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Profumo d’estate –

Il clamoroso caso del serial killer di Cinto di Fimbria

Profumo d’estate
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Consegna prevista Settembre 2024
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Siamo in Sicilia, nel paesino Cinto di Fimbria, dove la campagna lambisce il mare e si allunga a toccare le colline che abbracciano le case assolate.
In questa terra, spesso madre chioccia, nasce e cresce l’amicizia di cinque giovani.
Un legame costante e devoto che sfocia in un patto di fratellanza che li unirà per tutta la vita.
Purtroppo anche nelle piccole comunità serpeggia il demone del male ed ecco che iniziano a cadere, sotto i colpi di un efferato killer, alcuni abitanti del borgo.
Uomini magari di discussa moralità che con la loro morte inaugurano tempi sciagurati, rivoluzionando per sempre il destino e la realtà del piccolo borgo marinaro.
La stampa e la polizia si mobilitano. Le indagini che all’inizio brancolano nel buio si fanno serrate, fino ad arrivare all’ultima pedina in gioco che chiuderà apparentemente il cerchio.
La storia dei cinque ragazzi si intreccia con quella delle vittime dando vita a un epilogo che sconvolge mettendo insieme riflessioni contrastanti.

Perché ho scritto questo libro?

Ispirato dai ricordi legati alla mia gioventù, ai giorni vissuti in spensieratezza, dagli odori e dai sapori genuini di un tempo, dalle giornate in campagna.
Mi sono intromesso nella storia indossando spesso le maschere dei protagonisti influenzando di fatto il racconto.
L’amicizia così come la concepisco, lasciando libero il pensiero del lettore affinché non si senta obbligato a nessuna morale. Invito alla riflessione riguardo i concetti di bene e di male in relazione all’esistenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRODUZIONE

La bellezza di una mano sporca di terra è custodita dentro lo sguardo colmo di dignità di chi la mostra senza imbarazzo.

L’umiltà è una qualità che sta estinguendosi in un ambiente deprecabile di assoluta indifferenza, di empio silenzio.

Passeggio lungo una stradina che attraversa la campagna e osservo il luogo intorno che avrei tanto desiderato definire “immutabile” ma che purtroppo così non è.

Ogni passo che getto sull’asfalto che ricopre il sentiero, mi riporta con il pensiero a quando percorrevo questa stessa stradina sprofondando con le scarpe qua e là nella morbida terra.

A quando mi pungevo le caviglie con le ortiche sparse ai margini e a ogni puntura un gemito di fastidio.

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Gli agrumeti occupano la stragrande maggioranza del territorio di campagna ormai ridotta negli spazi dal repentino e continuo affiorare di edifici grossolani, tutt’altro che faceti.

Gli alberi sono colmi di zagare ma i rami chini verso il basso sembrano voler indicare dove andranno a finire poi, buona parte dei frutti.

La confidenza con il profumo di quei fiori è tale che sarebbe possibile compararla all’intimità di due corpi che si amano.

Spesso a questi fiori ho affidato la custodia dei momenti felici vissuti in quegli anni, così da poterli rivivere oggi nella forma che hanno esattamente ora: piacevoli ricordi.

Chiudo gli occhi e aspiro a pieni polmoni.

Riassaporo l’incanto di questa essenza magica.

In questo incanto ciò che ho sotto i piedi non è più asfalto ma torna a essere campo, ciò che ho in testa non sono più debiti e bollette ma il suono di un’amorevole voce che mi sussurra:

«Mangia, vedi che non cresci se non mangi.»

In questo incanto non sono solo, bensì al mio fianco c’è una donna matura, che mi tiene per mano.

Il suo sguardo è dolcemente materno, vissuto, un po’ stanco.

In questo incanto la donna raccoglie una zagara dal ramo di un albero, chinandosi delicatamente fa per porgermela, le sue parole suonano melodiose e calibrate:

«Tieni, odora: questo è il profumo dell’estate che sta arrivando. Si dice che questi fiori custodiscano i segreti della terra in cui sono sbocciati…»

26 Novembre 2010

Past’i Mennula

Luciano Mendola è un avvocato originario di Cinto di Fimbria, borgo marittimo sito nel golfo di Augusta.

