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Sguardo da infante, voce straziante

Sguardo da infante, voce straziante
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Consegna prevista Febbraio 2023
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Il libro “Sguardo da infante, voce straziante”, composto da otto diverse storie, nasce dalla necessità di comunicare l’assurdità della società contemporanea guidata dallo stereotipo di massa e la sua satira rocambolesca ha lo scopo di far riflettere il lettore sulle dinamiche del degrado sociale davanti al quale, troppo spesso, serriamo gli occhi nella speranza che quest’ultimo scompaia, pur restando immobili. Questa riflessione sociale dimostra quanto l’idea di assuefazione a un mondo violento e privo di empatia verso il prossimo sia a tal punto radicata in noi da farci sentire in diritto di considerare ogni sacrificio individuale come insignificante, dimostrando la futilità della fantasia dentro un sistema chiuso, che si rifiuta di operare un cambio di prospettiva favorevole all’ immedesimazione dentro altri corpi.
Sono i personaggi apparentemente più osceni a dare significato al titolo della raccolta, proprio perché parlano attraverso una voce vera: quella della propria esperienza

Perché ho scritto questo libro?

Il sentimento che sento essere più vicino alla creazione del mio libro è l’istinto di sopravvivenza, non solo fisica, ma specialmente intellettuale. Nel Dicembre 2020 la gente moriva di una malattia invisibile, mentre io, disoccupata, mi aggrappavo con tutto il mio fervore a una passione che mi ha sempre dato la forza e l’autostima necessarie a guardare alla vita in maniera costruttiva: la scrittura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Vradesvültz

Un mondo all’incontrè

Non molto tempo fa, nella fredda e stanca cittadina di Vradesvültz, situata al confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia, visse un giovane ingegnere chimico italo-slovacco dalle strabilianti doti eccentriche e surrealiste. Egli viveva intrappolato, ma al tempo stesso beato, in un mondo assurdo e illogicamente anticonvenzionale, immaginifico e strampalato, fantasioso e caotico, disordinato ma ragionato.

