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Simile al sole

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Consegna prevista Ottobre 2024
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Ileana sta quasi per compiere 18 anni e, dalla morte del padre avvenuta l’anno precedente, la sua vita e il posto in cui vive le stanno stretti. La ragazza vive a Purus, un microstato fittizio che si trova nel Mediterraneo, in una conca racchiusa tra Sicilia e Sardegna e all’altezza della Campania. Le sue giornate trascorrono con lo scopo di raccogliere soldi da mettere da parte per fare un viaggio intorno al mondo e allontanarsi dalla sua nazione. Ad accompagnarla in questo viaggio ci sarà James, un ragazzo di poco più grande, scappato dall’Italia e che nasconde a tutti un segreto e anche il suo vero nome.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro quando avevo all’incirca l’età di Ileana e (lutto a parte) condividevo con lei quella voglia comune a tutti i neo-maggiorenni di voler conoscere il mondo e conquistarlo, allontanandosi da quella che è la propria quotidianità, che inizia a stare stretta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Simile al Sole

Scrivere un libro è una lotta orribile ed estenuante, come un lungo periodo di dolorosa malattia. Non bisognerebbe mai intraprendere un’ attività del genere a meno di non essere guidati da un qualche demone incomprensibile al quale non si può resistere. Per quel che se ne sa, tale demone è semplicemente lo stesso istinto che fa strepitare un bambino allo scopo di richiamare l’ attenzione.
George Orwell.

PARTE PRIMA

Capitolo I

I pacchi sono pesanti, mi chiedo ancora perché abbia scelto come lavoro part-time di fare la postina. Poi lo ricordo. È inizio aprile, un venerdì, il sole splende nel cielo, le temperature iniziano ad innalzarsi e manca poco più di un mese al mio compleanno. Ho bisogno di soldi per poter andarmene da qui anche solo per alcune settimane.

L’8 maggio 1429 Giovanna d’Arco liberò la città di Orléans dall’assedio inglese, l’8 maggio 1874 il chimico Antoine Lavoiser fu ghigliottinato, l’8 maggio 1933 Gandhi iniziò un digiuno come protesta contro l’oppressione britannica in India, l’8 maggio 1945 entrò in vigore la resa incondizionata della Germania, con conseguente fine della Seconda Guerra mondiale sul versante europeo, l’8 maggio 1959 il matematico Renato Caccioppoli decise di porre fine alla sua vita con un colpo di pistola e, infine, l’8 maggio di quasi diciotto anni fa, sono nata io. Che volete farci, non possiamo mica avere sempre giornate storiche. Sono stata sempre orgogliosa del mio giorno di nascita, mi dava l’impressione di essere destinata a grandi missioni, ma per il momento mi accontento di consegnare lettere e pacchetti ai miei connazionali.

Persa nei miei pensieri non noto un dislivello lungo la strada e cado rovinosamente a terra. Se fossi la protagonista di un qualche film o di una qualche telenovela ora incontrerei l’amore della mia vita, ma al momento sono semplicemente derisa da un gruppo di ragazzini. Anche se, tuttavia, so chi vorrei incontrare. Comunque, solo perché fino ad ora non ho ancora trovato qualcuno che ricambi intensamente i miei sentimenti, non significa che non lo troverò mai. Almeno credo.

Il ginocchio comincia a pulsarmi a causa della caduta e sono costretta a consegnare la posta più lentamente e zoppicando. Quando torno all’ufficio postale sono in ritardo di almeno mezz’ora sulla tabella di marcia, ho i capelli spettinati e un ematoma sulla coscia. Stupida divisa primaverile, con i pantaloni corti. Trovo la signora Romualdo, la direttrice dell’ufficio, un’austera sessantunenne dai capelli bianchi sempre ben acconciati, che mi guarda con disappunto.

– Ileana- comincia dondolandosi sulle punte. Mi provoca sempre dei brividi lungo la schiena sentirle pronunciare il mio nome. – Siamo sempre stati orgogliosi dell’efficienza del nostro ufficio postale. Si è evoluto nel corso dei decenni, da quando apparteneva a mio nonno. Il nostro Stato ha una lunga tradizione alle spalle- continua.

  • Mi dispiace. Sono caduta e zoppico un po’. Non succederà più- taglio corto. Ho sentito questa storia non so quante volte e non sopporto che la tiri fuori per ogni piccola mancanza mia o di qualcun altro. Viviamo a Purus, un’isola estesa poco più di trenta chilometri quadrati: “un ridente microstato libero e privo di impurità, questo il significato del nome latino, conferitogli nei primi anni dopo Cristo, sotto l’impero di Ottaviano Augusto; un luogo in cui è possibile ritrovare sé stessi lontani dal caos della vita quotidiana”. Questo è quello che compare sulle guide turistiche. Non sono del tutto d’accordo, ma non sto neanche qui a sindacare su un nome conferito poco più di due millenni fa. Anche se, per quanto riguarda la parte del ritrovare sé stessi, mi risulta difficile farlo, quando dalla collina posta al centro dell’isola, il nostro punto più alto, riesco a vedere solo una lunga distesa di mare e, qualche volta, se sono fortunata, un paio di navi; mi sembra che noi quindicimila abitanti siamo gli unici al mondo. Posti nel sud dell’Italia, ad una distanza abbastanza lunga dalle altre regioni, ma non Italiani. Molti dicono che noi Purusiani siamo totipotenti: possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo, o dobbiamo, essere, proprio perché non apparteniamo a nessuno.

La signora Romualdo sembra aver terminato la sua ramanzina e per consegnare le ultime lettere, arrivate mentre ero via, mi permette di usare la sua bicicletta elettrica, così da non recapitare ancora la posta in ritardo a causa del ginocchio ferito.

Mentre risalgo la collina penso ancora a quanto sia incredibile che io stia utilizzando la bici della Romualdo, ma poi ricordo che quando si tratta di lavoro e prestigio sarebbe capace di qualsiasi cosa. Consegno l’ultimo pacco, in perfetto orario, alla Pensione dei Nodi, gestita dall’affabile signor Ottavio, un ometto di circa settant’anni. Solo che ad accogliermi non trovo lui, ma James, il suo aiutante tuttofare che sembra essere diventato per lui un nipote, se non addirittura un figlio. Circolano tante voci su questo ragazzo, perché un paio d’anni fa, appena diciottenne, si è trasferito qui da una grande città del sud dell’Italia. Nessun ragazzo giovane si trasferisce qui, anzi, normalmente i giovani se ne vanno. E per di più James, che, per quanto ne so, non è neanche il suo vero nome, provenendo dal sud dell’Italia, è vittima di numerosi pregiudizi. Mi chiedo se i miei connazionali sappiano che se Purus non fosse un microstato anche noi ci troveremmo nel sud dell’Italia. Comunque non conosco molto bene James, ci ho scambiato solamente poche parole e l’ho visto spesso in compagnia di qualche turista, ma non per questo me la sento di giudicarlo.

Dopo la consegna ridiscendo la collina in sella alla bicicletta canticchiando un motivetto ascoltato alla radio. Giunta all’ufficio postale riconsegno la bici alla sua proprietaria, che ispeziona il mezzo come se fosse in cerca di qualche ammaccatura per la quale rimproverarmi.

  • Chi cerca trova! A domani!- dico senza degnarla di troppa attenzione e vado via zoppicando leggermente. Mi chiedo cosa mi aspetterà domani. Fortuna che vengo qui solo tre giorni a settimana.

Anche se solo per un paio di fermate, prendo un autobus, non riesco a camminare fino a casa. In soggiorno trovo mia madre, in lacrime, di fronte alla vasca della nostra tartaruga marina.

  • Non si muove più- dice tra i singhiozzi.

Mi avvicino alla mia, ormai grande, Lola. Riesco ancora a figurarmi quel giorno di quasi dodici anni fa in cui mio padre la portò a casa. Disse che all’osservatorio zoologico erano nati numerosi piccoli di Caretta Caretta e che, per quanto fosse stato stabilito dalla natura, e lui, in quanto biologo marino, rispettava tali leggi, non se l’era sentita di lasciarla al suo destino incerto, così l’aveva portata a casa. Io avevo deciso di chiamarla Lola, contro il volere di mio fratello, come la protagonista di un cartone animato che tanto mi piaceva e da allora è sempre stata con noi; le parlavo e la portavo in spiaggia a cambiare l’acqua della sua vasca.

