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Oltre le nuvole fino al sole

Oltre le nuvole fino al sole
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Consegna prevista Settembre 2023
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Emma ha 30 anni con un doloroso divorzio alle spalle. Ha tralasciato ogni ambizione per seguire il grande amore, così decide di tornare a casa dei genitori, dove trova lavoro al mercato ortofrutticolo del paese.
Una sera a cena il padre racconta un aneddoto legato alla sua infanzia: un pomeriggio durante una gara di 40 anni fa aveva fatto volare un aquilone e questo era arrivato fino in Russia a casa di Andrei, un bambino russo. Dopo un litigio, Emma e suo padre decidono di partire per recuperare l’aquilone. Ma Vittorio, il padre di Emma, viene a mancare. Lei farà i conti con tutte le sue paure: restare a casa o partire e recuperare l’aquilone del padre?

Perché ho scritto questo libro?

Avevo perso il lavoro per via del covid e per la prima volta la mia vita non era più nelle mie mani. Così mi sono data un obiettivo, mi sono regalata il coraggio che mi serviva per affrontare quello che è la vita: un’incognita. Tramite questa storia ho riscritto un po’ la mia. Tutto cambia, niente resta immobile. La vita è nelle nostre mani ma solo fino ad un certo punto, poi arrivano incastri, amici e amori. Tutto quello che non si può prevedere o controllare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

NUDA

Quella mattina via del Carso aveva un suono diverso e io la percorrevo con la consapevolezza di chi sa da dove era partita, dove si era arrestata (arresa?), ma che non sapeva nulla di dove sarebbe finita.

– Io sono Emma Tasso, ho trent’anni e sono divorziata.

Forse non è proprio un buon inizio questo. Dovrei dire: Mi chiamo Emma e sono divorziata, non dovrei precisare l’età così presto. Forse non dovrei dire neppure del divorzio… Ok ci sono, so come iniziare:

– mi chiamo Emma e mi piace viaggiare.

È banale vero? Forse il divorzio è più interessante. Effettivamente è la cosa più interessante che abbia fatto negli ultimi due anni. È un pessimo inizio, possiamo dirlo. Forse devo iniziare non parlando di me, magari è più semplice.

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– L’altro giorno ho letto un articolo sulle anime gemelle che mi ha fatto molto sorridere. Io non credo nell’anima gemella essendo già divorziata a trent’anni, però si dice che per ogni persona ci siano almeno sette anime gemelle differenti, sparse per il mondo. Ho cercato sul vocabolario “anime gemelle”: due persone pienamente concordi nei sentimenti, nella volontà, nei gusti e nelle opinioni (Treccani). Quello che più mi colpisce è il passo sull’essere concordi nei sentimenti. Ma come si è certi di essere concordi? Per quello che so, si dice che in amore c’è sempre una parte che ama più. Quindi siamo concordi che tra me e il mio ipotetico lui, uno dei due amerà di più all’interno della nostra coppia? Possiamo attribuirci di essere “anime gemelle”? Concordiamo no?

Ma poi “essere concordi nelle opinioni”? Sì, fino a quando litighiamo. Per quanto riguarda “nella volontà” vedi sopra “fino a quando litighiamo”. Allora così potremmo tutti essere anime gemelle. Ciao Raul Bova, chiamami!

Le mie poche conoscenze sostengono che sia troppo cinica. Non potrebbe essere altrimenti. Sono una donna di 30 anni con un matrimonio fallito e da qui l’ormai ateismo verso l’amore e, appunto, le anime gemelle.

La mia famiglia è stata molto amorevole soprattutto quando Carlo mi ha lasciato e io sono caduta in una depressione durata anni. Ora lui ha un’altra famiglia con dei bambini, mentre con me diceva di non volerne. Così mi ritrovo senza nulla, la nostra casa ora è la loro e mi riduco a spiarlo sui social. Devo ammettere che mi rasserena quando, nei video o nelle loro foto, riscontro quelle stesse espressioni di quando stava con me: almeno non era del tutto finto lui, non eravamo del tutto finti noi.

Mio padre Vittorio è un fabbro, con le mani rovinate. Ormai in pensione, il “Vitt” continua ad essere un artigiano di oggetti e pensieri, tutto pur di star lontano da mia madre e non ascoltare le sue rotture di scatole.

Mia madre Anna è la solita donna di casa con l’unica differenza che è stata una grande chef, un passato che, secondo lei, le è valso lo status di magnificenza. Ora mamma è impegnata a togliere i peli dal divano del mio cane, Aruba, che lei detesta quando in realtà è così amabile.

Per quanto riguarda gli hobby non ne ho molti, mi piace cucinare e assaggiare, ma non credo si possa definire un hobby, forse più una predisposizione. A casa mi chiamano “lei dal palato sopraffino”: un talento che credo di aver ereditato da mia madre. Ok, assaggiare non è un talento, ma di solito rimangono tutti stupiti quando riesco a capire esattamente tutti gli ingredienti che compongono un piatto. Ecco, non è da tutti. Attualmente sono impiegata all’interno di un’ortofrutta del mio paese. Sono l’unica donna, il che non è proprio un male, l’unico male (secondo molti) è che non lavoro nel settore per cui ho studiato: scienze della gastronomia. Insomma, chi ama il proprio lavoro al giorno d’oggi? Nessuno, si sa: si impiegano nove ore della propria giornata e poi si dovrebbe vivere, se non stanchi. E allora si rimanda al week end, se c’è bel tempo, perché se poi piove…

– “Signorina Tasso, la ringraziamo per questa sua descrizione dettagliata, ma quando abbiamo chiesto: «Ci racconti un po’ di lei», non era prevista la biografia completa”.

Ecco, l’ho fatto di nuovo. Alzo lo sguardo – chissà da quanto tempo era perso nel vuoto – e ritrovo le mie pupille piantate in altre quattro.

– “No, sì, scusatemi, mi sono un po’ persa nei miei pensieri”.

– Sì, ecco Emma… Per noi è molto importante che le persone all’interno della nostra azienda abbiano ben compreso dove si trovino.

– No, sì, io so dove siamo…

– Sì, certo, ma il mio timore e quello dei miei colleghi qui vicino è che, forse, non è tagliata per questo ruolo, dovrebbe magari chiarirsi un po’ le idee. Cosa ne pensa?

– Certo, scusatemi. Arrivederci.

Esco dall’ufficio e credo di essere sollevata. Spero si dimentichino di me presto. Gli uffici sono tutti identici, è tutto tremendamente al proprio posto, quelli che avrebbero dovuto essere i miei colleghi sono molto silenziosi. È uno di quegli stabili con le vetrate immense e il grigio delle scrivanie che spesso coincide con il colore delle cravatte dei dirigenti. Una multinazionale attiva nel settore alimentare.

Eccomi qui, un’altra volta scartata al secondo colloquio con quel brutto vizio per cui, quando comincio a parlare di me, mi perdo nei pensieri e vuoto il sacco. Non ho segreti, mai. Mi è stata data un’opportunità e me la sono giocata, come tutte le altre. Chissà mio fratello come reagirà, considerando che ha messo una buona parola per me e che avevo promesso di non deluderlo.

Avete presente quando si dice: “Wow quella ragazza è proprio affascinante, ha quel velo di mistero…”. Ecco quella non sono io.

Quando uscivo con qualcuno, uscivo perché in questi due anni non è più capitato, è più forte di me: l’essere logorroica intendo. E mi apro. E consegno la verità della mia vita anche a chi non dovrei, anche a chi non ha voglia, anche a chi veglia su di me e sa già tutto prima che glielo racconti. Non che bisogna essere persone bugiarde o chiuse tornando ai primi appuntamenti, ma almeno non raccontare di quella volta che, per rabbia, dopo aver saputo del tradimento di Carlo, gli ho buttato dei petti di pollo sulla sua auto, per esempio. Non so perché abbia scelto proprio il petto di pollo. Ripensandoci è una cosa che mi fa ridere: peccato non aver visto la sua faccia mentre tornava alla sua auto. Per rimanere in tema poteva essere della carta igienica, delle uova, ma i petti di pollo sono stati un tocco di classe. Sorrido prendendo il mio monopattino nella reception – non guido più perché mi mette ansia- metto il casco e volo a casa.

