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Odore di morte

Odore di morte
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Consegna prevista Settembre 2024
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Giovanni è il tipico detective privato che si vedeva nei film noir di una volta: cappotto grigio, cappello, sigaretta sempre in bocca e una passione carnale per gli alcolici. La sua vita nel suo minuscolo monolocale a Mombello, il quartiere più vasto di Limbiate, procede a stenti, tra un caso e l’altro. La sua storia, però, prenderà una svolta che nemmeno lui si aspettava. Un tale, Primo Barlassina, gli presenta un caso, apparentemente il classico caso di adulterio, ma qualcosa, nel nome della donna, risvegliò in lui un fantasma del suo passato, nascosto e sotterrato nella sua memoria. Da ora in poi Giovanni Trapasso, ex carabiniere del comando di Cosenza, dovrà fare i conti con i suoi sensi di colpa.
Lui non esce mai dal suo piccolo mondo, rimarrà sempre a Limbiate, così cupa e grigia; circondato da ville storiche, immerso nei meandri di un manicomio abbandonato. Un piccolo globo nascosto nelle Groane.
L’unica domanda che Giovanni si riesce a porre è: di chi si può fidare veramente?

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di scrivere questa storia mi è nata in una serata tra amici, nel nostro solito bar. Quella sera incontrammo un uomo che, come noi, era lì a godersi un bicchiere di troppo. Dopo aver fatto la sua conoscenza inizia a raccontarci della sua vita. Presi nota di ciò che diceva e decisi di costruire una storia attorno alla figura di un detective privato, stravolgendo tutto quanto e ambientandola nella città di Limbiate, dove abito, provando a raccontarne i suoi anfratti più oscuri e misteriosi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

“Buccellato!” 

“Operativo signore!” 

“Arancia!” 

“Operativo signore!” 

“Fugo!” 

“Operativo signore!” 
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“Mista!” 

“Operativo signore!” 

“Abbacchio!” 

“Operativo signore!” 

“Giorno!” 

“Operativo…” 

 “Prego?!” 

“… signore. Operativo signore!” 

“Bene. Sappiamo tutti perché siete qui, siete stati selezionati in quanto i migliori membri dell’arma dei carabinieri d’Italia. Complimenti. Di me posso solo dirvi che sono membro di una task force organizzata tra la DIA e l’Interpole, il mio nome in codice “Agente Montale”, sì come lo scrittore (a patto che sappiate cosa sia uno scrittore), quelli là hanno uno strano senso dell’umorismo… comunque, vi sono stati affidati questi nomi in codice in modo che tra di voi non vi riconosciate, non possiate sapere nulla l’uno dell’altro e mai potrete rivedervi in vita vostra. Ci troviamo stasera per discutere di una maxioperazione per sventare una losca attività di stampo mafioso, secondo le nostre fonti interne, una collaborazione tra la ‘ndrangheta, i Basilischi e la mafia albanese, che va avanti da troppi anni……” 

Questa era una delle introduzioni che Angelo diede agli inquirenti il giorno che tutta la banda, dai nomi così bizzarri, esclusi lui e Fugo, sono stati massacrati davanti ai loro occhi dalle tre organizzazioni criminali. La mente confusa di Angelo non era d’aiuto, nonostante nel comando di Cosenza fosse considerato uno dei migliori, se non il migliore, agente operativo. Man mano che il tempo passava però, la sua versione dei fatti mutava, dettagli che comparivano e sparivano, avvenimenti cronologicamente troppo fuori posto. Questo accadeva così tante volte che ormai il Pubblico Ministero, Albano Ferri, all’epoca incaricato del caso, si trovò nella condizione di non potergli credere, preferendo la più lucida versione di Fugo. Ma dopo tutto come dargli torto, il povero Angelo, dopo un lungo ricovero all’ospedale, da quel fallimento di missione, notò qualcosa di insolito in casa sua. 

Il sole quel giorno emanava un calore incredibile, tipico del paesaggio così estivo e arido delle campagne calabresi. Ma le finestre di casa erano stranamente chiuse. 

“Saranno uscite a prendere un gelato magari” pensò ingenuamente. 

Ma allora come se le spiegava le piante secche che ormai avevano preso il controllo del vialetto che porta all’entrata principale? Questo sì che era strano, era il passatempo preferito di Laura prendersi cura del giardino.  

Strano. Davvero strano. 

Si avvicinò alla porta e la spinse: era aperta, si saranno dimenticate di chiuderla come al solito, che testone che sono. 

Lo pervase subito un odore stranamente familiare, macabro. Lo stesso che sentiva quando entrava nell’obitorio a studiare i cadaveri col dottor Briga. Una puzza di chiuso insopportabile. 

“Ragazze, sono a casa!” provò a dire. Nella speranza morbosa che qualcuno gli rispondesse. Ormai il panico aveva preso il sopravvento sul suo corpo. Non un comportamento adatto a un carabiniere di quello stampo. 

Iniziò ad aprire tutte le porte della casa per capire da dove venisse quel fetore insopportabile. 

Bagno. Vuoto. Cucina. Vuota. Salotto. Vuoto. Cameretta di Cristina. Vuota. 

Mancava solo la sua camera da letto. Si avvicinò fino ad avere il legno della porta contro la faccia. Il respiro affannato dalla fatica di sperare di non vedere ciò che ormai aveva già capito. La puzza di morte che impregnava tutti i muri del corridoio. Tese la mano verso la maniglia, e con uno scatto inferocito aprì la porta. 

Cristina e Laura erano sul letto abbracciate, gli occhi sbarrati dal terrore, la pelle viola e sofferente. Ma almeno erano coperte da un lenzuolo, rosso del loro sangue. 

Da lì in poi i ricordi del capitano Angelo Passalacqua non divennero nient’altro che un groviglio di eventi illogici e irrazionali che gli fusero completamente il cervello. 

Grazie al cielo, Angelo aveva cessato di esistere quel giorno. Era diventato un problema per tutti a lavoro ormai. Non rispondeva alle chiamate dei suoi superiori, il tasso di reati impuniti era schizzato alle stelle. Era diventato un guscio svuotato della sua anima. Gli occhi azzurri, vitrei, erano fissi sul tavolo degli interrogatori, mentre Ferri cercava di tenere viva la conversazione colpendolo ogni tanto sulla testa con la sua penna di metallo. Una quattro colori magnifica, lucida e scintillante che continuava a ondeggiare guidata dalla mano del PM che ormai aveva perso le speranze con quel sacco di carne seduto davanti a lui. 

Ma Angelo non era affatto inerme: stava pensando. Non si sapeva a cosa, ma ci ha pensato per giorni perché con una lucidità che non si vedeva da mesi, in lui, prese la sua pistola, che stupidamente era stata lasciata sul tavolo difronte a lui, e, davanti agli occhi di Ferri e del suo assistente, visibilmente agitato dalla situazione, si puntò la pistola in bocca e, senza ulteriore indugio, premette il grilletto. 

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Martin Dushku
Martin Dushku nasce a Bollate (MI) nel 2000 da genitori immigrati dall'Albania. Terminati gli studi alle scuole superiori decide di intraprendere una carriera artistica frequentando dei corsi di recitazione cinematografica a Milano, per poi poter diventare attore. Parallelamente a questo, si cimenta anche nella scrittura dalla quale trova un estremo conforto, basando le sue storie sul mondo che lo circonda.
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