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Rosso Cremisi - Volume I

Rosso Cremisi
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Consegna prevista Agosto 2023
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Rosso Cremisi è un romanzo storico, ambientato a Firenze, Roma e Parigi tra il 1870 e il 1871, che racconta una vicenda in cui si intrecciano sconvolgenti avvenimenti storici, miti, simbolismo ed antiche leggende.
È un viaggio di rinascita e perdizione per Lavinia Manfredi, spia e sicario al soldo del Vaticano, costretta ad ordire un complesso e rischioso piano per entrare in possesso di un antico manufatto che può determinare la salvezza o la rovina della Chiesa Cattolica.
Un vortice di emozioni, frustrazioni e rivalse porterà Lavinia a sfidare le più grandi personalità del suo tempo, da Vittorio Emanuele II a Pio IX a Otto von Bismarck, con risultati a volte tragici. Percorrerà il sentiero della vita a ritroso, animata da un forte sentimento di rivalsa che le farà perdere progressivamente la sua umanità, pur di sconfiggere i suoi avversari, che appartengono ad un mondo dove imperano ipocrisia, iniquità e bieco maschilismo.

Perché ho scritto questo libro?

Si dice che le storie, come le canzoni, nascano da sole. E così è stato con il personaggio di Lavinia. Farle prendere vita è stata un’avventura che mi ha tenuto incollato alla tastiera come se, davanti ai miei occhi, scorresse un film. Rigore storico, intrecci della trama e scorrevolezza sono soltanto espedienti per narrare visivamente ed emozionalmente una storia che non aspettava altro che essere raccontata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Questioni di palazzo

Firenze, XI settembre 1870

La maestosità della facciata di Palazzo Pitti, con la sua piazza obliqua e austera colpita dai raggi di un caldo sole di mezzogiorno, la lasciò senza fiato. La carrozza proveniente da Roma s’era fermata proprio a ridosso degli scalini della piazza e lei scese senza che si fosse fermata del tutto.

Sebbene fosse abituata alla grandezza dei palazzi romani e di tutte le capitali europee che aveva visitato, il colpo d’occhio sulla semplice austerità che emanava la facciata non la lasciava mai del tutto indifferente. Sorrise appena, pensando che ogni volta che tornava a Firenze, il palazzo le faceva la stessa impressione. Era pur sempre il palazzo dei reali d’Italia. E rappresentava un mondo sfarzoso e spensierato che ormai era solo un ricordo che talvolta fuoriusciva con l’impeto dell’odio troppo a lungo represso. Conservò ancora quel mezzo sorriso di circostanza, mentre dinanzi agli occhi passavano le miriadi di individui vacui e vanesi con cui doveva avere a che fare quotidianamente. Un singolare scherzo del destino.

I suoi occhi verdi saettarono sotto al cappello nero a tesa larga di foggia romana, alla ricerca di potenziali ostacoli.

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Le ali del palazzo, che si aprivano in sette finestre ad arco a tutto sesto, pullulavano di persone, indaffarate in conversazioni e commissioni. Insomma, tutto sembrava normale.

Attorno all’entrata principale, stava di stanza un drappello di Guardie d’Onore del Re, scintillanti e maestosi nel loro incedere di ronda. Armature pettorali dorate e decorate e grandi elmi sfarzosi, i cui lunghi pennacchi svettavano nella leggera brezza di mezzogiorno. Ricordando la severa educazione sull’etichetta di corte che aveva ricevuto, distinse rapidamente il comandante del drappello e il suo secondo. Voltò leggermente il capo con un vezzo, mentre squadrava con attenzione il resto della piazza. Poi, si sentì chiamare.

«Signorina!»

Si voltò sbattendo gli occhi, con quel sorriso appena abbozzato che tanto piaceva agli uomini più ottusi. 

Il cocchiere se ne stava in disparte, sbuffando ripetutamente, alle prese con il pesante carico che aveva dovuto portare da Roma.

«Sì?»

«Dove vuole che portiamo i Suoi bagagli?»

Amava quando le riconoscevano il suo rango. Il lei e non il voi. Ultima delle frivolezze che tanto gli stavano a cuore, quando ancora era un’illusa che credeva di vivere in uno splendido romanzo romantico.

«Rivolgetevi pure agli attendenti di palazzo, mastro Buratti. Loro sapranno dirvi dove Sua Maestà intende farmi alloggiare.»

«Come desidera, signorina.» E si produsse in un inchino forzato.

Mentre parlava, i grossi favoriti che sfoggiava il cocchiere si muovevano dandogli un’aria buffa. E questo la fece sorridere nuovamente. 

«Grazie, mastro Buratti. Viaggiare con voi è sempre un piacere, per una gentildonna!» disse con un sorriso questa volta ampio e languido.

Socchiuse poi gli occhi in attesa dell’effetto desiderato. Non c’era niente di meglio per conquistare l’attenzione di un uomo. Due parole ben assestate, un sorrisetto amatoriale e diventavano docili come gatti di casa. Ora i bauli li avrebbe trasportati anche oltre lo Stige.

Dalla carrozza s’udì un vociare insistente. Due uomini che discutevano.

«Giovanni, non insistere! Sua Maestà ci attende quanto prima!»

Poi scesero. Prima uno. Vestito in abiti borghesi, di foggia non particolarmente ricercata, aveva blusa marrone, un cilindro corto e calzoni di discreta fattura.

Poi l’altro. Prima il bastone, con pomello d’oro a forma d’aquila, poi il resto.

Un uomo abbastanza alto, stempiato, con favoriti alla Cavour che gli davano un’aria malupina ed acuta. Il suo cilindro nero ed elegante, la giacca doppio petto di sicura fattura milanese, il soprabito anch’esso nero e lo sguardo deciso erano tutti dettagli che rendevano onore al suo rango.

Il Conte Gustavo Ponza di San Martino era uno degli uomini più fidati del Re. Consigliere, suo luogotenente nelle province napoletane, deputato e poi senatore del Regno.   

«Giovanni, dite voi a questi signori di provvedere al mio bagaglio. Sua Maestà non può aspettare oltre» disse con il suo forte accento piemontese.

La ragazza continuò a guardarlo.

Aveva sviluppato una capacità innata per le lingue, fossero dialetti italiani o lingue straniere. Non faceva differenza. Era uno dei suoi doni più spiccati, tanto che suo padre e sua madre restavano spesso allibiti quando riusciva ad imitare i vari ospiti che venivano dalle diverse parti d’Europa.

Gustavo Ponza avvertì il suo sguardo su di sé e le si avvicinò.

«Signorina Manfredi, vedo che il lungo viaggio non ha fiaccato le Sue forze. Lei è ancora un fiore!» e fece un eloquente gesto con la mano.

In effetti, Lavinia Manfredi non poteva passare inosservata. La sua grazia innata e la sua eleganza nel vestire erano qualità note. La sua lunga chioma di capelli corvini e mossi come piccole increspature di un mare notturno, era stata croce e delizia di molti nobiluomini. La sua figura minuta ma proporzionata le dava una leggiadria tale da competere con le ballerine dei migliori corpi di ballo della corte di Russia.

«Lei è sempre così complimentoso, conte! Una fanciulla potrebbe sentirsi addirittura oberata da tali attenzioni!» e mosse con garbo i capelli all’altezza della nuca.

Il conte ed il suo attendente deglutirono a fatica. Quegli occhi verdi e quelle occhiate oblique, avevano mietuto vittime ben più altolocate di entrambi.

«Cosa stiamo aspettando allora? Diceva bene poc’anzi! Sua Maestà attende!»

Così dicendo, agitò appena il lungo abito di seta nero e cremisi all’altezza della coscia, facendolo frusciare con leggerezza quasi frivola e si avviò verso l’entrata di palazzo Pitti. L’accenno di polpaccio che emerse dal fruscio, causò un secondo bollore ad entrambi i gentiluomini, che finsero un imbarazzo velato di malizia. Quella donna ci sapeva fare, pensò il conte. Non mancò di notare gli abiti di fattura sfarzosa ed elegante. Probabilmente amava fare compere nell’area del Tridente, forse in via del Corso, in cui le eleganti botteghe della moda romana vendevano i migliori prodotti per le gentildonne come lei.

Lavinia Manfredi. Un po’ Cleopatra, un po’ Messalina, un po’ Isabella d’Este.

Il conte fissò eloquentemente il proprio anulare sinistro e sospirò. Dopotutto, era un uomo di principi saldi. Poi, s’avviò anch’egli seguito dal suo attendente.

Quando furono dentro, Lavinia fu nuovamente assalita dalla meraviglia. Non ci si stanca mai di vedere il Giardino di Boboli, pensò. 

La facciata posteriore del palazzo affacciava sui monumentali giardini e la loro magnificenza si poteva ammirare dalle grandi vetrate del salone in cui i servitori del Re li avevano fatti accomodare. Era senz’altro un’immagine che lasciava senza fiato. Il verde sprizzava brillantezza nel sole settembrino e rendeva etereo il complesso reticolo del parco.

«Signori, seguitemi prego.» Una voce educata interruppe i pensieri di Lavinia.

Un uomo con un’elegante livrea bianca fece loro segno di proseguire. E li guidò attraverso stanze magnificenti con arazzi alle pareti e splendidi affreschi ai soffitti.

Poi, giunsero dinanzi ad una porta.

«Eccoci, signori. Questa è la Sala del Trono. Sua Maestà Re Vittorio Emanuele II è pronto per ricevervi.»

Si sporse in avanti e aprì la porta.

Il conte Ponza di San Martino fece cenno a Lavinia di accomodarsi per prima, poi la seguì.

La Sala del Trono sfoggiava delle pareti rivestite in velluto rosso con decorazioni dorate che conferivano un’aria sacrale all’ambiente. Al centro, si ergeva un possente baldacchino, anch’esso di color rosso ed oro, sormontato dallo stemma sabaudo, sotto il quale stava seduto Vittorio Emanuele II.

Vestito con l’uniforme di gala, con l’elegante giacca dai bottoni d’oro costellata di medaglie ed onorificenze, aveva un’espressione grave. Dietro ai suoi grandi baffi arricciati ed al suo lungo pizzetto, il Re appariva turbato.

Alla vista dei suoi ospiti, si alzò e fece cenno di uscire alle persone con le quali si stava intrattenendo. Nella stanza, rimasero soltanto quattro ufficiali della Guardia d’Onore.

L’uomo di bianco vestito annunciò i visitatori.

«Caro conte di San Martino…» esordì Vittorio Emanuele.

Il conte abbassò il capo con deferenza.

«Mio Sovrano…»   

Lavinia, non mancò di osservare l’attitudine quasi confidenziale di entrambi. Come peraltro già sapeva, il conte era fidato servitore del Re.

«Vedo che lei giunge in ottima compagnia, questa volta» e sorrise verso Lavinia.

A sua volta, Lavinia contraccambiò il sorriso e fece un inchino grazioso.

«Lavinia Manfredi, ti conosco da quando eri una bambina pestifera!»

«Molta è l’acqua passata sotto i ponti, caro zio. Quella bambina non c’è più…» rispose piccata.

«Invece io la vedo qui, ora, dinanzi a me!» disse divertito il Re. Stuzzicare quella bambina tanto intelligente, era stato uno dei suoi passatempi preferiti, in gioventù.

E ciononostante, alla soglia dei cinquant’anni, ancora lo trovava divertente.

Lavinia abbozzò e si mostrò gentile. Mettere in imbarazzo il suo accompagnatore ed il Re stesso, non rientrava nei suoi piani.

«Vieni qui! Dammi un abbraccio! Sei l’unica nota positiva in questi tempi difficili.» Aprì le braccia verso di lei, e Lavinia accorse con tenerezza. Gli anni potevano averla indurita come la corazza di un Dragone, ma pensare alla sua famiglia le faceva sempre stringere il cuore.

Vittorio Emanuele si staccò dal veloce abbraccio e la guardò negli occhi.

«Dimmi, Lavinia, come sta tuo padre?»

Lei si rabbuiò e per un istante l’aria garrula e maliziosa che aveva assunto finora, sparì.

«Purtroppo, niente di nuovo. Nulla è cambiato.»

«Mi dispiace, ragazza mia. Io nemmeno posso farci niente.»

Il conte di San Martino seguiva la conversazione con un sopracciglio alzato, senza capire di cosa stessero parlando.

«Caro conte, ci voglia perdonare per questo spettacolo poco consono…»

Il Conte si trovò in imbarazzo.

«Vorrà scherzare, mio Signore…»

Lavinia si ritirò in disparte. E attese. Come solo lei sapeva fare.

«Allora, mio fidato amico. Mi dica. Quali nuove giungono da Roma? Il Pontefice ha deciso finalmente di ascoltare la voce della ragione?»

«Purtroppo, mio Signore, il Sommo Pontefice non ha gradito il Suo messaggio.»

Così dicendo, estrasse dalla giacca una lettera, ornata dal Sacro Sigillo Papale e la porse al Re.

«La prego, la legga lei per me. Oggi i miei occhi sono particolarmente affaticati.»

«D’accordo. Allora la lettera dice: Sire, il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a Vostra Maestà piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà.

Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che Vostra Maestà empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a Vostra Maestà per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno.»

Vittorio Emanuele, per un secondo, perse l’aria bonaria, sebbene severa, che solitamente lo contraddistingueva e tornò a sedersi sul trono, contrariato.

«Dannazione! Possibile che non veda il problema? A chi giova spargere ancora del sangue di innocenti?»

Il conte scosse la testa.

«Davvero, Sire, non lo so. In questi giorni a colloquio con il Santo Padre, non sono riuscito a cogliere una logica di fondo, nelle sue parole. Siano esse dette per orgoglio, o per paura di perdere ciò che la Chiesa ha accumulato nei secoli…è difficile da stabilire.»

Il Re sollevò lo sguardo.

