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Sarà l’odore delle cose perdute

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Consegna prevista Aprile 2025
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Cosa fareste se tutto ad un tratto un odore pungente e disgustoso vi investisse fino a farvi perdere coscienza? E come reagireste se riprendendo i sensi vi accorgeste di star vivendo dentro un mondo abitato solo dai fantasmi del vostro passato, senza possibilità di uscire?
Al protagonista di questa storia, Daniel, accade la disgrazia di essere investito da odori nauseanti e repellenti, dopo l’inaspettata e inspiegabile partenza dell’amata Laura. Dopo dieci anni di reclusione forzata, Daniel si convince finalmente che gli odori sono un ostacolo alla sua vita. Inizia per lui un viaggio nei meandri dell’ippocampo, un viaggio in cui imparerà a conoscere meglio l’origine del suo dolore: Laura, spirito inquieto e trasognato. Daniel la seguirà da lontano, attraverso gli occhi della memoria e del cuore, per scovare i suoi tormenti passati, per comprendere le ragioni che l’hanno portata a rifugiarsi in un eco-villaggio; per liberare la parte di sé impigliata nel ricordo delle cose perdute.

Perché ho scritto questo libro?

Ho avuto l’idea di scrivere questo romanzo durante la prima ondata del corona virus, mentre mi trovavo in Brasile ospite di un amico. A Rio de Janeiro esperì per la prima volta un forte attacco di panico, che mi disarmò. La prima cosa che feci fu chiamare una persona molto vicina a me, la quale per una vita aveva lottato contro questo demone. Tornato in Italia decisi di scrivere un libro ispirato a tutti quelli che non mollano mai, il cui fuoco è stato spento dalla vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

All’angolo della sala, una pianta grassa finta cercava timida di farsi notare e apparire in pendant con il resto dell’arredamento, senza risultati. Daniel non trovò alcuna logica nella scelta di disporre di una pianta morta come decorazione, dato che nello studio il Dottore collezionava piante vere che curava con molto riguardo. Delle poltrone sgangherate in similpelle accoglievano i clienti, mentre delle lampade da lettura, posizionate su tavolini in laminato, rischiaravano la stanza senza finestre. Infine, anche qui, come nello studio, c’erano una serie di librerie, di cui una incastonata alla parete. Non erano tanto antiche ed eleganti come quelle del suo studio, però. Era infatti evidente che la scrupolosa attenzione per i dettagli che il Dottore rivolgeva all’aspetto del suo studio, era inversamente proporzionale a quella della sala d’aspetto, che dopotutto, pensò Daniel, è altrettanto importante essendo il primo contatto con l’ospite o con il cliente. Sul sostantivo appropriato da usare per definire la sua attuale posizione, Daniel aveva ancora qualche dubbio, in quanto non sapeva esattamente come il Dottore lo vedesse. Ogni volta che ci pensava, immaginava senza sforzi la caricatura di un portafogli parlante affetto da disturbo del controllo degli impulsi.

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Di fronte a lui, un ragazzo secco e sgualcito come una sagoma ritagliata, con uno strano cappello da giardiniere, si grattava convulsivamente il capo. Era accompagnato dai genitori. Il padre, un uomo di mezza età, con un naso rosso e gonfio, si agitava e si dimenava nella sedia che non riusciva a contenere il suo fondoschiena, palesemente infastidito dall’uomo di fronte a loro che lanciava degli sguardi carichi di sensualità alla moglie. Quest’ultima, che poteva essere anche scambiata per la sorella del ragazzo se non fosse che indossava la fede al dito, era una bellissima donna, giovane, bionda, con dei grandi occhi azzurri. Sembrava essere stata affittata per l’occasione. Non faceva altro che guardarsi le unghie lunghe e intonare una strana nenia in lingua slava, ignorando completamente le avance dell’uomo. La ragazza che le sedeva di fianco, bassina, panciuta, con lunghi capelli argentei finti che le cadevano sul viso bianco e marmoreo, sembrava ripetere tra sé e sé la stessa preghiera muovendo solo le labbra.

