la Nuova Shelter, nel 1971. Sembrava che tutti fossero felici di essere guidati dal Leader insieme a dieci altri membri che venivano scelti annualmente dalla popolazione, anche se erano sempre ricercatori, al massimo uno o due tecnici per far capire che tutti erano rappresentati. Ma dopotutto, essendo probabilmente l’unica popolazione salvatasi dalla guerra nucleare, non c’erano problemi di politica estera, tutto ciò di cui i capi dovevano preoccuparsi era che tutti avessero i viveri e che ognuno svolgesse il proprio lavoro.

Guardai bene Matt, che sembrava piuttosto tranquillo. Non gli avevo mai chiesto se fosse felice della sua promozione a Leader Junior, ma nessuno lo chiedeva mai, a Shelter. Tutti sapevano quale sarebbe stato il proprio mestiere da quando erano nati, a meno che non fossero figli unici, in quel caso avevano doppia scelta. Il problema era che la madre di Matt, nonostante lui fosse figlio unico, era impazzita e morta quasi nello stesso periodo dei miei genitori, per questo sarebbe stato uno scandalo se lui avesse seguito le sue orme, lavorando nella serra come agricoltore, invece di diventare Leader come suo padre.

E, al contrario di tutti, lui non poteva scegliere neanche il suo cognome.

<<Tutto bene?>> domandai, notando che il suo sguardo si era perso nel vuoto. Lui si riscosse dai suoi pensieri e mi lanciò un’occhiata curiosa.

<<Sì, perché non dovrebbe?>>

<<Sei silenzioso>> risposi, disegnando sul diario la caricatura di mia cugina. Matt si tolse le scarpe e mise le sue calze sudicie sul mio quaderno. <<Leva quei piedi puzzolenti!>> esclamai, scostando il diario.

<<Lo sai che se Keira vedesse i tuoi disegni prenderebbe il tuo prezioso diario e lo lancerebbe giù dalla cascata, vero?>>

<<Beh, se dovesse farlo, saprei chi avrebbe fatto la spia e in quel caso tu lo seguiresti dopo poco>> mi rimisi a disegnare.

<<Mancano meno di due mesi alla tua Cerimonia>> osservò Matt dopo un po’, accavallando le gambe e tenendo i piedi sulla roccia di fianco a me. Era troppo alto per stare con le gambe distese nella grotta. <<Non sei nervosa?>>

Lo osservai bene. I suoi occhi verdi brillavano, si intuiva che era teso.

<<Io lavoro da anni ormai, per me è solo una scelta del cognome>> risposi, mollando giù la penna.

<<Per te non è neanche quello. Sai benissimo che cosa farai…a meno che tu non scelga qualcosa di diverso da quello che tutti pensano…è così?>>

Matt esitò, poi scosse la testa. <<Non sono il tipo che si ribella o cose simili>>.

<<Vero>> abbozzai un sorriso. <<Ti ricordi quella volta in cui a scuola hai copiato una verifica e poi lo hai detto all’insegnante?>>

Matt alzò gli occhi al cielo e lanciò una delle sue scarpe contro la parete rocciosa.

<<Avevo sette anni!>>

<<Questo non cambia il fatto che sei e sarai sempre uno che rispetta le regole!>>

Matt finse un’espressione offesa, poi si sporse e io pensai che stesse per abbracciarmi, invece raccolse la penna che avevo lasciato per terra e tracciò sulla roccia un sole stilizzato. A scuola ci proibivano di disegnarlo, anche se non ne capivo il perché. Pensare troppo al cielo era sbagliato, ma nessuno ci aveva mai impedito di illustrare una luna o una nuvola.

<<Sei proprio un delinquente>> commentai, fingendomi scioccata, e lui si inchinò.

<<Me lo dicono sempre>> si soffiò via dalla fronte un ciuffo immaginario.

Il rumore dell’acqua che colpiva la roccia riempiva il nostro silenzio. Noi non parlavamo molto, ma non ci serviva: eravamo cresciuti insieme e questo ci bastava per capire che cosa pensavamo.

Erano le tre del pomeriggio, le ore erano scandite da un grosso orologio posto sulla cima dell’Ancient Palace, che rispetto alla grotta in cui ci trovavamo, oltre il velo dell’acqua, era proprio di fronte. Alle sei sarebbe iniziata la Cerimonia di Matt. Nonostante Noah TheChosenOne tenesse molto all’uguaglianza e alle pari opportunità, sapevo che la Cerimonia di suo figlio sarebbe stata molto più sontuosa rispetto alle altre e a me andava bene così. Matt se lo meritava.

Mi resi conto che lo stavo osservando, perché lui mi lanciò un’occhiata interrogativa. Distolsi lo sguardo e presi un bel respiro, inconsapevole di quanto quella sera avrebbe cambiato il resto non solo della mia vita, ma di quella di tutti.

2024-01-31

Evento

Biblioteca di Affori (MI) Intervengono gli autori Giorgio Carella e Sara Patané con gli attori Aurora Sacchetto, Alice De Andre, Elena Barbagallo, Giulia Mosca COSE DA FARE PRIMA DEI VENTICINQUE ANNI di Giorgio Carella Un ragazzino di periferia scopre la ferocia, una coppia in crisi parte per un viaggio on the road, una ragazza ebrea si interroga sui propri sentimenti, un giovane prete conosce malattia e sofferenza, un adolescente fa una scommessa con gli amici. Ci sono tante cose da fare prima dei venticinque anni, compreso scoprire lati di te che mai avresti immaginato. NORAH S’ DEN di Sara Patanè 1945, Stati Uniti. A Oak Ridge, una delle sedi del Progetto Manhattan, alcuni ricercatori decidono di nascondersi in quella caverna insieme alle loro famiglie, avviando in segreto il Progetto Shelter. Settantaquattro anni dopo, si è formata una società a sé stante. Shelter è pace, sicurezza… Ma è davvero così? Sarà l’unica giornalista della città, April, a mettere in dubbio queste certezze. Shelter è davvero l’ultima speranza per l’umanità

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Norah’s Den”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Sara Patané
Sono nata in Liguria nel 2003 ma vivo in provincia di Milano da ormai dodici anni. Scrivo da quando avevo nove anni e ho continuato a inventare storie e a partecipare a concorsi fino a quando non sono riuscita a completare un primo romanzo. Dopo due anni, nel 2019, ho pubblicato Connections, un libro di fantascienza, con un piccolo editore di Roma. Da allora ho continuato a scrivere romanzi di generi diversi, dal thriller alla fantascienza al fantasy. Oltre alla scrittura, la mia più grande passione è il cinema, per questo studio da tre anni in una accademia di Milano, Accademia09, dedicandomi per lo più al montaggio, alla scrittura di sceneggiature e alla regia. Ho avuto l'opportunità di partecipare a numerosi cortometraggi, a due film e ho scritto, diretto e montato un mediometraggio.
Sara Patané on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors