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Se leggessimo le stelle

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Consegna prevista Marzo 2025
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In un paese situato in Toscana, quattro ragazzi, immersi nella loro quotidianità, si sentono spesso parte di qualcosa di più grande e surreale che li attira. Scopriranno, infatti, l’esistenza di un mondo magico al quale sentono di appartenere da sempre e nel quale sono chiamati ad affrontare un viaggio per salvare il mondo dal potere maligno di un Oscuro Signore chiamato Fuinir. I quattro ragazzi decideranno di aiutare il mondo magico a sconfiggere il Maligno. Ospitati dal popolo elfico di Elan Durnur, i ragazzi impareranno ad utilizzare la magia che è sempre stata in loro e, grazie ad una Profezia e all’aiuto di chi li circonda, inizieranno un lungo viaggio verso la Frontiera, dimora di Fuinir situata oltre quel misterioso e invalicabile confine che è l’orizzonte del mare. Al di là di quel confine i ragazzi scopriranno la verità su loro stessi e sulle intenzioni di Fuinir. In quel luogo i ragazzi dovranno compiere un’importante scelta dalla quale dipenderà il futuro del mondo intero.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo libro grazie ad un sogno che feci da bambina: sentii che avesse la necessità di essere sviluppato in una storia. Più crescevo, più inventavo e più sentivo il bisogno di trasmettere agli altri temi che per me sono sempre stati importanti: la bellezza del mondo, l’autenticità, la creatività, la speranza, il coraggio di osare, l’altruismo: la storia che stavo scrivendo divenne quindi anche un essenziale pretesto per far capire quanto sia prezioso il mondo che abitiamo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

PROLOGO

Nelle Terre Fredde di Zedevanis, l’alba era ormai passata da un pezzo, fredda e secca, come ogni mattina d’inverno. La fievole luce del sole che sorgeva alle spalle di Fuinir e filtrava dalle grandi vetrate lo faceva sentire bene perché egli sapeva che una volta giunto agli Archi Infiniti e oltrepassato la Frontiera, quella Luce sarebbe stata sua e l’avrebbe usata per distruggere l’intero mondo.

-Mio signore.- Un uomo entrò nella sala del trono e facendo un inchino, guardò il suo re dal basso.

Fuinir, il re, assaporò per un momento la tensione che percepiva nell’uomo; fece un grande respiro e assunse un’espressione austera.

-Partiamo oggi stesso. Il Capo delle Guardie Armate deve preparare l’esercito.-

Senza obiettare l’uomo annuì e uscì dalla stanza.

Fuinir si alzò dal suo trono e osservò il sole alzarsi. Aveva paura di aver perso troppo tempo. Doveva recarsi alla sua futura dimora e compiere ciò per cui era stato chiamato, ciò per cui aveva dedicato tutta la sua vita: impadronirsi della Stella del Principio e della Luce Azzurra, arrivare al fulcro, distruggere tutto ciò che durante la sua vita gli aveva creato terrore, tristezza, odio.

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Immagino un prato, verde, folto. E il mare ed ancora più in là qualcos’altro, la prima cosa che mi viene in mente. Forse un albero, una montagna, la sabbia. Oppure niente. Oppure le stelle. Forse il bianco. Ogni cosa va bene. Perché tutto ciò è solo nella mia mente e non è altro che un segreto.

Esso è un segreto celato nel centro dell’uomo.

I

IL LIBRO

Isabel

12 dicembre 2002

Osservavo la pioggia scendere leggera verso la terra. Era mattina e mi ero svegliata prima che la sveglia suonasse perché un sogno mi aveva preso alla sprovvista. Guardai l’ora sull’orologio attaccato alla parete e notai che era abbastanza presto per cui decisi di farmi una doccia per levarmi il torpore della notte passata e la confusione che quel sogno mi aveva provocato; lanciai un ultimo sguardo alle gocce fuori dalla finestra e mi diressi verso il bagno. Dopo la doccia controllai nuovamente l’orologio e vidi che mancava ancora un’ora alle otto, ma decisi comunque di partire e di passare il tempo all’aperto, sotto la pioggia, prima di andare a scuola.

Passai dalla cucina e presi una mela; mi accorsi che avevo lasciato la finestra aperta la sera prima, per cui il rumore della pioggia era più forte, ma mi rilassava. Preparai il caffè e mentre aspettavo che il caffè uscisse diedi un morso alla mela, girandomi verso il tavolo della cucina.

-Già sveglia?- Mio fratello Luca, seduto al tavolo, inzuppò un biscotto nel latte.

-Mi sono svegliata prima, parto tra poco.-

Luca alzò le sopracciglia e fece un mezzo sorriso. -Almeno non arriverai in ritardo.-

-Arrivare cinque minuti dopo non è un ritardo così grave.-

-Arrivare sempre cinque minuti dopo vuol dire perdere trentacinque minuti a settimana e quindi circa tredici ore all’anno. Quindi possiamo affermare che sia un ritardo abbastanza grave.-

-D’accordo, hai ragione te.- Sentii il profumo del caffè e lo versai nella tazzina di vetro. Bevvi tutto d’un sorso bruciandomi la lingua perchè non avevo voglia di fermarmi in cucina con  mio fratello che polemizzava su ogni cosa facessi e mi diressi verso la porta.

-Ci vediamo oggi pomeriggio.- Prima di indossare il giacchetto mi girai e dissi: -Continuerai le ricerche?-

Luca annuì. -Forse oggi scoprirò qualcosa.-

-Speriamo.-

Uscii di casa e presi la bici. Malgrado piovesse, non presi l’ombrello e pedalai verso la scuola. Presi una piccola strada poco trafficata. Non molte persone passeggiavano a quell’ora; vidi soltanto qualche signore che camminava lentamente con un ombrello sopra la testa.

Ad un tratto mi sentii osservata, come se qualcuno mi stesse seguendo. Guardai frettolosamente dietro di me ma non vidi nessuno. Scossi la testa esasperata. Non potevo dire di essere sorpresa a sentirmi osservata, mi sentivo spesso così. Durante gli ultimi anni e specialmente quando ero piccola, spesso mi capitavano degli strani avvenimenti. Un esempio erano quei sogni insoliti che talvolta sembravano così veri da avvertire realmente le sensazioni sulla pelle. Mi svegliavo in piena notte e le ombre che la luna formava con gli oggetti che mi circondavano somigliavano a mostri, a creature magiche che avevo appena sognato. Avvertivo sempre una forte sensazione di deja vu che mi riportava a quei sogni strani, a qualcosa che sentivo familiare, a un luogo lontano a cui sentivo di appartenere. Negli ultimi tempi mi sentivo continuamente osservata, come se una di quelle ombre mi seguisse e agitasse la natura attorno a me. Avvertivo spesso lunghi e infiniti deja vu che mi riportavano sempre a quelle insolite sensazioni. Avevo parlato di questa cosa ai miei genitori, ma loro non ci davano molto peso e dicevano che era una cosa di famiglia. Io non ci credevo affatto a questa cosa, ma se non erano preoccupati allora tanto valeva non parlarne con loro.

Tutto ciò avveniva ripetutamente e molto più frequentemente da quando, quella notte dello scorso febbraio, la notte in cui andammo a vedere le stelle cadere dal cielo, la sorella del mio migliore amico era misteriosamente scomparsa.

Sentii che la presenza che mi seguiva era molto più vicina del solito, per cui quella volta decisi di indagare più a fondo.

Guardai attorno e scesi silenziosamente dalla bici. La strada era deserta e ciò che sentivo era solo la musica della pioggia. Appoggiai la bicicletta ad un muro e iniziai a cercare tra i cespugli e tra gli ulivi di un piccolo campo.

-Chi c’è?- Dissi con il tono più neutro e fermo che avevo. Nulla. Solo la pioggia. Mi inoltrai tra gli ulivi ed osservai con attenzione la corteccia umida di uno di essi. D’improvviso sentii un rumore, un fruscio tra le  chiome degli alberi.

Un ombra. Qualcosa si muoveva, sfuggente.

-Dove sei?- Dissi usando un tono di voce basso.

Quando sentii nuovamente il fruscio, vidi più distintamente l’ombra. Si stagliava davanti a me come una vera e propria ombra dalla forma indistinta; non riuscivo a capire cosa fosse realmente. Allungai una mano tremante verso di essa e quella, frettolosamente si spostò. Era un’ombra e doveva pur appartenere ad un corpo! L’ombra si spostò velocemente,  iniziai a seguirla ma quella diventava sempre più veloce così che dopo un pò la persi tra gli ulivi e la terra umida dei campi invernali. Rimasi lì, sotto la pioggia a fissare un punto nel vuoto, cercando di capire che cosa avessi appena fatto. Poi mi ripresi e guardandomi spaesata intorno, vidi che nell’aria non c’era nulla di strano; solo pioggia leggera e tranquilla, solo nuvole grigie, solo terra umida, solo corteccia e foglie bagnate e io stavo semplicemente lì e tutto era reale, come sempre. Ma cosa mi faceva sentire così spaesata? Quell’ombra esisteva o era un’allucinazione?

Qualcuno suonò il clacson ed io mi spaventai a morte. -Ehi signorina! Togli la bici dalla strada!-

-Mi…mi scusi, la levo subito.- Corsi verso la fine del campo, scavalcai il muretto e levai la bici, facendo passare il trattore rosso, guidato da un anziano signore che mi guardò male finché non scomparve dalla mia vista.

Salii sulla bici e non appena cominciai a pedalare sentii di nuovo l’ombra dietro di me. Scesi un’altra volta dalla bici e mi diressi di nuovo verso di essa.

-Confine.- La voce non era umana. Sembrava un soffio del vento, scuro, cupo. Mi mise i brividi.

-Cosa?- Mi sfuggì dalla bocca con un tremito.

-Confine.- Mi avvicinai all’ombra e quella si avvicinò a me, così mi allontanai perché non me lo aspettavo. Fluttuava nell’aria come un fuoco fatuo, scuro e immateriale. Deglutii, cercando di capire come mai un’ombra fluttuasse nell’aria senza avere un corpo materiale che le appartenesse.

Mi allontanai di un altro passo, sorpresa e impaurita. Non sapendo cosa fare, diedi un morso alla mela, che in quel momento era la cosa più naturale e reale che avessi attorno a me. La scura ombra aveva influenzato l’atmosfera, rendendola surreale, quasi inconsistente.

La voce profonda disse la stessa parola di prima.

Mi ripresi dallo shock. In fondo non era la prima cosa che vedevo di strano. Quelle stelle di febbraio e la scomparsa di Margherita ne erano le prove. Trassi un respiro profondo, poi chiesi: -Chi sei?- Chiaramente non mi aspettavo una risposta.

-Io sono te.-

Spalancai gli occhi. -Cosa…Cosa intendi dire con questo?- Mi sforzai di pensare che tutto quello non fosse solo nella mia mente.

L’essere riprese a parlare: -Io sono te.- seguì una lunga pausa. -La tua ombra.-

Guardai la mia ombra sul terreno ma quella era quella di sempre.

-Io…non capisco.-

-Io sono la tua seconda ombra.- Seguì un’altra interminabile pausa in cui non riuscii a muovermi o a pensare lucidamente. -Esseri come te hanno una seconda ombra. Io sono la tua ombra: un Herion.-

-Un Herion…tu sei, tu sei un’ombra e io sto parlando con un’ombra!- Strinsi gli occhi, cercando di uscire da quella allucinazione. No! Era reale. Doveva esserlo perché io sentivo di essere lì, io ero lì, non era un sogno.

