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Pet detective, il caso del volpino di Pomerania scomparso

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Consegna prevista Marzo 2025
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Valerio Sella è un investigatore privato, che riceve la chiamata da una donna misteriosa per ritrovare un volpino di Pomerania. A ingaggiarlo, però, è il capo della criminalità organizzata russa che intima a Valerio di trovare Spritz, il volpino, entro 24 h. L’investigatore vuole rifiutare l’incarico, ma il boss lo ricatta dicendogli che avrebbe fatto del male ai suoi familiari.
Valerio, inesperto del mondo animale, per portare a termine la missione ha bisogno dell’ultima persona che vorrebbe rivedere: Federica Bonanni, toelettatrice di cani con la quale aveva avuto un contenzioso in tribunale.
Valerio, Federica insieme a un bulldog, cominciano a perlustrare Roma, in una lotta contro il tempo che li porterà a scoprire che c’è qualcuno di molto pericoloso che vuole mettere le mani su Spritz.
Tra inseguimenti, incontri con coccodrilli e spietati criminali, Valerio capisce di essere finito in un affare più grande di lui, qualcosa che coinvolge anche i servizi segreti nazionali.

Perché ho scritto questo libro?

Da sempre amano scrivere romanzi gialli, in questo caso hanno voluto aggiungere un elemento che rendesse la storia unica e originale: la presenza di un volpino di Pomerania.
Christina ama i cani, soprattutto quelli di piccola taglia e non potrebbe sopravvivere all’idea che qualcuno le rubasse il suo barboncino nano.
Jonathan non possiede cani, ma ama le storie di investigazione. Insieme hanno creato un pet detective bravo nelle indagini e un po’ imbranato con gli animali.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Prologo

I due gorilla lo sollevarono, uno per il busto e l’altro per le gambe, e fu come se avessero alzato un gattino.

Valerio provò a dibattersi, ma la forza dei due era tale, che i suoi tentativi di liberarsi non ebbero alcun effetto.

«Mmmhhh…» cercò allora di farsi sentire. «Mmmhhh… mmmhhh… mmm.»

Il nastro adesivo che aveva appiccicato sulla bocca rese incomprensibili le parole che stava tentando di urlare: “Lasciatemi… cosa volete fare? Mettetemi giù.”

Dopo qualche istante uno dei due uomini pronunciò una frase in una lingua che Sella non conosceva, ma comprese alla perfezione il tono autoritario della sua voce, quindi quello che lo teneva per il busto mollò la presa, facendolo sbattere su un muretto di mattoni che gli ferì una spalla. Valerio non ebbe tempo di rendersi conto di ciò che stava succedendo, che l’altro, quello che aveva parlato e che gli teneva le caviglie, lo spinse facendolo precipitare al di là di quel divisorio.

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La mano destra di Sella scivolò su quella che sembrava una roccia ben levigata, mentre l’altra atterrò su qualcosa di rugoso che non riuscì a definire.

Stordito, cercò di riprendere fiato inalando dalle narici quanta più aria possibile.

Dove sono finito?

Appena terminò di chiederselo la superficie piena di asperità sulla quale appoggiava la mano sinistra, gli sfuggì.

Valerio scivolò di una trentina di centimetri, finché non riuscì ad aggrapparsi a uno spuntone di roccia.

Nello stesso istante udì un rumore secco, brutale, come di due pezzi d’acciaio poco oleati che scorrevano l’uno contro l’altro.

Abbassò la testa, scoprendo che il suolo si stava muovendo con uno stridore minaccioso.

Cosa c’è qua sotto?

La domanda gli arrivò veloce, restando senza risposta. 

Nel frattempo, sopra di lui, i due uomini avevano sollevato di peso anche Federica e si stavano apprestando a far ruzzolare pure lei in quella specie di vuoto. Quando ebbero terminato l’operazione, un terzo uomo, che impugnava una pistola semi automatica, si scostò di una decina di metri, fino a raggiungere una colonnina di cemento dov’era incastonato un interruttore. 

All’improvviso una luce fredda e abbagliò l’investigatore e la ragazza. Sopra la fossa si era acceso un potente faro alogeno.

A quel punto, i due iniziarono a emettere una serie di suoni. Se avessero potuto togliersi il nastro adesivo che gli bloccava le labbra, le loro urla avrebbero squarciato il silenzio di quella serata che si apprestava a iniziare, ma avevano entrambe le mani impegnate ad aggrapparsi a delle sporgenze di pietra per non precipitare.

Il suolo sotto di loro era coperto di coccodrilli, accatastati uno sull’altro, in più strati, come a formare un tappeto… un tappeto che conduceva all’inferno.

