Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Sale Marino

Sale Marino
61%
79 copie
all´obiettivo
0
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Settembre 2022

Quando credi che le tue radici si stiano sradicando dal suolo, è li che devi trovare il coraggio e la forza di tenerle ben salde. Gegè aveva lasciato la sua terra dodici anni fa, per trasferirsi a Milano. Ma adesso per non perdersi deve ritornare nel suo paesino natale. S’inventa un lavoro che le rifarà scoprire i valori, gli odori e i colori che pian piano stava dimenticando, ritornerà ad amare anche le piccole cose. Tutto il romanzo è accompagnato dal suono e dall’odore del mare, suo vero punto di riferimento, che la cullerà in momenti difficili facendole ritornare il sorriso. Per lei i sogni non vanno mai chiusi nei cassetti.

Perché ho scritto questo libro?

Chi mi conosce sa che una parte di questo libro è parte del mio vissuto. Sono tornata a Bari due anni fa, dopo aver vissuto per dodici anni a Milano. Quando sono ritornata nella mia città avevo una carica esplosiva, volevo fare qualcosa di nuovo nel mio paesino. Un’idea era proprio quella che racconto nel libro, poi però ho capito che per problemi di burocrazia ed economici non sarebbe mai stato possibile, allora ho iniziato a scrivere quello che avrei voluto che accadesse. Così nasce Sale Marino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ero ritornata dopo dodici anni, avevo di nuovo voglia di rivedere le macchie di sale sulla mia pelle. Quel sale che in realtà mi sono sempre portata addosso, anche quando mi sono trasferita a Milano.

Perché sono scappata a Milano?

Perché qui al Sud ero rimasta senza lavoro e senza Amore

Si qui al Sud non puoi amare alla luce del sole un uomo sposato e poi tutto il modo lo sa, la parola lavoro è utopia. Allora per salvarti devi avere il coraggio di lasciare il sole, il mare, gli odori e devi toglierti quel sale d’addosso; sperando che magari un giorno tu possa ritornare, trovando tutto allo stesso posto…magari senza amori proibiti e con un lavoro inventato.

Quando ero ritornata, per fortuna, tutto era al suo posto. Quel mio amato paesino era rimasto così come l’avevo lasciato tempo fa. Al centro, in altura c’era la torre che ospitava sempre “gente di un certo livello”: pittori, scrittori o fotografi (chissà quante volte aveva fatto da sfondo per le foto dei matrimoni); dal terrazzino sulla parte anteriore quando c’era bel tempo riuscivi a vedere l’Albania. Sotto alla scalinata c’era sempre la sedia di Ninetta che vendeva frutta e verdura e ogni volta che compravi qualcosa doveva raccontarti del marito che si svegliava alle cinque per andare a raccogliere quella roba fresca, e lei era costretta da ormai quaranta tre anni a preparargli il caffè tutte le mattine. Sotto alla sedia aveva sempre due o tre “boccaci” di verdure sottolio. A naturalmente qui so’ tutti amici, se non addirittura fratelli. Dall’angolatura di Giulio si aveva la vista più bella di Torre a Mare. Sotto le ringhiere trovavi sempre dei pescatori che cucivano le reti e vendevano pesce fresco per tutto il giorno, o semplicemente fermandoti sentivi il rumore del polpo che “sbattevano” sugli scogli del porto per aricciarlo…Il porto ospitava non più di venti barchette, ognuna con una storia diversa. Barche con nomi di donne, quelle con nomi di pescatori oppure molto più frequentemente quelle con il nome del santo patrono…San Nicola.

Ogni barca e ogni pescatore avevano storie da raccontare.

Continua a leggere

Continua a leggere

Qui al paese da piccola mi chiamavano Biancaneve, per i miei capelli al “nero di seppia” e i miei occhi verdi e poi perché ero sempre circondata da bimbi, non ho mai giocato con le barbie. A casa però per i miei genitori sono sempre stata Gegè. Adesso tutto il paese mi riconosceva con quel nome, e tutte le volte che camminavo per le stradine mi sentivo dire “E’ tornata Gegè, la milanese”. Ecco i sprannomi. Tutti avevano un soprannome, a me avevano storpiato il nome e mi aveva dato quel soprannome che non c’entrava niente; se non il fatto che avessi vissuto per dodici anni in quella grande città.