Nel paese è noto da tutti come Past’i Mennula che vuol dire “Pasta di Mandorla”. Deve tale soprannome dall’incommensurabile caratteristica dell’essere un professionista assai malleabile.

Senza troppi giri di parole, sarebbe oggettivamente più corretto esprimersi utilizzando lo specifico aggettivo calzante a distinguere codesta peculiarità, ossia Corruttibile.

Quella sera faceva ritorno a casa dopo una giornata trascorsa entro le pareti del solito tribunale, tra scartoffie e polverosi archivi, stanco e stressato come sempre e con la mente pressata dai cattivi pensieri.

A dargli animo non vi era riuscito nemmeno il giudice Castromagni e quel processo che, soltanto una settimana prima, aveva decretato la sua vittoria in un caso decisamente impossibile. Caso che aveva rischiato di sfuggirgli di mano essendone uscito sconfitto nei precedenti due gradi di giudizio.

Non sarebbe stata certo la sua prima causa persa ma questa determinata controversia vedeva coinvolte persone che avrebbero seriamente potuto creare qualche disturbo alla sua incolumità, con la parola “disturbo” si sta facendo uso di un eufemismo.

Il fatto riguardava una denuncia per violenza privata aggravata e tentata violenza sessuale, riferita da una giovane ragazza e che vedeva imputati due loschi individui.

L’avvocato Luciano Mendola, per quest’ultimo dibattimento in Cassazione, aveva dato sfodero a tutte le sue infide armi a egli affini, truccando nettamente a suo favore, il processo. Tanto da poter clamorosamente ribaltare la posizione dei propri assistiti.

Puntando dritto a una precedente questione processuale insorta nei primi due gradi di udienza, cioè la presunta difficoltà da parte della vittima di riconoscere i volti degli imputati senza risentire di alcuna titubanza né di dubbio allorché i volti di coloro che avevano perpetrato il biasimevole reato, secondo le dichiarazioni della stessa vittima, fossero coperti da non precisate bardature a mo di maschere.

Partendo da questo punto, Past’i Mennula chiese ai propri protetti di ribadire i finti alibi verbalizzati sin dai più remoti interrogatori.

Questa volta però tali alibi, sarebbero stati suffragati da altrettanto false testimonianze, accuratamente racimolate per l’occasione.

Giusto poi per sentirsi più sicuri, aggiunse al libro paga un sostanzioso finanziamento del privato conto corrente bancario del sopracitato giudice Castromagni.

Il capolavoro fu compiuto, becera come ogni cosa al mondo che può compararsi al significato della parola Ingiustizia.

I clienti furono assolti con formula piena, dichiarati estranei ai fatti.

Questa decisione fu accolta dalle urla strazianti della vittima e dallo sconforto dei parenti che l’avevano sostenuta in modo estenuante per tutta la durata di quella lunga e difficile battaglia.

Essi furono consci del fatto di essere stati sfregiati da una deprecabile e iniqua sconfitta.

Da quella vicenda erano passati solamente sette giorni e già, l’avvocato Luciano Mendola detto Past’i Mennula, si era imbottito la testa con altri pensieri privandosi di ogni spazio per gli scrupoli.

Nella sua scala di valori non esisteva alcun gradino che fosse dedito ai rimorsi di coscienza.

Se per assurdo si provasse a immaginare uno strumento capace di misurare la sensibilità di un uomo, e questo strumento potesse esprimersi in valori numerici, nel caso di Past’i Mennula quel numero sarebbe perennemente pari a zero.

Scese dalla macchina appena parcheggiata nel giardino, sobbalzò nel notare una macchiolina bianca che spiccava nel blu metallizzato che colorava l’auto.

Dopo lo spavento iniziale, tolse con facilità quella che risultò essere la defecazione di un piccione e tirò un sospiro di sollievo.

Aveva temuto potesse essere un graffio e intimorito dalle nefaste fantasie scaturite da questo lugubre pensiero, riaccasò.

La villa in via Costanza era ubicata nella frazione di Acelli, nella periferia nord di Augusta e conosciuta come la via dei culichini ad indicare una contrada di benestanti.

