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Quadrilogia Milanese 1974 - 2020

Quadrilogia Milanese 1974 - 2020
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Consegna prevista Marzo 2023

Milano è una sequenza di scenografie aperte lungo un corridoio infinito.
La diacronia delle quattro narrazioni è importante per la Quadrilogia come lo sono le unità aristoteliche nel singolo episodio. Quante storie urbane reggono all’usura del tempo? I palazzi permangono, la topografia in larga parte, pure. Ciò che cambia è lo “spirito della città”, il sentore delle sue viscere. Le vicende narrate dai gialli classici più monumentali, da Agatha Christie a Ellery Queen e James Hadley Chase, perdono il confronto con l’evoluzione tecnologica e sono molto difficili da trasportare nel tempo ma più di questo pesa il mutato spirito. In ogni racconto della Quadrilogia, c’è un diverso sguardo nel milanese e verso il milanese.
Le ere della vita si misurano in decadi, la mezza che ho aggiunto vuol rendere conto della transizione, del fluire della decadenza, così da suggerire lo spirito futuro, nel compimento manierista di quello passato.

Perché ho scritto questo libro?

Conosco e vivo Milano da sempre e mi è sembrato necessario dedicare una raccolta di racconti alla mia città.
Quando un milanese dice “a Milano”, non parla dei muri, delle strade, delle piazze, neppure dei monumenti. Intende quello spirito che si respira e che diventa il vero contenuto della cornice urbana. Nell’incipit di Manhattan, Woody Allen sintetizza perfettamente: “New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”.
Si parva licet componere magnis, Milano è la mia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Prefazione

Quando un milanese dice a Milano, non parla dei muri, delle strade, delle piazze, neppure dei monumenti. Intende quello spirito che si respira e che diventa il vero contenuto della cornice urbana. Nell’incipit di Manhattan, Woody Allen sintetizza perfettamente: “New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”.

Si parva licet componere magnis, Milano è la mia.

Per uno scrittore di polizieschi, questo spirito di appartenenza reciproca è vicino all’anima stessa del racconto. Milano è una sequenza di scenografie aperte lungo un corridoio infinito. La diacronia delle diverse narrazioni è importante come lo sono le unità aristoteliche nel singolo episodio.

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Quante storie urbane reggono all’usura del tempo? I palazzi permangono, la topografia in larga parte, pure, ciò che cambia è quello spirito. Ci sono certamente i fatti materiali, quegli stessi fatti, come l’evoluzione tecnologica, che rendono intrasferibili nella contemporaneità quasi tutte le vicende narrate dai gialli classici più monumentali, da Agatha Christie a Ellery Queen e James Hadley Chase, ma soprattutto c’è lo sguardo diverso del milanese e verso il milanese: c’è il mutato spirito.

Le ere della vita si misurano in decadi, la mezza che ho aggiunto ai passi in questa quadrilogia vuol rendere conto della transizione, del fluire della decadenza, così da suggerire lo spirito futuro, nel compimento manierista di quello passato.

DGP

I nomi e gli eventi storici sono citati allo scopo di restituire la concretezza del contesto e non sono parte delle azioni narrate.

Tutti i personaggi e le situazioni sono frutto della fantasia dell’autore e qualsiasi riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

SBIRRI, non poeti

La prostituzione e il furto sono due proteste viventi,

maschio e femmina,

dello stato naturale contro lo stato sociale.

(Honoré De Balzac)

Accompagnamento

Pablo, F. De Gregori, 1974

1. Milano, domenica 13 aprile 1975

Ore 05:50

Pioveva che Dio la mandava ed Emilio camminava avanti e indietro in salotto. Non aveva dormito tutta la notte, continuava a leggere a mezza voce. Teneva il foglio davanti e provava ad abbassarlo di tanto in tanto, per trovare più enfasi, come se le parole, invece che dal ciclostile, gli uscissero spontanee dal cuore.

Mancavano due giorni all’assemblea in Facoltà e voleva mettersi in vista definitivamente. Aveva le carte in regola: era fuori corso, aveva la barba lunga e un amico che lavorava alla Falck di Sesto. Aveva anche acceso qualche lite con i baroni e se n’era parlato. Però era figlio di un cardiologo importante e viveva in centro. Lo nascondeva un po’ ma si sapeva, perciò doveva fare di più degli altri, per diventare credibile.

Provò ad alzare il tono. Sollevò il braccio con furia.

