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Consegna prevista Febbraio 2025

Anantaa era abituata a volare o meglio dire, a scappare in luoghi segreti, che solo lei conosceva e dove poteva sfogare la sua essenza libera e selvaggia. Dove poteva essere se stessa. Ma non si sarebbe mai aspettata che nel corso di una notte magica, colma di sogni e realtà infrante da sua madre e dalle convenzioni sociali che regnavano nel suo quartiere a Bielsko, il suo corpo, il suo spirito e il suo cuore potessero viaggiare verso una verità nascosta, verso la sua verità. Verità che le sarebbe stata svelata da esseri che mai avrebbe rincontrato, ma che le avrebbero fatto sempre compagnia durante il sentiero burrascoso, che chiunque doveva percorrere per liberarsi al gioco che era la vita. Sentiero che le sarebbe stato necessario per andare verso una meta precisa, verso il suo Infinito. Infinito che risiedeva anche nel suo nome e che le avrebbe reso gli occhi più sicuri di fronte alla cattiveria o anzi, alla mancanza di cura che alcune persone avevano dinanzi all’esistenza.

Perché ho scritto questo libro?

Mentirei se dicessi che la ragione per cui io abbia scritto questo libro sia la passione di raccontare delle storie piene di immaginazione che da quando sono bambina regna nel mio cuore. Inizialmente, non volevo scrivere un libro, in quanto ero un po’ restia nel donare la mia creatività in maniera così esplicita a chiunque. Tuttavia, un giorno mi venne l’idea di provare a scrivere questa storia, senza pretese. Raccontando la verità della persona che mi é stata più vicina sempre, una guida.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

La mattina successiva si sarebbe festeggiato il suo compleanno e lei sarebbe scappata pur di non trovarsi in una casa piena di cose e persone che non sopportava e che non le appartenevano. Non le piaceva l’idea di aspettare un singolo giorno per amare l’esistenza di qualcuno, la sua di esistenza. Secondo lei, andava fatto in ogni momento, fino alla fine e non solo in occasione della sua nascita. Insomma, chi aveva deciso che era più importante celebrare un inizio, che si era già avviato, piuttosto che tutto un percorso che si andava sviluppando in ogni secondo di questa corta vita.

“ Mamma posso chiederti una cosa?”

“ Sì, dimmi. Basta che ti sbrighi, perché devo ancora finire di organizzare tutto per il tuo compleanno.”

Avrebbe tanto voluto rispondere la tua festa, non la mia, ma si stette zitta.

“Come mai si venerano con tutta questa gioia e trepidazione più gli inizi, che i finali? Dando così poca importanza a questi ultimi.”

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“Anantaa, gli inizi permettono alle persone di sentire speranza. Speranza per un futuro ricco di possibilità e di felicità, che fa dimenticare le esperienze negative vissute nel passato.”

“ Ma sono i finali che permettono agli inizi di esserci. Questi ultimi non donano la certezza di un proficuo avvenire, mentre i finali mettono una conclusione a ciò che c’era stato prima, infondendo incertezza e sorpresa per un qualcosa che dovrà presentarsi. Se ciò che si verificasse non fosse positivo, ci sarebbe sempre la sicurezza che prima o poi finisca.”

Ovviamente, questa risposta non gliela diede mai, ma se la tenne stretta al cuore, affinché la potesse sempre ritrovare dentro di sé e non svanita nel vuoto delle cose mai dette.

“ Va bene mamma, sono d’accordo.”

Non era colpa dei suoi genitori. Se si viene educati in un certo modo a lungo, seguendo delle credenze e regole radicate anche nel luogo in cui ci si trova, è difficile convincersi del contrario e staccarsi da esse, in quanto le azioni, i pensieri, i caratteri, ormai si basano sul sistema in base al quale si è stati conformati. Le persone non consoni ai canoni prestabiliti a Wapienica, un quartiere a Bielsko in Polonia, venivano emarginate, scansate e lei sapeva di essere una di loro. Una reietta. I suoi genitori ne erano consapevoli e cercavano in ogni modo di renderla perfetta, una sorta di bambola da esposizione, facendola sentire costantemente chiusa in una campana di vetro, fatta di ipocrisie, pregiudizi e bigottismi. Provava ad urlare più forte che poteva, ma nessuno la prendeva sul serio. Tuttavia, lei era cosciente che dietro a queste maschere di cittadini esemplari, si nascondevano due persone fragili e spaventate. Il padre, vittima della brutalità della guerra, non riusciva più a esprimere le sue emozioni, rifugiandosi così, nel lavoro da minatore. L’unica persona con la quale lui era in grado di lasciarsi andare e diventare vulnerabile, era proprio sua madre, apprensiva e timorosa della vita, una cristiana severa. Si erano conosciuti da ragazzi durante un ballo, organizzato da alcuni amici in comune ed è lì che iniziò la magia. Magia che ancora si poteva percepire dagli sguardi che si lanciavano, dalle mani sempre unite, dai baci rubati di nascosto, dai balli in salotto, dai sorrisi raggianti e dai silenzi loquaci. Anantaa era convinta che quei due si fossero toccati le anime a vicenda, divenendone una per entrambi. Grazie a loro vide che cos’era l’amore reale e puro, non solo il desiderio.

