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Out in Bologna

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Consegna prevista Marzo 2025
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In una Bologna fatta di studenti fuorisede, contratti di lavoro a termine e un’incertezza diffusa su quello che riserva il futuro basta poco per far crollare quelle piccole certezze sulle quali si è fabbricata una vita. E quando sparisce nel nulla una delle persone della sua tribù di festaioli del weekend e disadattati sociali, Bastian può contare solo sull’aiuto dei ragazzi nella sua stessa condizione di instabilità sociale e emotiva per scoprire cosa è successo.
Perché quando si è tutti sulla stessa barca non resta che rimboccarci le maniche e salvarci da soli.

Perché ho scritto questo libro?

Out in Bologna parla dell’instabile situazione lavorativa in Italia e dei suoi effetti sulle singole persone. Ma parla anche della Bologna dei fuorisede, di come le possibilità del mondo moderno abbiano reso tutto accessibile e superficiale, di omofobia, di bullismo. E anche di amici che senza più punti di riferimento reinventano il concetto stesso di famiglia.
Ho scritto questo libro perché ci sono passato, e come me molti fuori e dentro Bologna. E la nostra storia merita di essere raccontata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

1.

Li vedevi muoversi dondolando alla luce della Luna come piccoli pallidi zombie. Il calpestio di anfibi e ballerine sul ciottolato, di primo acchito scoordinato, trovava il suo personale ritmo nel sordo martellare dei bassi che pompavano da dentro il capannone. Parevano una marcia di soldatini di latta ai quali un bambino curioso aveva progressivamente smontato i pezzi per riattaccarli al contrario. Vagavano tra le insenature delle auto procedendo per l’inerzia di una carica a molla ormai arrugginita, infagottati nelle piccole imperfezioni che li rendevano allo stesso tempo vulnerabili e protetti. Se ti avvicinavi abbastanza potevi sentire il caldo e rassicurante odore di fumo, l’alcol acido dai colli delle bottiglie, il bagnoschiuma alla pesca sulla pelle, lo shampoo alla fragola dei capelli: tutte quelle piccole droghe quotidiane che davano carburante al loro esercito notturno. Chiodi di pelle al posto di armature, giacchette di raso bianco in vece di scudi, densi rasta come elmetti, guanti a rete su fino agli avambracci, sul volto l’unica arma di un sorriso incerto. Ancora confuse macchie scure mentre avanzavano sul selciato piano, senza fretta, salivano uno, due gradini, si radunavano assieme, si stringevano nella fila, e guardando dentro si proiettavano nell’unica, splendida, solida creatura dai mille corpi che si muoveva all’unisono della playlist del dj.
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E poi tra tutti qualcuno veniva su dritto.

Gli anfibi c’erano, come c’erano jeans neri a sigaretta e maglietta smunta dei Joy Division. La sua uniforme era un impermeabile lungo di pelle nera, aperto sul davanti e leggermente troppo grande sul corpo sottile che quasi se lo lasciava cascare giù dalle spalle a ogni passo. Però i boccoli biondo cenere saltellavano sempre allo stesso ritmo, e se riuscivi a scorgergli gli occhi notavi che non si stavano guardando attorno, ma andavano spediti oltre il parcheggio, macinavano polvere e ciottoli, dribblavano risate di ragazze e le loro bottiglie di sangria semivuote, scavalcavano con una falcata il gradino del portico e superavano la transenna che delineava la fila, dritti sull’omone basso e gonfio all’ingresso.

-Ué Container, come andiamo!

-Bastian! Ce l’hai fatta!

-Eh il Geco mi ha detto che stasera mette su un po’ di punk new wave, non me lo perdo mica!

Espressione di smarrimento sul volto del Container, con quelle pesanti sopracciglia che aggrottate sembravano la panoramica satellitare degli Appennini.

Bastian si affrettò a correggere il tiro su qualcosa di più semplice.

-Come va con la Simo? Il tipo rompe ancora?