Quando il Dottore lo invitò ad entrare, dallo studio uscì una donna africana, nera come l’ebano, con un Dashiki colorato che le scendeva lungo fino a coprire i piedi. Rimase per un istante sulla soglia della porta con lo sguardo perso nel vuoto. Daniel ebbe l’impressione che la donna stesse levitando. Sollevò il vestito e si guardò i piedi, turbata, come se per un istante avesse scordato il senso del loro impiego. Poi alzò la testa, incontrò lo sguardo di Daniel curiosa, e parve ancora più stupita quando realizzò che anche lui ne aveva un paio. Daniel si alzò per entrare nello studio, la donna rimase sulla soglia della porta impedendone l’accesso. Lo scrutò perplessa e concitata, aprì leggermente la bocca come per prendere aria, poi la richiuse. Infine, disse, indicando i piedi del ragazzo: «Dove siamo diretti?». Daniel abbassò lo sguardo, si contemplò i piedi per degli istanti, basito. Quando alzò gli occhi, la donna se n’era già andata.

Entrò nello studio.

«Buongiorno, Daniel. Come va oggi? Accomodati» lo invitò il Dottore con un sorriso benevolo.

Daniel si sdraiò direttamente sulla chaise longue questa volta, perché gli tremavano le gambe. Non ne conosceva il motivo, ma intuiva avesse a che fare con quella donna.

«Buongiorno. Allora, io credo vada…» si arrestò all’improvviso, seguendo il filo di un altro pensiero. «Dottore, che cosa c’era che non andava in quella donna?»

«Daniel, non sono sicuro di poter rispondere a questa domanda. Sai… segreto professionale.»

«Quella donna… sembrava soffrire terribilmente.»

«Alcune persone…» schioccò la lingua, «alcune patologie purtroppo sono più complicate di altre, e trovare un rimedio specifico richiede solo più tempo. Raccontami come hai passato la settimana, piuttosto.»

«La settimana è andata, diciamo. Gli odori sono sempre presenti, però» disse amareggiato.

«Gli odori…» mormorò il Dottore prendendo un lungo respiro. «Hai fatto la lista che ti avevo chiesto?» gli domandò infine.

«Sì, l’ho fatta.»

«Benissimo. Ti va di provare a tirare da questa lista una paura?»

«Quando mi avvicino alle stazioni dei treni» cominciò subito senza perdere tempo, «sento il cielo sotto i piedi, uno strano odore mi afferra, sono come… paralizzato. E poi, nella maggior parte dei casi, vomito. Un odore che lei non immagina nemmeno.»

«Hai appena menzionato i treni» osservò il Dottore ignorando volontariamente la parte degli odori. «Questi episodi si manifestano solo quando ti trovi nelle prossimità di una stazione ferroviaria?»

«Dottore, io non riesco più a prendere un mezzo di trasporto da quando… lo sa, da quando Laura se n’è andata» gli disse con la tristezza nelle parole.

«Capisco. E dimmi, pensi che il problema sia il mezzo di trasporto in sé oppure c’è qualcos’altro?»

«Mi scusi, ma… non dovrebbe dirmelo lei, questo?» gli chiese Daniel ancora più irritato, pensando di star perdendo il suo tempo con uno che insinuava in lui ancora più dubbi con domande di cui avrebbe dovuto avere una risposta.

«Tu cosa ne pensi?» chiese ostinato il Dottore.

Daniel si alzò dalla chaise longue. Senza aspettare di chiedere il permesso al Dottore, si avvicinò alla macchina dell’acqua e riempì un bicchiere. Lo svuotò.

«Io so solo che… lo spazio intorno a me è cambiato. Il senso del gusto l’ho perso, il tatto è andato a farsi fottere da quando il vuoto si è fatto sempre più tangibile, la vista… beh, la vista ancora mi funziona per fortuna, anche se alle volte ho l’impressione di vedere Laura ovunque. È una presenza ingombrante, che riempie ogni mio spazio vitale. Quindi suppongo che la vista non vada proprio alla grande. L’udito, poi… dell’udito in realtà non mi posso lamentare. Diciamo che è l’olfatto quello che mi fotte, Dottore, a essere del tutto sinceri. Mi perdoni l’intercalare fottere… scusi di nuovo, cazzo! Porca puttana! Pfff… Non c’è niente da fare, abitudine.»

