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Occhi Persiani

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Consegna prevista Novembre 2024
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“Ogni singola vita ha tante storie da raccontare. E loro sarebbero dovuti partire da molto lontano”. Un uomo e una donna si incontrano in una stazione fantasma credendo di conoscersi, scoprendo che invece non si erano mai visti prima. Sono legati da una storia nascosta che li unisce da molto tempo, prima di quanto loro stessi possano immaginare. Il Destino ha occhi femminili, forgiati col blu del mare profondo in cui nessun uomo aveva mai osato guardare per non rimanerne inghiottito. Ma bisogna scendere in quell’abisso perché finalmente si possa vivere la propria essenza e smettere di impersonare quelle di altri. Nella fuga in un Mediterraneo che non dà rifugio, Marcos ed Elham avvicineranno i loro mondi lontani e riannoderanno le proprie vite lasciandosi soggiogare dai sapori dell’antica Trinacria, perché l’Arte della cucina può essere carnale e spirituale, salvando il corpo e l’anima in un viaggio mistico. Mai niente avviene per caso, mai, soprattutto nella seduzione.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è nato dall’esigenza di condividere un breve istante di vita, dove è sembrato di appartenere a qualcosa di antico come il Tempo. Desiderio di raccontare le emozioni di una storia in cui ne sono racchiuse tante altre, come è tipico di certa letteratura mediorientale. Sensualità, misticismo, sapori speziati, miti fanno parte di tradizioni antiche riversate nel grande Mediterraneo. “Occhi Persiani” è la voce di qualcosa che splende in noi da sempre, per essere raccontata e amata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Vengo da un luogo che si dice sia stato liberato dalla furia dei serpenti, pagando il viscoso prezzo del sangue. Da allora, il Destino non ha mai smesso di strisciare lungo la mia schiena. E ad ogni vita torna a svegliarmi.

I

Sabah el kheir…

«Sabah el kheir…». Perché gli andavo incontro sussurrandogli il buongiorno, se in realtà nemmeno lo conoscevo?

O forse mi stavo sbagliando?

*

Oggi

Ve l’hanno mai raccontata la storia dei due sconosciuti?  Quelli che si incontrarono in una stazione oramai caduta a pezzi, tanto da far paura di notte anche ai cani randagi e ai fantasmi ma non ai treni, che ancora si fermano lì ogni ora, anche se sempre in ritardo?

Sì, ne avrete sentito parlare sicuramente del luogo in cui la gente vede passare tutta la vita, anche quella che ancora c’è da vivere, in attesa di un autobus che non arriverà mai.

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In quella piazza silenziosa e allucinata, con un paio di roulotte arrugginite ed ogni tanto qualche anziano tassista bavoso e abusivo, che scivola silenzioso come la morte con la propria vettura, scarno e con un ghigno stampato che lo fa somigliare ad un avvoltoio macilento. E poi sempre con quegli occhiali da sole, anche quando piove, come un maniaco seriale…

Quando li vedi passare sembrano somigliarsi tutti… Chi lo sa, forse è sempre lo stesso…

Quei due si incontrarono là, uno sceso dall’ennesimo treno che si era attardato per strada e l’altra arrivata per una volta puntuale, ma non abbastanza per saltare su un bus sparito da tempo dietro l’orizzonte terroso. Si videro da lontano e senza chiamarsi si avvicinarono, con passo spedito. Attaccarono a parlare, come fanno normalmente due conoscenti di vecchia data, riprendendo il discorso dove l’avevano interrotto un po’ di tempo fa.

Per poi appurare, durante la conversazione, che in realtà loro due non si conoscevano affatto. Anzi, non si erano mai visti prima.

E intanto, si era alzato un fastidioso vento…

II

Anno 1495

Scirocco femmina.

Poteva cambiare roccia su cui vivere, ma quel vento che faceva solo danni lo avrebbe cercato, fiutato come un cane e infine scovato. Sempre.

E dire che dopo lo scoccare del capodanno 1492 aveva deciso di prendere ancora una volta il mare e scendere più in basso, dove gli dicevano che soffiava solo lo scirocco maschio. Quello secco, assolato, che faceva persino godere qualcuno senza però far alcun danno.