Vedere quelle sopracciglia distendersi sulla sua fronte tonda era come una vodka fresca in un giorno d’Estate. Come quando tutto riacquista un senso.

-Naaah… Sai dopo quella cosa… che era andato a casa di Simona e aveva fatto quella piazzata in mezzo alla strada, e lei era andata dai Carabinieri, ora ha una… una…- sguardo corrucciato di nuovo, ma è un attimo -…ordinanza restrittiva! Quella lì! E la prossima volta che lo beccano attorno a casa sua lo sbattono dentro. E poi…- e qui si avvicina, abbassando la voce, gli occhi a ridere come quelli di un bambino -…io lo sono andato a trovare a casa con un paio di amici, e ti dico che questo qua ci pensa bene la prossima volta che gli vengono i cinque minuti. Molto bene.- e occhiolino finale, d’intesa.

Bastian annuì, complice, e poi, abbassandosi su di lui, stesso tono confidenziale.

-Eh… allora magari è la volta buona che le chiedi di venire a vivere da te no? Voglio dire, sono già mesi che vi vedete…

Non diresti che sul volto tracagnotto del Container possa comparire un sorriso tanto sincero.

Eppure…

-Me la sto lavorando Bastian, me la sto lavorando…- poi, come ricordandosi di qualcosa di importante -Ma che fai ancora qua fuori. Ti perdi tutta la niu uei, entra entra!- e tirando via la corda dalla transenna gli fece cenno di accomodarsi.

-Bella Container, stammi bene!

Nello scivolare dentro si girò un attimo verso la fila di gente ancora bloccata dai capricci del buttafuori. Sguardi annoiati, infreddoliti, pupille dilatate, risate alcoliche, e una ragazza minuta dal caschetto nero e ombretto verde attorno agli occhi, che affondava un’occhiata incuriosita nella sua direzione.

Ci vediamo lì dentro, io e te.

Due ore dopo Bastian le stava succhiando via ogni resistenza con le spalle su uno dei grossi amplificatori della discoteca. Si erano già fatti sulla pista un excursus lungo tutto il punk anni ottanta, e ora, sudati ed esausti, si lasciavano cullare amandosi sul ruvido loop digitale del trip hop anni novanta. Sopra di loro, dall’alto della sua torretta, il Geco, maglietta bianca sudata e occhiali appannati dal calore, regnava su quel piccolo microcosmo muovendo i fili della musica come un burattinaio in acido. Aveva notato Bastian e la tipa già da un po’, e gli aveva donato un giro di jungle soffusa, per scaldare gli spiriti e ritrovare l’istinto animale dentro. Quando poi lo vide inarcare il collo verso l’alto nel momento in cui lei affondava dentro al suo collo per esplorarlo con lingua e denti, scorse l’attimo e decise di cavalcarlo. Dita veloci volarono su tastiera e mouse, e il pezzo precedente cominciò ad andare in sequenza, fino a farsi sorpassare da un sound metallico e industriale. Bastian notò il cambiamento, e mettere a fuoco la postazione del dj fu quasi un riflesso condizionato. Una mano del Geco era sulle cuffie, l’altra scivolava sulla tastiera, mentre ancora li guardava. Poi alzò il palmo davanti al viso, il dito indice su, verso Bastian, solo per lui.

Un attimo, diceva, aspetta.

Dall’amplificatore alle sue spalle cominciò a versarsi un nuovo sound, un’onda irregolare che si alzava e si rialzava e si rialzava senza mai frangersi sulla spiaggia. Un prendere, e poi prendere, e poi prendere senza mai dare, senza mai concedere tregua, un moto peristaltico, continuo, perpetuo. E quando Bastian riconobbe la voce di Bjork non poté fare a meno di lasciarsi scappare una grossa, fragorosa risata.

I wish I want to stay here.

E le sue dita lunghe e sottili afferrarono il viso della ragazza.

I wish this be enough.

E le sue spalle si staccarono dall’amplificatore.

I wish I only love you.

E girarono su loro stessi come ballerini su un carillon.

I wish semplicity.

