Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Scritti da Divano

Scritti da Divano
34%
132 copie
all´obiettivo
0
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Febbraio 2023

Perché “Scritti dal divano”? Perché il divano è dove le idee per i racconti sono nate: inoltre dovendo scrivere anche per lavoro, il divano è il mio ufficio principale, insieme ai bar, dove scrivo effettivamente la mie storie, per lo più. Il libro è una raccolta di idee, prose, racconti surreali e alcuni anche troppo reali, alcuni umoristici altri tragici, si può passare da Franz Kafka che si costruisce una piscina a un professore di matematica che impazzisce, storie di pazzi, di galeotti, di aragoste che fanno innamorare belle ragazze. Un melting pot di stili diversi, mi piace stupire, far riflettere (cosa non semplice, anche per il sottoscritto). E poi i racconti hanno un pregio: sono veloci da leggere, così nel caso non vi piacciano, non avrete sprecato troppo tempo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere perché mi piaceva leggere. E poi colpa della matematica: materia che ho sempre poco amato, durante le ore a scuola per ingannare il tempo (e fingere di prendere appunti) ho iniziato a scrivere quello che mi passava per la testa. La scrittura è poi uno sfogo fondamentale: quando ci sono quei giorni che sembrano dei vagoni piombati che non passano mai, scrivere può sospendere il tempo, può essere lacrimare parole che devono trovare una via di fuga, lasciandoti più leggero.

ANTEPRIMA NON EDITATA

IL MIO DIVANO

Il tribunale era schierato. La corte al completo. L’imputato ritto di fronte ai giudici. Consolini la giudichiamo colpevole. Ma come? Manco è cominciato il processo, colpevole? Cioè la difesa la procedura, il dibattimento.

Non sei laureato vero? Un’aggravante. Comunque la condanna: guardare per tutta la vita negli occhi il Presidente degli industriali bresciani.

No

Si

No

Si

Ma perché?

I numeri parlano chiaro: hai passato sul divano un totale di 25 anni. Questo non è ammissibile, per questo verrai punito. Siamo giudice, giuria, avvocato, boia. Sei un lazzarone e questa è la tua condanna.

Consolini sudava: porca miseria, guarda te solo per essere stato un pò sul divano. Che saranno 25 anni poi? Dai da bravi.

Continua a leggere

Continua a leggere

Nessuna clemenza, nessuna pietà. Consolini viene portato via da due uomini in divisa, qualsiasi divisa esista al mondo, e condotto nella sua cella, in attesa dell’applicazione della pena.

Guardare per tutta la vita negli occhi il Presidente degli industriali bresciani: sembrava troppo, anche per lui. Adesso era tragico, poteva peggiorare, migliorare? Non lo sapeva. Pensava solo una cosa: mi mancherà il mio divano.

LA TRAGEDIA DI UN UOMO PER BENE

Giulio Franzinelli fissava il soffitto della sua camera da ore ormai. Come cazzo era potuto succedere? Se lo domandava da quasi tutta la notte, senza essere riuscito a trovare una risposta plausibile che non coinvolgesse Dio, il Diavolo o altre entità soprannaturali. Di dormire non se ne parlava nemmeno, era troppo agitato. Era il nuovo sindaco. Come ho fatto? Continuava a chiedersi con gli occhi sbarrati. Io non volevo vincere, per la miseria. E intanto pensava che la sua vita era finita e che non c’era scampo.

Giulio Franzinelli era un uomo per bene: cinquant’anni, aveva adottato due bambini africani, non perché va di moda o per questioni di coscienza, ma perché credeva fermamente in tutto quello che faceva. Credeva nel volontariato, nell’integrazione, nella raccolta differenziata, nel rispetto per l’ambiente. Andava al lavoro in bicicletta. E non perché costretto. Perché ci credeva. E credeva anche nel bene comune, nell’impegnarsi per il proprio paese. Pensava seriamente che qualcosa si potesse cambiare e in meglio. Per questo aveva accettato di candidarsi come sindaco con una lista civica. Niente ideologie gli avevano detto. Assolutamente niente giochi di partito. E quando lui aveva chiesto, innocente, come mai sui loro manifesti svettasse in bella vista proprio il simbolo di un noto partito nazionale, gli avevano risposto “Ma no, non preoccuparti. E solo per una questione identitaria. Per distinguerci dagli altri”. E lui aveva abboccato, perché credeva nelle persone. Credeva quasi a tutto. Era assodato in paese che non avrebbe mai potuto vincere. Troppo buono, troppo poco presente. Tutto casa e lavoro, senza carisma. Si stava avviando verso una serena e inevitabile sconfitta e questo lo rincuorava. Avrebbe evitato per cinque anni responsabilità troppo gravose per le sue fragili spalle, intanto avrebbe condotto una garbata, educata ma ferma opposizione, preparando il terreno per il futuro. Ma di vincere non se ne parlava nemmeno: troppo forte il sindaco uscente Giampaoli, anche lui senza nessun carisma ma che a differenza di altri diventava un bastardo quando si trattava di difendere il suo posto al sole, necessario per evitare di tornare a lavorare e che da dieci anni amministrava il paese, con molti bassi e qualche alto, eppure non sembrava dare segni di cedimento. E Franzinelli era sereno: andava a giocare a calcetto con gli amici il giovedì, faceva volontariato alla Caritas, suonava nella Banda il corno francese e per il momento a fare il sindaco nemmeno ci pensava.

Ma poi ecco la tranvata. Una vera e propria badilata sulla bocca colse Franzinelli come una fucilata in piena faccia: tutti i denti del suo bel sorriso erano stati spazzati via, rimaneva ora una smorfia terrorizzata permanente. Aveva i brividi pensando a ciò che l’aspettava. Attacchi personali. Accuse da parte delle opposizioni. Decisioni da prendere in fretta. Il rapporto con i giornalisti. Essere fermato per strada da compaesani incazzati per le buche, per le luci che non funzionano, per le tasse troppo alte, per gli zingari che rubano nelle case. E cosa avrebbe dovuto fare lui? Appostarsi come un cacciatore siberiano armato di fucile e sparare ai ladri? Travestirsi da Superman? Tagliare a morsi le piante con le radici che rompono l’asfalto? No, lui non era proprio nato per fare il sindaco. Forse il maestro elementare. L’allenatore di volano. Il barista dell’oratorio. Ma il sindaco no. 

Eppure il popolo aveva parlato. Si era espresso democraticamente. Che cazzata la democrazia, pensava Franzinelli, rinnegando tutto quello in cui aveva sempre creduto. Questa gente non sa cosa è meglio per lei, altrimenti non mi avrebbe mai votato. Un’eventualità quasi imponderabile aveva infatti scosso il paese la settimana delle elezioni: il sindaco Giannetti era stato beccato al parco Collodi con un impermeabile da maniaco mentre molestava dei bimbi. Una cosa incredibile. Il destino ce l’ha con me, imprecava Franzinelli la notte dopo le elezioni, quando aveva vinto di soli due voti. Due imbecilli che gli avevano rovinato i prossimi cinque anni di vita, maledetti, li avesse avuti davanti li avrebbe presi a calci. Non potevano andare al mare? O al lago? Astenersi come facevano tutte le persone per bene? Oppure votare gli altri, che erano ignoranti e beceri ma che il potere e il governo lo volevano, lo ricercavano. Lui non aveva nemmeno fatto campagna elettorale. Non è serio questo paese, pensava Franzinelli, non è serio un paese che fa vincere uno come me.