– I proletari hanno ormai stravolto i termini della contrattazione mercantile! Il furto è l’unica possibilità di sopravvivenza in questa società che non offre alternativa se non la propria prostituzione nelle fabbriche. Il rifiuto della schiavitù del lavoro viene praticato attraverso il furto e l’appropriazione di tutto ciò che faccia parte del fabbisogno di ciascuno, sia esso variabile e quotidiano oppure permanente, come la casa. Il crimine individuale e separato, prodotto della società repressiva, deve lasciare il posto alla criminalità collettiva la quale, manifestando una sempre maggior intolleranza ad ogni forma di assoggettamento alle norme ed ai codici borghesi, si presenta come la forma radicale della lotta rivoluzionaria. L’unica, Compagni!

Abbassò il braccio. Era soddisfatto ma non ebbe il tempo di compiacersi più di tanto. Qualcuno pestava alla porta. Pensò di aver urlato troppo, erano le sei del mattino.

Aprì con la faccia truce ma gli si sciolse subito in un sorriso stupefatto. Si era trovato davanti lei, Miranda, la Cilena. La vide stravolta.

– Compagna! Cos’è… successo? Sei stata…

Non finì la frase. Miranda si lasciò cadere in avanti e dovette prenderla al volo.

– Vieni, Compagna. – Chiuse la porta spingendo col piede.

Lei disse qualcosa in spagnolo ed Emilio si rese conto che cercava di girarsi. La assecondò. Era bellissima, la Cilena, un sogno proibito per tutti i maschi del Collettivo Studentesco di Architettura. Si diceva che si concedesse d’istinto, senza mai legarsi. Miranda vomitò a terra.

– Ti senti male, Compagna?

Che domanda idiota, si censurò senza indulgenza. Era confuso e non sapeva come comportarsi.

Sull’onda delle endorfine liberate dal conato, Miranda riprese un minimo di lucidità. Lo fissò negli occhi.

– Quieren matar a Nuvolone, los escuché,¡quieren matarlo!

Emilio parlava quel po’ di spagnolo che tutti avevano imparato dagli Inti Illimani.

– Nuvolone? Compagna, di chi parli? Chi è Nuvolone? Chi vuole ucciderlo?

La Cilena ansimò e aumentò di peso tra le braccia di Emilio. La appoggiò sul divano e la vide muoversi lentamente per distendere il corpo. Poi, chiuse gli occhi. Respirava pesantemente. L’aria nella stanza ormai puzzava di alcol.

È ubriaca, concluse, senza bisogno di analisi complesse. La situazione gli pesava addosso più dell’imminente assemblea. Si allontanò camminando all’indietro.

La Cilena era arrivata da poco più di un anno. Comunista, perseguitata dal maiale Pinochet, era la versione autentica di tutti loro. Aveva visto decine di compagni braccati e uccisi dai poliziotti fascisti, quelli veri. Emilio sapeva bene che la rivoluzione contro i papà e le mamme era meno pericolosa e, come tutti, l’aveva elevata al rango di intoccabile, vicina a Rostagno, a Capanna, persino al di sopra. Miranda sedeva da viva nell’empireo della Rivoluzione, splendente e magnifica, a parlare la lingua del Che. E anche l’italiano, che ormai sapeva piuttosto bene.

Cosa cazzo devo fare? Emilio non voleva sbagliare le mosse e, con più onestà, riformulò il pensiero: cosa farebbe un vero compagno?

Intanto pulì il vomito da terra, ché quello di sicuro non era un gesto borghese, poi si mise a sedere sull’altro capo del divano che era parecchio lungo.

Tacchi alti, notò. La osservò meglio: era truccata, sciolta dalla pioggia e dall’alcol, ma senz’altro truccata. Le tolse le scarpe, gli sembrò un atto neutro. Non si dorme con le scarpe e poi, ricordò, i tacchi sono una tortura imposta alle donne per compiacere il gusto del maschilismo borghese.

Rimase lì seduto e perplesso, finché il sonno non si portò via anche lui.

Il telefono sulla parete del corridoio ringhiava acutissimo. Emilio si svegliò di soprassalto. Si girò. Miranda era ancora lì, immobile e impermeabile al trillo martellante. Corse.

– Ciao, Emi, sono Luciana.

– Ciao, Lucy.

– Oggi pomeriggio, io, Marina e Adriano andiamo al cinema, vieni anche tu?

Emilio esitò, aveva Miranda ancora stesa sul divano e faticava a pianificare. – Sono preso, devo preparare l’intervento per l’assemblea di martedì. Che film è?

– C’eravamo tanto amati, al Pasquirolo.

– Ettore Scola… Mah, non so, Lucy, siete sicuri? Il Pasquirolo è proprio il cinema dei borghesi più…

– Emilio, ma non puoi buttare tutto in politica. Cazzo, è un cinema! E poi, Scola è un compagno.

