Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Resilienza Versilia

Resilienza Versilia
30%
141 copie
all´obiettivo
54
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Gennaio 2023
Bozze disponibili

In mezzo alle strade e alle piazze della Versilia, si consumano le giornate del protagonista alle prese con una verità dura da accettare: il dolore distrugge. “Una storia che nasce da un tradimento, finisce con un tradimento” gli aveva detto un giorno un amico. Lungo una spirale autodistruttiva cercherà risposte a domande che di risposte non ne hanno, affrontando i propri fantasmi, in mezzo alla confusione che regna intorno alla sua vita e alle sue scelte, arrivando alla fine a un bivio: ripartire o continuare lungo quella spirale?

Perché ho scritto questo libro?

Perché non potevo non scriverlo. Qualcuno ha detto che si scrive per dimenticare, e io volevo e dovevo dimenticare qualcosa di indimenticabile. Allora un giorno mi sono seduto davanti alla famosa pagina bianca. CI sono rimasto per ore, fino a quando dopo la prima parola è arrivata la seconda, poi la prima frase. Poi dieci, poi un capitolo. Alla fine ne è uscito questo romanzo, e una nuova consapevolezza che trasuda dalla pagine del libro stesso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Che fine hai fatto?

Nella vita di ognuno c’è più di una vita.                                                            

La moka borbotta sul fuoco. “Il caffè perfetto è quello fatto con la crema della moka”, ti disse un tizio tanti anni fa. Lo avevi guardato perplesso. Avevi otto anni.

-Allora, appena inizia a salire il caffè, ne prendi un po’, ci metti due cucchiaini di zucchero, sbatti il tutto fino a ottenere una sorta di crema densa e, una volta salito tutto il caffè, lo versi nella tazzina, ottenendo il caffè perfetto-

È da molto che non bevi un caffè perfetto. Così, bevi questo caffè imperfetto, corretto con del gin da quattro soldi, mentre guardi la pioggia giocare col vetro della finestra. Un gallo canta in lontananza insieme alle campane della parrocchia di Santa Maria Assunta e San Francesco, che battono un colpo solo. Guardi l’orologio: sono le cinque e trenta del mattino. L’appartamento in cui ti trovi, non è il tuo.

Scosti la tenda quel tanto che basta per sbirciare fuori. Sei riuscito a sorprendere l’apice del buio. Quel momento della giornata in cui il sole inizia la sua corsa verso l’alto per stemperare la notte e consumarsi fino a creare il giorno. Non si vede ancora un granché. I tuoi occhi non sono ancora abituati al buio perché aspettano la luce.

Continua a leggere

Continua a leggere

Mentre crei questa immagine, pensi a una metafora della vita; della tua vita. Non sei precisamente il tipo di persona che qualcuno si aspetterebbe di trovare in una casa, a sbirciare fuori della finestra la pioggia cadere delicatamente sul selciato, alle cinque e trenta del mattino. Per giunta, l’appartamento in cui ti trovi non è, appunto, il tuo. Eppure, eccoti qua e non puoi nemmeno dire che la situazione ti sia del tutto estranea. Anche se i dettagli sono confusi e ti danno un appiglio al quale tu ti aggrappi ogni volta.

Dettagli confusi, uguale mente confusa, uguale vita confusa, uguale bisogno di cazzate, uguale tempo che passa; uguale? Non lo sai nemmeno più. Ti sei sempre arenato qui, alla ricerca di un altro appiglio, di un’altra scusa per poterti piangere addosso ancora per un po’. Hai idea di dove sei? Non esattamente. Ieri sera, eri con Luis che ti aveva presentato una sua amica e poi era sparito.

Pensi che lui, sì, sarebbe il tipo di persona che ci si aspetterebbe di trovare in una situazione come questa. Perché è il tuo doppelgänger, la parte di te che non sei, ma che per certi versi vorresti essere. Credi che lui sia migliore di te, nonostante si chiami Luigi ma si faccia chiamare Luis, perché crede che gli dia quel tocco di esotismo che piace molto alle donne. Sei sempre stato sedotto dal suo fascino ambiguo, anche se pensi che sia una persona terra a terra. Sei ammirato dalla sua estrema capacità di rifiutare qualsiasi cosa che lo allontani dalla possibilità di godersi la vita in tutte le sue forme, fino a considerare la ricerca di un lavoro stabile qualcosa di simile a un affronto.