Ventuno ore prima

Mercoledì – ore 03:20

Valerio Sella prese il bicchiere e buttò giù un altro lungo sorso.

Gli occhi gli erano diventati lucidi.

Fece una piccola smorfia.

Il Rum cubano non era il suo liquore preferito, ma una volta lo aveva scelto per un’occasione speciale come quella che stava vivendo, e da quel giorno aveva continuato a farlo. Per tutte le altre volte, invece, prediligeva un bel boccale di birra ghiacciata.

Seduto al bancone di un vecchio pub dove si respirava un’atmosfera caraibica, cercò di ricordare quanto tempo fosse trascorso dall’ultima volta. La memoria lo riportò indietro di tre anni.

Riavvolgendo ancora il nastro della sua vita, arrivò a quando era uno studente universitario, e ordinare qualcosa di forte gli dava l’illusione di essere già un uomo vero.

Alzò gli occhi e li puntò sullo specchio che rivestiva la parete che aveva di fronte. L’immagine che il suo sguardo gli restituì era molto diversa da quella evocata dal ricordo, quasi irriconoscibile. Faticando a mettersi a fuoco, cercò di sovrapporre al volto affaticato e segnato del riflesso, quello che si era fissato nella sua testa.

Valerio a vent’anni.

I capelli lunghi, un sorriso aperto e fiducioso e poi gli amici, le bevute, le scorribande in auto fino all’alba, le ragazze…

Se all’epoca qualcuno avesse previsto per lui un futuro da investigatore privato, con ogni probabilità ci avrebbe riso sopra di gusto. Non si era mai immaginato in quelle vesti. In quegli anni si vedeva come scrittore, per esempio. O giornalista. Invece aveva finito col trasformarsi in un detective che stava dietro ai casi di divorzio e alle truffe assicurative, ma aveva anche rischiato la vita diverse volte dopo essersi lasciato ingaggiare dal cliente sbagliato.

Ogni sorsata gli incendiava l’esofago, eppure era di nuovo piantato lì a scolarselo fino all’ultima goccia.

Anche per la sua carriera professionale era stato lo stesso.

A un tratto il dubbio di non essere mai stato davvero felice gli fece accendere un campanello d’allarme nel cervello, che prese a bruciargli più di qualsiasi superalcolico.

Forse sarebbe dovuto andare via…

Ma dove?

Forse avrebbe dovuto abbandonare tutto, lasciarsi alle spalle le storie di tradimento…

Per fare cosa?

Nel frattempo il bar si era svuotato e la musica aveva smesso di suonare.

Sella guardò l’orologio che aveva al polso: le lancette segnavano le tre e venti.

Quelli non erano pensieri da fare nel giorno del suo compleanno.

Si raddrizzò sullo sgabello.

Ancora lo stesso uomo con la mascella disegnata, la barba di un paio di giorni e i capelli alla Bruce Springsteen, lo fissava stupito da dentro lo specchio.

Quarant’anni.

«Buon compleanno!» disse e sollevò il bicchiere in direzione del suo riflesso, simulando un brindisi.

ore 10:40

Quel venti agosto per Valerio Sella fu terribile a causa di tutti i bicchieri che aveva ingurgitato la sera prima.

Si svegliò aprendo prima un occhio poi, dopo qualche secondo, l’altro; era steso di traverso sul letto, con la bocca impastata e una sensazione appiccicaticcia che gli teneva la lingua incollata al palato.

Non aveva voglia di alzarsi, né di rimanere steso sul letto.

Alla fine, senza rendersene conto, spinto più dall’abitudine che dalla forza di volontà, si ritrovò in piedi sulle piastrelle fredde del pavimento.

Si sentiva stordito.

Aveva un fischio nelle orecchie penetrante come uno spillo.

Si stropicciò gli occhi, li chiuse e li riaprì, come se fosse alle prese con un jet lag.

La sensazione era quella di aver smarrito il suo orologio interno.

Riprovò ancora, ma non successe niente. Sembrava che tutto intorno a lui fosse avvolto da una pellicola di plastica.

Sarò mica diventato miope in una notte?

Cercò di mettere a fuoco quelle sagome dilatate che lo circondavano.

Al diavolo.

Uscì dalla camera camminando a piccoli passi, facendo fatica a staccare i piedi dal pavimento.

Dopo aver urinato si fermò davanti allo specchio e non poté fare a meno di accennare una smorfia. Le rughe sul suo viso si stavano accentuando, scavando dei veri e propri solchi, soprattutto agli angoli degli occhi.

Da qualche mese a quella parte era come se il tempo stesse viaggiando a una velocità doppia.

