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Il paradiso è un punto di vista

Il paradiso è un punto di vista
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Consegna prevista Luglio 2023
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Elia è un ragazzo di ventiquattro anni, impegnato come tanti nella ricerca di quello che è il suo vero scopo nella vita, quell’elisir in grado di fornire giovinezza e vigore alle sue giornate, evitandogli la spirale di decadimento e noia nella quale vive ormai da qualche tempo.
L’incontro con Marta sembra dargli la giusta motivazione e si mette in gioco, scoprendo una nuova parte di sé. Tuttavia, il signor Destino ha altri piani per lui e si trova catapultato in un viaggio fantastico e risolutore, viaggio che nemmeno nelle sue predizioni più pessimistiche si sarebbe aspettato di affrontare in quel momento della sua vita.

Perché ho scritto questo libro?

Il desiderio di scrivere nasce dalla necessità di scoprire una passione.
Sono sempre stato animato da uno spirito passivo nei confronti della vita, ho cercato per anni qualcosa in grado di infervorarmi, un fuoco ardente su cui concentrare tutte le mie energie e il mio tempo.
Ho provato vari stimoli e infine ho riscoperto la scrittura, un qualcosa che in passato mi aveva dato grandi soddisfazioni e che con il passare del tempo ho accantonato per paura di un sogno troppo fantasioso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRODUZIONE

Non sono uno scrittore, ma suppongo che la parte più difficile sia proprio l’inizio.

Il concetto secondo il quale non bisogna giudicare un libro dalla copertina, è vero, ma in parte.

Viviamo in un contesto sociale votato alle apparenze, al click apatico e superficiale, ci soffermiamo solo su quello che attira immediatamente la nostra attenzione, quasi non avessimo tempo per approfondire il mondo, eppure il mondo lo abbiamo in tasca, in borsa, sulla scrivania.

Credo sia necessaria una modifica al modo di dire.

“Non bisogna giudicare un libro dalla copertina, ma al contempo, non ti costa un cazzo metterne una carina”.

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Ecco, così mi piace, è moderno, al passo coi tempi.

Il contesto sociale va incuriosito a primo impatto, altrimenti si finisce nelle storie visualizzate e dimenticate.

Non sono i migliori presupposti per chi si accinge ad iniziare qualcosa, ma nel corso della mia vita ho sempre preferito mettere le mani avanti, quasi a volermi proteggere.

Un atteggiamento vile e da vigliacco? Probabile, ma è il mio e mi piace così.

Torniamo alla copertina, cosa attirerebbe immediatamente l’attenzione di un lettore nel terzo millennio? Cosa mi darebbe la certezza che qualcuno, aprendo questa prima pagina o venendo a conoscenza di un mio ragionamento, idea, opinione, lo condivida e decida di spendervi soldi, tempo o un semplice pensiero?

Ci ho riflettuto un sacco prima di iniziare, ma non sono riuscito a darmi una risposta soddisfacente, siamo in troppi su questo pianeta e fortunatamente (o purtroppo?) siamo tutti diversi.

Nel mio caso specifico, sarei attirato da un intro egocentrico, spavaldo, che mi faccia pensare: “Questo stronzo ha personalità, vediamo dove va a parare”, ma io sono l’unico al quale non dovrei pensare.

Un’altra persona magari potrebbe essere spaventata da un inizio aggressivo e sfacciato, potrebbe sentirsi attaccata, come se qualcuno gli

stesse imponendo qualcosa. Lungi da me, infastidire qualcuno.

Cerchiamo un approccio “generico”, facciamo un esempio.

L’inizio di un racconto è come sedersi in un ristorante ed aprire un menù.

Quasi sicuramente saremo attratti da qualcosa, che sia una foto, un nome, o un ingrediente. A quel punto potrebbero intervenire i tuoi amici, il cameriere, consigliandoti ed esprimendo delle preferenze personali, magari riuscirebbero anche a farti cambiare idea, ma tu usciresti comunque dal ristorante con la sensazione che quel piatto lì era il “tuo” piatto.

Quindi, questo inizio, è il tuo inizio?

CAPITOLO UNO

Non vorrei sembrasse una lettera di presentazione o l’inizio di un curriculum, ma ci tengo a farvi capire chi io sia.

Mi chiamo Elia, ho 24 anni e da circa dieci anni a questa parte, cerco di capire a cosa diamine servo.

Probabilmente, a molti, sembrerà uno sproloquio qualunquista di chi non è in grado di affrontare la vita.

Spoiler: lo è.

Credete che al mondo esista qualcosa di inutile? Qualcosa di puramente fine a sé stesso, creato da qualcuno per riempire uno spazio vuoto, un qualcosa del quale non si sente la necessità o la mancanza?

Pensandoci bene, anche “riempire uno spazio vuoto” è avere un compito, quindi mi sento ancora più in basso di qualcosa che riempie uno spazio vuoto, che tristezza….

Piccolo passo indietro.

Non sono mai stato una persona decisa, forte, inamovibile. Ho sempre cercato di fare le cose con il minimo sforzo e il maggior risultato, come a dover portare a termine giusto il “necessario”.