La serata, come sempre all’inizio, era promettente. Avete fatto un aperitivo sul pontile di Lido di Camaiore, avete cenato in piazza a Seravezza e compiuto il giro di Pietrasanta, senza contravvenire alla regola aurea di Luis che prevede si consumi qualcosa in ogni bar. A un certo punto, ti eri chiesto se non fosse il caso di mollarlo e tornartene a casa. Ma la notte aveva già oltrepassato quella linea immaginaria in cui si decide se tornare a casa, o fare le sei del mattino. Una linea immaginaria oltre la quale tutto quello che accade è puramente collaterale.

Collaterale come il fatto che ti sei ritrovato appoggiato alla consolle del Dj del Diagonal ubriaco e strafatto, a chiacchierare con questa sua amica. Stava dicendo che nel locale la musica non era poi tanto male, ma che era pieno di coglioni. Tu non avevi molta voglia di ascoltarla. Con ogni probabilità non saresti stato nemmeno in grado di articolare un discorso di senso compiuto. Te ne saresti voluto andare, ma non sapevi se, staccandoti dalla consolle, saresti riuscito a mantenere un equilibrio sufficiente per raggiungere la macchina e guidare fino a casa.

Pensi che tutto questo sia emblematico. Tutto quello che stai facendo in questo momento della tua vita è tutto ciò che non vorresti mai dalla vita. I locali, gli amici di una sera, l’alcool, le droghe, la Versilia in tutto il suo splendore e oltre ogni limite; non ne puoi più di tutto questo. Ti dici che la tua costante presenza nelle notti versiliesi sia una sorta di esperimento per dimostrare a te stesso quello che non vuoi dalla vita. Metti a fuoco le tue priorità, facendo l’esatto contrario.

Ti vedi piuttosto come qualcuno con una casa con giardino in una zona tranquilla di Massa, magari vicino a San Carlo. Qualcuno che, in estate, riempie di ghiaccio un paio di borse frigo per andare alle Guadine, la domenica. Qualcuno che ha una station wagon piena di pannolini, con un seggiolino sul sedile posteriore, lato passeggero. Qualcuno che per Natale prenota al Tonale una settimana bianca in compagnia di due, tre colleghi di lavoro con i quali passi spesso le vacanze. Qualcuno che ha incontrato una ragazza che di norma non incontreresti mai in giro per la Versilia di notte, mezza ubriaca, come la maggior parte di quelle che frequenti ultimamente. Qualcuno che la inviterebbe a fare una passeggiata sul lungomare. Qualcuno che la inviterebbe per un caffè su una terrazza con vista mare.

Qualcuno che in questo momento non sei tu.

D’altra parte, Luis era sparito probabilmente con una delle sue tante amichette, e nessuna ragazza del locale ti sarebbe stata d’aiuto per alleviare il senso di vuoto che ti affiggeva. Il Dj, che è un amico di Luis, ti aveva fatto segno di salire in consolle, dove erano pronte alcune strisce di polvere bianca. Era chiaro che, se non ne approfittavi subito tu, sarebbe sparita su per le narici di qualcun altro, con l’immediatezza del fulmine.

Non ci hai pensato nemmeno per un istante a lasciare che fosse qualcun altro a spararsela su per il naso. Hai mollato l’amica di Luis e con un balzo sei asceso. Per fortuna la consolle era sufficientemente sopraelevata da lasciarti un rifugio sicuro per la tua operazione e mantenere intatta una parvenza di dignità.

Ti sei un po’ ripreso. Hai salutato il Dj il quale ti aveva proposto un nuovo giro. Tu avevi rifiutato per decenza. Lui aveva subito riapparecchiato per due diciottenni mezze nude che avevano preso il tuo posto lì sopra.

Ti sei diretto al bar per bere qualcosa di alcoolico. L’amica di Luis era al varco ad attenderti, seminascosta da un paio di ragazzi appoggiati al bancone che sorseggiavano due negroni. In mezzo alla pista, qualcuno stava ancora ballando.

Per un istante hai pensato di buttarti lì, in mezzo, dimenandoti al ritmo sincopato di quella musica che non avevi ancora ben capito di che genere fosse. Niente da fare: lei ha fatto finta di trasalire come se ti avesse visto soltanto in quel momento, e ti si è appiccicata addosso come la ventosa di un polpo.