Qui la gente non aveva mai fretta, la mattina quando mancano solo dieci minuti per timbrare il cartellino, non si privano del caffè e del cornetto, ma soprattutto non puoi privarti della chiacchierata con l’amico d’avanti al mare, perché solo così riesci ad affrontare la giornata. E poi si sa, strada facendo se trovi la signora come Ninetta che vende le cime di rapa, non puoi non fermarti pensando già al pranzo; naturalmente sei in macchina, (perché da noi la passeggiata a piedi la fai solo il sabato e la domenica) e quindi ti fermi al centro strada tanto ci mette due secondi a darti due euro di cime di rapa, magari potreste sentire dei clacson, ma tranquilli perché quelli dietro di voi faranno la stessa cosa, magari si fermeranno un po’ più avanti a prendere un vassoio di ricci… A si da noi i ricci te li danno anche nei vassoi, un po’ come i dolci della domenica.E poi ci sono le pause pranzo che durano quattro ore, perché a tavola devi avere il tempo di parlare con mamma, papà, sorella, nipote grande, nipote piccolo e se a pranzo ci sono anche nonna e zia, devi parlare anche con loro. Sapete noi amiamo le grandi tavolate non solo a Natale.Vogliamo parlare del cibo? Quello te lo devi gustare, non è come la schiscetta Milanese; qui si parte dalla cruditè, alle olive fritte, agli antipasti, al primo, al secondo, e il sorbetto non lo volete per “sciacquare la bocca?”, e poi ancora la frutta e il dolce che però in settimana non viene preso subito dopo pranzo, ma verso le quattro un po’ prima di rientrare al lavoro, sapete non si sa mai dovesse venir fame mentre si è in ufficio.

A tutto questo in realtà non dovevo riabituarmi, perché mi era maledettamente mancato per dodici anni e fu subito dopo qualche mese che capii che ormai era arrivato il momento di fermarmi nel posto dove avevo le radici.Se mio nonno fosse stato vivo mi avrebbe detto:” Figlia mia, ti avevo detto che arriverà all’età giusta la voglia di fermarti e costruire tutto quello che ti renderà felice, qui in questo posto che ti ha sempre richiamato”Ed era proprio così, quel momento, dopo aver viaggiato, aver scoperto nuovi amori e nuove storie; era arrivato, avevo voglia di macchie di sale marino sulla mia pelle per sempre.(…)

Un bel giorno infatti quando stava per iniziare la primavera, mi ricordai dei fiori di mandorlo che trovavo per le strade del sud, e mi ricordai del sole e dell’odore del mare e mi feci coraggio. Tornai a riprendermi quella felicità che tutti fin da piccoli abbiamo sognato di trovare nei nostri piccoli paesi del Sud.Tutti all’inizio mi dicevano che facevo la scelta sbagliata, che giù la situazione negli anni era peggiorata, non avrei mai trovato lavoro e… L’Amore??… Le mie amiche mi dicevano che gli uomini giù erano tutti stronzi. Forse non avevano visto quelli del nord. Ah comunque al nord io ero insieme ad un napoletano, gli uomini del nord mi avevano sempre detto che io ero tanta. Non avevo mai capito il senso di quella frase.

Comunque, mi ero caricata di coraggio ed ero tornata.

Quell’anno mi sarei goduta l’estate, mi sentivo di essere tornata un’adolescente, volevo riprendermi tutto quello che mi ero persa.La mattina mi svegliavo verso le sette, grazie a quel raggio di sole che arrivava dritto sull’occhio sinistro, tra un cuscino e l’altro, in un letto matrimoniale tutto mio.Scendevo di casa per andare a fare colazione al Mirador, dove prendevo la solita briosce ai cereali e caffè, mi fermavo a far chiacchiere con Sasà, un noto avvocato di Bari che anche il quindici agosto con quaranta gradi all’ombra, lo vedevi con abito blu e mocassino marrone bruciato, e ogni volta mi ricordava che i suoi abiti erano tutti e solo abiti Brioni o Kiton e per giustificare le sue stupide parole aggiungeva “ Gegè io lo dico a te perché so che tu te ne intendi!”Non ho mai capito di cosa mi sarei dovuta intendere, ad ogni modo io avevo già rimosso i nomi di tutti quei brand che appartenevano a Via Montenapoleone.

Dopo colazione andavo direttamente vicino al solito chioschetto per farmi il primo tuffo della giornata e portarmi il sale nei capelli, poi passavo da Ninetta per la frutta e verdura che portavo da mia madre.