«Ti svegli spesso con palpitazioni forti, Daniel

Il Dottore continuava imperterrito con le sue domande, ignorando le imprecazioni del paziente.

«Ancora con queste palpitazioni…» mormorò Daniel scocciato.

«È un sì o un no?»

«Solo quando sogno…»

«Ti avevo chiesto di tenere un diario dei sogni. Ne hai fatto qualcuno di recente?»

«L’altro giorno ho fatto un sogno stranissimo. C’era Laura… o almeno credo fosse lei, non ne sono sicuro. Lì sì che forse ho sentito palpitazioni, come le chiama lei… ma sono durate pochissimo. Quello che invece continuava a nausearmi era l’odore.»

«Vai avanti.»

«Nel sogno mi trovo in questa realtà indefinita. Mi sono perso, sto vagando come un nomade nel deserto in cerca di qualcosa. Sento dentro l’anima una forte urgenza. Mi metto così in cammino, anche se le gambe pesano. Non ho idea di come soddisfare questa impellenza. A un certo punto vedo una figura in lontananza: ha una corona di spighe sulla testa e regge una sorta di fiaccola nella mano destra. Per terra, ai suoi piedi, c’è un cesto di vimini contenente piante selvatiche. La vista è come annebbiata, non riesco a vederle il viso. Mi avvicino e noto che è coperta da un vestito di foglie che gli lascia solo gli occhi scoperti. Non so se si tratti di un uomo o di una donna. Mi dice, dandomi del lei: “Si trova qui per una ragione, o sbaglio?”. Non le chiedo di svelarmi la sua identità, almeno non subito. Le rispondo piuttosto che non lo so, ma che ho bisogno del suo aiuto per scoprirlo. Mi domanda allora cosa sto cercando, ma io, nuovamente, non ho la più pallida idea, e quindi non posso risponderle. Poi incontro finalmente i suoi occhi e vedo un campo di stelle. Io nel sogno credevo fosse giorno. A quel punto mi convinco che si tratta di una donna, perché la notte per me è sempre stata femmina. Le rispondo che ho bisogno di acqua, come se dopo averla guardata negli occhi, tutto a un tratto, io abbia capito cosa cercare. Mi dice di andarla a prendere, indicandomi il cammino.»

«Perfetto. E dopo che ti sei svegliato, come ti sei sentito?»

«Ho cominciato a sudare tantissimo e a respirare con affanno. Poi, cosa strana, ho cominciato a sentire voci di bambini. Sembravano provenire dal tetto. Comunque, la prima cosa che ho fatto è stata quella di prendere carta e penna e scrivere.»

«Cosa hai scritto?»

«Ho scritto a Laura… E poi mi sono calmato un po’.»

«E dimmi…» il Dottore lo ascoltava soppesando le sue parole con un misto di curiosità clinica e sbigottimento, «scrivi spesso?».

«A chi? A Laura?»

«In generale… è una cosa che fai spesso?»

«Sì, scrivo spesso. Scrivo per me più che altro: per ricordare. C’è stato un tempo in cui scrivevo lettere ai genitori di Laura, per farmi dire dov’era andata. Ma dopo si trasferirono pure loro e non ebbi più modo di farlo, non conoscevo l’indirizzo nuovo» disse stringendosi il cuore, come se lo avesse sentito arrestarsi.

«E nella lettera a Laura cosa hai scritto?»

«Ho scritto come mi sono sentito dopo il sogno. Ho scritto che non ero sicuro che fosse lei la donna del sogno, che non ricordavo nemmeno più i lineamenti del suo viso, che odiavo quello che mi aveva fatto, che non volevo più sentire questi odori, ma nello stesso tempo non volevo sbarazzarmene perché così mi sarei ricordato di lei per sempre. Ma io, molto sinceramente, non sono sicuro più di niente ormai» confessò questa volta evitando lo sguardo del Dottore.

«Daniel, la tua vita ruota intorno a un’immagine sfocata a cui continui a rinfacciare il motivo della tua infelicità pur riconoscendone un tempo il motivo della tua felicità. Laura, per te, era un centro di gravità permanente. Adesso dimmi, dopo che hai finito di scrivere la lettera, che cosa hai provato?»