  • Se n’è andata anche lei. Ora siamo solo io e te- dico e mia madre è squassata da altri singhiozzi. Non fa altro che piangere, da quando mio padre, nove mesi fa, è morto. Io, invece, da allora non piango più. Non ci riesco.
  • Non siamo solo noi due. C’è anche tuo fratello- riesce a dire lei tra i singhiozzi.
  • Lui si è trasferito a Roma definitivamente da anni ormai, ha una sua famiglia ed una bambina. Non c’entra più nulla con noi- dico. Voglio bene a mio fratello, ma ha nove anni più di me e da quando ne avevo dieci lo vedo saltuariamente, a causa della sua decisione di andare a studiare a Roma.
  • N-non dire… così- replica fiaccamente.

Decido di non ribattere ulteriormente e vado in camera mia a prendere una scatola da scarpe nella quale posizionare Lola. Non so bene cosa fare adesso, qui non abbiamo quei maestosi cimiteri che si trovano in altre parti del mondo. Da noi i morti vengono da sempre cremati e le loro ceneri sparse in mare. È successo così anche a mio padre; seppur talvolta mi manchi avere un posto nel quale poter avere la sensazione di stare ancora con lui, al tempo stesso, mi piace pensare che così sia dappertutto. Solo che non so bene che trattamento riservare alla mia Lola. Le parlavo spesso, di tutto, anche di cose che non direi mai a mia madre, con lei è come se mio padre se ne fosse andato ormai definitivamente. Poi decido che se voglio davvero andare avanti, devo portare la mia tartaruga lontano da me, all’osservatorio zoologico in cui lavorava mio padre; loro sapranno cosa fare.

  • La porto da Giacomo- dico a mia madre prima di uscire. Sono da poco passate le sette di sera, spero di arrivare in tempo per trovarlo ancora. Non voglio fargli visita a casa, prima ci andavo solo con mio padre. Giacomo è (o era?) il miglior amico di mio padre. Sono stati sempre insieme, sin da bambini, ed entrambi condividevano l’amore per il mare.

Arrivo al centro zoologico proprio pochi minuti prima del termine della giornata lavorativa di Giacomo. Non appena mi vede mi fa un cenno di saluto ed il suo sguardo si vela di tristezza. Mi ricorda mia madre, quasi mi innervosisce; sembrano gli unici ad aver perso qualcuno di importante. Per di più un marito e un amico si possono sostituire, un padre no.

  • Hai bisogno di qualcosa?- mi chiede. Appare più vecchio di quanto ricordassi. O forse ero io a non accettare il fatto che lui e mio padre avessero superato i sessant’anni.
  • L-la mia tartaruga è morta. Non so che farne- replico porgendogli la scatola da scarpe.
  • Oh, d’accordo. Me ne occuperò io, non preoccuparti- dice prendendo la mia bara improvvisata. – Come l’ha presa tua madre?-.
  • Piangendo- rispondo scrollando le spalle. – Grazie, per la tartaruga-.
  • Figurati. Cos’hai fatto?- mi chiede poi, allarmato, notando la ferita al ginocchio. Ero così preoccupata per Lola da aver dimenticato il dolore che ora è tornato ad opprimermi.
  • Niente, sono solo inciampata- rispondo. – Ora vado-. Mi incammino nuovamente zoppicante verso casa, sperando di trovare mia madre più tranquilla.

Al mio rientro non piange più, ma ha gli occhi gonfi e suppongo un intenso mal di testa, tuttavia mi ha preparato la cena: una frittura di gamberetti. È il mio piatto preferito e non deve essere stato facile per lei prepararlo, data la fine di Lola e dopo aver gettato la sua vasca. Per questo hanno un gusto diverso, migliore.

In camera mia tolgo dalla parete l’unica foto che mi ritrae insieme alla mia tartaruga, come ho tolto quelle con mio padre e con mio fratello, come se avessi voluto cancellarli, perché a mia madre avrebbe fatto troppo male guardarle ancora e ancora. Ora ci sono solo io in spiaggia, io di fronte al Colosseo, io, io, io.

Vado a letto chiedendomi ancora cosa ne sarà di me.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ilaria Capozzi
Classe '96, napoletana, da sempre appassionata di lettura e scrittura, pur avendo frequentato il liceo scientifico e una facoltà scientifica. Chi scrive un libro, lo fa con il desiderio di essere letto, prima o poi, e il mio poi è arrivato adesso, a distanza di un po' di anni da quando ho scritto i miei primi testi più lunghi.
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