Appena si metteva a pensare che in realtà lui stava bene solo in autunno e inverno, guardava l’It-Tieqa ż-Żerqa, l’enorme finestra di roccia sul mare che stava davanti casa sua, e rideva da solo, come il pazzo che si era convinto di essere. Nel cuore di quel Mediterraneo infernale c’era nato e non riusciva più a uscirne…

Fosse facile… Ogni volta che pensi sia terminato, ti vengono a dire che più in là c’è qualche altro posto. E che si vive sempre meglio. Ma quanto è grande, questo mare maledetto?, pensava ogni volta che si fermava a guardarlo. Cioè, tutti i santi giorni.

«Dovete sapere che lo scirocco femmina – disse voltandosi verso i tizi che già da un po’ tenevano gli occhi inchiodati su di lui – è il tipico vento caldo delle schifosissime giornate cupe e velate. Esattamente come quella di oggi, per capirci» aggiunse abbassando la voce di un paio di toni, quando mise bene a fuoco il gruppo di uomini scuri e velati come quel giorno infausto, che lo fissavano per nulla impressionati dalla sua dissertazione gratuita sul tempo.

«Marcos Martinez, invece di dire scempiaggini, prendi immediatamente la tua roba e seguici» gli ordinò uno della fila più avanzata, scandendo bene le parole. «Ti consiglio di non farmelo ripetere» aggiunse, con una durezza inusitata. Il vento non indeboliva di un’oncia il tono a cui difficilmente si sarebbe potuto rispondere un no.

«Sì, fa piacere anche a me conoscervi…».

Quattro… Sei… Dieci… Ma quanti sono…? E che possono volere da me, che non sia per capriccio la mia pelle?

Era sceso un silenzio pesante, che faceva da eco al mare che sciacquava contro la costa e alle folate che fischiavano nel poderoso arco di pietra.

«Visto che voi sapete come mi chiamo ed io non posso avere il piacere di sapere chi siete, pensate sia troppo chiedere dove vorreste portarmi?».

«Nella capitale» rispose secco l’uomo, mentre tutti gli altri lo fissavano come quei cani che aspettano un movimento per azzannarti.

Martinez sgranò gli occhi.

«A Mdina?! E voi sareste venuti fino a Għawdex, dove finalmente perdo il mio tempo tranquillo e beato… per poi rifare tutta quella strada, col mare di mezzo? Ma dico…».

Silenzio. Il vento incalzava. I loro sguardi pure. E per di più parlavano aragonese. O comunque fingevano di parlarlo molto bene.

Era pazzesco. Magari se lo stava pure sognando!

Urgeva studiare alla svelta un diversivo.

«Come conoscete la mia lingua?» chiese di getto dopo aver deglutito, cercando di prender tempo.

«La tua lingua? No, ti sbagli – gli rispose un altro, sarcastico –, quella proprio non la conosciamo».

«Non capisco…».

«Piantala! Ti siamo venuti a stanare fino alla baia di Dwejra – lo riprese molto duramente il capo branco –, sappiamo dove vivi, come ti fai chiamare, perfino che vivi da solo e pensi di essere impazzito, avendo piacere di cucinare le cose più strane e di stare col naso a guardare il cielo di notte… Dopo tutto questo, vuoi che non sappiamo che tu non sei aragonese come dici di essere? Allora ci stai insultando!» ringhiò quello, contagiando l’ira a tutto il resto del gruppo, che avanzava minaccioso.

«Aspettate, aspettate… N-non po-poss-siamo tratt-tare?». Marcos Martinez stava morendo di paura come non gli capitava da tempo, nemmeno riusciva ad articolare le parole. E se faceva altri due passi indietro si sarebbe buttato dallo strapiombo. 

«Certo che possiamo. Puoi scegliere: o vieni con noi con le buone oppure ti portiamo a L-Imdina a modo nostro» e misero le mani sulle scimitarre.

«No, no! Fermi, fermi! Mi è sembrato di capire che mi volete tutto intero. O sbaglio?». Il salto nel vuoto faceva sentire sempre più forte il pericolo del suo lungo abbraccio.

«Purtroppo non ti sbagli, caro il mio… Martinez o come diavolo realmente ti chiami. C’è una persona che ti vuole vedere e a quanto sembra ti cerca da più di quanto tu possa immaginare».

Marcos stralunò.

«E chi sarebbe?».

«Dice di essere il tuo Destino».

   

III

Oggi

Il vento può incupire le persone, confondendo le idee e provocando dei terribili dolori, gelando la testa e le membra oppure affaticando il respiro per colpa di quei vestiti che si appiccicano al corpo, provato dalla stanchezza. Qualunque essa sia.

Per questo non bisogna mai permettere che mischi le carte al posto tuo. Anche quando ti trovi malauguratamente in quella stazione, troppo squallida persino per essere l’antro dell’Inferno. I due lo sapevano, anche se nessuno glielo aveva mai detto. Qualcuno non lo ritiene possibile, ma c’è chi sa senza sapere.

È sempre un momento difficile quello in cui si va incontro al proprio Destino, simile a quando si nasce per la prima volta. Tutto si muove, pur rimanendo ancora ignoto. Ma il Destino non si lascia ingannare. Quando esso è benevolo, infatti, se non lo sai riconoscere gira le spalle e ti lascia da solo per strada, come accaduto tante altre volte. La fregatura è che nessuno lo può ricordare. In certe vite, però, è possibile intuirlo.

Un breve istante. Quello in cui lui comprese cosa lo stava abbagliando di lei. La carnagione scura, la figura snella… E quegli occhi che lo scottavano, bruciando come l’oro puro nel mare più profondo. Erano occhi pericolosi… Una quiete che ti avrebbe inghiottito, forse dannandoti l’anima… Chiunque fosse nato con quella luce, era…

IV

Anno 1495

«… un essere inqualificabile!».

Il capo degli sgherri era furioso. Erano arrivati a destinazione che ormai la sera camminava per strada stendendo le sue lunghe ombre. Chi stava dentro la vecchia casa di pietra non aveva ritenuto opportuno accendere ancora le lampade ad olio, volendosi gustare fino alla fine il sapore della luce che va scomparendo, lasciando in chi la saluta un sempre malinconico piacere.

L’uomo furibondo, dal canto suo, doveva fare per forza buon viso a cattivo gioco e quindi era entrato facendosi largo a tentoni.

«Non ho mai conosciuto qualcuno capace di farmi andare fuori dai gangheri, senza fare assolutamente nulla, come Marcos Martinez» continuava a dire, pensando al loro nuovo “ospite”.

«Cosa ha fatto?» chiese la figura avvolta nella calda veste dell’oscurità.

«Niente, ve l’ho detto. È questo che mi tocca di più i nervi!».

«Avrà pur detto qualcosa…» insinuò dignitosamente divertita l’ombra, con le dita che scorrevano lungo i capelli nerissimi.

«Quello non parla mai. È capace di silenzi inquietanti che sembrano non avere fine. Poi attacca di colpo, senza fermarsi. Quando lo fa, dice solo stupidate».

«Per esempio?».

«Ma non lo so… Appena abbiamo lasciato l’It-Tieqa ż-Żerqa, dove abbiamo scoperto che passa lunga parte dei pomeriggi non si sa bene a fare cosa, ha attaccato tutta una dissertazione tra quello che lui chiamava “sciruoccu masculu” e “sciruoccu fìmmina”…».

La figura aggrottò la fronte.

«Che sarebbero…?».

«Ne argomentava persino mentre siamo arrivati per prelevarlo. Parlava solo! Sembra che ci sia una differenza tra i diversi tipi di scirocco, che lui riassume in maschio e femmina. Del resto, se non se ne intende lui che è completamente sciroccato…».

«Affascinante…» rifletté l’ombra, facendo scivolare le parole come la seta.

«Sì, come no. Quando siamo arrivati a Għajnsielem per salpare, ha detto che il vento stava per girare e che se fossimo partiti ce la saremmo vista con Dio in persona. Poi, come se il conto non fosse stato il suo, se ne è uscito con una specie di scioglilingua incomprensibile. Non chiedetemi cosa abbia potuto dire quel maledetto, perché gliel’ho fatto ripetere più di una volta, senza capirci mai un accidente».

«E poi siete effettivamente partiti?»

«Assolutamente no. Mi ha talmente riempito la testa di chiacchiere che alla fine ho dato ordine di accamparci davanti al porto, almeno fino a quando il nuovo vento non si sarebbe calmato come diceva lui».

«Aveva effettivamente avuto ragione?».

L’uomo si sentiva sempre più irritato.

«Sì. Sì, maledizione! Questa cosa mi fa letteralmente imbestialire!» ringhiò quello, fuori dai denti.