– Balliamo? -, hai detto tu, più che altro per zittirla e darti il tempo di pensare a una qualunque scusa per mollarla lì e andartene. Lei ti ha guardato come se le avessi proposto di farsi inculare nel cesso del locale. Forse è una pessima ballerina, hai pensato. Ti sei frugato in tasca e ti sei accorto di essere rimasto senza soldi per una consumazione. Hai provato una leggera sensazione di smarrimento. Zaira, che è il nome dell’amica di Luis, ti ha detto che offriva lei. Hai pensato che, in fondo, questa Zaira fosse la tua ultima speranza di salvezza per la serata. La guardi con un po’ più di attenzione. Noti che ha dei bei capelli, un corpo elastico e ben proporzionato, anche se è eccessivamente truccata. A te, le ragazze eccessivamente truccate non sono mai andate a genio.

Ma ti sei detto: “forse in un locale come questo e a quest’ora, questa ragazza è il meglio che si può sperare di trovare”. Come una sorta di quattro salti in padella umano.

Dopo il tuo secondo negroni aveva detto di essere stanca e, in fondo, anche tu eri un poco stanco e ti sentivi tremendamente abbandonato. Eri sicuro che non saresti riuscito ad affrontare la nascita del nuovo giorno tutto solo, perché avresti smesso di essere un fantasma della notte e saresti diventato di carne e ossa, tornando a essere un comune mortale nella luce acre dell’alba. Il suono della sua voce e il contatto della sua pelle ti hanno fatto sentire bene. Lei ti ha preso per mano e ti ha portato fuori, nel parcheggio.

Tu sei uscito dal locale mettendoti una mano sugli occhi temendo la luce del giorno. Ma erano le quattro di sabato note o di domenica mattina: ancora presto per la luce diurna. Sei salito sulla sua macchina e lei ha guidato passando per la scorrevole che porta al San Camillo, e ha svoltato nella stradina subito prima della farmacia di Vittoria Apuana.

Appena entrato nel silenzio del suo appartamento, hai chiuso mentalmente le orecchie per non sentire quel finto amore stare zitta.

È stato peggio di quanto ti aspettassi. Quel silenzio era come il rimprovero di tua madre. Per salvarti, hai deciso di scoparla in qualche modo, in quella visibilità limitata dalla poca luce e dalla tua inesistente conoscenza dell’appartamento. Forse ci sei riuscito.

La superficie del vetro scintillante di pioggia è rassicurante. Sbirciare fuori dalla finestra ti fa sentire saggio e ragionevole, anche contro l’evidenza della situazione. Ti rivesti in silenzio ed esci, chiudendo la porta. Ti ritrovi sul lastricato in marmo davanti alla farmacia, che rimanda il tenue bagliore della luce che si è pian piano formata.

Sono le sei e trenta del mattino. Qualcuno in bicicletta ti passa davanti, salutandoti con la mano. È Antonio, il bagnino del Bagno Italia che ti chiede se è tutto a posto. Ti sbracci per salutarlo e rassicurarlo. Col cellulare chiami un taxi per farti portare fino al parcheggio del Diagonal, dove hai lasciato l’automobile. Appena agganci, ti ricordi di non avere soldi per pagare. Tenti di richiamarlo ma quello non risponde. Quando arriva, ti affacci al finestrino per dirgli che non hai di che pagarlo.

-Testa di cazzo!-, dice, sgommando verso il lungomare.

Ti fermi all’angolo davanti al Quarto Platano e senti il profumo delle paste e del caffè espresso. Ti avvicini e guardi dietro la vetrina il tavolo dove spesso tu e Alice stavate seduti a fare colazione. Era l’ultimo tavolo in fondo al bar. Ma a voi piaceva proprio perché era appartato ed era il “vostro” tavolo. Era ancora l’inizio della vostra storia, avevate in affitto un appartamentino a Ranocchiaio, con le pareti piene di muffa, le finestre che non riparavano granché dagli spifferi, e una doccia che non aveva il miscelatore per il caldo-freddo. Ma a voi piaceva, come vi piaceva il Perché No, il vostro ristorante preferito, dove la proprietaria si rivolgeva a voi, chiamandovi per nome.

Passi sull’altro lato della strada e ti incammini verso il San Camillo. La luce a est illumina l’entrata della clinica Fortis. Cammini con attenzione perché non sei troppo sicuro del tuo equilibrio, mentre alzi la testa per guardare le Apuane scintillare in una leggera foschia. Osservi la maestosa avanzata del sole farsi largo in mezzo a un nuvola gigante, mentre piccoli gabbiani ghignanti dirigono verso il mare. Di nuovo per strada alle sei di mattina col cervello fuori sesto, le gambe molli, le tasche vuote e lacerate come il tuo cuore. Sei l’ombra del tuo cadavere.    

                                           

L’utilità di un nuovo lavoro

Il martedì ti arriva in pieno viso come il giro di mazza di un fuoricampo di Barry Bonds. Ti svegli, domandandoti che cosa ne sia stato del resto della domenica e del lunedì successivo. Guidando sull’Aurelia snervato dal traffico delle otto, ascolti la radio. Pensi che questa cosa di ascoltare la radio mentre guidi sia diventata una sorta di schiavitù. Sta andando in onda un appello contro lo spropositato utilizzo della plastica e del fatto che la maggior parte di quest’ultima finisca in mare, andando a formare vere e proprie isole di materiale plastico che, sminuzzandosi in micro particelle, viene poi ingerita dai pesci. Questi ultimi, inevitabilmente, finiscono poi sulle nostre tavole. Lo speaker è assillato da una domanda: quando ci renderemo conto che stiamo mandando in rovina il pianeta con le nostre stesse mani?

Prendi una buca tanto profonda, da far scartare l’auto di lato, farti tornare con gli occhi sulla strada e accorgerti che devi frenare perché il semaforo è rosso. L’annunciatore adesso è passato a un argomento che sembra scaldarlo un po’ di più. Pare che Chiara Ferragni abbia litigato con Fedez e, per protesta, si sia presentata sul red carpet di una qualche manifestazione con un abito trasparente e un perizoma piuttosto ridotto. Fedez è indignato e posta la sua indignazione su instagram. Non serve a niente che alzi gli occhi al cielo, e fondamentalmente non hai niente in contrario al fatto che la Ferragni litighi col suo nano da giardino, ma le persone che danno spazio alla quotidianità di personaggi del genere ti mettono i brividi.

Chiuso l’argomento Ferragni, la calda voce proveniente dalla radio passa al litigio avvenuto in prima serata durante la messa in onda dell’ultima puntata di Temptation Island. Spegni.

Il semaforo è ancora rosso e osservi alla tua destra un annuncio pubblicitario di un’associazione di medici dentisti, che garantisce la massima affidabilità. Nella foto, appare un uomo di mezza età in camice verde a braccia conserte, brizzolato, abbronzato, con un sorriso stereotipato, ma dalla dentatura impeccabile. Cerchi di rintracciare una visione d’insieme in tutto questo. Farlo, potrebbe significare un prolungamento della tua agonia. Pensi spesso che le grandi calamità naturali saranno le dirette responsabili della distruzione di questo pianeta e dello sterminio del genere umano. Ti rendi conto, invece, che non saranno necessari eventi catastrofici per farlo, perché si può tranquillamente contare sull’essere umano per mandare a puttane questo pianeta alla svelta.

All’ingresso del negozio provi quel senso di oppressione sul petto che ti assale ormai da tempo. Ogni volta che varchi la soglia del magazzino, il tuo diaframma smette di funzionare regolarmente. Cerchi di riflettere se hai già provato prima questa sensazione oppure se è proprio questo posto, questo lavoro a metterti a disagio. L’odore stantio della polvere, il grigiore dei muri, la faccia della direttrice, pensi che abbiano potuto congiurare per farti avvertire questa sensazione.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Resilienza Versilia”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Alessandro Zetti
Mi chiamo Alessandro e dopo varie peregrinazioni in giro per il mondo sono approdato in Versilia. Ho sempre odiato le imposizioni, tanto che da piccolo nonostante mi piacesse leggere, sentivo la lettura e lo studio come un peso. Piacere che ho ripreso più tardi e che non mi ha più abbandonato, tanto da portarmi alla scrittura. Non potrei vivere lontano dal mare e dai gatti. Chi manca di rispetto agli animali, compie di per sé una selezione ai miei occhi.
Alessandro Zetti on FacebookAlessandro Zetti on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie