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Statale n.1, Islanda

Statale n.1, Islanda
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Consegna prevista Giugno 2023

“Soltanto una volta in volo realizzai di essere veramente partito.
All’improvviso la meta mi sembrò meno lontana e la compagnia di mio fratello Riccardo contribuì a una rassicurante sensazione di benessere.
Per la prima volta insieme da soli, ci sentivamo pronti a tutto, preparati in maniera accurata ma non maniacale, confidando soprattutto su diverse testimonianze di viaggio trovate in rete.
Preferivamo avere la mente sgombra e ignorante, pronti a stupirci piuttosto che a cercare conferme.
L’Islanda ci avrebbe aspettato comunque.”
Una lettura per gli amanti del viaggio all’aria aperta: tenda, discreto senso dell’avventura e tante cose da vedere e raccontare per le strade dell’Islanda.
Un libro che parla delle esperienze di due fratelli nella terra del fuoco e dei ghiacci attraverso incontri, leggende e immagini di un presente rimasto passato, di un paese dai ritmi moderni e dalle forme giurassiche che convive con la consapevolezza di essere infestato da troll, nani e folletti.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro forse per la ragione più semplice di tutte: perché mi piace scrivere. Ho sempre coltivato questo interesse e nel farlo ho cercato di trasmettere le sensazioni provate, la bellezza dei luoghi e la particolarità delle persone incontrate lungo la strada. Tutto è iniziato come un diario di viaggio, come una serie di pagine di appunti raccogliticci a cui ho deciso in seguito di dare una forma coerente, integrata da letture e riflessioni personali.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Sai domani parto per l’Islanda!!” gridolino di eccitazione.

“Dai grande!!! Dublino sarà meravigliosa!!” sorriso raggiante.

“Sul serio? Quella è l’Irlanda ed è vicino all’Inghilterra. Io sto parlando dell’Islanda ed è fra Groenlandia e … sai che c’è? Lascia perdere”.

“Ah”. Silenzio, “Comunque sarà meravigliosa anche quella”.

“Ci puoi scommettere. Ci puoi scommettere”.

Soltanto una volta in volo, diretto in Islanda con mio fratello, realizzai di essere in viaggio verso un paese del quale ignoravo l’essenziale.

D’altra parte non compare mai nei notiziari, non ci sono colpi di stato, mancano gli scandali e la popolazione raggiunge sì e no i trecentomila abitanti, quasi tutti imparentati fra loro. Di tanto in tanto però ci regala l’eruzione esagerata di un vulcano che cancella i voli di mezzo mondo e persino l’abolizione di McDonald.

L’unica lettura di riferimento era stato l’Atlante leggendario delle strade d’Islanda, in una bella edizione illustrata sui luoghi più famosi e i loro miti, scritta da un certo Jon R. Hjalmarsson.

In Islanda non ci sono ferrovie, le poche strade esistenti sono piuttosto malconce e l’unica fra queste che mostra un briciolo di sicurezza e che vale la pena percorrere se si vuole vedere l’isola, è la statale n.1. Non ci sono alternative. I racconti di Hjalmarsson sono soltanto un distillato di tutto l’ampio repertorio di fatti e leggende che circolano nel mondo scandinavo e permettono di percorrerla leggendone al contempo la storia.

Tutto ciò può suonare parecchio strano, ma gl’islandesi sono forse l’unico popolo al mondo che si possa definire al tempo stesso civilizzato e anche sicuro dell’autenticità dei propri miti. È un po’ come, passatemi il tremendo paragone, se un premio Nobel per la fisica si ostinasse a credere nell’esistenza di Babbo Natale.

Oltre alle classiche pubblicità che promettevano l’immortalità in tubetto, la rivista patinata del sedile di fronte citava altre curiosità che lessi con un pizzico di sorpresa.

A quanto sembrava, in quel paese non esistevano le zanzare – Ottimo! –  e le pecore avevano più peso degli abitanti – Incredibile! – visto che la disparità nei numeri era piuttosto marcata e se fosse scoppiata una guerra fra ovini e umani ogni persona avrebbe dovuto fronteggiare due pecore e mezza.

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Per non parlare poi delle magiche creature di fantascienza che nel resto del mondo sono confinate ai libri di fiabe quando invece là sembrano vive e vegete e avere, al pari delle pecore, un ruolo non indifferente nella gestione degli affari interni. Gli elfi, o Huldufólk, sono parte del folklore isolano e dei vicini particolarmente festaioli. Secondo un sondaggio del 2007 il 9% degli islandesi crede negli elfi e il 62% si rifiuta di negarne apertamente l’esistenza. A questo punto c’è da chiedersi se il restante 29% non sia rappresentato proprio dagli elfi stessi.

Pensate che a Reykjavik, nel 1991 il professor Magnus Skarphedinsson aprì la Icelandic Elf School per studiare le creature fantastiche. Ho sempre nutrito la certezza che da qualche parte nel mondo dovesse esistere un qualcosa del genere. L’elemento costante delle sue lezioni – peraltro parecchio costose – sono certamente gli elfi dei quali assicura l’esistenza attraverso presunti avvistamenti da parte di testimoni oculari e altrettanto apparizioni confermate. Personalmente se fossi un elfo, al pensiero del professor Skarphedinsson nelle vicinanze, avrei paura persino a fare la doccia.

Oltre a tutto questo la scuola prevede corsi su troll, fatine, spiriti e qualsiasi altra cosa possiate immaginare o affermare di aver visto dopo un torbido weekend passato per le vie di Amsterdam.

Forse è per questa disponibilità e apertura al “diverso” che l’Islanda è anche la più antica democrazia del mondo. Pensate che venne istituita nel 930 d.C. e continua senza interruzioni a tutt’oggi. E quando i primi capi vichinghi cercavano di legiferare senza per questo smettere di trucidare qualcuno, nel resto del mondo le cose andavano a rilento: gli Aztechi non esistevano ancora, mancavano ben cinquecento anni alla scoperta dell’America e l’Italia si stava trascinando dall’alto al basso medioevo.

Sospirai e cercai di nuovo di figurarmi quello strano medico che si era caldamente offerto di ospitarci per la prima notte a Reykjavik. Sapevo che era un signore ormai sulla sessantina, vecchia conoscenza di mio padre ai tempi dell’università quando entrambi frequentavano la facoltà di medicina a Bologna. Faccio fatica a immaginare oggi che cosa potesse significare per l’epoca lasciare un’isola, nominata soltanto sulle carte geografiche, per un paese come l’Italia e una città come Bologna, piena di vita e di sani momenti goliardici.

Finalmente atterrati eravamo decisamente esausti. Ritirammo stancamente i bagagli e ci apprestammo a conoscere il fantomatico Dottor Sveinn Gudmudsson. Piuttosto indecisi uscimmo dall’unico gate, emozionati come se fossimo stati sul red carpet alla mostra del cinema. Dopo un attimo di esitazione, piantati a cavallo della porta automatica a studiare i volti delle tante persone che anche a quell’ora si affollavano ovunque, la nostra attenzione cadde su un tizio corpulento un po’ in disparte. Appena ci vide, ebbe come un sussulto, ma si ricompose immediatamente e si mosse nella nostra direzione con passo deciso. Per nostra fortuna, in tutto quel clima d’indecisione su chi dovesse riconoscere chi, fu lui a fare la prima mossa e ad allargare le sue grosse braccia in un avvolgente saluto di benvenuto.

Superata la sorpresa iniziale, dovuta principalmente alla totale mancanza di corrispondenza fra la descrizione fisica fornita da nostro padre e il grosso maschio alfa scandinavo che ci stava davanti, la mia attenzione si concentrò sul suo aspetto. Non mi piace dire alla gente cosa e come vestire e io stesso non mi scervello più di tanto sul mio outfit, ma quello che vedevo era davvero oltre ogni fantasia possibile. Oltre ai pochi capelli biondicci e scarmigliati e la barba di qualche giorno, sembrava che gli fosse esploso addosso il guardaroba. Sotto una giacca damascata color latte indossava una maglia rossa extra-large del Liverpool Football Club accompagnata a un pantalone corto dai colori hawaiiani. Ai piedi esibiva delle deliziose infradito blu che facevano pendant con un piccolo crocifisso incastonato nell’orecchio sinistro.

Dopo quell’accoglienza del tutto inaspettata e stupefacente, ci dirigemmo verso il parcheggio, con lui che ci precedeva e si voltava a ogni metro per assicurarsi che lo stessimo seguendo.

L’automobile ora sfrecciava in un’oscurità parziale che lasciava intravedere i profili degli edifici e delle montagne. L’orizzonte asettico si stagliava su un cielo ancora debolmente illuminato dalla luce solare e da una manciata di stelle.

Casa sua sorgeva poco lontano dalla periferia cittadina, su una ruga del terreno tappezzata di tante altre piccole costruzioni. L’abitazione, azzurra con contorni bianchi, sembrava appoggiata alla collina che assecondava per tutta la sua pendenza.

Quando entrai Sveinn disse qualcosa nella sua lingua e una piccola figura ci venne incontro esitante da una delle stanze in fondo. Avevo di fronte una timida bimbetta dai capelli biondi intenta a studiarci da dietro due grandi occhi azzurri. Si chiamava Freya come la permalosa moglie di Odino, ed era la più giovane delle sue figlie. Dopo una breve presentazione che sembrò convincerla sulle nostre buone intenzioni, sgattaiolò via furtiva senza pronunciare una parola.

