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Racconti, Sogni e altre risibili follie

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Consegna prevista Gennaio 2025
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Fughe rocambolesche, cani di cemento, streghe e flauti magici, ritratti di infanzia ed avventure spaziali, sognatori e reietti che deviano dalle tribolazioni quotidiane per entrare in modi magici e realtà parallele assurde che gettano una luce nel profondo e nell’inconscio.

Perché ho scritto questo libro?

La ragioni per cui ho scritto questo libro, prima ancora di una qualche velleità letteraria, sono che a un certo punto della mia vita ho avuto l’urgenza di raccontare alcune storie straordinarie ed esilaranti che ho in parte sognato e in parte vissuto di persona. Fiabe ambientate in lontane città peruviane, storie fantascientifiche di astronauti lillipuziani alle prese con bambini giganti , ocarine magiche che fanno viaggiare nel tempo.
Il Sogno è l’unica realtà possibile in questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Il Cane nel muro

“Altri venti passi e sarai nel supermercato” mi dissi.

Adoravo osservare le file ordinate dei prodotti, sentire il freddo asettico che emanavano i frigoriferi pieni di surgelati impilati con cura.

Una volta fuori avevo le mie mele, la mia insalata e le prugne secche.

Attraversai il vialetto che costeggia il muro e di nuovo sentii quel morso. “Ahi, figlio di puttana!” Stavolta mi voltai velocemente per aggredire quel maledetto cane. Di nuovo nulla, solo un muro dipinto con quegli spray del cazzo. Stavolta però notai che in basso c'era un piccolo abbozzo di cane disegnato sul muro, con un muso da cane pastore e un corpo decisamente troppo piccolo. Non potevo crederci, ero stato morso da un cazzo di murales? Diedi un calcio su quel muso piatto. Ne venne via un piccolo pezzo di muro insieme ad un guaito di dolore, lo sentii chiaramente. Mi voltai come per cercare lo sguardo di qualcuno, per condividere lo stupore ma non c'era nessuno.

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Il giorno seguente mi fermai poco prima di ricevere il morso e guardai per qualche secondo quegli occhi tristi e scialbi che mi fissavano, sentii un piccolo guaito venire dal muro.

Dopo qualche giorno avevo quasi pena per quella creatura fatta di intonaco e colori spray e decisi di liberarla. Una volta calato il sole mi recai sul vialetto con un martello e un punteruolo e cavai fuori quel povero bastardo dal muro.

Canto di Natale

… l'orologio a pendolo che aveva ereditato da suo padre stava per suonare, con quel suo sordo din don che odiava a morte. La poltrona scricchiolò, anche il suo ginocchio scricchiolava, ma erano tutti suoni a cui era abituato, non se ne curava; seguivano la routine della sua vita e scandivano i momenti della sua giornata, fatta di ore esatte, scadenze inderogabili, e quella era l'ora di andare a dormire. Si infilò sotto le coperte e stava per spegnere la lampada quando improvvisamente l'orologio a pendolo cominciò a suonare, ma anche la sveglia e il cellulare sul comodino; sembrava che mille campanelli suonassero all' unisono nella sua testa.

“Ma che cazzo.. ”

Lo scampanellio durò qualche secondo, ma gli sembrò un tempo lunghissimo, poi tutto cessò e torno il silenzio.

Dopo qualche minuto udì un rumore come di catene trascinate sul pavimento che si avvicinava dal soggiorno. Nel buio apparve qualcosa che lo spaventò a morte: un cane sbucò dal nulla e abbaiando furiosamente corse verso di lui.

Carlo istintintivamente si tirò le coperte fino sopra la bocca per il terrore.

Quello che si rivelò essere un Pincher era ad un centimetro dalla sua faccia ed abbaiava incessantemente con quella sua voce secca e acuta. Era legato a delle pesanti catene che tintinnivano e strusciavano sul pavimento mentre si dimenava orrendamente e cercava di morderlo.

A rendere la cosa ancora più terrificante c’era il fatto che al cane mancava un’occhio e buona parte della pelle del muso, per cui mentre abbaiava si vedevano i denti e tutta la parte interna del muso fino al collo.

Una figura si avvicinò a passi lenti dietro il Pincher, sembrava uno zombie.

“Tranquillo Ercole, bello di papà”  disse lo zombie con voce soffocata. Il cane di tutta risposta si voltò di scatto verso di lui digrignando ancora di più i denti e con un movimento rapidissimo lo morse sul volto, staccandogli un bel pezzo di naso.

“Sai chi sono io?” disse lo zombie mentre cercava di recuperare un pezzo del suo naso nella bocca di Ercole, che non smetteva di ringhiare e abbaiare.

“Ma non è possibile! Non riesco a credere a ciò che vedo. Se la memoria non mi inganna tu devi essere Angelo Patriarca, il mio vecchio socio” disse Carlo trafelato.

“Come stai vecchio Stronzo?” Disse Angelo con un sorriso spettrale che mostrava tutta l’arcata superiore scoperta.

La Regina delle zanzare

“Ciao Mariele.. sono molto felice di conoscerti. Io sono la regina delle zanzare. Ho molti nomi, e ogni mezzo secolo faccio un giro del mondo per  mettere un freno all'egoismo degli uomini. Tu sei una bambina che ama la natura e hai rispetto per tutte le creature che camminano e che volano nel tuo giardino, perciò ho deciso di portarti con me a fare un viaggio, ti andrebbe?”

Mariele non ci pensò due volte, erano settimane che non metteva il naso fuori di casa e gli sembro' una proposta fantastica. Salto' sulla schiena della sua regina zanzara e insieme spiccarono il volo.

La regina zanzara si recò immediatamente a Montecitorio: aveva diversi obbiettivi, entro' da una finestra e c'erano delle persone che discutevano animatamente in una grande stanza. “Aspettami qui, torno subito”.

Si avventò al collo del primo politico sotto tiro e lo dissanguo' quasi completamente, poi si concentrò sugli altri tre, infilzandoli al collo con il suo sottile ago. “Vieni Mariele, adesso facciamo un'altro giro, ce ne andiamo in Inghilterra, ti va?”

Mariele non sapeva bene perché ma era felice di accompagnare la regina zanzara nel suo viaggio. E poi non sopportava quelle persone che tutti chiamavano “politici” e pensò che si meritassero una bella lezione.

Mariele, a cavallo della regina zanzara volò sopra i tetti di Downing street. Si fermarono al numero 10 e fecero una visita ad una persona curva su una scrivania, aveva una strana zazzera di capelli biondi spettinati. La fata si avvinghiò al suo collo e l'uomo cadde a terra dimenandosi mentre la regina zanzara riempiva il suo ventre con molto sangue. Subito dopo volarono a Buckingham palace, entrarono da una finestra aperta. Raggiunsero una stanza da letto sontuosa e avvolta nella semi oscurità. La regina fece un balzo sul letto a baldacchino dove un uomo cercava di prendere sonno, tormentato dai suoi demoni. Fece il suo lavoro e ne uscì lenta e appesantita. “per oggi” disse “abbiamo finito, torniamo a Roma, dove potrai tornare a riposare cara”

Il Lago delle Ninfe

Questa storia è ambientata ai Castelli Romani, sulle sponde del lago di Albano. C'era un Bar bed and breakfast con una vistosa insegna che diceva ” Bar Bed and breakfast Ila e le Ninfe”

La prima volta che lo vidi non credevo ai miei occhi, le due cose più divertenti ed inutili della vita: il sesso e la birra,  in un’unica luccicante confezione sulle sponde del lago di Albano. Entrai di corsa. Ordinai due birre per cominciare, dissi che aspettavo un amica, ma non era vero. Le avrei bevute tutte e due io nell' arco di 5 minuti. Si avvicina una tipa molto in carne, con i capelli unti e la frangetta, una  collegiale sexy di mezza età con troppo trucco e troppe unghie. Mi disse: “quella birra è mia, sono io l'amica che stavi aspettando”. Una ciglia finta le pendeva pericolosamente da una palpebra mentre sorrideva.

“Non credo nonnina, penso proprio che me la scolero' io fra tipo 5 secondi. Ma grazie del pensiero” la liquidai io mentre agguantavo la seconda birra e facevo cenno alla barista di portarne altre due.

“Senti stronzo! Fai poco il bullo che se cerchi rogna l'hai trovata!” Mi dice allora la nonnina sexy con uno sguardo da trucida assetata di sangue. Aveva guadagnato la mia attenzione, a quel punto dovevo arginare un po' la situazione perché la tipa si stava scaldando di brutto e mi avrebbe rovinato la pace del mio bancone e delle mie birre. Agguantò una delle mie birre proprio incazzata, facendone cadere un bel po' sul bancone e sui miei pantaloni. “Oo! Ooh! Che cazzo.. Fai pure come se fossi a casa tua eh!” Esclamai io un po' infastidito. In realtà l'unica cosa che mi importava era di bere le mie cazzo di birre in pace e liberarmi di quella cariatide il prima possibile.

“Ti faccio un pompino per venti euro” dice la nonna sexy a quel punto.

“No no, non ci pensare nemmeno.. prenditi pure una birra e lasciami in pace nonna.. stasera non mi tira che ci posso fare..”

“Ma guarda che di ninfe come me non ne trovi mica più bello mio.. il servizio che ti faccio io col cazzo che lo trovi da queste troie polacche  o rumene di  quart'ordine. Io sono roba autoctona, direttamente dal lago” insistette la nonna ninfa giocando le sue ultime cartucce.

“No grazie! Ho detto no” e conclusi quella faccenda imbarazzante.

La tipa si allontanò ma la vedevo che mi controllava, mi fissava da lontano. Almeno le mie birre adesso erano al sicuro nella mia pancia e stavo per ordinarne altre due.

Le birre non arrivavano, c'era qualche problema con la barman, era sparita cazzo. “Ma dove cazzo è quella cazzo di barman? Urlai io.

“Fanculo” mi riempii il bicchiere da solo e continuai a fare il mio business in pace, almeno speravo.

Vidi con la coda dell' occhio che la nonna ninfa tornava all'attacco, stavolta stava con due tipi loschi che avevano giocato tutto il tempo a biliardo e che ora si avvicinavano tutti impettiti.

“Che cazzo vuoi?” Dissi al più piccolo dei due, e quello mi assesto' una capocciata sul sopracciglio, tanto per cominciare. Poi arriva l'altro e mi da un destro proprio sullo zigomo.

“Cazzo amici.. siete proprio incazzati, e’ vostra sorella?” dissi io. Stavo perdendo un po' le speranze di tornare a casa tutto intero quando improvvisamente si fermarono.

“Così impari testa di cazzo.. a rispettare le donne e ad essere carino quando una si presenta con tutte le migliori intenzioni” ruggì la nonna ninfa.

“hai vinto nonna! Vada per il pompino a 20 euro.. una cosa veloce”

La nonna si sistemo' accanto a me nell'auto e cominciò a fare il suo lavoro, pensai:

“Sembra proprio una ninfa del lago vista di nuca”

Mariele la volpe

Durante l’estate, ma a volte anche di inverno, andavo in villeggiatura nella casa di montagna di mio nonno. Una volta esisteva la villeggiatura, che non è quella breve pausa di pochi giorni dal lavoro che esiste oggi, come un mordi e fuggi fatto di voli low cost e vacanze brevi organizzate in qualche resort o agriturismo al modico prezzo di un mese di lavoro. Una volta finita la scuola  si passava tutta l’estate in villeggiatura e quando si tornava a casa quasi non si riconosceva più la propria casa, i mobili, i colori delle pareti, le strade, tutto sembrava essere cambiato e costava tempo riabituarsi. Era un periodo di trasformazione e serviva a rinascere, a dimenticare le abitudini, il lavoro, la scuola, il quartiere e il proprio vicinato.

La casa di mio nonno era una vera e propria villa in montagna, con uno terreno di tre ettari che agli occhi di un bambino sembrava un territorio sconfinato e magico.

Le volte in cui si arrivava di sera la magia ti attendeva subito dopo aver aperto il grande cancello sul viale di casa. Centinaia di lucciole rischiaravano il cammino con la loro luce giallognola e tutti i bambini volevano scendere subito dalla macchina per assistervi e cercare di toccare con mano quelle creature meravigliose che erano in grado di volare ed illuminare allo stesso tempo. Quando invece si arrivava di giorno, subito dopo aver aperto le portiere dell’auto si veniva investiti da quel misto di calore e di profumi della terra. Gli aghi dei pini emanavano un odore forte e inconfondibile, correndo lungo il viale, una quantità di fiori, insetti e farfalle di ogni tipo ti accompagnavano come un festoso benvenuto. Anche le pietre sembravano emanare un odore speciale, quelle particolari pietre bianche che potevi passare ore  cercando di spaccare a metà per vederne il loro luccicante contenuto; insomma ogni cosa sembrava vivere di una sua particolare magia e noi ragazzini avevamo tutta l’estate per scoprirla.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Daniele Martinelli
Sono nato a Roma nel 1978 ma ho trascorso la mia infanzia nella zona dei Castelli Romani, tra bellissimi laghi e boschi. Sin da bambino ho mostrato interesse e capacità per la musica. Negli anni ho suonato molto in Big Band e fatto concerti all’estero e in Italia nei principali teatri, sale concerto e jazz clubs. Ho suonato la mia tromba in molte orchestre, soprattutto di jazz moderno e tradizionale. Sono sposato con mia moglie Vanessa, peruviana, e nel 2021 abbiamo avuto una figlia, Emma. In quel periodo ho dovuto prendere una pausa obbligata dalla musica e durante un viaggio di due mesi in Peru’, tra il Dicembre del 2023 e il Febbraio del 2024, ho scritto il mio primo libro di racconti.
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