Ecco questo era un altro momento che a Milano mi mancava tantissimo. (…)

Quell’estate passo in fretta ed era arrivato il momento di iniziare a lavorare, concretizzando tutte le idee che avevo raccolto in quei giorni. Lo sapevo, qui al Sud mi sarei dovuta inventare un lavoro, ed era esattamente quello che volevo fare, inventarmi il lavoro che mi andasse a pennello. Avevo bisogno di un lavoro che mi ridesse il sorriso. Nel tempo avevo capito che il sorriso arrivava da un’alba, da un tramonto, dal mare e dalle persone serene. Il mio lavoro si sarebbe formato su questi elementi importanti.Una mattina alle cinque parlando con Rino, il proprietario della barchetta chiamata “la Zita”, che in italiano sarebbe la sposa; capì che il mestiere del pescatore era uno di quei mestieri che mi sarebbe piaciuto fare, un lavoro un po’ misterioso. Lui aveva comprato quella barchetta tanti anni fa con il suo migliore amico Vito. Le prime uscite in barca le hanno fatte sempre insieme fino a quando non è successo qualcosa che Rino aveva difficoltà a raccontare. Da quel girono Rino non aveva più voluto amici, lo conoscevano tutti a Torre a Mare, ma tutti lo definivano un uomo buono ma solitario. Lui diceva che le persone erano abituate a tradire, il mare invece quando imparavi a conoscerlo bene ti restava fedele per sempre e ti aiuta a diventare anche più forte semplicemente cullandoti; le chiacchierate più belle in barca le avrà fatte con i pesci…. Anche loro diceva hanno un’anima. Rino non aveva voluto portare neanche me in barca, perché secondo lui se fossi salita su quella barca sarei rimasta come “la zita di Ceglie”. Per me in realtà non sarebbe stato un problema, alla fine non ho mai creduto nei matrimoni, motivo per cui mi nonna mi ha sempre definito “la nipote strana”. In barca alla fine ci sono andata con i miei cugini, Ciccio e Teo; quel giorno è stato bellissimo. Ho capito che i pescatori vivevano su quelle barche due momenti importanti: uno dove parlano e si raccontano di tutto, dagli affari, alle birre, alle donne; e uno dove meditano, diventano improvvisamente degli eremiti; aspettano lì in silenzio fin quando le reti si riempiono. Ci sono dei momenti sulla barca dove si diventata un tutt’uno con la natura, con il mare e bisogna tacere e ascoltare i suoni perché è proprio vero sembra che anche i pesci parlino. In quel momento crei con l’altro pescatore la fiducia, perché siete insieme ma sai che devi rispettare il momento dove i tuoi pensieri sono altrove. Forse Vito non ha rispettato più quei momenti con Rino. Chissà quante volte si saranno guardati negli occhi e qualcuno dei due non aveva rispettato la regola. Di ritorno da quel giro nel mare, avevo capito che avrei dovuto comprare una barca, magari a remi perché non mi sarei allontanata molto, anche perché qui avrebbero detto “Sei una donna, non puoi farlo”.

Non avrei fatto il pescatore, ma su quella barca avrei creato qualcosa.

Era arrivato il momento, avevo deciso di comprare una specie di peschereccio, ma non per togliere i pesci dal mare. Quel giorno c’erano trentacinque gradi, si moriva di caldo, era scirocco; io però dovevo darmi da fare, avevo l’idea giusta al momento giusto. Andai subito da Rino che era al suo solito posto, avevo bisogno d’ aiuto per trovare una barca adatta a me¸ lui era disposto ad aiutarmi ad una sola condizione…Non saremmo andati a cercare quel peschereccio a Mola di Bari, lì in quel paese c’era sicuramente qualcuno che lui non voleva incontrare; io rispettai la sua decisione… in parte. Quella mattina parlammo con tutti i pescatori di Torre a Mare, e mi resi conto che ormai tutti avrebbero voluto vendere la loro barca, ormai quel lavoro non faceva guadagnare più. Li in quel porto non trovammo quello che stavo cercando. La mattina successiva ricevetti la chiamata di Rino che mi aspettava sotto casa per spostarci su altri porti, intanto prima di partire mi lasciò la busta di sgombri e bocche d’oro che aveva pescato poco prima. In quella mattinata vidi così tante barche, scoprendo anche pescatori veramente simpatici… Non ero però ancora riuscita a trovare la mia barca. Per fortuna Rino vedendomi un po’ demoralizzata capì subito dove portarmi.  Era un saggio e conosceva perfettamente cosa avrebbe reso la giornata migliore. Mi portò a pranzo in uno dei posti che tanto amavo: Savelletri. Ordinammo cento ricci, un po’ di pane e qualche pezzo di provolone e mezzo litro di vino.Fu subito dopo quei bicchieri di vino che Rino decise di raccontarmi bene la storia della sua vita:

“Io, Vito e Tonia avevamo fatto le scuole insieme, a quei tempi si frequentava la scuola elementare, le scuole medie era un po’ come l’università di adesso; io e Vito infatti ci fermammo alla quinta elementare. Eravamo tutti e tre molto amici, a dodici anni avevo capito che Tonia sarebbe stata per me più di un’amica, così le scrissi una lettera dicendole che ormai la pensavo sempre, in qualsiasi momento della giornata. Chissà quanti errori su quella lettera, perché non ho mai saputo scrivere molto bene. Dopo due giorni, mi ricordo bene, mentre stavo per tuffarmi con Vito dal pontile di Grotta Regina, Tonia mi corse incontro e mi baciò. Il bacio più lungo e più bello della mia vita, me lo ricordo ancora oggi quel sapore. Da quel momento fino all’età di sedici anni siamo sempre usciti insieme; io, Vito e Tonia insieme a sua sorella, perché in quei tempi una ragazza non poteva uscire da sola, ci doveva essere per forza qualcuno della famiglia che doveva controllare. Una sera intanto di nascosto da tutti portai Tonia sulla barca di mio padre e li senza che fossimo ancora sposati avevamo fatto l’amore per la prima volta. C’era la luna piena e tantissime stelle. Dopo un mese Tonia era incinta. Io ero contentissimo, per me non era un problema perché l’avrei subito sposata, lei invece piangeva sempre notte e giorno; era diventato impossibile anche parlarle. Chiedevo consigli a Vito con cui nel frattempo avevo comprato una piccola barchetta; lui mi diceva di stare tranquillo che tanto si sarebbe sistemato tutto, diceva che era normale che Tonia reagisse così, era tutta colpa degli ormoni della gravidanza. Intanto iniziammo a uscire tutti i giorni in barca con Vito, raccoglievamo tantissimo pesce e ci dividevamo gli incassi. Un giorno però dopo pranzo mio padre mi chiese di prestargli le reti perché le sue si erano spezzate. Andai sulla mia barca, e li Gegè vidi quello che non avrei mai voluto vedere, quelle scene mi hanno cancellato tutti i ricordi più belli della mia infanzia e adolescenza. Sai Gegè, è stato proprio in quel momento che ho capito cosa significasse “Mi è crollato il mondo addosso”. Nono sono riuscito a dir nulla, loro mi avevano visto, Tonia aveva iniziato a piangere. Io invece non ho mai pianto, però non ho neanche più amato, non sono riuscito più a fidarmi di nessuno, forse sarebbe stato meglio piangere, perché sono rimasto per una vita intera sempre solo. Dopo un mese intanto sono partito con mio zio per il Canada, ho vissuto lì per sette anni e devo essere sincero mi sono divertito anche con le donne, ma ogni giorno ho sempre pensato a Tonia e a quel bambino che forse non era neanche mio. Puoi scappare in qualsiasi parte del mondo, ma gli amori quelli veri te li porti sempre in valigia. Quando sono ritornato a Torre a Mare, per fortuna qualcuno aveva dimenticato la mia storia, qualcun altro faceva finta di niente e qualcuno invece era sparito per sempre. Di loro due infatti non si sapeva più niente, era solo rimasta quella barchetta che fortunatamente dopo tanto coraggio mi sono ripreso. Alla fine è l’unica cosa che mi resta insieme all’amore che ancora oggi provo per Tonia e per quel bambino che forse non vedrò mai. La vita è proprio strana, ti fa provare delle emozioni così forti e poi però te le toglie senza chiederti il permesso.”

Gli riempii un altro bicchiere di vino, ma non riuscì più a parlare, aveva già ricordato troppo e io non sarei riuscita a trattenere le lacrime ancora per molto.

Anche io anni prima avevo scoperto il significato di quelle parole: “Mi è crollato il mondo addosso”.

2022-01-26

Aggiornamento

Cari amici lettori, ormai siamo quasi alla fine della campagna vendita!! Volevo rassicurarvi che per chi ha fatto il pre-ordine riceverà sicuramente la copia cartacea e/o e book perché il primo step di 60 copie è stato raggiunto. Ma questo non basta per poter pubblicare definitivamente il mio libro, quindi vi chiedo l’ultimo sforzo in questi ultimi quaranta gg. Consigliatelo e fatelo acquistare almeno a due vs cari amici…. Ricordando sempre che ognuno di noi può contribuire a realizzare dei sogni !!… e intanto GRAZIE MILLE

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Sale Marino”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Angelica Conversa
Angelica Conversa, nata il 19 ottobre del 1988, nasce a Conversano in un piccolo paesino del sud barese, a diciotto anni si trasferisce a Milano per iniziare a lavorare nel campo della moda, il suo sogno da bambina. dopo dodici anni vissuti nella grande città decide di ritornare nella sua terra natale continuando a lavorare nella moda. Ama leggere, viaggiare e vivere di fronte al mare. Sale Marino è il suo primo romanzo, scritto in un periodo di riscoperta di se stessa e dei suoi veri valori che nel tempo stava perdendo.
Angelica Conversa on FacebookAngelica Conversa on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie