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Spazio amore tempo

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Sul pianeta Sciàere, un’azienda interplanetaria opera nell’ombra per conquistare il monopolio di mercato e un’intera popolazione è ridotta in schiavitù e sfruttata a fini produttivi. Inoltre, un problema di dipendenza da realtà virtuale affligge molte nazioni: il progresso tecnologico ha migliorato la vita di molti, ma a un prezzo spaventoso.

Alio, che di mestiere fa lo spaziale, risponde a tanta crudeltà e insensatezza con un solitario cinismo, accettando la vita priva di affetti a cui è destinato chi come lui commercia nello spazio ed è sottoposto ai suoi paradossi temporali. Ma quando raggiunge il pianeta Nebula trasportando una serie di programmi virtuali, Alio conosce Alea e se ne innamora perdutamente. Questo sentimento, fino ad allora a lui estraneo, porterà Alio a dubitare delle sue certezze e a domandarsi che senso abbia la vita se vissuta lontano da chi si ama.

Capitolo uno

Alea si trovava lontano dal circolo, lontano da casa, lontano dalle amiche, le quali, come nulla stesse accadendo, continuavano il lacero gioco di ciarle appena un po’ cattive.

Alea stava nuotando in un mare di emozioni. Un ospite a cena: come potevano essercene stati altri, certo; come ancora ne avrebbero avuti. Ma la coincidenza di un ospite proprio in quel giorno, cominciato nello stupore di un mattino affatto nuovo, non andava ignorata da una come lei, cui le coincidenze sapevano parlare.

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Quel mattino, Alea era tornata indietro di anni, d’un sol movimento. Responsabile era un oggetto capitatole per caso tra le mani, sbucato d’un cassetto non suo; uno di quegli oggetti che all’improvviso non si trovano più e diresti d’avere perduto. Sua madre, però, ripeteva spesso: «La casa nasconde ma non perde».

Alea non sapeva ricordare il tempo di quell’oggetto, rammentava però di averlo tenuto, come in quel momento, tra le mani; poteva riportare alla mente, come davanti agli occhi, visi di allora; risentiva come in quel momento voci e suoni; era anche conscia di sensazioni, come fossero le sue, di un tempo remoto, tanto diverso dall’attuale.

Quel subitaneo ritorno aveva segnato di sé la mattina e non l’aveva del tutto abbandonata quando, al telefono, suo padre le aveva detto: «C’è un trasportatore qui alla base; che ne diresti se lo invitassimo, stasera? Se non sono ubriachi sono tipi interessanti, e questo è perfino astemio». Lei aveva dato un assenso neutralmente cortese, ancora distratta, ma poi aveva preso a riflettere, guardando il ricevitore da cui il viso di suo padre era appena scomparso. L’arrivo di un trasporto da un altro pianeta, si disse, era simile al ritrovamento di quell’oggetto del mattino, definitivamente perduto al suo tempo e sbucato in uno non suo, nel quale poco posto aveva.

Un pilota rimaneva, in un certo senso, nascosto per tutta la durata del suo viaggio. A causa dei paradossi relativistici, abbandonava definitivamente l’epoca della sua partenza e solo all’arrivo conquistava nuovamente una sincronia con i suoi simili.

Si domandava che tipo fosse una persona che lasciava per sempre un mondo familiare, rimanendo uno sradicato: suo padre, che ne aveva visti altri, non manifestava simpatia per quegli individui, lui tanto socievole. Egli aveva talvolta parlato con approvazione di chi abbandonava tutto per seguire un ideale, ma i trasportatori, di solito, non avevano ideali: non fuggiaschi dalle leggi, capaci di inseguire da un capo all’altro della galassia, erano però tutti in fuga da qualcosa che pure si portavano dietro.

Ricordava di avere visto una coppia di spaziali, un uomo e una donna. Era stata colpita da lei, con l’espressione come disperata, quasi ricercasse qualcosa di cui aveva bisogno e che sapeva non esistere, tanto tesa che parte di quell’espressione era confluita nell’uomo, un poco di buono capace di stare lontano dalla galera solo per l’astuzia accumulata: una storia di espedienti e furbizie, tanto evidente in lui quanto la donna sembrava non averne, di non aver potuto farsene una, in quella precarietà che caratterizzava il loro tipo di vita. Nel complesso, aveva provato una gran pena; non per i due, quanto per la scoperta che delle vite umane potessero avvizzire tanto.

Per quale ragione suo padre aveva invitato un uomo così? Alea si trovò eccitata a immaginarne, figurandosi in dialogo con lo straniero, capace di attrarlo con un’esperienza che non aveva, capace di comprendere le sue vicende e perfino di dargli saggi consigli. Si attardò a fantasticare, conscia della sua puerilità, di quel che lei gli avrebbe detto, potendo a malapena immaginarsi qualcosa di quell’uomo. Avrebbe cercato di dargli un’impressione durevole, affidando al vuoto una parola che si lanciasse, i prossimi giorni, di nuovo nella lontananza dello spazio e del tempo. E, tramite uno spaziale, la sua parola sarebbe andata a gente che lei non avrebbe mai conosciuto.

Capitolo due

Il tragitto ad alta velocità lo aveva portato piuttosto vicino alla destinazione e quindi aveva subito inquadrato il pianeta, una gemma screziata, appena attivata la visione diretta. Un gran bel pianeta, si era detto, non senza un certo fastidio al pensiero che, una volta avvicinato, la visione beata e pacifica si sarebbe scomposta in una miriade di fatti e persone, oggetti minuti e rumori. Le regolari formazioni nuvolose si sarebbero dissolte in brezze improvvise, scie in apparenza casuali a segnare un cielo che, illuminato, impediva la vista dello spazio; la superficie si sarebbe corrugata nel capriccio di terremoti e piogge; il silenzio pieno di significato della sua nuda presenza avrebbe assunto il brusio di voci d’ogni genere che, nella loro confusione, il senso lo perdevano.

Sapeva anche, Alio, che presto avrebbe provato quell’impressione di peso, all’idea di non potersi levare abbastanza da farsi libero e lontano, come sarebbe stato per poche ore ancora. Sapeva che sarebbero tornati quei sogni, di un labirinto oscuro nel quale poteva orientarsi per poi giungere a stanze meravigliosamente illuminate. Sogni così ne aveva fatti su ogni pianeta fino ad allora visitato, mai mentre era in viaggio.

Quando la discesa s’era fatta abbastanza veloce da ingrandire il paesaggio sotto di lui, Alio aveva provato la nota sensazione di vertigine, con l’accelerazione dei programmi automatici che lo mettevano al corrente in anticipo delle mosse da fare; era una procedura poco seria, lo sapeva, ma Alio non amava quei momenti di vuoto fra un’incombenza e l’altra, mentre guidava. Allo stesso modo aveva modificato parecchie cose lì dentro, nella parte di nave che fungeva da abitazione, per farsi un ambiente adatto ai propri gusti. In tutte le navi che aveva cambiato, s’era portato dietro quella sua casa modulare, utile rifugio anche a terra.

Stava ancora armeggiando distrattamente con i comandi, provandone la reazione, fermandosi solo un momento per ascoltare la musica di un canale a terra, quando erano giunti i primi segnali per l’atterraggio. In luogo del leggero spostamento che si attendeva, la nave aveva subito una brusca deviazione e Alio era stato scosso. Con un certo fastidio, domandandosi come mai certe cose si dovessero ancora fare manualmente, aveva regolato ogni cosa per rientrare in quella che gli sembrava la curva più logica di avvicinamento.

Un nuovo scossone lo aveva preoccupato: da terra mandavano istruzioni sbagliate e lui, la sua nave e il carico, erano in balia di qualche irresponsabile alle prime armi.

«Terra, terra, si può sapere cosa state facendo? Mi farete schiantare!»

«Nave Artiglio, nave Artiglio» aveva risposto una voce fredda. «Il nome del pianeta è Nebula. State cercando di allontanarvi dalla rotta. Per quale motivo?»

«Siete voi che vi sbagliate! Sono inclinato quindici gradi sotto la tangente.» Alio aveva consultato alcuni valori e trovato conferma: il suo corpo e gli schermi che aveva davanti gli stavano urlando una posizione troppo diretta; nei prossimi dieci minuti l’impatto con l’atmosfera lo avrebbe fatto sfracellare; doveva correggere in qualche modo per schizzare via senza danni e ci sarebbe poi voluto un lavoro lungo e difficile, oltre che pericoloso, per ritornare in avvicinamento. Senza considerare che poteva esser privo del carburante necessario.

«Nave Artiglio, nave Artiglio» aveva continuato la voce accusatrice. «Siete voi che avete superato il corridoio. State per allontanarvi dalla rotta. Lasciate i comandi.»

L’ultima comunicazione era una pura formalità: era prassi comune che i comandi da terra avessero la precedenza. Si supponeva che fosse più facile l’errore di un uomo solo, con apparecchiature magari vetuste; si supponeva probabile che un uomo solo, del tipo di quelli che guidavano navi da carico, arrivasse all’orbita privo della preparazione necessaria. Poteva essere ubriaco o sotto l’effetto di droghe; poteva essersi perso in qualche mondo allucinato fatto di raffinate applicazioni di realtà virtuale, di quelle che avevano tolto il senno a molti esagerati consumatori. Il pilota poteva anche essere morto, per una malattia o un improvviso impulso autodistruttivo. Da terra volevano in ogni caso poter recuperare il carico, pilota o no.