Con la coda dell’occhio vide la Cilena drizzarsi sul cuscino, gli venne fretta. – Vabbè dai, Lucy, hai ragione. Se mi libero, ci vediamo lì. Ma se non ci sono, entrate tranquilli.

Tornò da Miranda e incrociò il suo sguardo.

– Come stai?

– Che ore sono?

L’orologio sopra il barometro segnava la una passata.

– Hai dormito, eri ubriaca.

– Non… riuscivo a camminare e sono venuta qui, scusami.

– E di cosa? Hai fatto bene. – Avrebbe voluto chiederle perché era truccata, con i tacchi, le calze nere e come si era ridotta così, ma si trattenne. Però una domanda la fece.

– Compagna… stanotte hai detto che qualcuno vuole ammazzare Nuvolone. Che significa?

Miranda si rabbuiò e rimase a fissare il pavimento, poi dondolò la testa. – No significa nada… Ero ubriaca…

Emilio vide che mentiva. Immaginò.

– Ricordi del Cile?

Lo sguardo le si fece più aperto. Sorrise perfino.

Han pasado muchas cosas en Chile.

– Certo… Vuoi un caffè? Vuoi fare la doccia?

Miranda annuì. Era ancora un po’ assente.

– Il caffè va bene ma devo… vedere qualcuno. Faccio tardi, la doccia la farò… dopo, da me. De todas formas, muchas gracias.

Emilio si allontanò. L’idea che Miranda potesse circolargli nuda per casa lo aveva messo in agitazione. Si scosse. Chissà quali giri pazzeschi aveva! Magari doveva incontrare altri cileni che organizzavano la rivolta a Pinochet. Tra loro due, c’era un mondo di distanza.

E tu pensi a scopare! Che coglione che sei, si disse e andò a mettere il Sao Café nella moka.

2. Martedì 15 aprile

Ore 10:20

– Don Riccardo, sono venuta da sola, mio marito si scusa tanto ma oggi, c’è a casa il nipotino e…

Le guance scarne del prete si sollevarono con benevolenza in un sorriso. – I bimbi sono il regalo di Dio.

La donna esitò. – Don Riccardo… come sa, noi non siamo proprio della Parrocchia ma… ci terremmo molto a far parte del gruppo di pellegrinaggio alla Madonna di Loreto.

– Ma certo, signora. Vi iscrivo subito, che ci sono ancora pochi posti.

Quando rimase solo, salì in canonica. La signora aveva parlato come se chiedesse un’intercessione specialissima. Gli venne da sorridere.

Era parroco da cinque anni. Prima, si era diviso tra l’incarico di aiutante in una chiesetta minuscola alla Bovisa e l’insegnamento della religione alle superiori.

Al Liceo Classico Statale Cesare Beccaria, ne andava fiero.

Sollevò la testa dalla lista dei pellegrini per accogliere qualcuno che aveva bussato.

– Buongiorno…

– Non mi riconosce? Sono Emilio Colombari.

– Ossantapace, sì! Con quella barba…

– Il tempo passa, professore.

– Eh, già. Tu hai la barba e io non sono più professore da un bel po’. Accomodati.

Emilio teneva tra le mani un giornale, lo stringeva fino a stropicciarlo. Il Corriere della Sera, la voce della borghesia. Si rese conto che il suo vecchio insegnante lo aveva notato e sentì sorgere un’impennata di orgoglio identitario. Volle precisare.

– Professore, lei si ricorderà che io non sono credente.

– Hai tanto tempo per ripensarci. Sei ancora sulle barricate?

– Quelle arriveranno. Comunque, non sono venuto per questo. Io so che i preti tengono i segreti e mi serve un consiglio da qualcuno che…

Don Riccardo sollevò entrambe le mani in un gesto secco.

– Ti fermo subito. Questo vale per quanto detto in confessionale. Per il resto, siamo come tutti gli altri.

Emilio rimase fermo a soppesare le parole. Lo sapeva, in realtà, ma non credeva che un cassone di legno facesse tanta differenza. – Possiamo andarci, allora?

– La confessione è una cosa seria, non un espediente.

– Quindi, per parlare con lei, io dovrei…

– Colombari, se vuoi parlare con me, parla. Altrimenti taci. Tertium non datur. Non siamo più a scuola.

Erano state parole secche ma pronunciate con calma, tanto bastò. Emilio srotolò il giornale.

– Guardi. – Puntò l’indice su un articolo a mezza pagina della cronaca milanese.

UN ALTRO TRAGICO EPILOGO PER UNA RAPINA

L’imprenditore Otello Nuvolone trovato ucciso

Il corpo rinvenuto dalla domestica nella villa di famiglia a Vimercate

Don Riccardo saettò uno sguardo, la voce sembrò venirgli dal pancreas, o da più in basso. – Sei… stato… tu?

– Ma no! Nemmeno lo conoscevo, no.

– Allora, spiegami, Colombari.

Emilio sapeva parlare ed essere chiaro. Don Riccardo non lo interruppe mai, lesse l’articolo e, alla fine, tirò il fiato così forte da far sibilare il naso.

– Devi andare alla Polizia.

– Professore! Ma secondo lei…

– Colombari, non sono più professore. Sei venuto da me perché sono un prete. Fattene una ragione, io sono Don Riccardo.

Emilio riprese la frase come se non avesse sentito.

– …secondo lei, io posso andare dai questurini e denunciare una compagna?

Sulla stanza scese un pesante silenzio brulicante. Lo ruppe il prete. – Dovresti odiare un imprenditore come quello.

– Cosa intende dire?

– Uno che ha fatto i soldi come li ha fatti lui.

– Fa schifo ma il crimine individuale è superato dall’idea di crimine sociale, anche sul piano della lotta di classe. Non è…

– Colombari! Ciò che dici riguarda il furto, non l’omicidio.

– Le rivoluzioni hanno martiri e vittime collaterali, Don Riccardo.

Il prete sbatté entrambi i pugni sul tavolo con un gesto che fece sussultare Emilio senza sorprenderlo, lo ricordava bene, nell’aula della III D.

– E allora cosa vuoi da me? Che consiglio posso darti?

C’era una contraddizione, anche Emilio la vedeva. Se Nuvolone era una vittima collaterale della rivoluzione, che cosa cazzo era andato a fare lì? Non voleva passare per confusionario ma era disorientato. Annuì, prese tempo. La voce gli uscì esitante.

– Nuvolone non c’entra. La mia amica non c’entra, la rivoluzione non c’entra. Io parlavo in senso generale, collettivo.

– Il tuo problema non è collettivo ma molto individuale.

Don Riccardo sapeva cogliere il disagio, era abituato. Continuò. – Non per questo è meno grave. Devi affrontarlo.

– Come?

– Non vuoi andare alla Polizia, lo capisco. Non posso dire che lo condivida in senso generale ma, in questo tuo specifico, ristrettissimo caso personale, è… comprensibile. La Polizia è maldisposta verso di voi. Hanno le loro ragioni, ciascuno ha delle ragioni, non voglio giudicare e non so nemmeno se saprei farlo, ma sono d’accordo con te.

Le sopracciglia di Emilio disegnarono un arco altissimo.  Si era fidato della persona giusta ecco cosa cazzo era andato a fare lì. – E… allora, Don Riccardo?

Il prete riunì le mani davanti al viso, giunte come in preghiera ma ben più alte e con la punta del naso nel mezzo. Piantò i due pollici sotto il mento. Emilio conosceva anche quel gesto, il suo vecchio professore stava riflettendo. Non lo disturbò e attese.

Dopo diversi secondi, le mani tornarono sul tavolo.

– Lasciami il tuo numero di telefono. Forse posso aiutarti, ma devo assicurarmene.

Emilio raccolse il mozzicone di matita che era servito ad aggiornare la lista per la Madonna di Loreto e scrisse sul bordo del Corriere. Strappò il pezzettino. Don Riccardo lo infilò nel portafogli.

– Ti telefonerò entro domani.

Emilio lasciò la stanza con la sensazione di aver compiuto il proprio dovere. Era un rivoluzionario, sapeva di esserlo, ma non era un delinquente. Ripensò alla sua teoria del crimine sociale e la trovò imperfetta. Così com’era, poteva diventare un pretesto, una giustificazione per cose che non c’entravano niente. Avrebbe rivalutato certi elementi, l’avrebbe riscritta.

Si cacciò in metropolitana. Si chiude il cerchio, pensò.

Poche ore prima, andava al Politecnico e aveva adocchiato l’articolo per caso, sbirciando il Corriere. Aveva atteso fremente la fermata e si era precipitato a comprarne una copia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Daniele Giovanni Papi
Milanese, di età non di molto superiore alla media nazionale dei vivi ma decisamente inferiore a quella dei morti, Daniele Giovanni Papi si interessa da sempre alla lettura e allo studio e inizia a scrivere alla fine degli anni '90. Scrive polizieschi, anzi Carabiniereschi, sulla scorta dell'esperienza del servizio prestato nell'Arma tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. Però dopo tre romanzi, smette e si dedica alla carriera universitaria.
Nel 2015 riprende e ora continua con l'intenzione di non fermarsi.
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