CASA

Arrivo davanti casa e non vedo le auto dei miei fratelli, tiro un sospiro di sollievo, non sono pronta ai loro “Allora com’è andata piccola E?”, “Dacci una buona notizia piccola E”. Nessuno può vedermi lavorare all’interno di un’ortofrutta, ma non voglio sentirmelo dire perché è come scrivere il mio fallimento. La verità è che lavorare lì mi fa stare serena, quando mi sveglio la mattina so già cosa farò durante la giornata. Non devo prepararmi all’ignoto: il lunedì arrivano le melanzane, nel pomeriggio la frutta BIO e così via… Se dovessi avere un lavoro come quello dei miei fratelli, di responsabilità, dove l’ignoto è all’ordine del giorno, sarei sempre in ansia. E ne ho abbastanza, di ansie.

Filippo e Tea, i miei fratelli più grandi, invece, hanno entrambi un lavoro meraviglioso: Filippo è direttore di un’azienda che produce gomme per auto da corsa, mentre Tea è responsabile marketing all’interno di un’agenzia pubblicitaria. L’unica cosa che li accomuna dopo il cognome è che sono molto fieri del loro lavoro, vivono praticamente per quello e vorrebbero che per me fosse lo stesso, dato che “Se avessi io metà della tua intelligenza, piccola E, sarei milionario”.

Quando gli ho detto di volermi sposare quattro anni fa, sono rimasti interdetti per almeno un’oretta. Soprattutto mia sorella che ha da sempre proiettato la sua vita sulla mia. Voleva diventassi una imprenditrice. Lei voleva. Non io. “ Se ti sposi subito così giovane poi non penserai alla carriera”. Come se fossi stata programmata per fare o una o l’altra cosa. Ma io volevo tutto. Volevo. Ora non voglio niente, solo il silenzio e la tranquillità.

Dentro di me c’è qualcosa che si ribella a questa visione di vita. Voglio solo essere libera. Libera di lavorare all’ortofrutta fino a quando lo desidero o fino a quando mi darà tranquillità. Voglio essere libera di amare e avere una carriera. Non voglio decidere tra una e l’altra cosa. È vero sono grande e incastrata nella tremenda e codarda formula del “Vorrei, ma non ora”.

Poso il monopattino ed entro in casa.

– Mamma!

Non mi risponde

– Mamma!

Niente da fare

– Mamma, cosa stai facendo?

È a gattoni sotto il tavolo.

– Oh, Emma cara, meno male che sei arrivata. Aiutami mi sono incastrata.

– Incastrata? Ma come hai fatto? Dai vieni che ti aiuto.

– Guarda lascia stare, volevo fare una merendena. Merendena o merendina?

– Si dice merendina mamma.

– Ecco, quindi mi è caduto il gelat sul tappeto, ho scercato di lavarlo – che poi chi lo sente quel burbero là fuori- e mi sono incastrata.

– Ma non potevi chiedere aiuto a papà?

Blatera qualcosa in francese che non comprendo neanche io

– Mamma! ma non potevi chiamare papà?

– Mai!

– Mamma, ok che papà ha detto che la cena dell’altra sera è stata mediocre, ma addirittura non chiedere aiuto, mi sembra eccessivo.

Ci sediamo al tavolo e le prendo un bicchiere d’acqua.

– Tuo padre lo sa che noi chef di alta cucina abbiamo un orgoglio da difendere. Guarda Emma, quelle foto. Chiunque si sede a qu…

– Siede, mamma…

– Chiunque si siede a questo tavolo deve comprendre que je suis la chef plus….

Si, mia madre è stata una grande chef e, sì, si stava ancora una volta auto elogiando anche se a farlo ci pensano già i premi collezionati in giro per il mondo e di cui è costellata casa. Poi ha conosciuto mio padre, il ” burbero”, una nomea rosolata da mia mamma con cura, nel corso del tempo, da quando ha deciso di chiudersi in un guscio tutto suo. 

Esco in veranda e guardo il lago e quello specchio in cui mi ritrovo sempre. È sempre tutto al suo posto. Anche io. Gli alberi sempre composti, l’isola di San Giulio sempre elegante, le case sempre timide e quei gelsomini sempre più vezzosi. Il mio profumo preferito. Mi lascio inebriare. Voglio apparecchiare in giardino, sotto la pergola di glicine. Lo faccio mettendo delle tovagliette di lino color sabbia sul tavolo di pietra, dei tovaglioli legati da mini bouquet di fiori secchi e spighe, dei piatti bianchi di porcellana francese.

