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Sette giorni di caduta

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Consegna prevista Febbraio 2025

Oisín è irlandese, è un pianista jazz e ha inseguito il suo sogno di trasferirsi a New York. Sta con Víctor, un insegnante cileno cresciuto in Italia, paese a cui i suoi genitori hanno chiesto asilo dopo il golpe di Pinochet. Malcolm viene dall’Oregon, ma vive a New York da vent’anni e insegna letteratura italiana all’università. Ama Abbey e vive felice con lei, anche se gli ultimi tempi non sono dei migliori. Abbey è impegnata nella tesi di dottorato e la sua vita procede tra stress, stanchezza e scartoffie. Una sera, la solitudine e l’amore per il jazz portano Malcolm al suo solito club, in cui conosce un giovane pianista che gli piace subito: Oisín. Da quel momento, le loro vite non saranno più le stesse. Nonostante l’amore forte per i rispettivi compagni, Malcolm e Oisín iniziano una relazione che si consumerà intensa e rapida, ma che lascerà in entrambi molto di più di quanto siano disposti ad ammettere. Soprattutto quando scopriranno di non avere così tanti gradi di separazione.

Perché ho scritto questo libro?

Da grande amante del cinema, ho sempre immaginato le storie come dei lungometraggi visibili solo a me stessa, quasi fossi sceneggiatrice e regista dei miei stessi racconti. Ho cominciato a tessere la trama attingendo a diversi interessi della mia vita, come il jazz e le complesse e articolate relazioni umane. L’amore per la storia, soprattutto di paesi come l’Irlanda e il Cile, mi ha portato a creare i primi due personaggi, Oisín e Víctor, dai quali è poi stato sempre più difficile separarmi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Joni

Il suono di quei campanelli lo colpiva ogni volta. Non gli capitava spesso di trovarsi in quella zona della città, dove tutti i citofoni erano in ottone e le facciate erano costellate da scale antincendio. A suo parere, guadagnavano in eleganza ma perdevano in calore, nonostante i mattoni rossi. Odiava i citofoni in metallo. Per il freddo che cominciava a esserci, la pelle delle dita poteva rimanerci attaccata, ma fortunatamente aveva imparato ad andare in giro con guanti pesanti. Doveva tenere le mani sempre coperte o sarebbe stata ogni volta un’impresa, riscaldarle a dovere prima di suonare. Era abituato al freddo, ma quello di New York, dopo quattro anni, gli risultava ancora estraneo.

Aveva trovato quel lavoro grazie alla madre di un suo allievo. Era lei ad aver sparso la voce di quanto fosse bravo questo giovane pianista irlandese, non uno di quegli irlandesi caciaroni di Midtown, ma irlandese d’Irlanda, e che nome singolare aveva, era bello conoscere nuove culture. Si era sentito un po’ a disagio quando era entrato per la prima volta in quell’appartamento, tanto grande da contenere per dieci volte casa sua.
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Il pianoforte era bianco lucido, un enorme bestione gran coda molto più adatto a una sala da concerto che a un salone, per quanto spazioso fosse. Accanto a quella balena bianca, aveva scorto un esserino spaventato, che dimostrava molto meno dei suoi anni. La madre l’aveva informato che Joni aveva tredici anni, sì certo, un po’ grandicella per iniziare, avevano già provato a mandarla a lezioni di piano ma non si era trovata con l’insegnante precedente e poi aveva bisogno di sviluppare la propria sicurezza e niente come imparare uno strumento può aiutare, non trova? Sarà stato così anche per lei, maestro, e lo è stato per me, ho mancato di poco un posto come violoncellista alla New York Philarmonic negli anni Novanta, un rammarico enorme.

Ecco ciò che temeva. Il genitore con il quale il figlio avrebbe sempre dovuto confrontarsi. Oisín trovava che ogni adolescente avesse bisogno di trovare da solo il proprio modo di sentirsi sicuro di sé, senza passare per forza attraverso una disciplina rigida ed esigente. Per lui la musica era stata la salvezza, ma non era certo un metro di valutazione universale. Le premesse per quella ragazzina non sembravano essere delle migliori e i suoi timidi occhi attoniti ne erano una prova.

Il loro primo incontro era stato straziante. Si vedeva lontano un miglio che Joni non aveva nessuna voglia di trovarsi lì. Era a disagio e impaurita, e per di più la madre aveva voluto assistere interamente alla prima lezione, dalla seconda me ne andrò buona buona di là, non si preoccupi, caro maestro Donovan.

