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Sarah
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Consegna prevista Luglio 2024

Sarah è un’artista, vive con Oliver, la sua gatta, ed è in cerca di un modello per partecipare ad un concorso che potrebbe darle visibilità. Vive da sola, lontano quel tanto che basta dallo stress della famiglia, e vicina ai suoi amici che la incoraggiano e la sostengono. Sono loro infatti che le portano l’ispirazione letteralmente a casa e il suo nome è Liam. Motocicletta, fisico asciutto, occhi color del mare e un pizzico di mistero dentro il suo sguardo. Sarah lo mette alla prova e lui non delude, diventano amici e il passato di Liam viene a galla: un dolore mai dimenticato. Si fingono una coppia per scoraggiare Steve, ma ben presto il gioco diventa amore vero e finalmente Sarah è felice. Finché un giorno il passato di Liam diventa presente.

Perché ho scritto questo libro?

Ognuno di noi fa delle scelte nella propria vita. Ma quando ti fermi un attimo a pensare e ti rendi conto che anche le “non scelte” sono possibili storie, allora con un po’ di fantasia la fai nascere e con passione la fai crescere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

CAPITOLO 1

A.A.A.

Cercasi ragazzi/e disposti a posare per concorso artistico.

Questa era la prima bozza dell’annuncio che io, Sarah, volevo far pubblicare sul giornale locale. Lo guardai, lo lessi un po’ di volte e mi convinsi che qualcosa non andasse. Staccai il foglio e ricominciai.

A.A.A.

Cercasi ragazzi/e dai 19 ai 30 anni, bella presenza, disposti a posare per concorso artistico.

Sì, così era decisamente meglio.

Fu così che due giorni dopo, tra le pagine del giornale del mattino, comparve l’annuncio seguito dal numero telefonico a cui potevano rivolgersi gli interessati.

Erano le nove del mattino quando mi alzai. La stagione era calda anche se eravamo ancora in primavera. Quella mattina scesi sul pianerottolo d’entrata in pigiama, con gli occhi ancora mezzi chiusi, a prendere il giornale. Rientrai nell’appartamento sbadigliando, posai il quotidiano sul tavolo della cucina e, dopo essermi preparata una buona tazza di caffè, mi arrampicai su uno degli sgabelli e iniziai a sfogliare le pagine. Sorbii piano il caffè caldo. Ci misi poco a trovare ciò che cercavo: l’annuncio era nel mezzo del quotidiano, proprio al centro della pagina, tra tutti gli altri.

Una buona posizione, pensai. Ora dovevo solo aspettare che qualcuno si facesse vivo.

Stiracchiandomi lasciai la cucina, attraversai il soggiorno togliendomi la maglia e arrivai in bagno dove tranquillamente feci la doccia, quasi come ogni mattina.

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L’acqua mi scorreva addosso svegliando e massaggiando il mio corpo ancora intorpidito dal sonno poi mi rivestii e guardandomi allo specchio:

«Che faccia da sconvolta» mi dissi.

Avevo i capelli scompigliati, le guance arrossate dalla doccia calda e gli occhi lucidi.

«Non avrei dovuto fare tardi ieri sera» dissi iniziando a spazzolarmi i capelli che, anche se mi arrivavano alle spalle, erano pieni di nodi.

Già, non sarei dovuta uscire con i miei amici, ma Anita aveva insistito così tanto che mi aveva convinta. Era riuscita a trovare un lavoro come vetrinista ed era così felice che aveva voluto festeggiare. Con noi c’era anche il suo ragazzo, Gabriel, che conoscevo, e un loro amico che avevano portato per me. Mi pareva si chiamasse… Robert. Alto, magro, capelli castano chiaro e occhi marroni. Un tipo non appariscente, simpatico, ma non rispondeva ai miei gusti. Prima siamo andati a cena, poi in un locale a ballare e sentire musica, un posto abbastanza tranquillo dove siamo stati bene. Beh, insomma ballando e parlando ero rientrata alle due di notte, o meglio stamane alle due! E ora ne risentivo.

Ah! Le mie ore di sonno!

Tornai in cucina a finire il caffè ormai freddo poi, controvoglia, salii i due scalini che dividevano la zona notte dalla zona giorno.

