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So… Gay

So... Gay
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Consegna prevista Settembre 2024
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Zac, diciassettenne, vive con la madre Nora a Brescia. Carlo, il padre, li ha abbandonati e rifiuta l’omosessualità del figlio. Zac non è mai riuscito ad esplorare la propria sfera sessuale, sentendosi sempre giudicato e diverso dagli altri. Nonostante ciò non ha mai smesso di fantasticare, con la migliore amica Laura, circa un futuro scandito dal brivido di una relazione. Tutto cambia quando conosce Oliver. Tra i due nasce un legame dettato dalla passione e grazie a questo incontro scopre lati inediti della sua personalità, oltre a vivere emozioni intense e desiderate da tempo. A scuola, Laura presenta il suo nuovo ragazzo a Zac, che riconosce Oliver. La loro amicizia è a rischio, così come la relazione che stava nascendo con l’ambiguo ragazzo appena trasferitosi in città. Tra scoprire la verità su Oliver e la sua famiglia e il destreggiarsi tra gli impegni di un qualsiasi adolescente, Zac scoprirà sé stesso, ma farlo non sarà facile e indolore.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dalla necessità di imprimere su carta un vortice di emozioni che pagina dopo pagina mi ha aiutato a conoscermi e superare timori e aspettative. Tra fantasia e realtà si alterna la storia di un ragazzo che sta scoprendo sé stesso in relazione al mondo che lo circonda, tra la paura di non trovare il proprio posto, per poi capire che forse non è così necessario riuscirci. Il viaggio potrebbe già essere la destinazione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

“You make me feel like I’m living a Teenage Dream”.  

Allungo la mano fermando la sveglia dell’iPhone, pensando a quanto sia sfigato. Non avrò mai una storia come quella che descrive la canzone. 

Ancora non mi spiego come abbia potuto mettere la canzone della ‘Tettona’ come sveglia mattutina, probabilmente sono un ragazzo autolesionista, amo farmi del male da solo.  
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Spingo le coperte in fondo al letto, poi raggiungo la scrivania per consultare l’orario scolastico. Manca un mese alla fine della scuola e non l’ho ancora memorizzato. Oltre ad essere autolesionista sono svogliato e anche omosessuale.  

Sì, sono gay. Non è facile esserlo, tutti intorno a te danno il primo bacio, perdono la verginità, poi ci sono io: una macchia nel perfetto quadro di Dio. Questo è quello che dice la comunità di cattolici dall’altra parte della strada. Ogni volta che ci passo davanti vorrei dire alla signora Rossini che suo marito mi propose di trascorrere del tempo insieme, e non certo per pregare, ma quando mi capita di trovarmi nelle vicinanze non trovo mai il coraggio. Non riuscirei a vivere con l’idea di aver rovinato una famiglia, pur finta che sia. 

Infilo velocemente i libri nell’eastpak blu, poi corro verso l’armadio realizzando quanto sia disordinato.  

“Sei gay, dovresti essere ordinato e bravo nelle faccende domestiche”, dice sempre mia madre, scatenando l’ormai classico e vivace dibattito tra stereotipi e leggende metropolitane. 

Sbuffo pescando una camicia a quadri e i  pantaloni che preferisco. La mia migliore amica Laura dice che mi fanno un bel culo e a forza di sentirla me ne sono convinto. Non so ancora perché io li metta, non sembra esserci gente interessata a guardarmi, eppure non sono un ragazzo da buttare.  

Da piccolo le amiche della nonna mi dicevano quanto fossi dolce e tenero.  

Okay, forse questa cosa non va proprio a mio favore. Eppure guardandomi allo specchio non mi trovo brutto, nemmeno stupendo, direi carino.  

Qualche volta mi trovo un difetto, forse due, forse anche tre. Sono anche abbastanza insicuro se non si fosse capito.  

Direi che le ho tutte, non me ne manca una.  

Corro giù per le scale, come sempre mamma è già al lavoro, non che la cosa mi dispiaccia. Non potrei immaginare come sarebbe svegliarsi ogni mattina con lei a commentare i miei outfit. 

‘Un nuovo messaggio da Laura’.  

Sblocco il cellulare e apprendo che per le prime due ore la scuola ha indetto una riunione urgente per i docenti, così mi sdraio sul divano, avrò più tempo per sistemare al meglio i capelli. Sono abbastanza fissato con la massa che mi ritrovo in testa. Certe volte impiego una quarantina di minuti a prepararmi, o meglio, a litigare tra il gel e la lacca.  

“Finalmente hai una caratteristica da gay”, dice sempre mamma, puntuale con l’ennesimo luogo comune.  