Anantaa era grande dentro, ma piccola fuori e ciò non le recava alcun vantaggio, solo solitudine. Una solitudine non apparente, in quanto era brava ad attirare l’attenzione su di sé, a circondarsi di persone, ma nessuno si fermava mai, nessuno la vedeva davvero per come era. Faceva finta di essere una strega, indossando gonne lunghe e tanti bracciali ai polsi e forse, un po’ lo era. Andava nei boschi vicini con la sua bicicletta, parlava ai fiori dei pensieri che si liberavano da quella piccola testolina, cantava agli alberi e si arrampicava sui loro rami, con i quali spesso si impigliava, a causa dei lunghi tessuti che portava indosso, graffiandosi così le gambe. Questo solo per osservare meglio il cielo. Cielo che le raccontava le migliori storie mai lette, attraverso le nuvole di passaggio. Si sentiva a casa tra gli animali parlanti e i prati vibranti, sui quali faceva del dolci riposini e con i piedi scalzi, percepiva la terra tremare d’amore. Si era creata il suo mondo dove potersi rifugiare e proteggersi nei giorni temporaleschi e questo le bastava. Le bastava venire sfiorata dai raggi del sole, pulita dalla pioggia, correre tra i campi di grano, estesi dappertutto nel suo paesino. Le bastava raccogliere le viole, facendoci poi, delle corone principesche, abbracciare i tronchi robusti per sentire la loro linfa vitale scorrere come l’acqua dei fiumi. Nonostante ciò, era una bambina chiacchierona, Anantaa, infatti, cercava di parlare con tutti e di renderli partecipi dei suoi sogni. Ma aveva troppe idee che fluivano incessantemente nella sua coscienza pensante, che i suoi discorsi, colmi di informazioni incoerenti, apparivano nè facili da comprendere, nè da seguire.

Tornava a casa sempre puntuale per la cena e provava a raccontare ciò che aveva scoperto o fatto durante il giorno.

“ Sai mamma, osservando il cielo e vedendo gli uccelli volare, ho scoperto qualcosa di sensazionale. Anche noi esseri umani potremmo volare in alto, se solo smettessimo di pensare così tanto.”

“ L’essere umano non può fermare il pensiero. È impossibile.”

“ Ti dico che, invece, è vero, infatti, io ci riesco. Lentamente chiudo gli occhi per un tempo indistinto. Rilasso il corpo. Mi concentro, in particolare su un suono o su un nome qualsiasi e pian piano, costantemente, inizio a udirlo e avvertirlo dentro di me. Vedo un fiore, i cui petali si aprono per accogliermi in un tenero abbraccio. Facendo così, la mia mente non viene invasa dai problemi, dai pensieri o espressioni. C’è solo il silenzio che si diffonde e mi spengo.”

“ Dimmi, ti sei bevuta il cervello? Tu credi davvero che gli uomini, creati come esseri pensanti, possano liberarsi da questa condanna, solo decidendo di smettere? Ascolta bambina mia, Dio ci ha progettati così e noi non abbiamo il potere di scegliere, ma dobbiamo accettare di essere così come è stato deciso. Ricorda che i nostri peccati hanno distrutto e stanno distruggendo ogni cosa, come: la bontà e la misericordia. Adesso sarà il pensiero a distruggere noi.”

“Io non ci credo e non voglio farlo. Proprio perché siamo delle creature dell’Infinito, anche noi stessi lo siamo. Siamo Infiniti e possiamo, anzi, abbiamo il pieno diritto di decidere cosa fare con la nostra mente. Se possederla o essere posseduti da essa, come delle scimmie chiuse in uno zoo.”

“Anantaa, vivi in una fantasia. Svegliati.”

Avrebbe tanto voluto urlare a squarcia gola: “sono sveglia, siete voi che dormite anche di giorno!” Ma guardando con delusione sua madre, si alzò dal tavolo e si recò in camera da letto. Lì non avrebbe versato neanche una lacrima, ma anzi, iniziò a realizzare quanto quel posto, quella casa, quel quartiere non fossere adatti alla sua persona. Forse, niente e nessuno realmente lo era.

Si dice che la notte porti consiglio, ma, invece, quella notte trasportò Anantaa in un altro luogo, sconosciuto, mai visto prima. Guardava davanti a sé con gli occhi lucenti che la caratterizzavano. Non credeva a quello che vedeva, o almeno pensava che fosse un sogno creato dalla sua immaginazione, ma tutto sembrava così reale. Il suono dolce delle cicale che cantavano una melodia rilassante per le sue orecchie; i suoi piedi che, a contatto con il suolo pieno di aghi di pino, caduti dagli alberi imponenti, creavano uno scricchiolio; il sentiero colorato dai suoi fiori preferiti, i crisantemi rossi e gialli e i fiori di sambuco, dalla fragranza delicata, che sua nonna usava per prepara quei sciroppi deliziosi da bere d’estate; il cielo d’un blu pesto, adornato dai puntini brillanti tanto amati, le stelle. Le stelle che lei considerava delle lenti d’ingrandimento. Scrutano ogni singola idea, passione, insicurezza, queste stelle sagge. Guardano dall’alto la pressione che, a volte soffoca la calma e sorridono, aspettando che la memoria di immagini fragili e passate si liberi alla loro luce. Luce ormai andata via, ma che noi distrattamente crediamo ancora lì, a ricordarci. Stelle che, anche se remote e lontane, continuano ad abbracciarci nelle notti travagliate. Ecco che cosa pensava di esse e come si sentiva davanti a quello spettacolo naturale, a cui pochi facevano caso. Non sapeva bene se continuare a camminare o aspettare un segno fugace che l’avvisasse che tutto ciò che la stava circondando fosse un dannato sogno. Tuttavia, era consapevole di sapere, sapere di dover andare, che era tempo di scoprire dove rimanere o cosa esplorare, non solo fuori da sé, ma anche dentro di sé.

Forse quella strada non l’avrebbe portata da nessuna parte, non le avrebbe recato alcun vantaggio, anzi, solo la più totale confusione. Il limbo. Nonostante ciò, lei era convinta di dover provare, voleva fare quei passi per conoscere, conoscere tutto e niente, perché la domanda che si poneva sempre, ma a cui non trovava risposta era: “cos’è questo vuoto che sento continuamente nel petto? Perché c’è così tanto dolore e amore allo stesso tempo, dappertutto?”

Le persone che lei aveva conosciuto erano tutte così. Anantaa era in grado di percepire la loro sofferenza, che provavano ad appianare con la ricerca dell’amore. Erano così tanto vogliosi di essere amati e probabilmente anche lei era tra questi. Sapeva però, che il piacere tangibile, ma solamente fugace, ampliava il vuoto d’amore che lei chiamava e che gli altri nominavano dolore. Questo piacere, incessantemente desiderato, appariva dolce e delicato alla mente instancabile, ma dietro a esso si celava qualcosa di corrosivo per il reale amore. Si accorgeva di quanto ciò creava assenze e presenze giganti, che poi neanche la volontà poteva fermare o eliminare. La vacuità tanto diffusa, che genera ferite profonde, era dovuta alla mancanza d’amore. Amore che nessuno sentiva, ma che tutti volevano per sé stessi. Perciò, aveva bisogno di uscire da questo meccanismo che accomuna la maggior parte delle persone, lasciando che magari, l’amore disinteressato stravolgesse il suo cuore grande, ma un po’ chiuso, così da illuminare non solo la sua azione, ma anche la sua via, che iniziava a farsi molto lunga. Doveva iniziare a fidarsi del proprio cuore e cederlo alla luce, lasciare che quest’ultima entrasse e che facesse folgorare ogni cosa, anche la sua anima. Era sicura che nell’incertezza del suo percorso avrebbe incontrato qualcuno che le avrebbe rivelato una sola certezza e chissà quale, pensava.

Camminava senza fermarsi mai e infatti, le sue gambe cominciavano a lamentarsi con delle fitte lancinanti, che obbligavano il suo viso a contrarsi in delle smorfie addolorate. Allo stesso tempo, ammirava l’immenso cielo, anche se i pensieri avversi prendevano il sopravvento, creando subbuglio nel suo baricentro. Erano pensieri nostalgici. Le mancava la sua famiglia, che in realtà non voleva vicino a sé, ma ora proprio perché lontana, la voleva intorno a sé. Quanto è strana la mente umana. Quando abbiamo ciò che ci fa sentire amati, scappiamo, ma poi perso, lo vogliamo riprendere. Il mistero dell’amore. Perché ciò che i suoi genitori provavano per Anantaa era amore, magari non lo sapevano esprimere e lo dimostravano come anche loro, in passato, da giovani, erano stati amati dai rispettivi familiari. Lei era arrabbiata con loro, proprio per quello che i loro genitori gli avevano fatto. Li avevano resi duri, rigidi, incapaci di ascoltare davvero, non aperti al mondo, alla vita, ma chiusi nelle loro convinzioni sterili e poco abituati al diverso, quindi non in grado di accoglierlo tra le loro braccia. Anantaa era la diversità.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Saraswati Laura Cerroni
Mi chiamo Laura Cerroni, ma preferisco essere chiamata Saraswati, in quanto è il nome che io associo alla parte più intima e spirituale di me. Inoltre, il suo significato rispecchia appieno la mia personalità. Sono nata a Roma, ma adesso abito ad Anguillara Sabazia. Ho 18 anni e sono una studentessa universitaria della facoltà di lettere moderne. Sono una scrittrice alle prime armi, quindi non ho delle pubblicazioni precedenti e neanche molta esperienza. Tuttavia, scrivo da quando sono piccola. Iniziai a scrivere prima testi di canzoni, in quanto un’altra mia grande passione é la musica, soprattutto suonare la chitarra e poi cominciai a dedicarmi alla poesia e in generale alla stesura di racconti. Confido nel fatto che il mio libro “Satya” possa aiutare, rendere le giornate di qualcuno un po’ più luminose, catapultando chiunque lo legga in un mondo che noi tutti abbiamo dentro.
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