Il mattino seguente si svegliò, o meglio si alzò dal letto visto che non aveva chiuso occhio nemmeno per un secondo, sereno come un deportato. Si sentiva braccato. Un’anatra zoppa che passeggia lenta davanti alle canne del fucile di un cacciatore esperto. Svolse la sua routine mattutina con disinvoltura, quasi in trance: le voci di sua moglie, raggiante per la vittoria, dei suoi figli dalla pelle scura, erano ovattati lamenti, le parole non le capiva. Uscì di casa, era una splendida mattina d’inizio giugno, gli alberi erano in fiore, il cielo era un meraviglioso mare azzurro appena turbato da qualche nuvoletta vaporosa, ma tutto quello che Franzinelli vedeva erano le porte di Dachau. Appena uscito dal cancellino della sua villetta lo salutò Aldo, uno dei suoi migliori amici, che portava a spasso il cane. Aldo era un omone di un metro e novanta, con una voce tonante e modi spicci da contadino che mettevano in soggezione tutti. L’esatto opposto di Franzinelli, che era magro, aveva la barbetta da sacerdote, gli occhialini da nerd e un tono di voce leggerissimo, quasi un bisbiglio.

“Alura?” tuonò Aldo senza nemmeno salutarlo, come era sua abitudine. “Sindaco! Set content?”.

“Preferirei essere a pescare” rispose Franzinelli senza nemmeno alzare lo sguardo dal selciato e continuando a camminare lento.

“Ma tu odi pescare” rispose perplesso Aldo.

“Appunto” ribatté il sindaco Franzinelli con un bisbiglio, ma Aldo era già alle sue spalle e non lo sentì.

Camminava verso il Municipio con il tipico passo rilassato di chi va al patibolo. Si sentiva come un ebreo durante un rastrellamento della Gestapo. O se preferite come un nazista al Processo di Norimberga. E si chiedeva perché a lui doveva capitare una tragedia del genere? Perché proprio a lui, che era un uomo per bene?

LA PISCINA DI KAFKA

Destatosi un mattino da sonni agitati, Franz Kafka si ritrovò trasformato in quello che era sempre stato durante gli ultimi dieci anni. Cioè un ricco scrittore praghese di successo. Solo che quella mattina d’agosto, Kafka si svegliò sofferente: si era addormentato di nuovo al sole, non aveva applicato l’adeguata protezione e la sua delicata e candida pelle era tutta ustionata. Con fatica si mise a sedere sul lettino, si aggiustò il costume rosso decorato con piccoli disegni floreali verdi e fissò Gregor, il suo insetto gigante, che pascolava a bordo piscina. Gregor era il suo animale di compagnia, una gigantesca e schifosa blatta dalle fattezze di uno scarafaggio, a cui lo scrittore aveva regalato l’immortalità rendendolo protagonista di uno dei suoi libri più venduti. Certo aveva dovuto tacere il fatto che Gregor esisteva veramente, che non era un commesso viaggiatore tramutatosi in un insetto ma che insetto lo era sempre stato, fin dal giorno in cui Kafka lo trovò in cantina. Come ci fosse arrivato laggiù, Kafka ancora lo ignorava: sembrava semplicemente essere sempre stato lì, uno scarafaggio che si fosse ingozzato di chissà quale cibo miracoloso e che ora aveva le dimensioni di un cane di grossa taglia. Era però molto affettuoso e decisamente docile e il romanziere aveva così deciso di tenerlo con se, soprattutto visto l’incredibile successo de “La Metamorfosi”. Una specie di portafortuna. Era stato lui a ispirargli la storia, a lui doveva il suo successo. Ora Kafka era ricco: i proventi di quel libro incredibile lo avevano reso uno scrittore di successo, aveva abbandonato il suo mestiere da impiegato per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Con i soldi incassati aveva comprato una villa lussuosissima sul Lago di Garda: sole, l’aria buona del lago. La sua tubercolosi era decisamente migliorata e Kafka si godeva, in definitiva, una serena vecchiaia illuminata dal sole dei suoi racconti.

Ma quella mattina era poco propenso all’allegria: si era nuovamente addormentato al sole, l’ennesima scottatura. Si tastò con le mani le braccia e la pancia, lasciando i segni bianchi delle dita sulla pelle rossa. Una smorfia deformò il suo viso magro, che ultimamente era però sempre abbronzato. Si tolse gli occhiali da sole e guardò dall’altra parte della sua bella piscina: sul bordo stava accoccolato Kappa, il suo secondo animaletto domestico. Una strana creatura metà agnello e metà gattino che aveva avuto in eredità dal padre. Anche il bizzarro esserino era andato a finire in un racconto dello scrittore, contribuendo non poco alla sua fama di visionario.

Kafka si alzò con enorme sofferenza per colpa delle ustioni causate dalla prolungata esposizione agli aggressivi raggi solari agostani, si mise a seder sul bordo della sua bella piscina, mettendo i piedi in ammollo. La vasca era enorme e profondissima: la forma era quella di un castello, con molte guglie e torrioni; restando seduti sul bordo dove stava lo scrittore si poteva vedere tutto il Lago di Garda. Una vista meravigliosa, che rilassava e rinfrancava. Eppure qualcosa turbava Kafka. La piscina era sporca. Piccoli detriti navigavano sul pelo dell’acqua, pezzettini di piante, terriccio e altra sporcizia. Lo scrittore infatti non faceva mai il bagno. Non sapeva nuotare, la piscina era stata semplicemente un vezzo, un modo per far vedere a tutti quanto lui fosse ricco, cosa poteva permettersi ora che era un romanziere di fama mondiale. Ma quel sudiciume lo mandava in bestia, lui sempre così preciso e pettinato, pulito e ordinato. E così si alzò stizzito, il domestico che di solito si occupava della pulizia dell’acqua era sceso in paese per fare la spesa, agguantò il retino per raccogliere lo sozzume. Ma mentre Kafka pescava con precisione lo sporco all’interno della piscina, la blatta Gregor venne a un tratto presa da un accesso d’ira: difficile stabilire il motivo della follia dello scarafaggio, interrogato dalla polizia in proposito non ha saputo fornire risposte convincenti. Venne sequestrato e consegnato a un famoso laboratorio americano per esser fatto oggetto di studi approfonditi. Lo seguì nel suo destino Kappa, l’essere metà agnello e metà gattino, che si rivelò parimenti inutile per le indagini delle forze dell’ordine. Fatto sta che l’immondo insetto, piombò alle spalle di Kafka con furia luciferina, spingendolo con forza e gettandolo a mollo nella piscina. La prima cosa che il romanziere avvertì fu il grande sollievo: l’acqua era fresca, una vera manna per le sue scottature. Subito dopo però sopraggiunse la terribile consapevolezza di non saper nuotare. Cominciò così a dimenarsi con grande foga, sperando in qualche modo di trovar la maniera per galleggiare. Colò a picco come un sasso, si adagiò sul fondo della piscina e attese la morte, che sopraggiunse pochi minuti dopo. A trovarlo fu il suo avvocato Bucefalo, un uomo dal passo lungo ed elegante, che procedeva al piccolo trotto e che aveva denti equini e faccia da cavallo, che risultò poi essere l’unico destinatario dei diritti d’autore derivanti dall’opera dello scrittore.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Scritti da Divano”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Corrado Consolandi
Corrado Consolandi nasce abbastanza giovane a Brescia, il 30 dicembre 1987, quasi all’ultimo minuto. Vive a Roncadelle, paese di cui va molto orgoglioso. Diplomato al liceo scientifico, ha frequentato la facoltà di Lettere Moderne, decidendo però di non laurearsi: troppo commerciale. Svolge la professione di giornalista professionista l, ottima palestra di scrittura che gli ha conferito una straordinaria forza nelle dita. Non ama chi parla di se stesso in terza persona, odia il cappuccino, ama le barbe, le chitarre, i vinili, la musica, il gioco del calcio possibilmente giocato bene. Si considera più un lettore che uno scrittore, ritiene la forma racconto la più congeniale alle sue qualità, essendo molto pigro. Ama sia racconti fantastici, surreali, grotteschi ma anche storie che parlino di attualità e che abbiamo alla base un significato, un concetto, anche se mascherato.
Corrado Consolandi on FacebookCorrado Consolandi on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie