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Sempiterni e la leggenda dei cinque cristalli – Il ritorno di Chaos

Sempiterni e la leggenda dei cinque cristalli - Il ritorno di Chaos
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Consegna prevista Settembre 2024
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Un’amicizia più forte della paura e un’avventura manovrata dal passato. Un legame sancito da antichi poteri e la vergogna di un re. La ferita di un innocente e il destinatario di un sogno. Libra non è più al sicuro, ma oscure minacce attentano all’equilibrio custodito da millenni. Il caduto promette di rintracciare i cinque cristalli dell’antica leggenda e distruggere i mondi così come li conosciamo.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo bisogno di evadere ed esplorare luoghi che nessuno aveva visitato. Scopro Libra, ne disegno persino la mappa; l’ammiro con occhi infantili: è perfetta. Scorgo i difetti, ma riesco a ignorarli; d’un tratto svanisce il velo che copriva le voragini. Sembra fantasia. Le 3A sono la vita che ho sperato, le fasi della crescita, i sogni, le delusioni e le ferite che ho guadagnato nel tempo; mi hanno accompagnata, aiutata, reso meno sola, hanno dato una forma al mio sentire.

ANTEPRIMA NON EDITATA 

 

AMBRA

“È normale avere paura. L’importante è affrontare ciò che ce ne mette. Questa è la semplice verità. Tuttavia, nessuno può insegnarti l’arte del coraggio: spetta solo ed esclusivamente a te trovare il tempo e il modo di impararla.

In un lontano passato, così recitava il nonno quando, ancora piccola e intimorita, lo descriveva come un uomo deciso e senza paura. Dopo la sua scomparsa, gli si era sostituita; perciò soleva ripensare al sapere che la famiglia Nubes aveva tramandato di generazione in generazione.

Sentiva l’eco di quelle parole ogni notte prima di coricarsi, di sprofondare nei sogni più atroci, prima che l’altra realtà prendesse il sopravvento.

Così accadde, quando tutte le luci della casa furono spente, quando già la maggior parte della città si era ritirata. Non poté evitarlo; inutili erano stati i tentativi.

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Aprì gli altri occhi, ritrovandosi nel parco locale avvolto dal buio della notte. L’erba alta, ingiallita e gelata, rovinosamente curvata verso il suolo, incorniciava tutte le aree di svago, lasciando solo in alcuni punti intravedere la terra crepata lungo i sentieri più frequentati. Si avvicinò alla fontanella sulla cui acqua stagna poté osservare il riflesso della folta chioma che ricadeva lungo i fianchi; la luce del lampione, che schiariva quell’immagine, consentì di riconoscersi negli occhi grigi assonnati, le occhiaie che le delimitavano superiormente le guance. Alzò lo sguardo sui giochi disponibili: uno scivolo giallo e contorto, tre altalene nere e arrugginite all’apice, una ruota a sei posti, dei dondoli zoomorfi. Tutto le riportava alla memoria tristi, benché lieti, ricordi di un’infanzia spensierata, dei pomeriggi trascorsi con gli amichetti e il nonno.

Sentiva il freddo penetrare il pile del pigiama, accumularsi nelle ossa; si sfregò le mani per generare calore ma, vagamente ristorata, dovette arrendersi all’idea di tremare ancora per un po’. A piedi scalzi si fece largo attraverso l’erba; i cristalli di ghiaccio come aghi anestetizzanti le dita.

Raggiunse la strada e, senza una meta precisa, senza scegliere con cura una direzione, mosse un passo avanti l’altro. Nessuno s’addentrava per quei viali, per quel paesaggio; era sola, accompagnata unicamente dalle tenebre. Le prime volte aveva cercato aiuto, gridato al vento, udito il proprio eco trasmettersi all’orizzonte senza mai ricevere una risposta. Si era aspettata di trovare qualcuno, o di ricevere presto una visita più o meno solida di una qualche creatura, come spesso era capitato. Solo in ultimo si era assuefatta all’idea di essere sola.

Si ritrovò in quella maniera a percorrere le vie della sua amata città, Sangrito: era nata lì, cresciuta lì; aveva trascorso i suoi momenti migliori entro quei confini, ma gli stessi erano stati anche il teatro dei suoi peggiori ricordi.

Passeggiò per un po’ nei quartieri moderni. Le villette non troppo diverse tra loro, non troppo caratteristiche per non essere anonime, si susseguivano come una vaga certezza; i miseri giardini anteriori lasciavano una minima valvola di sfogo creativo ai proprietari. Procedendo per la via maestra, si vide autonomamente imboccare una via secondaria, incontrando la casa del suo migliore amico lungo il tragitto. Innalzata su un vecchio edificio, ne aveva sempre apprezzato il distacco dal resto del quartiere: era affascinata dalla limpida struttura geometrica, incorniciata da speciali rivestimenti rustici; ne aveva sempre ammirato il piccolo orto sul retro e il balcone colonizzato da piante di ogni regione del mondo.

Superò il liceo a cui si recava sei giorni su sette; era così austero, così grigio da mettere i brividi sia di notte che di giorno. Alzò lo sguardo fino a incrociare le finestre dell’aula al secondo piano; appesi ai vetri c’erano alcuni cartelloni raffiguranti piante e animali accompagnati da diverse scritte, sembravano i compiti di un progetto.

Proseguì oltre.

Stava giungendo alla periferia di Sangrito; lo poteva affermare con certezza per quelle piccole vie che la conducevano a casa. Sulla strada, ogni mattonella non era uguale all’altra; alcune erano persino fuori posto o assenti, cosicché dei ciuffi verdeggianti s’insediavano in quelle piccole fessure.

Nei bei giardini privati e ampi che attraversava lungo il cammino proiettava i remoti ricordi di un’infanzia normale: incontrava suo nonno, quando da piccola giocava con lui a palla, o a nascondino; in alternativa, vedeva sua madre sempre sorridente animarle storie incredibili.

Verso la fine del suo cammino, vide le cime degli alberi che si facevano sempre più imponenti dietro gli edifici; si distendevano per lunghe distanze le chiome verdi, importanti, delle conifere, o i rami ossuti e sofferenti delle latifoglie, ricoperti da un tappeto di neve. Nel loro insieme rappresentavano un’area così preziosa da essere dichiarata una zona protetta, localmente nota come ‘Il Tenebroso’.

Strinse i pugni, serrò gli occhi.

Ci provò con tutte le forze: imboccò vie tortuose verso il centro, intraprese scorciatoie dirette ai quartieri moderni; ma, ancora una volta, ogni strada presa la conduceva all’ingresso del bosco, così fitto, così terribilmente inaccessibile alla luce dei lampioni. Il cupo sussurro dei suoi abitanti la raggiunse come una doccia fredda: i brividi lungo la schiena presero a inseguirsi sul corpo; i muscoli si irrigidirono al solo pensiero di quello che stava per accadere.

Non aveva ancora capito il motivo per cui da giorni si ritrovava a percorrere tragitti diversi per finire sempre lì, in quel punto troppo inospitale; ci aveva ragionato per ore intere, ma in nessuna occasione era stata minimamente vicina a comprendere la connessione.

Non che i suoi sogni avessero una qualche logica: spesso sognava posti inesistenti, creature ideali, situazioni surreali… Insomma, era tutto un gran casino, ma spesso riusciva a darne una spiegazione reale.

Il vento continuava imperterrito a soffiare, il suo alito così pungente da costringerla a ripararsi dietro un fusto massiccio sul confine. Ebbe la faccia di girarsi verso l’interno cupo e silenzioso: stavano arrivando, lo percepiva, era così da diverse notti.

Avrebbe voluto scappare, eccome, ma avrebbe solo tardato quel momento: qualsiasi mossa avesse fatto l’avrebbe riportata a quel punto; qualsiasi via avesse imboccato l’avrebbe ricondotta al principio del Tenebroso. Le toccava rimanere lì, tremante e infreddolita.

Il primo fruscio giunse alle orecchie come un familiare tormento. Puntò gli occhi sbarrati su un lontano sentiero, sapeva che quella cosa sarebbe apparsa lì, prima o poi; i suoi ghigni sempre più udibili. Seguirono molti altri stridii inquieti, diffusi per l’intero bosco. Le prime volte era solita chiamare aiuto, invocare il soccorso di Andrea: aveva sperato di vedere il suo ciuffo biondo eternamente scomposto, di riconoscere i suoi occhi blu nel buio e di sentirsi in compagnia di qualcuno per poter affrontare ciò che la stava attendendo. Il prossimo futuro era troppo crudele per essere affrontato in solitudine.

La prima sagoma nera si mostrò con quel solito ghigno negli occhi rossi, gli unici dettagli fisionomici distinguibili, che brillavano nell’oscurità stimolando non solo un’inquietudine cupa, ma anche un senso d’orrore. Si strinse nelle spalle, si schiacciò contro la ruvida scorza. Rammentava ancora quando aveva provato a domandare chi fosse e cosa volesse; la risposta era stata un alito ghiacciato, uno stridio di vetri frantumati, una lama nelle meningi.

Altri occhi rossi si sparsero per la folta vegetazione; non avrebbe faticato a dire che erano tutti particolarmente interessati a lei, come se fosse una fonte preziosa. Avanzavano appositamente con estrema lentezza, quasi si divertissero a torturarla con il loro passo lento, trascinato; quasi provassero piacere a vedere il terrore aumentarle negli occhi.

Iniziò a respirare aritmicamente; un cerchio alla testa le avrebbe fatto perdere l’equilibrio se non si fosse aggrappata a un ramo basale, se non si fosse imposta di ritrovare la calma. Serrò gli occhi per non vedere la lenta avanzata. Strinse al petto il bracciale che le aveva donato undici anni prima il nonno scomparso. Percepii sotto i polpastrelli il delicato cinturino in fibre naturali avvolte in una treccia a sette fili; accarezzò la superficie liscia prima, ruvida poi, del ciondolo nero che le infreddoliva il polso. Un calore inatteso si diffuse per il corpo; riacquisì la serenità, si sentì magicamente rincuorata. Rintracciò la sicurezza, il coraggio di affrontare l’avanzata degli occhi rossi e dei loro tremendi stridii; ma erano tutti scomparsi. Un unico paio di occhi cristallini si stagliava nel buio lontano della foresta. Non mostrava segni di ostilità, né di malvagità, anzi, un velo di nostalgia filtrava il suo sguardo mantenendo una barriera invalicabile, tanto da incrementare il mistero intorno a quella figura.

Un eco lontano giunse alla sua coscienza, dapprima come un flebile bisbiglio indistinto, poi colse una parola ripetuta nel tempo; così, come se avesse sempre fatto parte della sua vita, un nome giunse alle sue orecchie.

«Alexe» pronunciò prima di svegliarsi.DARIO

Quella foresta non aveva mai emesso così pochi sospiri; era troppo permalosa e seccata per non agitare le foglie al vento, o per non brontolare sottoterra. Eppure non si udiva nulla. Ogni passo avanzato era pesante quanto un macigno, le foglie rosse o gialle depositate al suolo scricchiolavano con tale raccapriccio da fare rabbrividire.

Non era solito voltarsi indietro mentre ripercorreva la strada verso casa; ciò nonostante non poté evitare di fermarsi, soppesare il proprio respiro, così forte in mezzo al silenzio, e guardarsi alle spalle. Non era la prima volta che si ritrovava in mezzo agli alberi morenti; ultimamente gli capitava spesso di attendere l’arrivo inquieto di qualcuno. Così, anche in quell’occasione, vide avanzare violentemente una lamina di brina, ispessendosi, divorando tutto ciò che in principio era il Tenebroso. Mai fino ad allora aveva visto gli alberi piegarsi, dimenarsi sotto la pressione di quel potere tanto discusso in passato. Crepitii affilati si susseguivano fra le chiome annunciando quell’avanzare lento, trascinato, benché possente, di un giovane. Nonostante fosse passato diverso tempo dal loro ultimo incontro, non poté sottrarsi dal vedere quel viso infantile, sofferente, che gli era passato sotto gli occhi la prima volta. Non poté rinunciare a ricordarlo come un suo allievo. Fu così che, spinto dai ricordi, rammentò con amore paterno il volto arrossato dalle risse, i capelli biondi sporchi di sangue, il naso storto per una rottura di troppo, le labbra imbronciate e disprezzanti il mondo intero, ma lo sguardo addolcito da quegli occhi così azzurri da mettere felicità.

«Dario, è un piacere rivederti dopo tutti questi anni.»

Persino la voce, ormai adulta e graffiata, non poteva essere udita se non con quel tono acuto, rabbioso, di un bambino abbandonato.

«Avrei preferito un’altra occasione, Riccardo.»

«Allora scommetto che tu sappia già il motivo della mia visita: sei con me o contro di me?»

Aggrottò le sopracciglia allungando lo sguardo oltre la foresta, oltre la strada, oltre la finestra di casa sua. Lì una piccola stava giocando ignara di ciò che sarebbe accaduto.

Aprì finalmente gli occhi; il sogno era durato più del dovuto: sua nipote aveva bisogno di lui, lo stava chiamando da una stanza accanto.

***

Aveva visitato il palazzo un sacco di volte prima di allora, ma ancora non riusciva a rimanere distaccato da quel brutale titanismo, così acuto e affilato da incutere timore.

La solita scorta gli faceva strada per gli ampi corridoi regali, sempre attenta che non cambiasse strada di sua volontà; sembrava innocua e inoffensiva, non mostrava mai in pubblico le innumerevoli armi che nascondevano sotto le uniformi.

Ancora una volta vide quell’individuo che spesso aveva ammirato per le sue incredibili manovre politiche, ma altrettante volte odiato con tutto sé stesso. Dietro di lui, immobile come una statuina, crudele come un bambino non dovrebbe essere, suo figlio.

«Duxiano Nubes, a cosa devo la sua visita?»

La voce del re era così elegante da risultare incantevole all’udito; il tono di convenienza sposava perfettamente con la carica ricoperta. Il bambino era sempre dietro a lui, non cercava mai lo sguardo del padre, né la mano.

Per rispondergli frugò nella tasca del cappotto. Estrasse due ciondoli: un braccialetto e una collana, entrambi condividevano il pendente più prezioso. Aveva custodito quelle pietre per molto tempo, ma non poteva più tenerle per sé, doveva assicurarsi che finissero nelle mani corrette e per farlo doveva chiedere il permesso al legittimo proprietario. S’inginocchiò accanto al piccolo dagli occhi inflessibili.

«Questa appartiene a lei, sua Altezza…»

«Acconsento.»

La sua voce tagliente e amara fu quasi una pugnalata; la bocca esprimeva ciò che tutti si sarebbero aspettati, i suoi occhi glaciali invece trasmettevano tutto il suo disprezzo nei confronti del sistema, di tutte quelle pratiche che come figlio del re doveva necessariamente eseguire.

***

Ogni passo avanzato verso quella casa bianca faceva un male indicibile. Aveva osservato il suo futuro più volte, certo che non potesse cambiare; nonostante ciò sentiva in cuor suo di non avere ancora concluso i suoi impegni.

L’accoglienza di quella neonata famiglia fu così amorevole da rendere il motivo della visita ancora più insopportabile.

Poggiò entrambe le mani sulle spalle delicate e potenti del bambino che aveva di fronte a sé.

«Duxiano Dario, cosa vuole dirmi?»

L’uomo fissò per infiniti secondi quegli occhi blu, così calmi, così tristi, che nascondevano una disumana potenza. Più volte aveva sbirciato anche nella sua vita e di una cosa era rimasto particolarmente colpito: quel fragile sguardo non sarebbe cambiato nei prossimi undici anni, dopodiché sarebbe mutato sempre di più, sarebbe divenuto così corrotto da essere irriconoscibile. Nonostante ciò, non poteva vedere in lui nessun altro se non il custode di colei a cui teneva di più al mondo.

«Ascoltami attentamente, figliolo: non avere paura di ciò che potrai fare. Plasmerai tu ciò che reputerai una maledizione incontrollabile.»

Lo aveva stretto a sé così tanto che ne aveva percepito il flebile tremolio che tali parole gli avevano suscitato. Avevano parlato così per alcuni minuti; avrebbe voluto dedicargli più tempo, ma il suo lo stava esaurendo.

***

In quel tardo pomeriggio di ottobre sarebbe dovuto andare a casa, preparare e gustarsi una cena calda, sfidare la sua nipotina in una gara di storie. Eppure i suoi piedi lo portarono nel Tenebroso. Il silenzio non si era mai fatto così pesante fra le piante, la quiete mai così desolata nelle viscere terrene. Chiuse gli occhi, emise un sospiro sentendo ciò che aveva intorno, percependo la sofferenza in quelle chiome spoglie. Un sussulto aveva percosso la terra, un acuto aveva squarciato l’aria ma, stavolta, non si sarebbe risvegliato dal solito sogno…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Valeria Grechi
Classe del ’98, di origine pavese, cresco nell’epoca di mezzo per il fantasy, quando da una parte si leggono i grandi autori del passato, come Tolkien JRR e Brooks T, mentre dall’altra si sperimentano le nuove ambiziose generazioni, come Rowling JK, Riordan R e Troisi L. Leggere diventa per me uno strumento terapeutico, un modo per evadere dalle quattro mura di casa e dai confini della città; quindi sento il bisogno di creare un mio mondo personale e nasce, così, Libra con le sue mille sfaccettature e leggende. A questo punto inizio a scrivere, prima racconti, poi avventure più complesse e, infine, mi ritrovo ad avere la storia di Andrea, Ambra e Alessandro, le mie 3A, su una cartella del pc. Memore di quanto importanti siano state le storie degli altri, sviluppo il desiderio di fare altrettanto e fornire avventure in cui un lettore può perdersi fra le pagine e nel tempo.
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