E la risbatté contro la parete vibrante della cassa.

E la attaccò da ogni lato, con lingua, mani, braccia, busto, ginocchia, gambe.

E fu ovunque in ogni istante, dentro e fuori, attorno e insieme.

E furono uniti, solo loro due al mondo, solo per un momento.

And I have no fear.

I’m only into this to

enjoy.

Nadia, si chiamava. Erano rimasti un’altra oretta assieme, tra palpeggiamenti, esplorazioni orali e intimità divise. Poi li aveva intercettati la sua migliore amica, una bionda riccia e paffuta che parlava a un volume troppo acuto anche per una discoteca, una specie di Miss Piggy sotto metanfetamine, a reclamarla per la fuga. Nadia era con degli amici, dopotutto, e Piggy esce da una storia incasinata, e l’ho già lasciata da sola tutta la sera, e ho il passaggio con lei, e mi terrà il muso per tutta la settimana se non vado adesso, e davvero, mi ha fatto piacere conoscerti, prendi il mio numero, anzi dammi anche il tuo, e ci sentiamo mi raccomando, voglio rivederti, sul serio, voglio rivederti.

Ciao.

Bastian ora era al lounge bar, la Mei gli aveva versato un Godfather senza ghiaccio, e gomiti e schiena poggiati sul bancone e petto in fuori ogni tanto vi si bagnava le labbra. Nell’altra sala la musica continuava, il Geco aveva ceduto la torretta a Maya DJ ed era cominciata la lunga, lenta, digressione monocorde dell’house che avrebbe accompagnato i loro ospiti fino alla fine della serata. Già adesso la pista si andava diradando come olio sull’acqua: rimanevano solo i gruppi alcolici e le loro bottiglie di vino quasi finite, le irriducibili e i loro servi della gleba, e gli ecstazombie, per i quali la serata era appena cominciata esattamente come tre ore prima. Osservandoli Bastian pensava che ne conosceva la metà, e quelli di cui non ricordava il nome poteva collegare a qualcuno che invece sì, meritava addirittura un posto nella rubrica del suo cellulare. Cinque anni che era nella grande città, e la grande città si era rivelata essere non così tanto grande. Delle note ripetute all’infinito, un sorso al suo drink, una nuova storia da raccontare il giorno dopo, e lasciarsi cullare dall’abitudine della notte in cui aveva fatto il nido. Come fosse una madre, come fosse casa. Come fosse sua.

-Basty ciao!

-Oi, Lotty…- le rispose alzando gentilmente il calice. Ecco, lei era stata una delle prime storie da ricordare, abbastanza ostinata da rimanere aggrappata alla sua vita anche dopo l’inevitabile fine del rigido regime di scopamicizia che si imponeva con tutte le conquiste. Una creaturina bassa e follettiforme, con una fontana di riccioli che erompeva dalla testa e grandi occhi nocciola, delle efelidi che le sorridevano sul viso e l’unico difetto di abbreviare tutti i nomi con dei buffi -per lei- vezzeggiativi. Del resto quando il tuo nome è Carlotta o ne imponi una variante decente o ne rimani vittima a vita.

-Carina la tipa. Nuova?

-Arrivata il mese scorso, matricola. Scienze della comunicazione, credo.

-Vendersi bene si sa vendere… dici che sopravviverà alle mitiche due settimane standard del Bastian?

-Chi può dirlo.- e giù due dita di Godfather, calde nella gola -Sei da sola?

-Naaah… mai da sola… Sono con i ragazzi.- e prima di poter notare il panico negli occhi del Bastian, o forse notandolo ma decidendo sadicamente di ignorarlo, su la mano, a scodinzolare nell’aria -Ragazziiiii! Guardate chi s’è fatto vedere!

