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Quella granculo di Cenerentola

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Consegna prevista Febbraio 2025
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Andrea trentenne single, insegna lettere nel liceo della sua città. Vive con Margot, la sua bulldog francese. Ha una vita serena scandita da una impeccabile routine. Tutto scorre sotto controllo, nessuna improvvisazione.
Le sue giornate iniziano con la colazione al solito bar, il percorso in macchina, l’arrivo a scuola. Ma una mattina, mentre sta per assaporare il suo caffè bassissimo, un soffio di aria gelida le sfiora le caviglie e qualcuno le sbarra la strada…poco dopo nel parco della scuola due ragazzi della 5D la fanno entrare nel loro mondo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro come se fosse un urlo.
Non è stata una passione ma un bisogno, più prendeva forma più ridevo, piangevo, mi emozionavo.
Siamo cresciuti insieme parola dopo parola.
Sono grata a “Quella granculo di Cenerentola” perché appena prendo il libro in mano sorrido e mi viene voglia di rileggerlo e farmi trasportare da quel vento che non avevo mai incontrato, solo sognato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lunedì

«Un espresso basso, mi raccomando molto basso grazie!»

Un soffio di aria gelida le sfiorava le caviglie ogni volta che la grande porta a vetri si apriva.

«Ecco a lei l’espresso bassissimo!»

«Grazie mille.»

Il bar era l’InVito, l’enorme bancone di legno invecchiato, il tripudio di frutta fresca da un lato e le montagne di cornetti in bilico dall’altro: il profumo di caffè e l’odore della schiuma di latte rappresentavano l’unico modo possibile per cominciare una giornata di lavoro.

Mentre addentava il cornetto integrale al miele, Andrea allungò la mano per prendere lo zucchero di canna, colpì un’altra mano, buttò lo sguardo per accertarsi che lo zucchero di canna fosse sempre lì allo stesso posto e con sollievo afferrò la bustina marrone senza curarsi di vedere con chi si fosse scontrata.

Mescolò tre volte. Appoggiò il cucchiaino a destra sul piattino, deglutì la coda del cornetto ed esclamò: «Mm..fantastico!»

Controllò se ci fossero le chiavi nella tasca destra, l’Iphone in quella sinistra e salutò: «Grazie e buona giornata!»

«A lei dottoressa!» rispose Vito, il barista.

«Buona giornata.»

Andrea si bloccò, era una voce insolita, si voltò accigliata e vide una mano aperta che nascondeva un sorriso: «Sa, lo scontro di poco fa.»

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Andrea inarcò le sopracciglia e mostrò un sorriso di circostanza: «Buona giornata anche a lei» e uscì di fretta.

Il rumore assordante del traffico delle 7:50.

La lunga sequenza di semafori.

50 cent al ragazzo che pulisce i vetri.

Il solito parcheggio nella parallela.

Attraversò il parco, saltellando per schivare le pozzanghere e prima di sbucare dai cespugli rassettò cappotto e sciarpa.

«Buongiorno professoressa!»

«Ah, buongiorno Diego.»

Diego era un ragazzo alto, moro, capello corto con ciuffo a schiaffo, sembrava un ragazzo francese del quartiere Marais, un po’ bohemien, un alunno sveglio.

Raggiunsero rapidamente l’atrio, infreddoliti; Diego continuò la corsa su per lo scalone mentre Andrea si incamminò verso l’aula professori. Cesare era appena entrato e si stava togliendo la grossa sciarpa di lana. «Ciao Andrea, mamma mia il lunedì mattina è sempre un casino, con questo freddo poi tutti prendono la macchina, hai subito lezione?»

«Sì le prime due ore, tema in classe, tu?»

«Ho l’ora di ricevimento genitori, poi lezione tutta la mattina, ti va un caffè?»

«L’ho appena preso, magari se hai una pausa alle 10.»

«Ok allora a dopo», disse, e si incamminò verso l’aula ricordando la loro storia. Erano stati compagni di classe, entrambi avevano realizzato il sogno di insegnare nel loro stesso liceo, Cesare era il professore di matematica; si erano persi di vista durante l’università e si erano ritrovati docenti. Lui era sempre stato il classico bravo ragazzo, gentile, carino, simpatico, ma tra loro non era mai scoccata la scintilla. Sorrise malinconicamente ripensando a quegli anni e concluse con un “si sa, al liceo piacciono quelli maledetti”.

«Buongiorno ragazzi!»

Nessuno si mosse, un gesto, un mugugno, niente.

«Ragazzi è entrata la professoressa, almeno fate finta.»

I vari gruppetti iniziarono a sciogliersi, c’era chi si trascinava ai primi posti a testa bassa, chi girava la sedia strisciandola fastidiosamente,  e chi saltava giù dal banco con un balzo – «Buongiorno prof!» – che nemmeno il coro dell’Antoniano.

«Grazie…» rispose  Andrea soddisfatta.

Appoggiò la borsa sulla sedia, prese l’astuccio che aveva comprato in un mercatino a Venezia, era in velluto a righe bordeaux e blu, adorava comprare oggetti di design, magari fatti a mano da artisti emergenti.  Seguirono il libro degli appunti, l’agenda e i titoli per il compito, poi alzò lo sguardo incalzandoli: «Allora siete pronti?»

Quanto entusiasmo… Adorava vedere i loro volti il giorno del tema. C’erano quelli annoiati, tanto per loro era una passeggiata, c’erano le facce da voltastomaco di quelli che proprio non riuscivano a buttare sul foglio i loro pensieri e poi c’erano i secchioni dall’aria compiaciuta pronti alla sfida.

«Dai ragazzi, ho trovato dei bei titoli, non potete dire che non sapete cosa scrivere, forza esprimetevi, quest’anno avete l’esame!»

Scrisse le tracce alla lavagna in stampatello minuscolo, aveva abbandonato il corsivo alle medie quando la professoressa di tecnica li aveva obbligati a passare al ben più ordinato stampatello per descrivere le tavole. Le due ore filarono lisce: controllò le mail, sbirciò le novità letterarie sul sito di Feltrinelli e preparò le lezioni dei giorni seguenti; era meticolosa, lasciava poco spazio all’improvvisazione.

Cesare la stava aspettando nella sala professori, una decina di cattedre in formica blu poste a ferro di cavallo, sedie in legno con braccioli e file di piccoli armadietti luccicanti al muro.

«Eccoti!»

«Scusa ho fatto tardi, dovevo raccogliere i temi.»

«Ma figurati, cosa ti offro?»

«Prendo quello con il cioccolato.»

«Carenza di affetto?»

Andrea accennò un sorriso e rispose: «Direi proprio di no, forse fase premestruale.»

Cesare arricciò il naso e tentò con un altro argomento: «Che hai fatto nel week end?»

«Nulla di che, pulito casa, letto un po’…» si bloccò e spalancò la bocca senza emettere suoni quando Cesare le passò il bicchierino bollente, poi riprese: «Sabato un aperitivo con un’amica, insomma week end tranquillo, solite cose, e tu?»

«Io sono stato a un matrimonio, e detesto andare ai matrimoni.»

«Ah è vero, be’, come è andata? Io li adoro», disse Andrea mentre soffiava delicatamente sul caffè ricordandosi che gli aveva detto del matrimonio il venerdì precedente, la solita smemorata.

«Alla fine meglio di quello che pensavo, tutto molto semplice e carino, ma comunque troppo tempo con la cravatta.»

Andrea s’impettì rischiando di rovesciare il bicchierino: «Madonna sta cravatta, avete solo quella ma riuscite a rompere le palle all’infinito! Volete fare a cambio con tacchi, collant, borsetta e assorbente magari?»

«Calmati! Hai ragione», disse Cesare stringendo gli occhi in segno di resa.

«Lo so!» disse Andrea soddisfatta.

«Dai pazza devo andare, ci vediamo domani», la salutò Cesare.

«Ciao, grazie del caffè.»