Busso al magazzino supersegreto di mio padre.

– È permesso, papi?

– Dipende chi!

-Dai pa’…

– Parola d’ordine?

Quando tornavo a casa mezza ubriaca, in piena notte, senza chiavi di casa – che immancabilmente dimenticavo esclusivamente quando andavo di superalcolici con le mie amiche – mio papà mi chiedeva la parola d’ordine per entrare. Il dramma non era solo ricordarsela da brilla, ma ricordare da brilla l’ultima parola coniata da mio padre. Già, perché sarebbe stato troppo facile fosse stata una. Il Vitto (così lo chiamavano gli amici del bar) la selezionava in una conversazione fuori contesto e io dovevo ricordarmela. La scena ricorrente era: io piuttosto allegrotta mentre esclamo parole a caso, trattenendo a stento la pipì. Una volta abbiamo talmente riso che me la sono fatta sotto. Ora che sono cresciuta la parola d’ordine è sempre la stessa.

– Garibaldi è morto

Che poi non è una parola ma una frase…

– Vieni, Mina

Ride con la sua sigaretta in mano.

– Mi piace quando mi chiami Mina

– Siamo romantiche questo pomeriggio?

– Beh, guarda che cielo

– Eh si, oggi il tramonto toglie il fiato.

– La vuoi una birra?

– È fredda?

– Ghiacciata, come piace a te

– Allora accetto

Usciamo e ci mettiamo sul lago seduti sul prato.

– Sai perché ho scelto il lago?

– No

– Perché oltre a mettermi tranquillità, mi piaceva pensare di poter salutare quelli dall’altra parte.

– Ma se non saluti nessuno tu!

Ride

– Se volessi mai cominciare a salutare…

– Cosa succede con mamma?

– Eh Mina, gli anni passano e la pazienza anche.

– Si ma non potete non rivolgervi più la parola per una cena. Lei si è bloccata per ore sotto il tavolo e non ti ha chiesto aiuto per orgoglio!

– So che tu puoi capire. I matrimoni sono promesse eterne che camminano su fili sottili. Però lei è pazza a non chiamarmi. E la cena dell’altra sera non era buona dai, cos’erano quelle coquiage al vino di zio Peppino, dai….

Ridiamo.

“So che tu puoi capire”. Capisco eccome.

Tutti a casa mia imitiamo mia mamma, perché non sa di essere tremendamente simpatica. Lei è così, una bizzarra inconsapevole estremamente affascinante.

-Voglio bene a tua madre, anche se mi manda ai pazzi

Beviamo le nostre birre e canticchiamo Mina. Papà mi ha da sempre dato questo nomignolo, da “Emmina” a “Mina”, la sua cantante preferita. Non a caso ogni serata in famiglia finisce cantando insieme al Karaoke i suoi successi intramontabili.

-Mi raccomando, stasera la mamma cucina i cannelloni. Sii carino.

-…Se saranno buoni!

-Papà!

-Ok, va bene

– I tuoi fratelli sono già qui?

– Non ancora

Abbasso la testa ricordando il colloquio

– Deduco sia andata male oggi…

– Bene non è andata, subirò un altro shampoo da Filippo e Tea.

  Non importa quello che ti diranno Emma, arriverà il tuo tempo. Il tuo, non quello dei tuoi fratelli.

Mio padre fa parte dei giusti: sempre la verità. Sempre e comunque, bella o brutta.

Io, invece, preferisco non dirmi la verità. Perché mi uccide. Mentre papà trova sempre il modo di (ri)animarmi

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giada Parisi
Mi chiamo Giada, sono laureata in comunicazione e lavoro al Corriere della Sera come videomaker. Utilizzo i miei occhi per costruire e inventare storie. Da sempre scrivo per me stessa, per la mia pace. Dopo aver scritto "Oltre le nuvole fino al sole", ho iniziato a fare stand- up comedy (sui miei social trovate qualcosa) e mi riempie di gioia. Perché scrivo? Perché faccio stand-up comedy? Perché voglio vivere di storie, di risate.
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