Apro la telecamera interna dell’iPhone, accorgendomi che il ciuffo è messo meglio di come mi aspettassi. Respiro profondamente, so che può sembrare esagerato, ma questo sono io. Completamente e perfettamente imperfetto.  

Mi trascino verso la cucina, sul tavolo la solita merendina confezionata per la scuola, una di quelle che nelle pubblicità sembrano succose ed invitanti, ma una volta scartate sono aride e dall’aspetto triste.  

Decido di concedermi uno strappo alla regola. Di solito non faccio in tempo a passare da Starbucks, ma questa è la mattina giusta per riuscirci. 

 

Dopo pochi minuti passati sull’autobus, nella mia testa ore, finalmente scendo nella via principale della città. Non sopporto la confusione dei mezzi pubblici, soprattutto la mattina presto, dove la fragranza di sudore numero cinque si mischia al sapore della colazione ancora da digerire. Purtroppo è l’unico modo per raggiungere il centro, visto che ho diciassette anni e non posso guidare. Certo, ci sarebbero i monopattini elettrici, ma Brescia è conosciuta per la guida distratta della sua popolazione ed io ci tengo al mio bel faccino.  

Avverto una strana sensazione nell’aria, come se le particelle d’ossigeno fossero pronte a scoppiare da un momento all’altro in fuochi d’artificio. 

Non perdo tempo e corro verso Starbucks, la fila è sempre chilometrica, ma è quando svolto l’angolo sul corso principale che mi accorgo di quanto sia veramente lunga. Faccio per mettermi in coda, ma sento qualcosa cadere dal cielo e precipitarmi sulla spalla destra.  

Giro la testa e un brivido mi percorre la schiena.  

Fisso il ricordino lasciatomi da un piccione. Non può essere successo davvero.  

Perché tra tutta la gente in coda proprio a me? La mia vita ruota intorno a questa domanda. Probabilmente me lo chiedo spesso perché in questa città non ho mai incontrato nessuno come me. Nessuno che mi capisca fino in fondo. 

Mi faccio spazio tra la gente e cerco di entrare per raggiungere il bagno. Devo assolutamente togliermi questa dannata macchia. Un’amara consolazione c’è, almeno il piccione non ha deciso di fare i suoi bisogni sul mio ciuffo,  lì si che sarebbe stata la fine.  

Entro e vengo assalito dall’inconfondibile odore di cappuccino e brioche. Devo dire che è sempre piacevole, ma lo sarebbe ancora di più senza avere degli escrementi sulla spalla. La gente si apre di fronte a me lasciandomi libero il passaggio, e a testa bassa, mi precipito in bagno.  

Afferro la maniglia, ma qualcosa mi distrae. O meglio, qualcuno.  

Un ragazzo, mai visto prima, sembra particolarmente attento a ciò che faccio, probabilmente starà ridendo per la decorazione sulla spalla.   

Quasi e sottolineo quasi, involontariamente, mi appoggio alla porta coprendo la spalla destra, poi prendo l’iPhone fingendo di chattare. Ogni tanto alzo la testa, notando che lui è ancora lì, intento a fissarmi. I suoi occhi verdi e profondi sul mio corpo rigido, la mascella serrata e i capelli castani perfettamente ondulati. Sento il cuore battermi all’impazzata, ma devo mantenere la calma. Mi concentro su ciò che indossa, jeans bucati e una maglia sportiva. Ha un’aria interessante e incredibilmente attraente.  

Okay, non ha funzionato. Sono più agitato di pri… 

Mi sorride agitando il suo caffè.  

Oh.  

Infilo il cellulare in tasca mentre una scossa dalla punta dei piedi fino alla nuca mi accende. È il momento di mostrare i miei pantaloni preferiti, o meglio, quello che nascondono. Apro la porta del bagno e mi fermo per qualche istante, giusto il tempo per lasciarmi guardare, poi mi tuffo dentro. Mollo la presa sullo zaino che cade a terra, poi corro al lavandino e mi rinfresco il volto che acquisisce il solito colorito dettato dall’imbarazzo.   

Se mi ha guardato vuol dire che sono carino. Se sono carino vuol dire che sono interessante. Se sono interessante forse… okay basta.  

Prendo la camicia e la bagno sotto l’acqua, poi la faccio sgocciolare per qualche istante. Dopo averla infilata nello zaino, prendo il ricambio che fortunatamente porto sempre con me. Oggi una felpa extralarge color pesca.  

Faccio un respiro profondo, mi stampo un sorriso e apro la porta, ma lui non c’è.  

Ho avuto una visione, mi sembra chiaro. Non può essersi smaterializzato in tre minuti.  

Mi crogiolo nella mia delusione e mi metto in fila, un buon Frappuccino mi sarà di conforto. 