Ma questa volta Alio era certo che si sbagliassero: chiunque avrebbe capito, dall’inclinazione del pianeta sul video principale, che la nave era fuori rotta. Con un sogghigno di soddisfazione, aveva avviato un programmino che si era divertito a fare in quegli ultimi mesi; in verità, accogliendo con piacere la possibilità di farne uso. Mentre con un sobbalzo, questa volta previsto, la nave riprendeva l’assetto voluto, Alio si era dato da fare, quasi euforico, regolando quel che poteva regolare e correggendo quel che poteva correggere. Non aveva percepito la voce, più fredda e arrabbiata, che lo richiamava all’ordine, fino a quando si era accorto che il pannello smetteva di funzionare. Senza un briciolo di delicatezza, tutte le sue manovre erano state annullate; il pianeta gli si parava innanzi, troppo grande, ancor più terribile in quanto la sua immagine era rimasta l’unico oggetto illuminato quando gli avevano disattivato ogni controllo.

Ancora per poco Alio aveva cercato di muovere la nave via da quel bersaglio duro contro cui volevano farlo cozzare. Istintivamente, si tirava indietro contro lo schienale mentre il pianeta ingrandiva, troppo in fretta, troppo di fronte a lui; aveva sentito un panico folle prenderlo: qualcuno, dal quale la sua vita dipendeva completamente, stava per un errore mandandolo a sbattere contro quell’ostacolo, con cieca e meccanica decisione. Immaginava che gli ignari operatori, lì a terra, non si rendessero neppur conto di quello che stavano facendo; li malediceva per la loro insipienza, malediceva i programmi ufficiali che stavano sbagliando il loro lavoro. Nemmeno il pensiero della loro costernazione, dopo, lo consolava.

Impotente e terrorizzato, si tendeva con forza come potendo, col peso suo, rovesciare la traiettoria. Era rimasto, gli occhi spalancati e un grido che non sapeva uscire, per secondi, fino a quando, improvvisamente, l’immagine sullo schermo principale cambiò: era quella di una dolce curva celeste verso cui Alio, con la nave e il carico, si stava adagiando. Aveva risentito la voce, adesso immensamente più delicata.

«Abbiamo accertato un’anomalia nel funzionamento delle routine di schermo. Si è proceduto da terra alla correzione.»

Alio era esterrefatto. Quelli laggiù gli stavano propinando l’erronea immagine di una lenta discesa, invece della catastrofe che i suoi strumenti denunciavano prima di essere disattivati. Mentre gli apparecchi di bordo si riaccendevano, la voce aveva ripreso a parlare.

«Abbiamo accertato un’anomalia nel funzionamento delle routine di calcolo balistico. Si è proceduto da terra alla correzione.»

La voce non si era fermata e, mentre tutti i dati davano ragione dell’immagine rassicurante, continuava, con la solita formula, a dichiarare riparati dei guasti in tutti i programmi della nave. Ma il suo corpo, quello stava ancora denunciando l’errore; avrebbero proceduto anche a quella correzione? E come, Santiddio, se non era collegato a nessun apparecchio? L’avrebbero schiacciato certo, l’avrebbero semplicemente soppresso. Quell’accelerazione eccessiva, che lo portava avanti a sé anziché lateralmente come doveva, non poteva essere modificata da terra se non con la sua soppressione.

La voce, ancora una volta, aveva parlato.

«Abbiamo accertato la presenza di un programma illegale per la modifica delle percezioni cinetiche. Si è proceduto da terra al suo sequestro.»

Il sedile era saltato in avanti, poi aveva ceduto e Alio con esso, rimanendo, muto e ipnotizzato, a guardare ogni cosa intorno a sé che aveva preso un aspetto rassicurante: le immagini giuste, i dati coerenti; sentiva il suo stesso corpo acconsentire alla nuova realtà e fidarsi. A tanta congiura, la sua mente non aveva saputo reagire che col rifiuto.

2021-10-28

Aggiornamento

Primo obiettivo raggiunto e superato! 200 copie prenotate, significa che la campagna può proseguire fino al botto finale. Sto organizzandomi per fare presentazioni. La vostra partecipazione sarà graditissima. Intanto, un grazie di cuore per il sostegno e la fiducia.
2021-10-23

Evento

Spazio Casoni, piazza San Giovanni a Chiavari (GE) Presentazione del libro.
2021-09-07

Aggiornamento

La campagna ha superato il 35% del previsto; ciò implica che TUTTI i pre-ordini saranno evasi. Prossimo passo: il tetto del 100%, in modo da avviare la distribuzione. Coraggio: la vostra partecipazione è fondamentale più che mai!

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Riccardo Baldinotti
è appassionato di musica e ha da sempre la voglia di raccontare, prima ancora di saper cosa dire. Nel corso degli anni, infatti, ha scritto romanzi, poesie e racconti, che però non ha mai cercato di pubblicare. Dopo gli studi, la sua vita conosce una parentesi lavorativa di quarantatré anni, durante la quale si diverte con la contabilità, l’amministrazione e la programmazione di computer, finché perde “l’unico hobby per cui lo pagano” e decide di diventare sul serio uno scrittore. "Spazio amore tempo" è il primo romanzo.
Riccardo Baldinotti on FacebookRiccardo Baldinotti on InstagramRiccardo Baldinotti on Wordpress
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