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Racconti da bestiario

Racconti da bestiario
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Consegna prevista Febbraio 2023
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Racconti da Bestiario è una raccolta di racconti per giovani pensatori, basati sul genere della favola i cui protagonisti sono animali antropomorfi, divinità e persino vegetali.
Affrontano diverse tematiche: la falsità, l’incapacità di evolversi, la genesi umana attraverso le tre fasi alchemiche, la decadenza che genera odio, la vacuità delle motivazioni che portano all’odio, la descrizione della società, la metamorfosi.
Ho provato, nel mio piccolo, a scrivere dell’umanità e descriverne l’iniquità degli atti, ma anche dell’amore che spinge a spiccare il volo.
Nell’anteprima trovi i racconti IL GATTO, IL TOPO E L’ASINO e NAGOTT.
Il primo chiede al lettore di riflettere su chi ricopra il ruolo di vittima e di carnefice tra i protagonisti.
Il secondo, invece, è la storia di un iniziato alla conoscenza che non sa impiegarla con amore e , per questo, ha le fattezze di un rospo.
Spero che queste storie solletichino il vostro interesse.
Buona lettura!

Perché ho scritto questo libro?

L’idea iniziale non era scrivere un libro, ma solo stendere brevi racconti, che mi aiutassero a esternare le mie emozione ed elaborarle. Un po’ come il pittore che preso da estasi, sono la termine dell’opera la contempla e vede estroiettato sulla tela il suo problema e fissandola capisce.
La mia compagna, poi leggendoli ha deciso di riunire alcuni di questi racconti e proporli alle case editrici.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Nagott

  

Sulle rive del grande fiume che separa la terra degli Uomini dalla Lunga Barba da quella ai Piedi dei Monti viveva un rospo.

Il rospo era sempre irrequieto e mai sazio di conoscenza. Esso riteneva che il solo modo per vivere appieno la vita fosse quello di riempirsi la testa di cultura piuttosto che la pancia di mosche.

Eppure non era sempre stato così. Quando era solo un girino e andava a scuola nell’alveo accanto al grande fiume, dove le acque scorrono tranquille e placide, non amava studiare.

All’epoca rifiutava categoricamente di essere istruito dalla sua maestra, una vecchia salamandra tutta rugosa con gli occhi sporgenti che si muovevano in tutte le direzioni.

Quando la maestra cominciava la sua lezione e lui doveva restare sul letto dell’acquitrino il suo sguardo era sempre rivolto alla superficie e la mente ancora più su.

«Nagott! NAGOTT! Torna sott’acqua!» la voce gracchiante della salamandra lo riportava sempre alla realtà con la stessa delicatezza di un sasso che infrange sprezzante la tranquilla superficie di uno stagno.

Gli altri girini suoi compagni facevano da eco alla maestra con le loro risate e, col passare del tempo, cominciarono a evitarlo lasciando Nagott solo coi suoi pensieri e la sua fame di una conoscenza che la scuola, coi suoi schemi e le sue regole di apprendimento, non potevano placare.

Conoscete il mito di Narciso?

Narciso era un bel ragazzo, il ragazzo più bello del paese, ma lui non lo sapeva perchè a casa sua non c’era nemmeno uno specchio!

Un giorno, passeggiando per il bosco, vide un limpido stagno con l’acqua così calma, liscia e scura da riflettere perfettamente la sua immagine.

Dovete sapere che, fate attenzione perché questa è una cosa conosciuta da pochi, l’acqua riflette l’immagine anche se siete sotto la sua superficie.

Un giorno, proprio come Narciso che tanto accostò il volto allo stagno da finirci dentro, Nagott si avvicinò alla superficie fino a superarla!

Così, dopo trentaquattro giorni da quando era uscito dall’uovo, Nagott prese la sua prima boccata d’aria.

La prima cosa che vide fu un essere altissimo, con i piedi ben conficcati nel terreno umido, un collo lungo lungo e braccia tese a sostenere una nuvola verde.

«Chi sei?»

«Io sono il Grande Spirito degli alberi.» E così dicendo la quercia schiuse le sue radici, invitando Nagott ad entrare nel suo ampio tronco.

All’interno alcune lucciole illuminavano una scala a chiocciola che, salendo verso la cima, attraversava stanze e stanzea piene di libri e pergamene.

Quelle stanze erano tutto il sapere delle piante che vivevano nel vecchio bosco sulle rive del grande fiume.

Il caso volle che il giorno in cui Nagott finì di leggere l’ultima lettera dell’ultima sillaba dell’ultima riga dell’ultima pagina dell’ultimo libro dell’ultima mensola dell’ultima libreria dell’ultima stanza all’ultimo piano della grande biblioteca all’interno della quercia, una grave malattia colpì quella parte della foresta che vedeva essiccare e morire le piante del sottobosco.

«Nagott, certamente avrai trovato la cura tra gli scaffali del mio ventre! Aiuta i miei fratelli a guarire!» disse l’albero che da mesi lo ospitava.

«Grande Spirito, come posso io che ho memorizzato ogni tomo, pergamena, sillaba, rima e sonetto che contieni, occuparmi di futili quisquilie?»

Al suo risveglio il rospo si trovava all’aperto con la quercia che, immobile e serrata, scuoteva minacciosa le suo fronde.

A Nagott non restò che spostarsi lungo la riva tra gli steli del canneto, ma quando il vento cessò al rospo parve strano che i lunghi steli continuassero a muoversi.

Era finito tra le gambe di uno stormo di gru, alte e candide come statue antiche. Alcune tentarono di beccarlo con l’intento di riempirsi la pancia e il rospo dovette saltare di qua e di là per evitare di diventare il loro prossimo pasto.

Ma quando cominciò il loro canto quella giungla di trampoli si aprì al passaggio della più grande, alta e bianca di tutte loro.

«Chi sei?» chiese Nagott col fiato corto.

«Io sono il Grande Spirito degli uccelli» e così dicendo spalancò il suo enorme becco invitando Nagott ad entrare nel suo gargarozzo.

L’interno era reso accogliente da un fuoco caldo e avvolgente. Un brivido di paura percorse la schiena di Nagott, sostituita subito dal senso di vertigine quando il Grande Spirito spiccò il volo sopra le turbolente acque del grande fiume, i canneti e le chiome degli alberi.

I giorni mutarono in settimane e le settimane in mesi, così come il verde del terreno che sbiondiva verso gli scuri toni autunnali e questi venivano coperti dalla candida coltre invernale.

In questo tempo al caldo del gozzo della gru Nagott apprese i segreti degli uccelli del bosco, dai piccoli pettirossi ai rapidi nibbi, finanche quelli dei solitari barbagianni e delle misteriose civette, oltre a quelli di tutti i volatili che nuotano sulle acque del grande fiume che in esso si tuffano per banchettare.

La primavera non era ancora alle porte e gli uccelli avevano talmente tante difficoltà nel trovare di che sfamarsi che non avevano nemmeno la forza di alzarsi in volo.

«Nagott, certamente avrai trovato nel tempo trascorso nel mio gozzo il modo di sfamare gli uccelli del bosco! Aiuta i miei fratelli a sopravvivere!»

«Grande Spirito, come posso io, che ho volato talmente in alto e talmente a lungo dal vedere il mondo come un piccolo chicco di senape, a interessarmi di problemi tanto terreni?»

Ancora una volta il rospo si risvegliò sulle rive del grande fiume mentre una zampa gentile lo accarezzava sul capo.

«Ben svegliato mio amore!» disse dolce una voce femminile.

«Chi sei?» chiese Nagott perdendosi negli occhi tondi della rospa.

«Sono il Grande Spirito dell’amore delle creature del bosco.»

Nagott si guardò attorno. La primavera era fiorita: api indaffarate ronzavano tra i fiori, profumi e suoni desiderosi riempivano l’aria.

«A cosa pensi mio amore?»

«Penso che voglio passare con te tutta la vita e penso che tu possa darmi ciò che ancora mi manca!»

Dopo quarantanove giorni il Grande Spirito dell’amore aveva insegnato quasi tutto a Nagott, il quale assimilava con avidità e diligenza le informazioni come già aveva fatto con il Grande Spirito degli alberi e il Grande Spirito degli uccelli.»

Quando però il Grande Spirito dell’amore depose migliaia di perle colme di nuova vita, il rospo gonfio e traboccante di conoscenza non ne comprese la vera natura e spalancò la sua enorme bocca divorandole con lunghe sorsate.

Adirata lo Spirito dell’amore delle creature bandì il rospo dal bosco che da allora vaga lontano dalla riva e dai Grandi Spiriti, illuso che la sua conoscenza sia l’unica cosa di cui ha bisogno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gabriele Panunzio
Sono Gabriele Panunzio nasco a Milano il 6 settembre 1982 e qui cresco e tutt’ora vivo.
Lavoro come grafico e stampatore da sempre.
Comincio a scrivere seriamente a 30 anni, spinto dall’amore per i miei figli, Viola e Gioele, ma scopro l’arte essere un’ottima valvola di sfogo durante quello che è stato un periodo travagliato della mia vita, ma comunque utile per conoscermi meglio e lavorare su me stesso. Altri miei interessi sono nella mitologia, religione, esoterismo, simbolismo, astrologia e tarocchi da cui attingo per i miei scritti.
I miei racconti, nonostante siano rivolti a giovani e giovanissimi, prendono spunto da una realtà sottile ed altra, risultando adatti a un pubblico di ogni età. Non sono le classiche storie a lieto fine, bensì storie il cui scopo è quello di accompagnare i lettori ad una morale poiché s’ispirano, come stile, ai grandi autori di favole del passato.
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