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Giovanni sa di essere un frammento, parte incompiuta del disegno che lui e Anna non sono riusciti a tenere insieme. Vittime di un matrimonio ormai in frantumi, Ettore e Olivia crescono uniti, complici soprattutto nel male, lo spettro dell’assenza a imbrigliare loro la vita.
E se i guai non tarderanno ad arrivare, certo è che una famiglia è per sempre.
Anche quando non c’è più.

Perché ho scritto questo libro?

Se ci si guarda intorno, se si osserva con attenzione la propria famiglia mettendola a confronto con quelle degli altri, si giunge a un’ unica, inesorabile conclusione: sono i guai che tengono unite le persone, non le promesse, non i legami di sangue, non gli anelli, i guai. Perché è tra i guai che l’amore viene messo alla prova. E vince.
Ogni volta vince.

ANTEPRIMA NON EDITATA

                                                           

Puzzle

Breve storia di una famiglia a incastro imperfetto

                                                                                                                                       A mia nonna,
                                                                                                                                       come ogni cosa bella.

                                            Giovanni

Verrà un giorno in cui la nostra anima lascerà questa terra
e io so che, calzature o meno, lo farà dai piedi.
Perché è dal basso che si può salire, non dalla testa, non dallo stomaco,
dal basso. A dispetto del cuore.
Ché morire è una rivoluzione.
E le rivoluzioni, ogni volta, partono da giù.

                                              1

Immagina.
Stai guidando a 50 km/h su una strada a doppio senso di circolazione. Le macchine sulla carreggiata opposta, di fronte a te, sfrecciano infischiandosene del limite di velocità.
Non puoi rallentare per nessun motivo al mondo, rischio tamponamento con la macchina seguente. A sinistra c’è un ciclista che dovrebbe stare a destra, a destra un centauro tenta il sorpasso virando pericolosamente verso la bici.
Insomma, i veicoli convergono tra loro e in pochi secondi sai che li investirai entrambi, la profezia è ineludibile.
O quasi: in effetti, potresti girare lo sterzo verso uno di loro, in modo da non colpirli tutt’e due.
Però c’è poco, pochissimo tempo per riflettere.
E tu sei nel panico, porco demonio.

Be’, tecnicamente – pensi – dovrei schiacciare il motociclista: non solo sta sorpassando da destra, ma lo sta facendo anche superando il limite di velocità. È in torto due volte, concludi.
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Fai per virare nella sua direzione quando tre ipotesi ti si parano davanti e te lo impediscono:
1) magari il tizio in moto ha una famiglia, mentre il ciclista è solo;
2) forse il centauro è un tipo allegro, avido di vita, che sprizza gioia da ogni poro, mentre il ciclista soffre di una grave forma di depressione che lo porterà a tagliarsi le vene stasera dopo cena;
3) è possibile che il primo sia una brava persona – faccia volontariato, raccolga cuccioli per strada, doni l’otto per mille alla Chiesa cattolica – mentre il secondo sia uno stronzo patentato. Come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, del resto.
E quindi, che si fa?
Hai le visioni. In ordine sparso ti volteggiano innanzi Hannah Arendt, Kant, Gesù, Socrate, la Bibbia e tutta l’Etica Nicomachea.
Ma chi sono io per scegliere chi deve vivere e chi deve morire?
Come posso ergermi a Creatore Supremo arrogandomi il diritto di decidere una roba del genere? Chi mi credo di essere?

Alla fine rallenti per quanto possibile e chiudi gli occhi. Perché in fondo è questo, è sempre questo che fai quando ti trovi dinanzi a una scelta difficile: chiudi gli occhi, ti affidi al caso, e lasci che le cose vadano come devono andare.
Come sempre, a cazzo di cane.

                                            2

Oddio. Spalanchi la portiera e ti catapulti giù, in strada tra i feriti.
Oddio, Oddio, Oddio.
Poco distanti dalla vettura, ciclista e motociclista fondono i loro corpi in un unico groviglio indistinto, un ammasso di braccia e gambe e ruote e sangue.
«Mi dispiace, scusate, chiamo subito un’ambulanza», farfugli nel panico agli sconosciuti riversi sull’asfalto. Li tocchi, li smuovi, cerchi di ottenere una qualche reazione, non sai neanche di che tipo. Senti il bagnato sulle mani e dici a te stesso che stai sudando, sudi liquidi scarlatti, caldi, in un certo senso vivi. Dietro di te il conducente di un caravan rallenta la sua corsa per poi fermarsi e venire in tuo aiuto. Dopo di lui, altre vetture fanno lo stesso, tanto che in un attimo ti trovi circondato da una folla urlante che via via s’infittisce evocando sventure e bestemmiando Dio.
Non riesci a prestare attenzione alle parole della gente, senti solo il calore della strada che brucia le ginocchia e intorpidisce la ragione, senti i lamenti di uno dei feriti, i click dei cellulari.
Che avete da fotografare.
Chiamate i soccorsi, vi supplico.
Il centauro sputa, impreca, prova ad alzarsi scrollandosi di dosso il ciclista. Ti rivolge un’occhiata carica di odio, sdegno, rancore. Realizzi che è vivo, ché i morti in strada perdono le scarpe ma non odiano mai. Mentre l’ammasso di muscoli raggiunge claudicante il margine della strada, fissi speranzoso il ciclista che invece non si muove. Il suo mezzo è in frantumi, gli ingranaggi hanno stracciato la tuta gialla e blu fino a conficcarsi nella pelle, un rivolo di sangue parte dal ventre dell’uomo e ne raggiunge le calze impolverate. Una scarpa c’è ancora, l’altra è volata lontano.
Mamma direbbe che è giovane, ma solo perché lei ha passato i cento e quando hai passato i cento la vita negli occhi di chi ha vent’anni in meno di te ti sembra un percorso a lungo termine, una strada infinita piena di biforcazioni, curve, salite, discese e chissà che altro.
La verità è che sarete coetanei, tu e lui, ruotate attorno all’età in cui si è soliti tirare le somme della propria esistenza per decidere se considerarsi o meno dei falliti.
Tu hai cinquant’anni e non sai tenerti un lavoro. Hai cinquant’anni e due figli che ti parlano a stento, tre rate d’affitto che pagherai il mese prossimo, forse.
Hai cinquant’anni, e se ieri non sapevi chi eri, adesso puoi urlare al mondo che sei un assassino. Ma non ci sarà bisogno di farlo.
Tra poche ore, tutti ne saranno già al corrente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Marianna Romeo
Nata a Catania il 16 maggio 2003, ho frequentato con passione il “Liceo scientifico Leonardo” nel comune di Giarre (CT), per poi proseguire gli studi all’Università di Lettere.
Al momento posso vantare solo metà laurea, ma prometto che non smetterò mai di studiare.
Così come non smetterò mai di scrivere, a prescindere dai risultati.
Dopo anni di fiaschi su Wattpad, nel 2021 ho pubblicato un romanzo intitolato “Posso andare in bagno?” per la casa editrice Noctua Book. Il testo è stato – con mia grande, grandissima sorpresa – ristampato più volte e scelto nel 2022 come vincitore del Riposto Book Fest.
Ho anche potuto giocare a fare la giornalista con testate quali MeridioNews e New Sicilia.
Da mesi gestisco il blog “Lettori in osmosi”, in cui recensisco libri stupendi. Ho tre followers, ma atteggiarmi a critica letteraria mi diverte comunque.

Grazie per essere qui,
un abbraccio
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