Oisín si era presentato alla ragazzina dandole la mano e regalandole il sorriso più dolce che era riuscito a fare. La mano di Joni era sudata, ma gliela aveva stretta con decisione, quasi cercasse un appiglio. La madre era accanto alla figlia, torreggiante e attenta a scrutare ogni minimo movimento. Oisín si sentì in dovere di rivolgere un sorriso anche a lei, ma fu meno dolce e comprensivo del precedente. Avrebbe voluto che la madre uscisse da lì, che li lasciasse da soli a conoscersi, e invece no, non avrebbe schiodato. Quella prima volta avrebbe avuto partita vinta.

«Joni, vorresti farmi sentire cosa sai fare? Suona quello che vuoi», chiese Oisín accomodandosi sulla sedia appositamente posta accanto allo sgabello, anch’esso bianco e pomposo. Joni ci si sedette sopra e sembrò sprofondare in un metro di neve. Sembrava temesse che quella bestia bianca che aveva di fronte potesse inghiottirla da un momento all’altro, come la balena di Pinocchio. Oisín la capiva, anche lui si sentiva un po’ in soggezione davanti a quel pianoforte, inspiegabilmente vistoso.

«Su Joni, il maestro Donovan ti sta chiedendo di suonare».

Eccola, la cosa che odio. Io non riuscirei a farlo nemmeno adesso, se me lo chiedesse così. Pensa alla sua età…

La madre aveva lasciato la sua postazione da torre per prendere il posto della regina, su un divano altrettanto bianco e altrettanto pomposo. In effetti, tutta la stanza era bianca e pomposa. Sembrava di trovarsi dentro una sala operatoria troppo grande per una piccola creatura come Joni, terrorizzata quasi fosse in attesa della vivisezione. Con la coda dell’occhio, Oisín poteva percepire l’impazienza della madre e non poté fare a meno di notare che la sua visuale aveva il perfetto punto di fuga su lui e la figlia, per non perderli di vista neanche un secondo.

«Maestro Donovan, i suoi allievi fanno tutti così?»

«Oisín va benissimo, signora».

La madre sembrò stupirsi e iniziò a giocherellare con la collana d’oro rosa che aveva al collo. «Beh, siamo dei professionisti, abbiamo studiato tanto per arrivare a un alto livello, quindi mi sembra corretto tributare il massimo rispetto a persone come noi, come si faceva nei bei tempi andati. Dunque anche lei è un maestro. Non si faccia traviare dalla giovane età e da quello che vogliono farle pensare».

Oisín, che non era mai stato chiamato maestro in vita sua, pensava che fosse il momento sbagliato per iniziare, soprattutto se tutto ciò fosse andato a scapito di una ragazzina che non aveva bisogno di ulteriori muri da valicare. La madre poteva avere sì e no quarant’anni, ma parlava come una vecchia campana.

«Facciamo una cosa: Joni, tu come preferisci chiamarmi?».

Joni sembrò destarsi in stato d’allerta, come se si fosse resa conto di non essere invisibile. Sperava che il maestro e la madre continuassero a parlare per l’intera ora, così da poter essere dimenticata. Inghiottì la poca saliva che aveva in bocca e rispose, per niente convinta, dopo aver dato una rapida occhiata in direzione del divano. «Maestro Donovan»

«Brava la mia Joni».

Oisín poteva percepire, senza vederlo, il sorriso soddisfatto che stava facendo sfoggio sul volto della signora. Non era il caso di prendersela, era solo il primo giorno.

Due a zero, oggi va così.

«Va bene, Joni, come preferisci». Oisín le sorrise ancora, sempre con l’intento di farle capire che comprendeva il suo disagio e che avrebbe voluto far di tutto per sollevarla da quella situazione imbarazzante. La ragazzina capitolò, portò le mani alla tastiera ed eseguì qualche scala e due studi, in maniera mediocre. Mentre suonava, Oisín non le guardò mai le mani, ma il volto, facendo però in modo che la madre non se ne accorgesse. Il viso di Joni non era indifferente, né corrucciato, né tantomeno concentrato. Era del tutto consapevole della propria mediocrità e sofferente per doversi mostrare così davanti a un estraneo, per di più esperto della materia. A differenza del suo fisico da ragazzina, il viso era quello di un’adulta, e Oisín sembrò avere la conferma dell’aria che tirava in quella casa. Terminata la piccola esibizione, Joni fece scivolare tristemente le mani in grembo, in attesa di giudizio.

«Grazie Joni, sei stata brava»

«Maestro Donovan, mi permetta un’osservazione. Trovo controproducente essere assertivi in presenza di una performance ai limiti della mediocrità».

È di tua figlia che stai parlando. Tua figlia è qui presente, cristo santo…

«Signora Williams, è la prima volta che Joni suona in mia presenza. Credo sia giusto essere indulgenti, specialmente con una ragazzina alle prime armi».

Scusami Joni, so che sei qui, non vorrei mai parlare di te in terza persona.

«L’indulgenza non ha mai costituito un fattore positivo, a mio avviso. La storia ci ha dato diverse evidenze. Lei è cattolico, maestro Donovan?».

Oisín si era abituato a domande di quel tipo, essendo un irlandese all’estero, ma erano sempre state molto goliardiche. Nella voce della madre, e di sicuro nella sua intera esistenza, di goliardia non c’era alcuna traccia. «Sono di formazione cattolica, ma non sono praticante»

«Ah, potremmo star qui a parlare per ore del danno che la mancanza di religione e di osservanza sta provocando a questo povero mondo, ma non è lei l’oggetto della discussione, quindi possiamo soprassedere. È di formazione cattolica, dunque saprà cosa sono state le indulgenze e che scandalo hanno rappresentato all’interno della Santa Madre Chiesa».

Oisín si sentì catapultato indietro ai tempi dell’università, a quell’unico esame di storia dell’età moderna che aveva sostenuto e quasi piegò le spalle in sottomissione, come se avesse davanti la sua vecchia docente. «Mi sembra un esempio… iperbolico, per la nostra situazione» le sorrise, non credendo che stesse parlando seriamente.

«Non c’è nulla di iperbolico, poiché anche un minuscolo seme di indulgenza può provocare cataclismi di portata inimmaginabile».

Oddio, e le dieci piaghe d’Egitto?

«Non c’è nulla di più periglioso di trattare con indulgenza qualcuno che non sta nemmeno facendo il minimo del lavoro che gli o le è stato assegnato. In particolare nel mondo dell’arte. La mediocrità avanza e noi stiamo a guardare, pensando di non poterla arginare. Ma è con fatica che si conquistano le audizioni, è con sudore e sangue che si diventa qualcuno».

Oisín non era mai stato in una chiesa protestante, ma immaginò che il clima dovesse essere più o meno lo stesso di quella stanza in quel momento, che, da sala operatoria asettica, doveva essersi tramutata in chiesa gotica, in cui il buio e la luce avevano invertito i propri ruoli.

«Lei dovrebbe, anzi lo saprà di certo bene, che il sacrificio è l’unica arma! Lei è uno stimato musicista e maestro, un cultore della materia, come lo sono io. Noi sappiamo bene che con le belle parole, con i complimenti, con l’assertività non si arriva da nessuna parte. Se le scale e gli studi appena suonati da Joni non raggiungono nemmeno un livello accettabile, lei deve dirglielo, senza sconti. Il carattere va temprato, non assecondato. I musicisti sono degli eletti di questa società, e come tali vanno addestrati».

Aveva davvero detto “addestrati”. Come nell’esercito. Oisín sentì un brivido lungo la schiena, perché non sapeva come rispondere a quelle considerazioni, che erano state formulate solo per essere accettate tal quali, non per essere dibattute.

Uno stimato musicista… Magari.

La musica era la sua vita, ma la strada era comunque dura da percorrere. Bisognava essere convinti di volerlo veramente, di amare ciò che ti portava a star sveglio la notte o a stare allo strumento anche otto ore al giorno. Lui l’aveva fatto e per inseguire il suo sogno faceva comunque quattro lavori diversi, per permettersi di occupare un posto, anche minuscolo, in quel mondo che amava. Ma Joni? La madre le aveva mai chiesto se volesse farlo? Spesso, anche chi ne era pienamente convinto non riusciva a reggere a lungo. Quando Oisín aveva visto Whiplash al cinema, ne era uscito con un’ansia persistente. Si era immedesimato troppo nella parte di Andrew e avrebbe preso a pugni Fletcher, se avesse potuto. “Non esistono al mondo due parole più pericolose di bel lavoro”. La signora Williams doveva sicuramente essere una grande ammiratrice di quel film, anche se non ce la vedeva ad ascoltare musica jazz.

Conosco musicisti famosi che erano tutto fuorché degli eletti della società, signora Glenn Gould…

«Sono sicuro che nelle sue parole c’è il grande desiderio di vedere Joni felice, non è così?»