Aprì il frigo e tirò fuori una confezione di formaggio svizzero di ottima qualità e una di foie-gras francese. Si abbassò allo stipetto per prendere qualche fetta di pane azzimo tostato e si sedette a tavola. Con lo sguardo rivolto allo schermo del televisore, tra un boccone e l’altro, iniziò a lanciare urla e strepiti scanditi da deprecabili maledizioni.

Com’era sua consuetudine, una volta inoltrato e protetto dalle mura amiche, cominciava a dare sfogo alle frustrazioni. Quotidianamente, per tutta la durata della giornata, tendeva a sopprimere la rabbia accumulando ogni sorta di furore represso. Capitava spesso che a sera, nell’intimo della propria abitazione, si lasciasse andare a prorompenti manifestazioni d’ira, una patologica furia che riversava su qualunque cosa capitasse a tiro.

Inveiva, si accaniva, insomma, un pazzo.

Nel suo delirio capitò di litigare con un televisore distruggendolo.

Anche con un frigo, con un antenato dipinto su un quadro alla parete, con uno specchio e d’innanzi ad uno specchio, dunque, con il riflesso di sé che lo specchio gli rimandava.

Dopo di questi evidenti e temporanei lassismi psichici della durata di qualche decina di minuti, tornava ad indossare le proprie vesti in quella che era la rappresentazione esteriore più congrua al falso se stesso. Infine, sfiancato, faceva il conto dei danni.

Quella sera, avendo dimenticato di prendere il vino dalla cantinetta, era ora obbligato ad alzarsi da tavola. Ottimo pretesto per dar principio alle agitazioni:

«Porca vacca maiala zozza! Ma come minchia si fa? Sono un cretino. Io-sono-un-cretino…»

I puntini di sospensione stanno significando che questo sbraitare, non fu certo limitato a quanto riportato, né in termini di durata né tanto meno in termini di gravità delle imprecazioni.

Colpì con un pugno una sedia che cadde rovinosamente, lanciò via un piatto che immediato si frantumò al contatto con il pavimento. Poi, una volta indirizzato verso la cantinetta, passando vicino ad una cassettiera, vigorosamente mollò un calcio.

Purtroppo per lui però, le scarpine di pelle e tecnofibra del famoso produttore italiano di cui portavano la firma e dall’esoso costo, non furono l’ideale ad attutire l’impatto con il massiccio legno di noce di cui era costituito il suddetto mobile.

Apriti Cielo: «Ahi, ahi!»

E giù, come un fiume in piena:

«Puttana da miseria latra, miserabile e disgraziata…»

Fuori il vento insistente continuava a smuovere leggermente i battenti della finestra chiusa.

Past’i Mennula stava sopendosi sul divano quando il telefono squillò:

«Caro, che fai?»

«Sto dormendo!»

«Ma che hai? Sei seccato?»
«Sì. Anzi, no. Non lo so, stavo dormendo.»

«Hai bevuto?»

«Senti lasciami stare, ti richiamo io più tardi.»

La donna riagganciò senza salutare, offesa.

La relazione di Luciano, avvocato siciliano, e Romana Pizzella, casalinga, era una relazione prepotentemente celata. Romana aveva marito e due figli. La clandestinità del loro rapporto provocava all’uomo uno strano senso di avvilente disturbo che lo spingeva a stare male o, come in questo caso, a stare peggio.

Si alzò, andò a prendere la bottiglia lasciata sul tavolo e tornò al divano. Dalla telefonata ricevuta dall’amante, passarono circa venti minuti tutt’altro che placidi quando suonarono alla porta.

Sbuffò pesantemente all’idea che potesse essere lei.

«Eccu, poi dici ca unu non ava tirari i cosi nta l’aria!»

27 Novembre 2010

Telegiornale delle 13:00

«… ci spostiamo adesso in Sicilia per un fatto di cronaca che ha lasciato nello sconcerto il paese di Augusta, nel siracusano.

La linea alla nostra Beatrice Alessi Pamparani.»

«Legato per i polsi e le caviglie al letto. È stato trovato così il corpo privo di vita dell’avvocato penalista Luciano Mendola.