Non appena rilassai gli occhi e mi concentrai sul mondo attorno a me vidi che l’ombra era sparita. -No…Dove sei?- Mi arrampicai su un ulivo per cercarla ma non c’era traccia dell’ombra. Mi coprii la faccia con le mani. L’Herion non esisteva, era ovvio. Non poteva esistere una mia seconda ombra che fluttuava nell’aria. Era stata un’allucinazione. Restai per qualche minuto immobile, cercando di svuotare la mente dai pensieri che mi confondevano sempre di più e mi angosciavano; cercai di concentrarmi solo sulla pioggia che scendeva leggera dal cielo e creava rumori rilassanti.

Qualcosa mi smosse i capelli bagnati e io alzai di scatto la testa.

-Nick? Che ci fai qui?-

Il mio migliore amico si sedette su un ramo dell’albero e mi prese la mela di mano, dandole un morso. -Stavo venendo verso casa tua per andare insieme a scuola, poi ho visto la tua bicicletta. Tu invece che ci fai qui?-

Mi schiarii la voce e sorrisi. -Volevo stare un po’ qua prima di trascorrere le prossime cinque ore in quella scuola grigia e triste.-

-Sotto la pioggia? Isa lo sai che non mi freghi. Non mi fregherai mai. Cosa c’è sotto?-

Nick sapeva tutto di ciò che mi accadeva e anche a lui spesso accadevano cose simili. Non c’era nulla di male a dirgli cosa avevo visto. Gli raccontai dell’ombra.

Non appeno ebbi finito, Nick annuì. -Non ho idea di cosa sia un Herion e non credo neanche che appartenga a questo pianeta…-

-Scusa? Stai dicendo che è un alieno?-

-Tu hai mai sentito parlare di questo essere? Nessuno lo conosce, quindi non credo che appartenga a questo mondo. E poi è anche impossibile che nessuno abbia mai scoperto un essere così strano, insomma, ormai sappiamo tutto del pianeta Terra, questo non vuol dire che lo sappiamo rispettare ma…-

-Mi credi o mi stai prendendo in giro?- Dissi con un sorriso.

Nick stava per rispondere quando sentii di nuovo il fruscio.

-Ascolta, è di nuovo lui. Lo senti?-

Nick annuì e scendemmo dall’albero.

L’ombra comparve di nuovo davanti a me. -Portami con te.- Disse la voce cupa, lentamente.

Prima che potessi rispondere, l’ombra si gettò su Nick e lo attraversò. Lui spalancò gli occhi e i suoi capelli neri si scompigliarono per il vento creatosi. Due ombre ora si stagliavano su di noi.

-Ti credo…Isa. Ti credo.- Disse Nick fissando gli occhi azzurri sulle due ombre.

La voce riecheggiò nuovamente nell’aria, stavolta parlando al plurale. -Noi siamo i vostri Herion. Portateci con voi.- le ombre si gettarono su di noi e sparirono.

Io e Nick ci guardammo. Poi sentii qualcosa camminare sulla pelle. Urlai e gettai quel qualcosa per terra. Era un pipistrello. Urlai nuovamente. Nick si avvicinò al piccolo pipistrello che stava fermo immobile per terra, tra le foglie bagnate. Lo esaminò. -Credo che lui sia…-

-Noi siamo gli Herion.- Disse il pipistrello.

Mi tappai la bocca per non urlare un’altra volta e strinsi il braccio di Nick più forte che potei.

-Ahia, mi fai male.- Nick allungò la mano verso il pipistrello e quello, timidamente vi salì sopra.

Guardai l’orologio. La campanella era suonata da due minuti. -Dobbiamo andare.-

-Cosa facciamo con lui?-

-Loro.- Lo corresse il piccolo pipistrello.

Nick guardò il pipistrello. -…Loro.-

-Portateci con voi.-

Era tardi per continuare a pensare. Presi dalle mani di Nick il pipistrello e lo appoggiai delicatamente sullo zaino. Il pipistrello vi si aggrappò fortemente con le zampette.

Ci dirigemmo velocemente a scuola. Non appena arrivati, dato che era venerdì, andammo verso la biblioteca e ci scusammo con la professoressa per il ritardo.

Mi girava la testa, era tutto come un sogno.