 

Mi gusto il sapore del cioccolato e della vaniglia, ci voleva proprio 

Mi incammino verso la scuola mentre il vento mi prende a schiaffi, quasi a volermi risvegliare dalla visione del ragazzo misterioso.  

Decido di intraprendere una strada che solitamente evito, ovvero quella che passa attraverso il parco comunale. Ogni tanto alzo la testa verso il cielo, ancora traumatizzato dai piccioni. Lui sì che era reale, ma fortunatamente qui sembrano esserci soltanto uccelli canterini. Penso a loro e mi torna in mente il ragazzo di prima. Okay, mi vergogno di questa connessione logica, ma è una cosa che non riesco a controllare. Anche questo fa parte di me.  

Passeggio nel verde e ripenso al suo sguardo, profondo e curioso, per non parlare del sorriso che definire accattivante sarebbe riduttivo. 

‘Un nuovo messaggio da Laura’, ed improvvisamente torno alla realtà. 

“Dove sei? Ti aspetto a scuola! Non vedo l’ora di vederti, ho molte cose da raccontarti, quel genere di chiacchiere che ci piacciono tanto”.  

Rimango stupito da questo suo messaggio, non succede mai niente di entusiasmante da queste parti. 

Faccio per risponderle, ma sento qualcuno sfiorarmi il braccio.  

Ecco perché non sono mai passato da qui!  

Mi volto pronto a sferrare un calcio, ma ho i fianchi bloccati.  

Spalanco gli occhi.  

È il ragazzo di Starbucks.  

Si avvicina sempre di più, ed io indietreggio fino a sentire il tronco di un albero contro la schiena.  

La sua presa è forte e decisa.  

Il mio tentennamento sulla porta del bagno deve essergli arrivato come un segnale forte e chiaro. 

Riesco ad avvertire il suo respiro sul mio collo, è la prima volta e la mia pelle sembra sciogliersi.  

È poco più alto di me e per qualche secondo penso che dovrei cercare aiuto e scappare, ma qualcosa me lo impedisce. Faccio per scostarmi, ma è come se non riuscissi più a controllare il mio corpo.  

«Shhh…» mi sussurra nell’orecchio. La sua bocca troppo vicina al mio lobo. 

Un brivido di piacere mi percorre il collo.  

Sento i muscoli rilassarsi, tutti tranne uno.  

È evidente che non me ne voglia andare. Non voglio scappare, così appoggio le mani sulle sue braccia muscolose e per qualche istante restiamo fermi a fissarci. 

Ci conosciamo con lo sguardo e immagino le sue parole. Mi dice che preferisce il dolce al salato, poi che ama il mare rispetto alla montagna e che predilige i cani ai gatti.  

Okay, è sufficiente.  

I nostri nasi si sfiorano, ora stiamo rivelando i nostri nomi.  

Poi, dopo aver controllato che non ci sia nessuno nei paraggi, ci baciamo.  

Le sue labbra sono così vogliose e morbide ed io mi sento un pivello. 

Mi chiedo se debba fare qualcosa in particolare, se ci siano delle tecniche da seguire… fanculo, me lo godo.  

Il cuore accelera drasticamente, come se volesse uscire dal petto.  

Mi sento come se sette cavalli inferociti stessero galoppando nel mio stomaco.  

È quando inizia a baciarmi sempre più delicatamente, rendendo la cosa ancora più piacevole ed intima che sussulto, quasi destabilizzato. Anzi, leviamo il quasi. 

I nostri nasi si sfiorano nuovamente, come per annusarsi a vicenda e registrare l’uno il sapore della pelle dell’altro.  

La sua mi ricorda il mio amatissimo cioccolato e vaniglia, ne vorrei ancora.  

«Io…» faccio per dirgli delle ore buche a scuola, ma lui si stacca all’improvviso, indietreggiando furtivamente.   

«Buona giornata!» mi dice sistemandosi la maglietta, poi corre via.  

Così, come se fosse stato tutto frutto della mia immaginazione.  

Resto immobile contro l’albero, il respiro ancora affannoso.  

Non so bene cosa pensare, sono abbastanza confuso.  

La sua voce mi risuona nella testa come un mantra. Un mantra profondo e suadente. Ho fatto una pazzia, punto. Una pazzia che mi ha fatto perdere il controllo, soprattutto del mio corpo, come se fosse stato lui a decidere ogni mossa, come se gli appartenesse. 

 

Sono a scuola. Lauren sta per arrivare e non vedo l’ora di confrontarmi con lei su quello che è successo poco fa. Qualcosa di assurdo, ma allo stesso tempo così eccitante.  

Ecco che la vedo arrivare, la chioma color nocciola oggi ben curata e uno sguardo più vispo del solito. Corro nella sua direzione abbracciandola, senza darle il tempo di salutarmi.  

«Che ti succede oggi Zac?» chiede stupita tra le risate.   

Lo so, il mio è un nome particolare, soprattutto per un ragazzo della pianura padana. Incolpo i miei per le prese in giro alle elementari, ma allo stesso tempo mi piace la certezza di restare impresso nelle persone.  

Chissà se anche il ragazzo del parco si ricorderà di me…  

Basta, torniamo ai miei. Mi hanno raccontato che l’officiante del loro matrimonio a Las Vegas si chiamava così, quindi hanno pensato bene di prendere spunto e rendere internazionale un povero e indifeso bambino italiano. Ho accettato la cosa solo quando l’ho visto in foto,  contento che sia solo il nome ad accomunarci.  

«La stessa cosa che succede a te immagino, non ti ho mai visto così!» rispondo a Laura osservando il suo volto particolarmente raggiante.  Noto che indossa una gonna abbastanza corta e un top nero, al collo il solito choker.   

«Come mai questo look a scuola? Di solito non ti vesti così nemmeno per una festa!» chiedo curioso mentre sbatte le ciglia maliziosamente.  

«Ha a che fare con il messaggio che ti ho inviato poco fa, sono successe delle cose in questi giorni che sei stato fuori città», risponde giocherellando con i capelli che cadono lungo le spalle e il decolté.  

«Così mi incuriosisci!» commento eccitato.  

Mi prende per mano, portandomi verso un albero nel cortile e per un secondo mi sembra di rivivere la scena nel giardino. Anche se non mi viene di saltarle addosso come invece avrei voluto fare con quel ragazzo, ma forse è meglio così, probabilmente non lo rivedrò mai più.  

Dopo esserci seduti mi guarda incuriosita, le mani strette nelle mie.  

«Inizia tu, so che non vedi l’ora di dirmi cosa ti è successo e quel succhiotto mi incuriosisce!» sussurra indicando il mio collo.  

Mi copro in palese imbarazzo, non mi ero accorto che me ne avesse fatto uno. In quei pochi minuti il mio cervello dev’essersi fuso.  

«È iniziato tutto con una macchia sulla camicia», faccio per dirle, ma lei si alza di scatto, interrompendomi.  

«Oh aspetta, sta arrivando il mio ragazzo!» esclama sorridente controllando l’eyeliner nello schermo del cellulare.  

Mi volto sorpreso e curioso. La guardo saltellare verso un ragazzo in jeans, maglia sportiva e uno sguardo inconfondibile.  

I due si baciano intensamente ed io avverto una fitta allo stomaco.  

Lui… il ragazzo di Starbucks. Il ragazzo del parco. Il ragazzo con cui ho limonato contro l’albero. Si, è proprio lui. 

Cerco di prendere lo zaino e correre via, ma prima di riuscirci Laura mi chiama. 

«Zac, ti presento Oliver».  

Non ci credo, anche lui ha un nome inusuale per un ragazzo made in Italy. 

Mi volto lentamente e cerco di abbozzare un sorriso, i muscoli facciali che chiedono pietà.   

«Piacere!» esclama lui stringendomi la mano.  

Lo lascio fare. Dentro di me stanno accedendo così tante cose che non riesco nemmeno a rispondergli. I nostri sguardi si incontrano e riesco a percepire in lui un po’ di imbarazzo. Laura alza un sopracciglio, poi riprende a sorridere. 

La mia mano sembra sciogliersi al tatto del ragazzo, non può essere vero. 

Di colpo le immagini del suo corpo contro il mio si fanno prepotentemente spazio nella mia testa. Sento il cuore accelerare, non riesco a controllarmi.  

Oliver allontana la mano, spalle dritte e una tranquillità che mi sconvolge.  

«È davvero un piacere conoscerti», rispondo a bassa voce stritolando le spalline dello zaino, poi corro verso l’entrata. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Dopo qualche ora dall’inizio sono già al capitolo 11. Direi che questo dice tutto… super avvincente!

  2. (proprietario verificato)

    Appena iniziato a leggere e già dal primo capitolo è pieno di colpi di scena! Lo divorerò in pochissimo tempo! Sono troppo curiosa di sapere cosa accadrà…

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Marco Saracini
Marco nasce a Brescia l’1 agosto 1997. Ha frequentato il liceo artistico e dopo una formazione legata al teatro e al musical ha calcato palcoscenici, piegato magliette e lucidato gioielli, ma scrivere resta il modo per evadere dalla realtà di tutti i giorni e dare forma alla sua creatività. ‘So… Gay’ è il suo primo romanzo che racchiude aneddoti di vita vera ed elementi di pura fantasia.
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