«Realizzata. Solo con la realizzazione arriva la felicità. La felicità da sola non serve a nulla. È la mia bambina e deve aspirare a eccellere. Solo così potrà avere un posto nel mondo. Lei non se ne rende ancora conto, ma io sono sua madre e so cosa sia giusto o sbagliato per lei. So cosa sia meglio. Sopravvalutiamo troppo il libero arbitrio… Un’altra trovata cattolica, mi perdoni se lo ricordo…»

«Non importa. Comprendo il suo pensiero».

Ma col cazzo che lo condivido, è peggio di quanto pensassi.

Per tutto quello scambio, Joni era rimasta immobile, con lo sguardo fisso sulle proprie mani, come se le ritenesse colpevoli di ogni male che l’affliggeva. La madre sorrise vittoriosa, annuì lentamente con la testa e altrettanto lentamente si alzò dal divano.

«Gradisce un rinfresco, maestro? Oggi Alina non è in servizio e sarebbe mio grande piacere prepararle qualcosa personalmente»

«Un bicchiere d’acqua andrà più che bene, grazie. Joni, vuoi bere anche tu, prima di ricominciare?».

Joni lo guardò. Oisín percepì che dietro quegli occhi, un cervello finissimo stava facendo le proprie considerazioni. Sei amico o nemico? Posso fidarmi o sei come tutti gli altri? Oisín desiderò essere telepatico.

«Joni, non ho tutto il giorno per stare qui. Se vuoi l’acqua, andrai a prendertela da sola, ma senza interrompere il maestro. Se ti viene sete, te la tieni. Naturale o frizzante?»

«Naturale, grazie».

Ottenuta la comanda, la signora Williams abbandonò il salone per qualche minuto. La tensione sembrò improvvisamente allentarsi, il gelo diminuire. Joni non aveva ancora dato un giudizio sul maestro e Oisín le sorrise. «Secondo me, sono tutte cretinate», le disse confabulando.

Joni si bloccò per un attimo, temendo forse una trappola. Poi il suo viso si distese, quasi ridacchiò, ma mettendosi una mano davanti alla bocca, per non farsi sentire. I suoi tredici anni erano tornati in superficie. Avevano appena condiviso il loro primo segreto. Ora aveva un alleato.

«Ma non dirle che ti ho detto così»

«Le fa paura?».

Urca, se gliene faceva. Si stava proprio chiedendo dove nascondesse la verga di frassino.

Oddio, potrebbe averla davvero. Potrebbe usarla davvero.

Guardò Joni allarmato. Quella donna sarebbe potuta arrivare a tanto? Chi poteva sapere cosa si nascondesse nelle case degli insospettabili.

«Tranquillo, abbaia ma non morde. Anche se quell’abbaiare mi sta facendo impazzire…».

Parlavano sottovoce, entrambi in soggezione, ma ormai complici. La madre tornò in salone con un lussuoso vassoio di vetro, con sopra un bicchiere d’acqua. Uno solo. Oisín bevve fino all’ultima goccia, per non attirare rimostranze, anche perché aveva l’impressione che non gliene sarebbe stato offerto un secondo. Alina non era in servizio, quel giorno.

«Possiamo ricominciare», sentenziò la signora.

Joni si richiuse nella propria sofferenza e la donna adulta che le faceva da guscio esterno tornò a galla. Ma l’ultima occhiata fugace che lei e Oisín si scambiarono prima di ricominciare arrivava dalla ragazzina. Lei era lì, e Oisín avrebbe fatto di tutto per non farla scomparire.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elena Bonaccorso
Sono nata lo stesso anno di Caro diario, uno dei film nel mio cuore, e mi piace pensare che non sia stata solo una coincidenza. Ho studiato Beni archivistici e librari a Torino e Scienze storiche a Catania, ho un master in Editoria e per dieci anni ho studiato pianoforte classico. Canto in un gruppo vocale e collaboro con una casa editrice. Il cinema, i libri e la musica sono i pilastri della mia esistenza. Ho amici come Gordie Lachance e Chris Chambers. Ho scritto poesie insieme a Paterson. Ned Schneebly è stato mio insegnante. Mi sono persa nel Mediterraneo con Antonio Farina. Ho fatto il salto nel blu insieme a Nemo. Ho attraversato un wormhole insieme a Cooper. Ho ascoltato rapita il monologo di Agrado. Ho inseguito Roy Batty prima di vederlo svanire come lacrime nella pioggia. Ho cavalcato una bicicletta volante. Cerco di scrivere di tutto questo, grazie a tutto questo. Per amore.
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