L’appartamento non era esattamente quello che si può immaginare quando si pronuncia la parola casa. Situato in una palazzina un tempo adibita a magazzino, non c’erano pareti che dividevano ogni singolo locale, ma pilastri. Si entrava da una porta scorrevole che immetteva nel soggiorno completo di divano, due poltrone e un tavolino, il tutto su un enorme tappeto che ricopriva il pavimento. A sinistra c’era la cucina divisa da un tavolo da lavoro con tre sgabelli alti; al di là, alcune finestre da cui si vedeva la scala antincendio. Se si guardava dritto si notavano due scalini che rialzavano il pavimento: spazio in cui c’era il letto, ora tenuto celato da un tendone color verde acqua. A destra una porta immetteva nel bagno (che aveva le pareti). Dei mobiletti bassi percorrevano quasi tutto il perimetro dell’appartamento. Dalla cucina poi c’era una porta che comunicava con un altro spazio dove c’era lo studio, o meglio, un locale grande e solare in cui erano situati i miei strumenti: tele, telai, colori, cavalletti, un fornello elettrico, vernici, tavole di legno, pennelli e così via. Alle pareti molti disegni e quadri. C’era pure un piccolo bagno. Questa era la mia umile dimora, al secondo piano della palazzina.

Rifeci il letto e aprii le finestre per far circolare l’aria, tirai anche il tendone lasciando la zona notte in vista poi uscii a comprare le provviste e mezz’ora dopo ero già a casa. Sistemai il tutto e visto che non dovevo più uscire indossai il mio comodo abbigliamento da lavoro: jeans strappati e maglietta macchiata di vari colori. Andai nello studio e mi guardai attorno.

«Forse è meglio che sistemi un po’» dissi a voce alta. Effettivamente c’era abbastanza confusione e non volevo di certo fare una brutta impressione a chi si fosse presentato, se mai ce ne fossero stati!

La mattinata passò senza che nessuno chiamasse; fu solo dopo le tredici che il telefono squillò.

«Salve. Chiamo per l’annuncio che ha messo sul giornale. Mi chiamo George Sullivan» disse una voce all’altro capo del filo.

«Sì» dissi «Sono io che ho messo l’annuncio»

«In cosa consisterebbe la richiesta?»

«Signor Sullivan, mi scusi, ma forse è meglio se ci incontriamo così potremo parlare a quattr’occhi» suggerii.

«Va bene»

«Che ne direbbe se ci vedessimo al Saloon, il bar che c’è …»

«Sì, lo conosco»  mi interruppe «Va bene tra mezz’ora?»

«Sì, ok» risposi spaesata da quella sua determinazione.

«A tra poco» e riagganciò.

Restai con la cornetta in mano mentre dall’apparecchio usciva solo un tuuuu prolungato poi riappesi.

Beh, l’impressione che mi aveva dato al telefono non era molto buona. Pareva un tipo sbrigativo e, se così fosse, non sarebbe stato certo la persona adatta a stare ferma per almeno cinque o sei ore. Comunque, andai all’appuntamento con circa dieci minuti di anticipo dopo essermi preparata.

Mi accomodai con una bibita fresca ad uno dei tavoli e aspettai fissando a volte la porta, a volte i tavoli da biliardo semi deserti. Non c’era molta gente a quell’ora, ma il locale era ugualmente abbastanza tranquillo anche nelle ore serali, quando i cittadini venivano a giocare, a parlare e a rimorchiare.

C’erano tre ragazze che lavoravano lì ed essendo una più bella dell’altra, si ritrovavano sempre intorno mosconi di ogni tipo, dai ragazzini agli uomini di mezza età. Vi erano però abituate e, con una risposta secca, li facevano tacere e li mettevano in riga.

«Salve» disse una voce già sentita.

Guardai l’uomo che mi aveva salutata: non molto alto, capelli scuri, occhiali, vestito da impiegato con il quotidiano in mano aperto alla pagina degli annunci.

«Sono George Sullivan, lei è…»

«Sarah» gli strinsi la mano «Prego, si sieda»

Si guardò intorno, poi si accomodò davanti a me.

«Signor Sullivan, come mai ha risposto al mio annuncio?» iniziai.

«Mi è parso interessante, ma in cosa consiste precisamente?»

«Devo partecipare ad un concorso artistico e ho bisogno di una persona da ritrarre»

«Cosa dovrei fare?» chiese assestando gli occhiali.

«Che lavoro fa?» domandai a mia volta.

«Sono impiegato in un ufficio» si mosse sulla sedia «Devo continuamente andare su e giù a prendere pratiche, contratti; sa, sono un tipo in movimento!» cercò di scherzare.

«Quanti anno ha?» 

«Beh! Trenta»

Lo guardai fissa alzando le sopracciglia.

«Sì, facciamo anche trentacinque» ammise controvoglia.

«Lei è fuori dal limite d’età richiesta» tagliai corto cercando di avere un’aria dispiaciuta.