Se gli dei esistessero avrebbero certamente la stessa furbizia contenuta nello sguardo della bambina e la medesima leggerezza dei suoi passi.

Ci sedemmo al tavolo del tinello per mangiare un boccone. Mentre Sveinn buttava giù fette di pizza come un mangiatore di spade, scorreva con gli occhi il nostro programma, a volte fermandosi per suggerire alcune aggiunte, altre lanciando grugniti di approvazione. Dopo aver unto per bene il foglio me lo riconsegnò, sinceramente sorpreso della nostra preparazione che premiò con un rutto fragoroso.

Infine decise di benedire il viaggio con una delle storie più famose d’Islanda, di quelle che vengono addirittura citate nel Landnámabók, il Libro della colonizzazione, un testo che riporta per filo e per segno le vicende dei primi coloni vichinghi sull’isola, intorno al IX secolo d.C.

Si narra di un povero uomo che un tempo visse nei pressi di Vogar, un villaggio di pescatori vicino a Reykjavik. Questi un giorno decise di andare a pesca in mare e poco tempo dopo aver gettato le reti, capitò che un tritone rimanesse impigliato nelle loro maglie. La creatura pregò l’uomo di lasciarla andare e al suo rifiuto smise di parlare.

Ricordate sempre che siete in Islanda e che se un animale o una pietra vi parlano non dovete preoccuparvi perché da quelle parti è normale.

Quando tornarono a riva il cane corse incontro al padrone che lo scacciò malamente e il tritone rise una prima volta. Poi l’uomo inciampò su una zolla di terra e iniziò a imprecare e il tritone rise ancora. Arrivato sull’uscio di casa fu accolto dalle grida di giubilo dalla moglie e da una nuova risata. L’uomo, insospettito, chiese allora al tritone che cosa avesse tanto da ridere. Gli rispose che la prima volta aveva riso perché aveva scacciato il cane che era davvero felice di vederlo, la seconda perché la zolla verso la quale aveva tanto imprecato era piena di monete d’oro e la terza perché quella donna, che lo aveva accolto così caldamente, in realtà lo stava tradendo con un altro. Il contadino, sconvolto da quelle parole, andò a verificare se la zolla sulla quale era inciampato fosse realmente piena di monete d’oro e lo era. Allora, convintosi che il tritone avesse avuto ragione su tutto, lo riportò dove lo aveva pescato. La bestia, prima di sparire negli abissi, lo ringraziò e gli disse che avrebbe presto ricevuto un premio per quella sua azione meritevole. Una settimana dopo, infatti, vide una mandria di vacche grigie sulla spiaggia. L’uomo comprese che si trattava della ricompensa promessa e si accinse a catturarne il più possibile. Riuscì a prenderne soltanto una, mentre le altre scapparono in mare. Tuttavia l’animale si rivelò un’ottima mucca da latte, da cui è discesa una razza di colore grigio, conosciuta come “marina”, che si diffuse in tutta l’Islanda. 

Conclusa questa storia di iniziazione, Sveinn si alzò pesantemente per mostrarci gli altri ambienti della casa. Solo allora realizzammo lo stato di disordine che regnava sovrano ovunque: le stanze, già di per sé piuttosto piccole, traboccavano di vestiti e vecchi libri gettati alla rinfusa fra una babele di scatole e scatoloni. La camera assegnataci non faceva eccezione. Dentro a quello che poteva sembrare un polveroso guardaroba col pavimento in assi di legno, stava un unico, triste materasso illuminato appena dalla luce fioca di una abat-jour.

Era ormai molto tardi e mi spensi al terzo sbadiglio. Per un attimo, mentre scivolavo nel sonno, mi torturai nella consapevolezza tutta nuova di essere soltanto un insignificante corpuscolo luminoso in balia di terre e oscurità sconosciute. Mostri, draghi e streghe beffarde salutarono la mia caduta sempre più veloce dentro il vortice di visioni fantastiche con le quali mi addormentai.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Guido Lattuneddu
Ha conseguito una laurea triennale in Filosofia presso l’Università Vita e Salute San Raffaele nel 2017, una magistrale in Archeologia e Storia dell’Arte presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore nel 2020 e al momento sta completando un master in inglese in Art Management sempre presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
In passato ha collaborato con alcuni giornali (prevalentemente legati ai viaggi) e case editrici a cui ha affiancato il lavoro di video-maker e fotografo (con drone). Fra il 2019 e il 2021 ha lavorato con la Web Icon Inc. di Orlando a due documentari storici nel ruolo di scrittore di testi.
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