Originario di Cinto di Fimbria, piccolo centro abitato, affacciato sul golfo di Augusta, si era trasferito da poco in questa villa situata ad Acelli, frazione aristocratica del paese.

Qui, dove adesso noi ci troviamo, come potete vedere, proprio alla fine di questo viale alberato si trova la villa in cui stamane i carabinieri hanno rinvenuto il corpo della vittima.

Questa mattina, il legale non si era presentato a una importante riunione di lavoro.

Preoccupata da questa inconsueta assenza, la sua assistente, dopo vari e vani tentativi di rintracciare l’uomo, ha allertato il 113.

Secondo una prima ricostruzione, i militari giunti sul posto, dopo una serie di controlli intorno all’abitazione, avrebbero notato delle luci accese da una finestra.

A quel punto avrebbero deciso di fare irruzione.

Secondo alcune fonti, si tenderebbe a escludere l’iniziale ipotesi di una tentata rapina finita male, poiché nella villa non sembrerebbe mancare alcun oggetto di valore e soprattutto la casa, non sembrerebbe presentarsi in evidente disordine.

Inoltre non risulterebbero esserci segni di scasso né di effrazione, questo farebbe supporre che la vittima avrebbe fatto entrare volontariamente quello che poi si rivelerà essere il suo aguzzino, gli inquirenti ipotizzano che la vittima potesse conoscere il proprio carnefice.

Questa mattina abbiamo avuto modo di raccogliere alcune testimonianze a caldo, tra la gente giunta sul posto, molti di loro conoscevano personalmente la vittima.

Vediamo il contributo.»

«Buongiorno signora, lei conosceva il signor Mendola?»

«Certo che lo conoscevo. Un bravo cristiano era, ah meschinu»

«Conosceva la sua famiglia?»

«No, Lucianeddu era schettu»

«Mi scusi?»

«Era solo, stava solo và!»

«Signore, mi scusi. Lei conosceva l’avvocato Mendola?»

«E chi non conosceva Past’i Mennula!»

«Che idea si è fatto lei? Che cosa è potuto accadere?»

«Ah, ognuno sa quello che fa. Non è che era una persona limpida, limpida…»

«Cosa vuol dire, si spieghi meglio.»

«Eh signorina, avvocato era. Gli avvocati non è che hanno il vestito bianco, gli avvocati di nero si vestono!»

«Ragazzi, scusate un attimo. Voi conoscevate il signor Mendola?»

«A Cinto di Fimbria ci conosciamo un po’ tutti. Noi di là veniamo, certo che lo conoscevamo!»

«Che tipo era? Che persona era l’avvocato Luciano Mendola?»

«Un po’ così, particolare!»
«In che senso, scusa?»

«Da noi si dice: li guai dilla pentola  li sapi la cucchiara chi li rimina!»

«Ehm, si, bene. Torniamo con le immagini in diretta.

Stando dunque alle primissime dichiarazioni colte un po’ in giro, sembrerebbero poter essere molte più di una,le possibili piste su cui dovranno vertere le indagini.

Comunque noi vi terremo informati sugli eventuali sviluppi di questa storia.

Per adesso è davvero tutto, ridò la linea allo studio.»

«Grazie Beatrice.

Cambiamo ora decisamente argomento…»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Roberto Sabato
Roberto Sabato nasce a Taormina e cresce Giardini Naxos, borgo siciliano in provincia di Messina.
Inizia per diletto a scrivere poesie e brevi racconti utilizzando la scrittura come stratagemma utile a sconfiggere l’apatia dei pomeriggi piovosi d’inverno.
Nei suoi romanzi gli schemi narrativi divengono volutamente evidenti, i tanti personaggi secondari, maschere di passaggio, fanno la loro comparsa esibendosi in un lasso di tempo appositamente fugace ma sorprendentemente bastevole.
Il sarcasmo sottile e tagliante, irrisorio a volte, sono espressione di un’idea critica e sempre lucida riguardo un presente e una realtà non sempre condivisa.
Che Roberto Sabato sia uno scrittore fuori dagli schemi lo si evince dai suoi lavori, frutto di uno schietto raccontare, senza peli sulla lingua, con irriverente estro e perché no, un briciolo di ironia.
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