«Quando immagino di scrivere a Laura provo sempre rabbia, ma dopo subentra la leggerezza. Anche se non dura molto, ecco.»

«Quindi, se ho capito bene, queste lettere non le hai mai spedite?» chiese il Dottore curioso, appuntando qualcosa nella sua agendina nera, come se avesse trovato nel caso di Daniel la storia perfetta che gli avrebbe fatto vincere il premio Strega come miglior thriller psicologico dell’anno.

«No, dove dovrei spedirle? Non so dov’è andata. È svanita nel nulla!» esclamò Daniel adirato, cominciando a nutrire un certo scetticismo sul metodo psicoanalitico del Dottore.

«E perché continui a “scriverle”?» fece il segno delle virgolette.

«Per ricordare. Ho dimenticato cosa significa avere qualcuno che ti ascolti.»

«Pensi che nessuno ti ascolti?»

«Non è questo il punto… Lei mi sta ascoltando adesso, giusto? Ma vede, non è per causa sua che ho smesso di desiderare di vivere. Dirle o scriverle che la odio, non mi farebbe sentire meglio, perché non è da lei che voglio essere ascoltato.»

«E pensi che invece “scrivendo” a Laura tu abbia l’impressione che lei possa in qualche modo sentirti?» domandò il Dottore aggrottando la fronte, con la Waterman Hemisphere pronta a scrivere un finale sensazionale.

«Ma certo che no! Le sembro un matto?» strepitò Daniel. «Pensa davvero che io creda seriamente che scrivendo lettere che non riceverà mai Laura possa sentirmi? Più che altro, spero che lei senta l’odore del mio tormento.»

Silenzio.

«In quale modo è andata via Laura, Daniel?»

«In che senso?» chiese Daniel, confuso.

«Voglio dire… hai visto Laura prendere le sue cose, salire su un treno e partire?»

«No, non ho mai conosciuto i dettagli.»

«Nonostante ciò, quando vedi i treni o sei nelle prossimità di una stazione provi un senso di smarrimento, giusto?»

«Sì, esatto.»

«E la prima cosa che pensi qual è?»

«Scappare!»

«Esatto. Vedi, in questi casi il tuo cervello ti sta prendendo in giro. Ti dice che il treno è un pericolo, quando in realtà non lo è. È importante che tu capisca questo fenomeno, Daniel. Tanto più l’emozione è forte, tanto più il ricordo è difficile da rimuovere. Nel tuo caso, il ricordo di Laura che se ne va si ripete continuamente nella tua testa, è una costante. Il tuo cervello non fa altro che ricordarti l’emozione che hai provato in quel momento. Qual è un’altra paura della lista?»

«Certi ambienti…»

«Ambienti affollati, forse?»

«No… Sì, beh… Parlo delle piazze, che ormai sono diventate delle arene per animali da combattimento. Le rivolte, i continui flussi migratori, le faide razziali… Tutti questi conflitti stanno creando una spaccatura nella società. E solo adesso ho preso consapevolezza di questo, capisce? O meglio, è cambiato il mio modo di osservare, di percepire il mondo che mi circonda. In questi ambienti, infatti, gli odori si amplificano. Sa… Laura non ce la faceva più a vivere così. Ne aveva abbastanza. Forse se n’è andata per questo motivo. Mi chiedo solo perché non mi abbia portato con lei… È questa domanda che mi tormenta. Perché cazzo non mi ha portato con lei?»

2024-07-11

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Alfonso Dell'Agli
Alfonso Dell’Agli nasce nel 92 a Vibo Valentia. Frequenta, per amore o per accanimento, il corso di laurea in Scienze della comunicazione visiva. Al terzo anno, per odio o per accanimento, molla tutto per intraprendere un’esperienza di volontariato in Macedonia. Si appassiona alla scrittura proprio durante questo viaggio di vita durato un anno, più che altro per necessità. Scrive racconti brevi e lunghi, di cui uno è apparso sulla rivista letteraria Crack, intitolato La corsa.
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