Quarant’anni.

Al solo pensiero di averli appena compiuti, si fece largo in lui una specie di malinconia alla quale tentava di mescolarsi un senso di rassegnazione, ma non gliene diede il tempo.

Sbatté una mano sul lavandino e uscì da quelle quattro mura piastrellate di azzurro che lo stavano soffocando e in quel momento si rese conto che era andato a letto vestito.

Potere dell’alcol.

Indossava una camicia e dei pantaloni con i tasconi laterali.

Andò in cucina e iniziò a prepararsi un caffè.

Riempì la caffettiera e la mise sul fuoco, aspettando che iniziasse a gorgogliare. Quando fu pronto se ne versò una dose generosa in una tazza di vetro e subito ne bevve un bel sorso.

Per un istante si sentì meglio poi, a un certo punto, nel silenzio che lo circondava, riprese di nuovo a ronzargli dentro il senso di malinconia che lo mise di fronte alla solitudine.

Una solitudine totale. Senza compromessi. Come se tutti l’avessero abbandonato.

In realtà a separarsi da lui era stata solo Vittoria, nove mesi prima, quando aveva deciso di mettere fine al loro matrimonio con un gesto che non ammetteva repliche.

Vittoria.

Dopo aver ingoiato quel nome, un muscolo gli si contrasse sulla guancia. Sembrava che la sua bocca non avesse più labbra, tanto le teneva serrate.

Poi presero a fluttuargli davanti agli occhi una serie d’immagini che credeva di aver rimosso per sempre.

“Avevo deciso di fare una sorpresa a Vittoria quella sera, tornare a casa senza avvertirla.

Il caso cui stavo lavorando, un classico spionaggio industriale, lo avevo risolto prima del previsto e di fare il turista da solo a Brescia, in dicembre per di più, non ne avevo la minima voglia.

Quando aprii la porta del mio appartamento, le luci erano abbassate, si sentiva soltanto della musica in sottofondo provenire dalla zona notte.

Vittoria aveva un debole per le canzoni d’atmosfera, soprattutto francesi: sapeva che io non ne andavo matto, quindi di solito le ascoltava quando non c’ero. 

Mi tolsi il soprabito, mi allentai il nodo della cravatta fino a scioglierlo, me la sfilai e, cercando di non far rumore, mi diressi verso la stanza da letto, camminando in punta di piedi.

Probabilmente stava recuperando qualche ora di sonno.

Arrivato davanti alla porta, sentii un gemito soffocato che mi fece esitare.

Stava parlando nel sonno?

Appoggiai una mano sulla maniglia e la aprii.

«Vittoria?» la chiamai subito dopo.

Non riuscivo a credere ai miei occhi.

Nel mio letto c’era Vittoria, nuda, a cavalcioni sopra un altro uomo.

Mia moglie mi stava tradendo con un tipo magro, sottile e ossuto…

Come aveva potuto farmi una cosa del genere?

Come poteva scoparsi un uomo simile? Con il mento aguzzo e gli occhi sporgenti, per di più.

I due, appena udirono la mia voce, si voltarono verso di me. Vittoria fece per staccarsi da quell’essere allampanato, ma lui la bloccò cingendole la vita e tirandola di nuovo a sé. Ancora non aveva finito. Le diede quindi un altro paio di colpi finché non fu soddisfatto e poté abbandonarsi al piacere.

A quel punto mi avvicinai al letto a grandi passi, spinsi via mia moglie e mi scagliai contro il mio rivale. Lo afferrai per il collo, trascinandolo sul pavimento.

L’allampanato si rimise in piedi alla svelta, dandomi una spinta, poi sollevò i pugni.

Ma non ebbe il tempo di mettersi in guardia. Muovendomi veloce lasciai partire un jab destro che lo colpì in pieno viso.

Dopo aver barcollato per qualche secondo, ripartì al contrattacco ma i suoi pugni colpirono l’aria.

Nonostante lo shock che avevo appena subito, mi muovevo bene. In modo agile e veloce.

La mia intenzione era di fargli ingoiare tutti i denti, uno a uno e poi cavargli via anche gli occhi, spezzargli le gambe… ma non avevo considerato Vittoria. 

Quando mi urlò quella serie di parole che non avrei mai immaginato potesse dirmi, mi piantai in terra come se avessi messo i piedi in una pozza di mastice istantaneo.

«Tra noi è finita, Valerio. Il nostro matrimonio è morto e sepolto e lo è ormai da diversi anni.»

Mentre sputava fuori quelle frasi mi guardò dritto negli occhi, come per verificare l’effetto che stavano producendo.

Io avrei voluto ribattere, dicendole molte cose, tra le quali: «No, Vittoria, non ti credo» e ancora: «Quel lurido verme ti ha fatto il lavaggio del cervello» ma non ci riuscii. Non aprii bocca. Me ne restai immobile come se i miei ingranaggi emotivi fossero inceppati.

A quel punto l’allampanato ebbe via libera. E ne approfittò.

Mi diede un colpo che mi spaccò il labbro superiore, facendomi saltare un incisivo.   

Ma il dolore non lo sentii neanche.

Quello che mi stava facendo davvero male, erano le parole che mi aveva gridato contro Vittoria.”

Improvvisò quella sorta di monologo interiore con grande lucidità, come se lo stesse raccontando a qualcuno, a uno psicologo che di certo lo avrebbe ascoltato, ma soprattutto capito. Poi restò per qualche altro istante a fissare la monotonia della parete bianca che aveva di fronte, quindi riprese in mano la tazza di caffè, buttando giù nell’esofago quel che restava.

Il nostro matrimonio è morto e sepolto e lo è ormai da diversi anni…

Doveva sgomberare la testa da quei pensieri, e per farlo non c’era altra maniera che mettersi in moto.

Iniziò a guardarsi intorno.

Una giornata libera. Ecco di cosa aveva bisogno.

Fece un bel respiro e iniziò a concentrarsi sul padel.

Da troppo tempo non andava a farsi una partita ed era arrivato il momento di porvi rimedio.

L’istante successivo, Vittoria era diventata: “Vittoria chi?” e nella sua testa già andavano prendendo forma il campo, il suo amico Giulio e le bordate che gli avrebbe tirato contro.

Per la serie: L’uomo pianifica…

A un tratto, quella specie di idillio fu interrotto dal suono del telefono.

Al quarto trillo Valerio riuscì a mettere le mani sul suo cellulare e, pur notando la scritta “anonimo”, rispose.

«Parlo con il signor Sella, l’investigatore privato?» disse una donna dall’altra parte del telefono. Aveva una voce profonda e calma allo stesso tempo che arrotava leggermente le R.

«Dipende. Lei chi è?»

«Sapere chi sono io al momento non è una priorità. Dovrà avere pazienza. Intanto c’è una cosa che devo dirle.»

«Pazienza?» gli venne da ripetere seguendo l’istinto, senza nascondere un pizzico d’ironia.

«Lo saprà al momento opportuno, non si preoccupi.»

La telefonata stava prendendo una piega che non gli piaceva.

«Mi dica, cosa vuole…»

«Dobbiamo incontrarci, signor Sella.»

«Se vuole ingaggiarmi dovrebbe venire nel mio ufficio… si trova in via…»

«Lasci stare il suo ufficio, le darò io tutte le indicazioni.»

«Che genere di indicazioni? Di cosa si tratta?»

«Accetti di vedermi. Ascolti quello che ho da dirle e poi, se vorrà, non sentirà mai più parlare di me.»

Un po’ strano come approccio…

Il pensiero gli arrivò in testa sostando solo qualche momento, per poi filare via e lasciare un accenno di dubbio sul suo viso.

L’investigatore abbassò lo sguardo prendendo a fissare il pavimento, come se potesse suggerirgli qualcosa.

«D’accordo» disse alla fine.

A quel punto ci furono alcuni istanti di silenzio.

«Le manderò un messaggio con l’ora e il luogo dell’incontro. E cerchi di essere puntuale» concluse, chiudendo la comunicazione. 

Per un attimo a Sella il tono di quella voce sembrò avere qualcosa di familiare, ma era probabile che fosse solo una suggestione.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Christina B. Assouad e Jonathan Arpetti
Jonathan Arpetti: scrittore e sceneggiatore. Ha pubblicato I love Ju – il romanzo d’amore sulla Juventus; Chef love - Rizzoli. Come saltano i pesci – Leone e Tiro libero – Sperling&Kupfer - (i romanzi degli omonimi film). Delitto dietro le quinte e Leopardi si tinge di nero - Fanucci. Io e Spike - Sperling&Kupfer. Co-sceneggiatore del film La ballata dei gusci infranti e Neve.

Christina B. Assouad è nata a Denver (USA). Laureata in Lingue e letterature straniere e in Scienze e tecniche psicologiche. Ha scritto romanzi per la collana Youfeel di Rizzoli, per Fanucci editore e Leggereditore. “Incontri bilanciati” esce per Morellini nel 2021. Insegnante di scrittura narrativa e ghostwriter. Scritturanarrativa.it è il suo sito personale.
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