Si voltò a cavallo della porta: «Figurati! Ehi magari potremmo prendere un aperitivo una sera.»

«Perché no», rispose Andrea sorridendo.

Dopo aver scambiato due chiacchiere con alcune colleghe ritornò  alla macchina; nel tragitto ripeteva mentalmente quello che avrebbe fatto fino a sera, con tempi e metodi, prima tappa la spesa.

“Frutta, verdure, fette biscottate, marmellate, nocciolata, qualcosa per un aperitivo improvvisato, birra, spaghetti, olio, cosa manca…ah, pane da toast!”

Pensava sempre di dover prendere due cosine, poi usciva con due sporte enormi, la borsa a tracolla, le chiavi della macchina tra i denti e immancabilmente la suoneria squillante, che nemmeno gli equilibristi.

Entrò in macchina, orecchio appoggiato alla spalla per sostenere il telefono.

«Ciao mamma.»

«Ciao tesorino che fai?»

«Niente ho fatto un po’ di spesa, in casa c’era l’eco!»

«Ho fatto il ragù se ne vuoi un po’.»

«Grazie mamma però oggi non riesco a passare, vado subito a casa a correggere dei compiti e a farmi una doccia bollente.»

«Ma mangi?» le chiese la madre con tono preoccupato.

«Sì mamma mangio!» rispose Andrea chiudendo gli occhi in segno di sconforto.

«Ti vedo un po’ patita, sempre un po’ triste…»

«No mamma sono solo un po’ stanca, poi sai che detesto il freddo.»

«Sei sempre da sola…»

«Mamma sto bene, stai tranquilla, è tutto ok.»

«Va bene, domani sera ti va di venire a cena?»

«Può essere, te lo dico domani pomeriggio, ma direi che non ho programmi.»

«Ok a domani allora.»

«Ciao mami.»

Nel frattempo era arrivata a casa; aprì la porta, Margot la guardò sbadigliando con quel muso da prendere a morsi.

«Ciao amore! Visto che sono già qui? Ora ti mangio!» l’accarezzò energicamente per un po’: «Ora mi aiuti a mettere a posto la spesa? Sì?»

Erano sole da tempo e Andrea parlava spesso con lei ad alta voce, l’amava smisuratamente, ne avevano passate tante insieme. Margot era una bulldog francese, bianca con macchie sparse caramello e nere. Le tipiche problematiche della sua razza l’avevano costretta ad alcune operazioni: le corse sfrenate nel bel mezzo della notte per raggiungere la clinica, i ricoveri, le notti insonni, avevano cementato il loro legame.

Con la consueta meticolosità svuotò le sporte, riempì frigo e dispense. Poi preparò un toast, il pentolino per far bollire l’acqua e scelse tazza e tisana adatte  per il momento.

Sbuffando andò in camera, si mise comoda – felpa extralarge, pantaloni della tuta, calzettoni grossi di lana –  entrò in bagno per sciacquarsi il viso e si lasciò cadere sul wc. «Madonna è solo lunedì e sono già uno straccio.»

Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, si guardò le unghie a pugno chiuso e per un istante ripensò allo scontro mattutino al bar. Tin!

«Margot prendi il toast e mettilo su un piattino, arrivo subito!» urlò divertita.

Penna rossa, temi, cibo, affondò tra i cuscini sul divano di pelle slavato, copertina di lana a quadri bianchi e bordeaux di quando era nella culla, candela accesa, Margot tra le gambe: tutto perfetto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Veronica Minoccheri
Sono nata in provincia di Bologna 44 anni fa.
Sono una fervente sostenitrice del tortellino ma con i piedi felicemente piantati in Romagna e una stilla di sangue partenopeo nelle vene.
Mi sono laureata in scienze biologiche per poter insegnare prima o poi al liceo, quel giorno deve ancora arrivare.
Qualche anno fa ho iniziato a scrivere per esigenza, buttavo su un foglio pensieri che nel tempo sono diventate storie.
Convivo con una bellissima Bulldog Francese cieca che mi insegna ogni giorno nuovi colori.
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