«Paura di perdere cosa, esattamente? Le proposte che gli abbiamo inviato parlavano chiaramente di concessioni più che generose…»

«Evidentemente, il Papa non è pronto a cedere il suo regno temporale senza fare resistenza.»

«Evidentemente.»

Il Re fece una lunga pausa corrucciando ripetutamente la fronte e la bocca, come se masticasse parole che non voleva che uscissero. Poi riprese.

«Una cosa non capisco.»

«E sarebbe?»

«Nella mia missiva, ho specificato che le truppe non invaderanno Roma militarmente, ma ne garantiranno soltanto la sicurezza. Invece il Santo Padre pare convinto del contrario. Da dove trae queste conclusioni? Che ci sia una fuga di notizie?»

Il conte parve spaesato. Non era un’eventualità che aveva preso in considerazione.

«Sua Maestà sospetta che ci sia una spia qui a corte?»

Vittorio Emanuele si lasciò sfuggire una risata amara.

«Amico mio, mi meraviglio della sua ingenuità! Soltanto a palazzo ve ne saranno a decine!»

Il conte abbassò lo sguardo.

«L’importante è che sappiamo esattamente quali informazioni far trapelare e quali tenere ben nascoste»

«Dice bene, Maestà. Allora già s’è deciso il da farsi? La mia spedizione è stata solo un pro forma

Il re annuì.

«Come probabilmente già saprà, giusto ier sera il Presidente del Consiglio Giovanni Lanza mi ha informato di aver dato inizio alla mobilitazione dei contingenti di guerra.»

«Sua Maestà non sembra gioire di tale decisione…»

In effetti il viso del Re tradiva incertezza. L’educazione ai più severi insegnamenti cattolici era stata principio cardine di casa Savoia, e l’idea di generare ulteriore dissenso col Vaticano pareva suscitare in lui disagio, quasi timore.

«Non mi pronuncerò al riguardo, sebbene non posso dar torto al Presidente Lanza. L’occasione è finalmente giunta.»

Il conte si trovò perfettamente d’accordo col suo sovrano. 

«Del resto, come ella ha detto poc’anzi, a chi giova la resistenza? A questo punto, conviene a tutti che Roma entri nel Regno e ne diventi capitale!»

Il Re annuì gravemente. Non c’erano altre soluzioni. E se questa annessione fosse avvenuta senza spargimento ulteriore di sangue, tanto meglio.

«Cos’altro ha raccolto dalle lunghe chiacchierate con Pio IX?»

«Mentre parlavo con lui, mi sembrava quasi addolorato. Almeno, questo è quanto la mia coscienza di cristiano mi suggeriva. A mente fredda però, mi sovvengono altre parole. Mi ha detto che ormai l’azione militare gli appare inevitabile, che lui la approvi o meno. Non riconoscerà mai come legittima questa forzatura e dice che la griderà in faccia al mondo.»

«Il mondo non si interessa più al piccolo Stato Pontificio. Ora gli occhi del mondo sono altrove. Del resto, il suo principale difensore è appena stato sconfitto.»

«Detto tra noi, Sua Maestà, non capisco come Napoleone III abbia soltanto sperato di poter sconfiggere in battaglia l’esercito prussiano. Oggigiorno, non vedo possibile che un esercito li possa affrontare con qualche speranza.»

«Difatti, è anche il mio pensiero. Dopo il 2 settembre, abbiamo dovuto muoverci con celerità. Roma è alla nostra portata.»

«Proprio il pensiero delle carneficine tra francesi e prussiani potrebbe giocare a nostro favore. Il Santo Padre mi pareva profondamente turbato dal pensiero di resistere in armi ad oltranza.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Rosso Cremisi è un romanzo che si legge avidamente, si viene catapultati nel mondo di Lavinia e sembra realmente di vivere le sue avventure attraverso i suoi occhi. La profondità dei personaggi e l’incredibile capacità descrittiva dell’autore ti fanno viaggiare con la mente.
    Insomma, sembra proprio di essere lì con loro.
    Consigliatissimo.

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Daniele Gaudiosi
Per natura sognatore e cacciatore di storie, sono nato quarantadue anni fa a Sarno ma vivo da sempre nella provincia vicentina. Dopo la maturità classica e le avventure universitarie studiando Storia e Lettere Moderne, ho lavorato in diversi settori, dalla grafica all’industria, per poi aprire un negozio nel centro della mia cittadina.
Sempre pericolosamente in bilico tra musica, cinema, arte, storia e letteratura, la mia immaginazione è sempre alla ricerca di prendere forma. Compositore, cantante, chitarrista rock, lettore e cinefilo, la scrittura resta per me il veicolo più diretto per raccontare tutte le passioni che mi scorrono dentro e per rinnovare ogni giorno la sensazione di essere vivo e gustare la vita come merita.
Attraverso le emozioni.
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