Nick mi diede un colpetto sulla spalla per rassicurarmi e si sedette su una sedia. Odiava leggere, per cui era solito starsene appartato a dormire, durante quelle ore.

Andai verso gli scaffali della biblioteca, guardai distrattamente qualche libro ma non avevo voglia di leggere in quel momento, la testa era riempita solo da pensieri riguardanti gli Herion. Passai il dito su vari dorsi di libri, come se fossi interessata a trovarne uno da leggere, quando il mio indice cadde nel vuoto, non appena incontrò uno scaffale dove non c’erano libri. In realtà su quello scaffale ce n’era uno, piccolo, rivestito di cuoio e appoggiato orizzontalmente. Pensai che dovesse essere molto vecchio, chissà come mai non l’avevo mai visto prima, forse qualcuno l’aveva  dimenticato lì. Lo presi e levai un po’ di polvere dalla superficie. Lo esaminai a lungo, rigirandolo tra le mani più volte; era leggerissimo e le pagine ingiallite erano così sottili che al minimo movimento brusco si sarebbero strappate.

-Perché ti stai guardando le mani a bocca aperta?- Mi girai di scatto e vidi che un mio amico stava guardando le mie mani. Alzò lo sguardo su di me e poi fece finta di cercare un libro perché la professoressa ci stava guardando con sguardo severo.

-Non ho mai visto questo libro in cuoio, lo hanno portato qui da poco?- Chiesi.

Il mio amico smise di cercare fra gli scaffali e girò la testa verso di me. -Quale libro? Non c’è nessun libro in cuoio, qui. Questa scuola è troppo povera per permettersi un libro rilegato in cuoio, Isa.- Sbuffò scherzando.

Lo guardai, con gli occhi sgranati.  -Mi stai dicendo che non vedi nulla?- Gli mostrai il libro che avevo in mano.

-Sono molto belle le tue mani affusolate. Comunque non vedo nessun libro in cuoio.-

Stavo per ribattere, ma pensai che fosse meglio lasciare stare. -Era solo per chiedere…Qualcuno mi aveva detto che c’era e quindi…-

-D’accordo.- Prese un libro completamente a caso e se ne andò. Rimasi sola davanti a quel libro. Il pipistrello mi raggiunse furtivamente e io quasi mi misi a urlare.

-Noi conosciamo questo libro. Molto importante.- Mi guardai intorno per vedere se qualcuno aveva sentito quella voce, ma nessuno ci aveva fatto caso.

Che cosa mi stava succedendo? Stavo per appoggiare la testa allo scaffale, rinchiudendomi nei miei angoscianti pensieri, quando Nick si avvicinò e mi diede un colpetto sulla spalla.

-Is? Che ti ha detto il pipistrello?-

-I pipistrelli. Rivolgere a noi come due Herion, non uno.- Disse il pipistrello.

-Di questo libro. Dimmi che riesci a vederlo.- Glielo mostrai.

-Certo, che domande, perché?- Disse Nick.

-Sembra che non sia visibile a tutti.-

-Molto strano. Pensi che tutto sia collegato, giusto? Mi sembra abbastanza ovvio.-

-Anche i sogni e i deja vu, vero?- Dissi.

-Potrebbe essere molto probabile.- Nick prese il libro e lo esaminò. Sulla copertina c’erano una Luna e un Sole uniti a formare un cerchio.

Lo aprì e lesse: -“In un tempo remoto era stata prevista e scritta, ma col tempo danneggiata, forgiata nel male”.-

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Marta Morano
Mi chiamo Marta Morano e sono nata a Pisa il 2 maggio del 2004. Ho sempre avuto una grande passione per tutto ciò che riguarda l’arte: scrivere, come dipingere, suonare o recitare, sono sempre stati i modi più belli che avessi per esprimere al meglio la bellezza che vedo ogni giorno nel mondo. Frequento un laboratorio teatrale da ormai sei anni e grazie ad esso ho avuto l’occasione di scoprire ancora di più cosa si prova nel raccontare una storia che non per forza ti appartiene.
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