«Lo so, ma… non può fare un’eccezione?»

«Sarebbe disposto a stare fermo, immobile, per otto ore al giorno?»  attaccai io.

Mi guardò strabiliato, si sistemò gli occhiali e si toccò la cravatta:

«Come? Può… spiegarsi meglio?»

«In parole povere…» mi aveva già stufato quel tipo «…lei deve diventare una statua per otto ore al giorno. Lo farebbe?»

«Mah, non so…»

«Vorrei una risposta chiara, per favore»

Mi fissò, poi guardò il giornale pensieroso.

«Lei è molto carina…»  iniziò.

«Signor Sullivan…» lo richiamai alzando le sopracciglia.

Lui sospirò poi ammise sconsolato:

«No, non riuscirei»

Gli sorrisi amabilmente:

«Allora mi dispiace. Scusi se l’ho fatta venire qui per niente» gli tesi la mano e lui la strinse:

«Spiace più a me»

Lo salutai, pagai e me ne andai lasciandolo là a sistemarsi gli occhiali.

Ma chi credeva che cercassi?

Tornata a casa passò solo il tempo di bere un bicchiere d’acqua che squillò il telefono. Speriamo.

«Buon giorno, mi chiamo Alexia. Sono interessata al suo annuncio» fece una voce squillante.

«Bene. Posso chiederle che lavoro fa e quanti anni ha?»

«Sono un’aspirante attrice e ho ventisei anni» rispose con voce civettuola.

«Può venire a casa mia per un colloquio?» non avevo voglia di uscire ancora.

«Sì certo. Passerò prima di cena»

Le diedi l’indirizzo e, rimessi i panni da lavoro, ricominciai a sistemare aspettando la seconda aspirante modella.

Un’ora dopo suonarono alla porta. Aprii e mi trovai davanti una bionda platinata tirata a nuovo, truccata e in ordine.

«Lei è Sarah?» chiese incerta guardandomi da capo a piedi. Certo non ero un bello spettacolo per lei e me ne resi conto quando vidi la sua faccia quasi schifata.

«Sì. Lei è Alexia? Si accomodi» la feci entrare e chiusi la porta «La aspettavo per le sei»

«Passavo di qui»

«Posso offrirle qualcosa?»

«No, grazie»

Riluttante si accomodò sistemandosi la gonna plissettata:

«Cos’è questo odore?» chiese dopo un po’ arricciando il naso.

«E’ un solvente che uso nei miei lavori. Stavo sistemando e mi si è rovesciato il barattolo» spiegai con un sorriso.

«Capisco»

Le spiegai cosa avrebbe dovuto fare e dalla sua faccia capii che non voleva di certo stare in passivo tutto il giorno. Senza essere scorbutica o maleducata cercai di capire le sue esigenze.

«Devo incontrare amici, andare a ricevimenti» aveva detto come scusa.

Mi salutò e se ne andò.

«Ma chi me l’ha mandata questa?»  chiesi a me stessa ridendo incredula «Oliver, lo sai tu chi me l’ha mandata?»  chiesi al mio gatto che in quel momento era entrato dalla finestra. Mi guardò interdetto e sbadigliò.

La settimana passò così, ad incontrare gente strana, di tutti i tipi, a parlare con sconosciuti e, quando spiegavo loro qual era la mia richiesta, salutarli fingendo di essere dispiaciuta.

Il sabato sera mi trovai con Anita e Gabriel, detto Gab, al Saloon a bere cola e a mangiare qualcosa raccontando loro i fatti della settimana.

Verso mezzanotte Anita mi diede una gomitata.

«Che c’è?»

«Quello potrebbe essere il tuo modello» disse e indicò un uomo che stava entrando in quel momento. Aveva spalle larghe, braccia muscolose, barba incolta e una circonferenza da fare spavento.

«Brava! Prendimi per i fondelli»

Anita si mise a ridere e Gabriel a ruota.

«Riuscirò a trovare qualcuno!» gli promisi e a bassa voce aggiunsi «Lo spero proprio»

Altrimenti… addio concorso! Pensai a malincuore.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Laura Bisaglia
Sono nata nell'autunno del 1975 e cresciuta in un paesino della provincia di Varese baciato dal lago. Dopo aver frequentato il liceo artistico "A. Frattini" ho fatto l'accademia di Belle Arti "A. Galli " di Como diplomandomi in Pittura e Restauro. Ho lavorato nel campo del restauro per qualche anno poi sono diventata mamma e ad oggi svolgo lavori saltuari. Mi piace tutto ciò che è creatività, natura e mi piace tanto leggere.
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