«Invece dovresti ringraziarlo, un giorno. Se avete tardato per ben due notti, vuol dire che il mare deve essersi ingrossato oltre le vostre previsioni. Ma dimmi: cosa ti turba davvero, caro e sempre fedele Jasif?». La voce dell’oscurità era sempre più carezzevole, facendo capire che già conosceva la risposta. Ed il sudore scendeva freddo.

«Non so che dire… Sarà la lingua con cui parla tra sé e sé… Si fa dei discorsi troppo veloci, a volte pare anche che cambi voce come se si creasse dei personaggi…».

«Questo mi interessa molto, mio infallibile giannizzero. Ci hai capito qualcosa, in quello che diceva a se stesso?».

«No, parola mia. Quando fa così sembra che parli castigliano, catalano, forse angioino… Mezzo latino e mezzo ellenico… Indicava i fiori e li chiamava con un nome aspirato, tipo un chiasmo…».

«Sì, ne ho sentito parlare – rifletteva la figura autoritaria che stava respirando la notte –, pare che sia tipico di quelli che vengono dalle coste. Davvero meravigliosa questa Trinacria, non trovi anche tu? Per non parlare di tutto il mare che le sta attorno…».

«Non offendetevi, ma per i miei gusti è fin troppo complicata. Certe volte quello sembrava persino parlare arabo, tanto che speravo di comprenderlo. No, tutto questo non fa decisamente per me. Io a un tipo simile lo leverei di mezzo senza tante storie e buonanotte».

«Bene – decise di concludere la voce che gli stava di fronte –, è tutto Jasif. Tu ed i tuoi uomini avete fatto un ottimo lavoro. Come sempre. Puoi condurre qui lo straniero e quindi congedarti. Grazie».

«Statemi a sentire… Marcos Martinez è pazzo. È pazzo davvero, non come fa finta di essere». Il tono si faceva sempre più accorato. «Occorre stare attenti, io vi consiglio di non avere niente a che fare con un personaggio simile».

«Jasif, tu… mi consigli?». La domanda, nonostante non avesse espressione, suonava stranamente sarcastica. Faceva risalire lo spavento verso le tempie, risuonando rumoroso.

«Sempre servo Vostro, grande Amira» concluse quindi l’uomo velato, congedandosi il più in fretta possibile con un inchino.

L’ombra sorrise tra sé. Il tempo in cui il potere prima o poi decade era giunto in silenzio, ma ancora lo si poteva esercitare senza nemmeno muovere le palpebre. Se ne compiaceva. Continuava a provocare un sordo piacere.

Congiunse le lunghe dita scure. Marcos Martinez era infine giunto. A parte l’aver indisposto il fido Jasif, avrebbe avuto da riferire molte cose, anche e soprattutto quelle che nemmeno lui pensava di conoscere. Ogni singola vita ha tante storie da raccontare. E loro sarebbero dovuti partire da molto lontano.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro che mi ha appassionato e coinvolto già dalle prime pagine, entri dentro la storia e sembra di diventarne la protagonista. Grazie

  2. (proprietario verificato)

    E’ fantastico, una storia in cui la tensione erotica si aggiunge al mito, alla trasgressione sensoriale e al sogno. La forza delle immagini sembra trascinare il lettore all’interno di una dimensione parallela. Veramente un’esordio promettente!

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Michele Merenda
Michele Merenda è nato a Catania nel 1976, ma cresce a Salina, la più verde delle Isole Eolie, dove vive tutt'ora. Dopo la laurea in Filosofia intraprende varie esperienze giornalistiche, soprattutto con la Gazzetta del Sud, facendo da corrispondente per oltre dieci anni. Nel suo soggiorno londinese scrive per "Start", mensile anglo-italiano, occupandosi della sezione musicale e intervistando personaggi come L. Einaudi e S. Bollani. Dopo essere diventato pubblicista, tiene dei seminari e porta avanti molti progetti giornalistici nell'istituto scolastico isolano. Oltre a collaborare con RadioPuntoStereo ed altre emittenti online, dal 2011 scrive recensioni per Arlequins, prestigiosa webzine di rock progressivo. Dal 2016 fa la Guida ambientale escursionistica, raccontando in cammino la propria terra; storia, botanica e mitologia per affascinare i camminatori nel paradiso eoliano.
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