Molti anziani del paese lo consideravano come lo “strambo” alchimista della piccola Vradesvültz, colui che inventava soluzioni ingegnose e colorate adatte ad ogni occasione o problematica che fosse: ponti divorati dalle paludi inospitali che rendevano quasi impossibile il passaggio da un villaggio a un altro, falene canterine nella minestra della signora Vinktel, tetti crollati impestati di ratti, pentole di ferro piegate dal vento della soffitta, lampade a olio intrise di odori di carcasse umane in decomposizione, sanguisughe sotto i letti e lupi idrofobi e famelici dei broccoli del dott. Schwanzë; che era un imminente chirurgo ritiratosi all’inizio del secolo scorso e improvvisatosi agricoltore quando aveva scoperto che la moglie lo aveva tradito per un otorino. Che squallidume!
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Insomma di stranezze e fantasmagoriche bizzarrie Vradesvültz ne era fin troppo piena, oserei dire che forse ne era addirittura intasata e, per il nostro pezzo d’uomo di esattamente un metro e 99 centimetri, l’ingegner Maraldo Nowak, la misera accozzaglia di sì tanta confusione pareva manna dal cielo, un pozzo di misteri irrisolti e intrighi cervellotici i quali, facendogli ripiegare il cranio in sette e strappare i peli dalle narici, lo arricchivano di nozioni, scoperte e segreti che nessun altro essere vivente avrebbe avuto l’audacia e la curiosità di soffermarsi a comprendere ed imparare.
Il signor Nowak viveva in una bottega di chincaglierie abbandonata: un casottino spettrale e umido dove pioggia, neve, grandine, vento e sole si manifestavano con la loro massima intensità in qualsiasi periodo dell’anno, perché a Vradesvültz non esisteva un ordine logico di successione delle stagioni, né tantomeno un ritmo prestabilito delle precipitazioni. I ragni erano i tessitori maestri della casa, basti pensare che in appena due settimane riuscirono a foderare un’intera stanza di un bianco mantello lanoso che si appendeva ad ogni brandello di parete: un vero e proprio habitat a grandezza naturale dove piantare radici e prosperare assieme alle generazioni future, senza contare il fatto che risultavano essere i compagni più fedeli con i quali il chimico avesse mai potuto sperare di convivere. I ratti invece lo aiutavano a fingere la presenza di animaletti domestici privi di regole in giro per casa, mentre le cimici e le falene lui le chiamava la ”brutta e la straordinaria sorte di casa”, perché le prime rattoppavano i silenzi insistenti della baracca fatiscente, emulando il bisbiglìo di una vecchia radio rotta e, data l’epoca dentro la quale “lo strambo” era stato catapultato, quello sembrava essere l’unico modo per non deprimersi prima dei prossimi cinquant’anni – quando finalmente l’innovativo oggetto parlante sarebbe stata creato dall’italiano Marconi -, ma puzzavano come puzzano i cadaveri in putrefazione e, considerando la sua sbadataggine, la casa assorbiva spesso quel tanfo immondo. Mentre le seconde erano i “parassiti gentili”, le falene canterine, le stesse che si erano adagiate sulla minestra della signora Vinktel, coloro che non solo si nutrivano delle vedove nere attaccate alle pareti e della corteccia di un albero, che silente fuoriusciva dal pavimento della casa e si faceva spazio tra i mobili della sua stanza, – lui sosteneva che fosse il metodo più rapido per toglierlo di mezzo una volta per tutte – ma che, quasi simultaneamente la fase del proprio sostentamento, emettevano delle vibrazioni sonore con un raggio di frequenza dai 30 ai 528 Hz; quando  tra i 423 e i 528 Hz l’essere umano si trova in perfetta sincronia con il cuore del proprio universo, risuonando al centro di tutto. Nowak la chiamava “la frequenza guaritrice, colei che stimola le tre “i”: immaginazione, intuizione e intenzione, convogliando pertanto le eliche del nostro Dna nella creazione di un flusso esplosivo di energia e attività cerebrale fuori dal normale.
Queste le principali doti delle “miracolose” che avevano ancora un asso nella manica in quanto ad elargire benefici per l’abitatore del piccolo edificio caduto in disgrazia: le falene andavano letteralmente matte per la cheratina, sostanza contenuta nei capelli e nelle unghie, ulteriore vantaggio dal momento che lo scienziato non poteva permettersi il lusso di andare dal barbiere e né intendeva sprecare il suo preziosissimo tempo per spuntare l’infinità delle sue estremità…a quello ci avrebbero pensato volentieri le farfalline.
Come avrete intuito l’ingegner Maraldo non era una perfetta donna di casa, né tantomeno un arredatore con uno spiccato gusto per la mobilia, lui si limitava semplicemente ad assicurarsi che gli stessi non intralciassero il suo passaggio quando correva da una parte all’altra della stanza ogni qualvolta che un’idea svelta gli balzava in mente, facendolo sobbalzare come un canguro imbestialito. Inutile ripetere che l’arredamento era ridotto ad una sedia sbilenca e un tavolo in mogano lercio che veniva utilizzato per mangiare, studiare, creare e perfino per dormire quando un progetto richiedeva al pensatore migliaia di ore di studio, che alla fine culminavano sempre in episodi di svenimento cronico e, quando la mattina la campana segnava le otto in punto, non importava quanto fosse riuscito a riposare, il poveretto scattava in piedi esalando l’ultimo agghiacciante respiro di narcolessia meritata e si rimetteva subito al lavoro.

La Casaccia, la baracca, La bettola, come la vogliate chiamare questo spetta a voi, era per la maggior parte spoglia, vuota, grigia, non c’era neanche la cucina, così l’uomo era costretto a prepararsi qualche avanzo con l’unico strumento atto al riscaldamento che possedeva: un camino del XVIII secolo, con le colonne merlate e affrescate piene di omaccioni in calzamaglia, prostitute reali, pavoni, galoppini parrucconi, cavalli dalle bianche code e araldi scintillanti al vento, giardini imperiali e madonnine assorte nell’aspirazione ad una preghiera ligia e fedele alle costruzioni di una chiesa che mal tollerava l’avvento dell’Illuminismo di Voltaire, Diderot e di tutte le primedonne francesi pallidine e incipriate.

Cosa fosse poi la polvere lì dentro non riuscireste a figurarlo neanche se aveste un miliardo di anni a vostra disposizione: orrende matasse di catrame appiccicate al pavimento così come al soffitto, dentro i cassetti, sopra i mobili, ovunque. Insomma siamo seri, l’inferno doveva essere di gran lunga un luogo deliziato da farfalle e germogli in fiore al cospetto di un vecchino pronto ad accogliervi a braccia aperte, in confronto alla pura atmosfera apocalittica che avreste trovato lì dentro, tale da sperare che non abbiate così tanta immaginazione da scatenare quell’abominevole scenario nella vostra testa. La parola greca “Χάος” – Càos – meritava un encomio solo per la gentile intercessione di Nowak, l’onnipotente ingegnoso mago della sporcizia e della confusione, anche se lui adorava contrastare obiezioni di questo tipo ripetendo instancabilmente: «Nel disordine trovo il mio ordine interiore, quello che governa tutte le cose dentro di me e intorno a me, mentre nell’ordine trovo solo l’abbattimento della creatività stessa». Era come un mantra che giustificava il suo essere così disastrato, equivalente alle illazioni di chi tanto fieramente girava di qua e di là vantandosi di “essere fatto così” e, per tale motivo, di trovarsi nell’impossibilità di operare un significativo cambiamento in merito.

Alquanto singolare per un ingegnere – e a dir poco chimico! – sostenere che il proprio ordine risieda nel disordine, suona al contrario del normale ciclo ordinario e biologico di tutti gli esseri dotati di un cervello umano, che di norma dovrebbe essere considerato come fonte di suprema intelligenza tra le intelligenze. Eppure nella cittadella di Vradesvültz la normalità rappresentava solo una composizione di lettere che sta ad indicare la noia mortale, il libro vuoto che non ti fa sognare e la perdita di quello spirito di inventiva sempre pronto allo stimolo del rischio, che porta inesorabilmente alla perdita della coscienza dei suoi abitanti. Ma niente da fare, non poteva spegnersi la tempra dei giovani, dei vecchi e sia pure delle cornacchie che popolavano il paesino dimenticato di Vradesvültz, eppure a vederli dall’esterno sembrano costretti, confinati in un mondo dove contrario non è paradossalmente sbagliato, e a loro stava bene così, almeno i bambini erano vivi laggiù, non si sentivano spenti e demotivati come le generazioni che verranno…io lo so…l’ho visto. Ma torniamo al dott. Ing. Maraldo Edgardo Mariangela Nowak e al suo rapporto di buon vicino di casa.
Non si capisce bene se effettivamente il signor Nowak fosse una persona socievole e di buona compagnia, cosi come la sua vena creativa nel momento del bisogno, ma da quel poco che se ne deduce egli era simpatico ai bambini. I bambini del villaggio lo squadravano spesso, anche se segretamente lo ammiravano, e si divertivano a soprannominarlo “idiòzio”, diminutivo affettuoso che poteva essere tradotto come “zio idiota”. Quei monellacci con le scarpe rotte e le guance sporche di fango gliene combinavano sempre una: si intrufolavano spesso a gruppetti di tre o quattro e andavano in avanscoperta a rovistare di nascosto nel laboratorio delle “schifosiglie”, come lo chiamavano loro, un termine che molto probabilmente veniva usato per indicare qualcosa che sta a metà tra la schifezza di un luogo buio e sordido, ma che al suo interno custodisce comunque meraviglie mai viste prima. Il signor Nowak era il maestro dell’inventiva, era rinomato per le sue macchine e materiali fantastici come l’aspira-vento portatile, lastre di legno spinose per un pavimento a prova di sanguisuga, un dado commestibile che disciolto nella minestra due secondi prima della consumazione creava una sottile rete di formaggio fuso, utile per intrappolare le falene malcapitate ed evitare così una seconda ondata di infestazione, o addirittura il primo prototipo di profuma-interni che dissolveva anche il più molesto e persistente degli odori, e mille altre buffonerie, che però avevano contribuito a migliorare la vita del grezzo paesotto. Ed erano proprio tutte quelle strampalaggini a renderlo un esemplare così interessante agli occhi dei piccoli fantasiosi, che cominciavano appena appena a farsi un’idea di cosa poteva essere un tipo come lui.

So che già dalle prime, seconde e terze righe della strampalaggine che sto or ora raccontandovi potrebbe emergere il fatto che sì, l’ing. Nowak sia un veggente o addirittura un viaggiatore nel tempo, perché stupidi non siete e penso vi state accorti che lui conosca in anticipo le mosse di gran parte dell’umanità, con particolare attenzione alle invenzioni di cui sembra averne rubata qualcuna persino dal XX secolo. Ebbene io questa risposta potrei azzardarla tanto quanto voi perché non ho la più pallida idea di ciò che lo strambo tipo dai capelli sale e pepe stia progettando alle nostre spalle, ma, seppur logica e inconfutabile opzione, vi disilludo subito perché qui a Vradesvültz nulla è mai come sembra e anche se so che probabilmente sia venuto fuori qualche intruglio di cui voi conoscete senz’altro la provenienza, e non per mano dell’ingegnere, so che questo potrebbe altresì rivelarsi come l’ennesimo depistaggio a prova di cretino che cerchi di mettergli i bastoni tra le ruote e smascherarlo una volta per tutte. Non che voi siate cretini s’intende. Ripeto che il contrario di ogni cosa è anche la verità ma non la soluzione, e una farfalla può sembrare un cavallo se guardata da un’altra prospettiva che non sia quella comunemente analizzata dal resto del mondo. Bisogna essere dei bambini per capire l’andamento delle cose e se voi adulti ne avete conservato almeno un pizzico allora tutto potrà sembrarvi più facile e naturale, ma a quei poveri sfortunati che non sanno guardare oltre la materia, che devono chiedere chiarezza e giudicarne l’interezza, mi rivolgo con la massima cortesia invitandoli ad abbandonare il libro seduta stante, perché più andranno avanti più l’odio dell’incomprensione e dell’ignoranza germoglierà in loro come punta rampicante a filo spinato, e aizzeranno la censura contro il narratore affinché non proferisca più tale ignobile parola e venga bandito da ogni sala di lettura o casa di rifugio che ne favorisca la stampa di un simile scandalo ambulante ed anacronistico.

D’altronde adesso permettetemi di mettere le mani avanti e di giustificare la mia persona facendovi partecipi del fatto che non ho insultato nessuno, nemmeno per scherzo, anche se potrebbe sembrare che io abbia fatto una distinzione tra “lettori migliori” e “lettori peggiori”, ma la verità è che mi piace essere franco fin dall’inizio e, anche se adesso ho introdotto questo mio particolare aspetto solo a metà della narrazione, mi piacerebbe comunque che voi capiste che se vi state ponendo il dubbio di essere tra i “peggiori” o tra i “migliori” allora non serve che vi dica di aver fallito miseramente nel fugace approccio alla mia creazione e al racconto di Vradesvültz. So che sono partito bene e sto finendo anche peggio, ma in questo momento sento come se stessi disegnando su di una tela completamente bianca, immacolata, grezza, ancora vergine e che il tripudio e il fantastilione di colori che sto gettando a caso, ma che a caso non sono gettati, mi appaiano sulla tavolozza come una grande opera d’arte che stia lei stessa decidendo se mostrarsi a me e quindi uscire allo scoperto, cosicché anche gli altri possano vedere la meraviglia che emana e che effettivamente è, o se, al contrario, sia veramente una causa persa e non ho pensato che forse sto sprecando una tavola che un altro grande artista avrebbe potuto decorare al mio posto, magari molto meglio di me e con più criterio di quanto io, con la mia testa di bambino, ce ne stia mettendo per concludere una visione intima e personale. Ma è anche vero che Picasso diceva che ha impiegato tutta una vita per reimparare a disegnare come quando aveva cinque anni, simbologia dell’innegabile verità secondo la quale un bambino mette molta più espressività ed intensità rispetto a un adulto provato da violenze e costrizione – sia pure mentali che fisiche -; in parole povere la sua immaginazione riesce a spaziare con molta più libertà e nonchalance di quanto un adulto riesca a fare. Allora in questo caso so io cosa direbbe l’ingegner Maraldo: direbbe che sarebbe necessaria un’arte capace di farci transitare da adulto a bambino quando la situazione dentro la quale ci troviamo risulti essere la più opportuna, ma senza tuttavia lasciarsi intrappolare definitivamente né dall’uno né dall’altro.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alice Gallo
Mi chiamo Alice Gallo e sono nata ad Arezzo il 30 Aprile del 1999.
Sono la figlia orgogliosa di un regista e teatrante calabrese che ha cresciuto me e mia sorella Gioia nella ricchezza di un ambiente stimolante ricolmo d’arte.
Nel 2018 mi sono diplomata in lingue e ho conseguito un secondo diploma in storia francese “Baccalauréat” al liceo linguistico Mariano Buratti di Viterbo.
Una volta ottenuto il diploma volevo fare l’università, ma ho procrastinato volutamente perché odiavo l’idea di iscrivermi “solo” per prendere una laurea. Così nel frattempo mi sono trasferita a Verona, catturata dalla voce dell’amore, trovando lavoro nel settore dell’abbigliamento, fin quando ho deciso di orientarmi verso un’altra grande passione della mia vita: la pasticceria.
Attualmente studio Psicologia, mentre dedico il tempo restante scrivendo di nuove ispirazioni, disegnando e dipingendo quadri.
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