Nello sport, nell’istruzione, nei rapporti sociali.

Per tirare fuori un grande classico, sono la perfetta rappresentazione del “è intelligente, ma non si applica”.

Tutti ci siamo sentiti rivolgere questa frase, più o meno indirettamente, da un professore, da un allenatore, un familiare. La parte simpatica è che a me, non ha mai dato fastidio, era la verità e la verità può ferire solo chi non è in grado di capirla.

Perché avrei dovuto prendermela con qualcuno che aveva semplicemente esposto dei fatti?

È ragionevole avercela con un nutrizionista che ti dice che sei sottopeso o con un astrofisico che ti dice che Plutone non è un pianeta?

A voler essere sinceri, ho sempre provato una certa soddisfazione nel “riuscire senza applicarmi”. Sarò un bastardo, ma al liceo, adoravo prendere un bel voto dopo aver studiato per un paio d’ore al massimo, quando tutti si distruggevano i nervi e la schiena, passando ore e ore sui libri. E adoravo riuscire relativamente bene in alcuni sport, addirittura senza sudare e senza la mole di allenamento necessaria a tanti altri.

Poco meritocratico? Forse, ma vanno apprezzate anche certe doti dell’essere umano. E ovviamente bisogna considerare che questo mio atteggiamento si è rivelato, in futuro, controproducente e disfattista.

Non sono diventato un luminare, non sono diventato un atleta.

Mi sono goduto dei momenti, delle piccole soddisfazioni, apprezzando il modo in cui ho raggiunto quel traguardo e non il traguardo stesso, come dicevo in precedenza, provavo una certa soddisfazione nell’arrivare secondo, avendo faticato 1/10 rispetto al primo.

Ho cercato più volte di dare una spiegazione a questa mia inclinazione e nel corso degli anni l’ho giustificata in diversi modi, sono passato dalla pigrizia al poco tempo, dalla mancanza di risorse al pensiero che il mio metodo era quello giusto, quindi perché giustificarlo?

Vicino alla fine del primo quarto della mia vita (conteggio rivelatosi poi errato) finalmente ho trovato la risposta. Io non mi sono mai impegnato, perché niente al mondo mi aveva spinto a farlo.

Non ho mai trovato qualcosa in grado di appassionarmi, di motivarmi, di combattere.

Niente durante la mia vita mi ha entusiasmato al punto di indirizzare e canalizzare su un’unica cosa tutte le mie energie, le mie capacità, il mio tempo.

Per materializzare il concetto, ho sempre vissuto la vita e compiuto le azioni che ne fanno parte come se dovessi semplicemente farle e non come se volessi farle, un po’ come quando da bambino ti dicevano di sistemare la stanza o come quando l’allenatore ti dice di correre cinque giri di campo per riscaldarti, giuro di non aver mai visto nessuno appassionarsi ai giri di campo, corridori esclusi, ovviamente.

Ecco, se proprio volessi descrivere la mia vita in una frase, direi che finora ho fatto solo giri di campo.

Il mio intero percorso è stato un’accozzaglia di scelte fatte all’ultimo secondo e con criteri pessimi.

Ho optato per il liceo che mi faceva meno schifo e per la facoltà che più suscitava la mia curiosità, ma nulla che volessi fare realmente, come trovarsi davanti ad un buffet infinito e non trovare comunque qualcosa di cui vai veramente ghiotto.

Il non avere un obiettivo, miscelato alla mia poca costanza e ad un entusiasmo che soffre di eiaculazione precoce, è stato un mix letale, che è ovviamente sfociato nella noia e nella noncuranza.

Ricordo un avvenimento in particolare.

Era un’afosa giornata di luglio, il 2 se non vado errato, avevo passato le sei settimane precedenti su vari manuali di storia medievale, un esame interessante a dirla tutta, ma l’ambiente era poco stimolante.

Il giorno dell’esame mi presentai al campus insieme a mio fratello, frequentavamo entrambi la stessa facoltà e avevamo deciso di affrontare insieme l’esame.

Entrammo nell’edificio 28 dove si trova l’ufficio 8D, salite le scale ci imbattemmo in una fila interminabile di studenti intenti a ripetere e a pregare qualsiasi divinità, a partire da Buddha fino ad arrivare a Chuck Norris.

Finalmente, dopo quasi tre ore di attesa sento chiamare la mia matricola, “si comincia”, pensai.

Sostenni un buon esame, risposi a tutte le domande, citando anche contenuti poco conosciuti e discussi, mi sentivo l’estate in tasca e la frenesia iniziò a salire. Ad un certo punto il professore mi rivolse una domanda, sapevo rispondere solo in parte ed è quello che feci, imprecando internamente, consapevole, in cuor mio, del fatto che la poca completezza avrebbe inciso sul voto.

Lui mi guardò titubante e con tutta la nonchalance di questo mondo, esclamò: “Peccato, torni alla prossima sessione”.

Iniziai a sentire il sangue defluire dal cervello e un tremolio mi scosse le mani, ma mantenni la calma.

Sono fermamente convinto del fatto che, con i giusti toni, si potrebbe chiedere della cannabis al Papa, ed è quello che feci, chiesi spiegazioni.

In fin dei conti il mio esame era stato altamente dignitoso, addirittura ottimo, non capivo come una piccola mancanza potesse compromettere tutto il resto.

La risposta fu: “La parte che lei non ha saputo esporre, non è riportata nei manuali, è un qualcosa che ho aggiunto io durante una delle lezioni”. Ammetto che la mia presenza durante le lezioni non era stata delle migliori, ma non comunque nulla e ricordo di aver provveduto a racimolare quanti più appunti possibile, ma evidentemente per lui non era abbastanza.

Aveva appena buttato una tanica di benzina su un’auto in fiamme.

Non riuscivo a capacitarmi e dopo vari botta e risposta venni invitato (non gentilmente) a lasciare l’ufficio.

Una situazione frustrante ma abbastanza comune, tutti probabilmente ci siamo imbattuti in un imbecille affamato di potere, ma la cosa grave in realtà fu un’altra.

Subito dopo di me, in ordine alfabetico, venne chiamato mio fratello. Nel leggere lo stesso cognome il professore comunicò direttamente la bocciatura senza dare possibilità a mio fratello di sostenere l’esame, giustificando il gesto come un risparmio di tempo, secondo le sue spiccate doti intellettive, ha presupposto che noi due avessimo studiato insieme e che di conseguenza, la mia “poca” preparazione, coincidesse con la sua.

Avete presente la tanica di benzina di cui parlavo poco fa? Bene, divenne una cisterna.

Inutili furono le mie parole, il mio disgusto e il mio ribrezzo verso il poco rispetto per il lavoro altrui, un piccolo impiegatuccio irrealizzato aveva buttato nel cesso gli ultimi due mesi della nostra carriera universitaria.

Mio fratello, di indole più calma e pacifica, provò in tutti i modi a sedarmi, ma ero troppo agitato e profondamente deluso.

Di ritorno verso casa, ebbi una rivelazione. Non ero arrabbiato per la bocciatura, come lo sarebbe stato un qualsiasi studente, né tantomeno per le motivazioni, ero arrabbiato perché qualcuno aveva mancato di rispetto a mio fratello e soprattutto perché la mia salute fisica e mentale stava scemando a causa di un qualcosa che nemmeno volevo fare, un qualcosa, per me, puramente superfluo.

Decisione presa, il giorno dopo presentai rinuncia agli studi.

Questo piccolo aneddoto credo spieghi al meglio il mio stato d’animo, la noncuranza e il poco impegno con il quale ho sempre affrontato l’esistenza. Un qualsiasi “aspirante storico” avrebbe semplicemente minimizzato l’accaduto, riprovando l’esame e dimenticandosene, proiettato al futuro, al raggiungimento dell’obiettivo e alla fine del suo percorso.

Ogni traguardo, grande o piccolo che sia, non è esule da ostacoli, gli ostacoli lo rendono “vero” e il modo in cui ci interfacciamo con essi tira fuori il nostro meglio, la nostra personalità. Non è possibile guardare e ammirare il mondo dalla cima di un albero senza aver speso delle energie per arrivare lassù. 

Provare questa sensazione, aver voglia di arrampicarsi su un albero, era il mio unico sogno, avere qualcosa per cui combattere e sputare sangue ogni giorno.

Non mi sembrava di chiedere tanto, o sbaglio?

Questa mia mancanza mi causava uno strano senso di alienazione, mi faceva sentire diverso da tutti gli altri, mi sentivo in imbarazzo nel non saper dare una risposta in merito al mio futuro, non sapevo se volevo diventare un farmacista, un pescatore o un archeologo e non capivo come diamine fosse possibile una cosa del genere.

Un sogno ci proietta nel futuro, ci dà forza, ambizione, speranza.

Poi, ad un certo punto, ho capito.

L’umanità (ovviamente con delle eccezioni) è cambiata radicalmente. L’obiettivo primario è cambiato.

Siamo passati dalla voglia di essere felici, all’obbligo di essere migliori degli altri.

La soddisfazione personale, l’appagamento, non è più strettamente legato alla felicità, ma alla “vittoria”, il migliore è colui che arriva primo, colui che si innalza al di sopra degli altri, è felice.

Una delle cose peggiori che ci potesse accadere, o si arriva primi o si è insoddisfatti.

Questa ideologia non mi apparteneva, non la ritenevo la migliore scelta di vita, avrei preferito di gran lunga essere un “perdente felice”, volevo raggiungere un appagamento individuale, trovare uno scopo che avesse soddisfatto me e non un qualcosa che l’intera società avrebbe riconosciuto come un traguardo importante.

La mia felicità, sarebbe stata solo mia e l’avrei raggiunta con il mio metodo, quello che mi apparteneva e mi faceva sentire me stesso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Kevin Fiorino
Kevin Fiorino è nato a Cosenza, nel maggio del 1995. Ha studiato Scienze Applicate durante gli anni del liceo e all’università si è dedicato alle lingue straniere e alla letteratura.
Grande appassionato di sport e dibattito, attualmente lavora presso il Contact Center INPS.
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