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Paolo Kiri – Obiettore Incosciente

Paolo Kiri - Obiettore Incosciente
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Consegna prevista Settembre 2024
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Da un paese del Salento un giovane contadino parte nel 1938 per il servizio militare e vi rimane fino all’ottobre del 1945.
Lungo il filo della memoria si snoda il racconto di quegli anni, tra avvenimenti a volte bizzarri e comici, a volte tragici e dolorosi, ma sempre vissuti con sofferente umanità.
Paolo attraversa la storia come un soldato per caso ma, come un viaggiatore consapevole, se ne fa anche attraversare, guidato dalla fede nella Provvidenza e, soprattutto, dalla forza degli affetti familiari e dalla saggezza di un sapere antico.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché Paolo Kiri, con i suoi racconti, ci mette di buon umore, insegna ad avere fiducia in noi stessi, a difendere la vita.
Non è un eroe, né un patriota; non è sempre coerente, né sempre onesto. Si improvvisa autista, trombettiere, fantino, marinaio: quasi sempre, durante otto anni di vita militare, finisce in prigione
E’ però il padre che tutti vorrebbero, il figlio che ogni madre desidera, un amico affidabile, un esempio di vita al presente.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1 

Avevo 21 anni, li avevo compiuti il primo settembre del millenovecentotrentotto … 

… da un paio di mesi ero stato arruolato nel Reggio Lancieri Aosta con sede a Napoli. 

I primi giorni i “nonni” fanno ogni sorta di scherzi alle reclute, alle “burbette” come le chiamano loro. I miei fratelli più grandi, che erano partiti prima di me, mi avevano avvertito e quindi sono stato al gioco: mi hanno chiuso in un armadio per fare il jukebox, mi hanno fatto la bicicletta e sia, i gavettoni, e va bene. Una cosa però non mi era andata giù: Mi avevano rubato le scarpe, prima della rivista degli equipaggiamenti. Mi presentai quindi all’ispezione senza le scarpe. Mi venne trattenuta la diaria per tre mesi, per scontare il debito con lo stato. Non avevo quindi ne soldi per comprare le sigarette, a quel tempo fumavo come un turco anzi come un italiano, più di tre pacchetti al giorno. Non potevo comprare i francobolli per scrivere a casa, o prendere una pizza. Insomma rimasi diversi giorni senza uscire dalla caserma. Allora mi organizzai: durante la notte , mentre tutti dormivano, girai per la camerata e cercai tra i “nonni” le scarpe che credevo fossero state le mie. Non contento spostai tutte le destre con le sinistre e numeri grandi con i piccoli scompigliai tutti gli indumenti.
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Il mattino dopo durante la rivista e l’ispezione delle risorse, fu il parapiglia. Qualcuno dei “nonni” mi accusò, disse di avermi visto girare durante la notte e fu la prima volta che andai in prigione. Mi accorsi così che il lettino della cella era più comodo della brandina nella camerata. Non solo, ma si dormiva meglio, non si doveva marciare 8 ore al giorno, non si facevano turni di guardia durante la notte, non andavi a pulire le latrine, la ramazza nelle stalle. Era una pacchia. A me che piaceva leggere non mi sembrava neanche di stare chiuso: quando ti immergi nella lettura, con la mente puoi volare dappertutto. Il cappellano militare poi mi regalò una Bibbia e iniziai i primi capitoli della Genesi.  

Dopo qualche giorno in prigione, giusto il tempo per riposare un poco, la mattina del fatto che vi voglio raccontare, mi avevano messo in libertà.  

Ero schierato in piazza d’armi con il mio plotone e non mi era stato ancora dato nessun ordine di servizio. Il maresciallo schiarì la voce, e con tono di comando, quasi un ordine, disse – Tra di voi c’è un autista in grado di guidare fino a Napoli?- Erano poco più di 7 chilometri dal distaccamento. Serviva un autista di camion per andare al comando generale al centro di Napoli per fare rifornimento di viveri.  

Tutti gli autisti quel giorno erano impegnati, alle esercitazioni militari, alle ambulanze, a portare in giro gli ufficiali e le loro consorti. Il maresciallo del magazzino viveri aveva bisogno di qualcuno che sapesse guidare e lo accompagnasse. 

Io in realtà non avevo mai guidato nessun mezzo, neanche la bicicletta di mio padre, ma mi venne come un lampo, un idea. – E se ci andassi io – Pensai.  

Ma si, piuttosto che andare a marciare per chissà quanti chilometri o essere inviato nelle esercitazioni militari varie o peggio spalare letame nelle stalle, una gita a Napoli sarebbe stata molto meglio e si l’avrei fatta molto volentieri.  

In fondo che ci voleva a guidare un camion.  

Ricordai che al paese c’era un signore che aveva un automobile, l’avevo osservato più di una volta, aveva un ragazzo al fianco una sorta di navigatore, che si occupava di indicare le buche con un poco di anticipo in modo che il guidatore potesse azionare i freni, lo sterzo e tutte le leve che servivano per poterle evitare.  

La scena era questa: il ragazzo gridava “buca!” l’autista rispondeva “vista”, continuava “curva a destra!” “vista”, faceva l’altro con supponenza, “buca!” “vista per la miseria non sono mica cieco”rispondeva quello. Un giorno il ragazzo si stancò di essere rimproverato e mise alla prova il “signorino”. Di fronte ad un muro alto un paio di metri, che lo poteva vedere anche un cieco, si “dimentico” di avvertire il suo padroncino, la macchina non si ricordò di azionare i freni, lo sterzo e tutte le diavolerie che servono per evitare i muri e andò a schiantarsi dritto sul muro che non fece in tempo a scansarsi, sai come sono questi muri distratti. Fu in quel momento che il ragazzo gridò – muro!- e l’autista incavolato nero, – bravo il fesso ora me lo dici-. 

Quindi, se riusciva a guidare quell’imbranato di Don Luigi … 

Ripresi a pensare che poi, in fondo, la strada per Napoli la conoscevo; avevo osservato tante volte gli autisti, quelli veri, guidare i camion. Ci sarebbe stato anche il maresciallo con me.  

Si trattava di girare una chiave, inserire una marcia, accelerare, frenare, abbracciarsi ad un cerchio che forse si chiamava sterzo, ( non avevo neanche 22 anni, si può dire che davvero sapevo poco e niente di guida, camion, segnali,) e girare a destra o sinistra o andare dritto e non girare affatto in casi eccezionali, per esempio se la strada dove devi girare è bloccata. Avevo preso confidenza con questi meccanismi “rubando con gli occhi” come mi aveva sempre raccomandato Tata Tore. 

 – Ma si, posso farcela!- pensai. 

Mi ritrovai poco dopo, su un grosso bestione; iniziai a trafficare con tanto di leve e pedali alla fine il camion si mosse.  

Il maresciallo non sembrava preoccupato, indicava la strada da seguire. Mi dava ordini secchi e senza confidenza.  

-Per la miseria! Mi ricordavo che la strada non aveva grandi curve e tornanti- Pensavo, ma questa volta che a guidare ero io sembrava incredibilmente pericolosa. Vedevo tornanti mai visti, le discese mi sembravano a strapiombo, mi dava l’impressione che i camion che venivano in senso contrario si prendessero tutta la carreggiata. Forse era solo paura, ma cominciavo a pentirmi: forse questa volta non avevo fatto una buona scelta. 

Per fortuna, chilometro dopo chilometro, iniziai a prendere confidenza con il bestione. Quando comparvero le prime case di Napoli la situazione sembrava sotto controllo. 

Il maresciallo indicava la strada e il bestione ubbidiva. 

Mancavano ormai poche curve e saremmo arrivati al Comando Generale.  

-Gira a sinistra- disse il maresciallo ad un certo punto.  

Mi abbracciai a quel cerchio, che iniziavo a pensare che si chiamava proprio sterzo, per dare una sterzata a sinistra ed imboccare il rettilineo del Comando Generale, ma in quel momento vidi sbucare da un angolo cieco un ragazzo con qualcosa in mano, che correva verso il nostro camion guardandosi indietro per vedere se fosse inseguito da qualcuno.  

L’unico modo per non investire il ragazzo era andare dritto: si, quello era una caso eccezionale. 

Di fronte però la strada era sbarrata da un palazzo che era li da secoli, prima ancora che ci fosse la strada, che ricordiamo girava a sinistra.  

Ma quello era un caso eccezionale: dunque andai dritto. 

Al piano terra di quel palazzo c’era un salone di barberia dove di solito andavano ricchi borghesi. In questo periodo invece era frequentato per lo più da ufficiali. Dietro alla stanza principale era annessa una “sala massaggi” dove signorine si occupavano di far rilassare i clienti che se lo potevano permettere nell’attesa del loro turno. 

Il camion, con grande piacere, si infilò nella vetrina del salone, dove in quel momento faceva la barba un sottotenente il quale se la cavò con sei punti di sutura in faccia. 

Il maresciallo con sette giorni di coma in ospedale. 

Io, rimasto miracolosamente illeso, con otto giorni di carcere per tentata strage. 

 

 

2023-12-27

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Antonio Meraglia
Antonio Meraglia nasce a Ruffano nel 1959. Intraprende lo studio della musica all’ età di otto anni. Consegue la laurea in clarinetto e la specializzazione di secondo livello per la formazione dei docenti nel 2008. Si diploma in Jazz nel 2011. Attualmente svolge la professione di arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra, clarinettista e insegnante di clarinetto nelle scuole secondarie di 1° grado. Paolo Kiri, il suo libro di esordio. Lettore per passione, scrittore per diletto.
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