Una piccola bolla si separò dalla torma sulla pista per spandersi attorno al bancone. Cinque piccoli indiani sopravvissuti all’Agatha Christie delle affinità elettive. Cinque piccoli gesti affettuosi, cinque piccoli sorrisi veri. Gianna: lo spacco di coscia più lungo del vostro busto, il collo alto e dondolante sul quale era un piacere poggiare un bacio leggero. Tuccio: e farsi soffocare la mano dentro le sue dita enormi, con totale e sincero rispetto. Sandro: impeccabile nel suo taglio scolpito dal gel che il cenno della testa non sarebbe mai stato in grado di far muovere, jeans strappati ad arte ad altezza inguine, felpa a righe bianche e rosse e stivali da equitazione. Serena: occhi a spillo, bocca serrata, capelli impazziti, lingua affilata, dentini aguzzi, con i quali di tanto in tanto in passato gli aveva mordicchiato il lobo dell’orecchio, e Valerio, il suo sottile, timido, riflessivo ragazzo, che usava appena un ammicco del suo volto schivo per barattare il saluto di Bastian.

E poi un sesto ragazzo, che gli sfuggiva…

-Ti presento il nostro nuovo coinquilino,- nostro, della casa/comune in cui i sette nani sopravvivevano a fasi alterne -si è appena trasferito da noi.

-Ciao.- un tipo piccolo, stretto nelle proprie spalle, lo sguardo vagante per il locale come di chi non aveva mai assaggiato niente di simile, mano in avanti, raccolta da quella del nostro.

-Bastian, è sempre un piacere conoscere un nuovo acquisto della tribù della Lotty.

-Bastian… è un soprannome o sei proprio tu?

-Ah io non so chi sono. Ma Bastian è una buona scelta…

Mezzo secondo di riflessione sul suo volto, che poi si aprì cadendo in un piccolo cenno di assenso.

-Sì, ci sta. Allora chiamami… mmm… Kerouac. Sì, Kerouac.

E fu allora che per la prima volta lo vide. Era dentro al taglio dei suoi occhi un po’ a mandorla, un po’ lucidi, un po’ giovani, un po’ vissuti.

Il segreto.

Accucciato come un feto nel grembo della madre, raccolto su sé stesso ma pienamente formato, che ogni tanto scalciava debolmente coi suoi piccoli piedini per fare sapere che sì, era ancora lì, e non sarebbe andato da nessuna parte. E che sarebbe cresciuto, prima o poi, e venuto alla luce.

Era di questo che si nutriva Bastian, il motivo per cui tutti si sentivano a proprio agio con lui, il suo sincero interesse nel mistero dell’essere umano. Tutti hanno qualcosa da dire, ma pochi hanno voglia di ascoltare. Anche chi consuma una storia dietro l’altra, chi si distrae con racconti, romanzi, con le chiacchiere della portinaia o dal giornalaio, non fa altro che finire per rapportare tutto a sé stesso, ad appropriarsi delle esperienze altrui, a fantasticare su quello che io avrei fatto in quel frangente, a come mi sarei comportato, a come avrei risolto la situazione. Tutti esprimono, pochi assorbono. E Bastian era uno di questi ultimi. Aveva un innato istinto a conoscere l’altro, chiunque, anche il più banale. Aveva imparato che, se portato allo scoperto, ognuno di loro aveva un tesoro da svelare. E quello del nuovo ragazzo sembrava particolarmente denso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sergio Calvaruso
Sergio Calvaruso nasce in un paese della Sicilia occidentale, ma se ne pente quasi subito e si trasferisce a Bologna, dove vive da diversi anni. Nel frattempo entra nel team degli sceneggiatori del fumetto Killer Elite, etichetta Bottero Edizioni, e crea il personaggio di Debbie Dillinger pubblicato da Daniele Tomasi Editore. Nel 2006 esce la sua graphic novel Lord Fenny, sempre per Bottero Edizioni.
L'ultimo volume a fumetti pubblicato è dedicato al personaggio originale Croce, per la linea Nadazero della Bottero Edizioni, oltre a altri articoli, fumetti brevi e racconti per altre case editrici.
Oltre ai fumetti, è appassionato di viaggi, videogiochi, serie tv, film, cultura pop e tutto quello che racconta una storia.
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